Trent’anni fa con una «seduta in Senato in un clima più disteso» si conclude la «lunga lotta» delle donne per l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Si «definitivo per l’aborto», titola l’Unità del 19 maggio 1978, il giorno seguente l’approvazione della legge 194. La nuova legge vedrà la luce il 22 maggio con la promulgazione del presidente della Repubblica, nonostante la richiesta del Comitato promotore del Referendum e il Movimento per la vita ne avessero chiesto fino all’ultimo il rinvio.
Con 160 voti favorevoli e 148 contrari, il 19 maggio vengono definitivamente abrogate le norme fasciste del codice Rocco che considerava l’aborto «delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe». Votano a favore della legge 194 comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, e indipendenti di sinistra. Votano contro «come previsto» Dc Svp, e i due tronconi dell’Msi.
Ma quello che si evince anche dall’articolo pubblicato il giorno seguente sull’Unità è che la vera novità sta nel clima più disteso che contraddistingue la votazione del Senato diversamente da quanto avvenuto nelle 36 ore di dibattito alla Camera. «In questo modo, dichiarava il vicepresidente del Senato Dario Valori – il Parlamento ha dato prova di grande senso di responsabilità e di grande impegno, affrontando e concludendo una materia assai delicata per evitare al Paese un traumatico scontro».
Iter extraparlamentare della 194
Ma non è certo un clima disteso quello che ha portato dopo sette anni di lotte extraparlamentari all’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Dalla prima manifestazione romana del 1971 in cui le donne del neo costituito Movimento per Liberazione della donna raccolgono firme per depenalizzare l’aborto, alla più vasta mobilitazione del 5 giugno 1973 contro il processo di Padova a Gigliola Pierobon per procurato aborto, le donne lottano perché la maternità diventi una scelta ma soprattutto perché l’aborto non sia più reato.
Iter parlamentare della legge
L’iter parlamentare della legge, invece, dimostra non soltanto l’arroccamento dei cattolici su posizioni “repressive” nei confronti delle donne, ma anche quanto la politica non fosse pronta ad accogliere le donne come soggetti lavorativi e non “riproduttivi”. A spiegarlo è un documento del Movimento per la Liberazione della donna divulgato in quei giorni che accusa la politica di considerare «l’aborto come infortunio sul lavoro». Solo l’11 febbraio del 1973, 5 anni prima dell’approvazione della 194, infatti, la prima proposta di depenalizzare l’aborto del deputato socialista Loris Fortuna, promotore anche della legge sul divorzio, non era passata al Senato e aveva raccolto solo 80 firme.
Ma ad aprire la strada alla legge 194 concorrono però nel corso degli anni vari fattori, non ultimo la sempre maggiore presa di coscienza delle donne e l’uscita allo scoperto dei casi di aborto clandestino.
Il dibattito si sposta così dalla scelta della maternità da parte delle donne alla salute femminile. Quello che le donne chiedono non è più soltanto la depenalizzazione per poter abortire senza essere considerate boia ma anche l’assistenza gratuita per mettere fine alle morti causate dagli aborti clandestini. Le donne si battono, insomma, perché l’intervento abortivo venga considerato alla stregua di ogni altra cura medica da assicurare a chi ne abbia bisogno. Poi, nel ‘75, fanno particolare scalpore gli arresti del segretario radicale Gianfranco Spadaccia, accusato di aver organizzato aborti clandestini in una clinica di Firenze, e delle militanti Adele Faccio e Emma Bonino, che si autodenunciano. Questa linea di autodenuncia viene sottoscritta poi dallo slogan che apre la manifestazione del 12 gennaio 1975 a Firenze che dice: «Fuori le donne che hanno abortito, dentro Fanfani e tutto il suo partito».
E a proposito di salute solo un mese dopo Firenze la Corte di Cassazione si pronuncia a favore dell’interruzione di gravidanza, non punibile come reato nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita e invita il Parlamento a legiferare partendo dal principio che «non si può dare al concepito una prevalenza totale ed assoluta» rispetto al corpo della donna.
La strada all’abrogazione del codice Rocco in materia di aborto si fa più breve, dunque, ed è facile testarlo. Il 1974 si apre con la vittoria dei “no” al referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio. L’Italia sembra pronta a parlare di “diritti delle donne”. E nel 19 maggio del 1975 -con la legge 151 che riforma il diritto di famiglia -viene attuata l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
Ma la vera partita si gioca il 14 aprile alla Camera. Solo un mese prima di quel dibattito disteso di cui parla l’Unità, infatti, Pci e Dc vengono accusati di scambiarsi voti e «massacrare la legge» in un clima tutt’altro che sereno. La Camera mette ai voti il testo della 194 dopo 36 ore di discussione.
Sarà Pietro Ingrao a convocare una seduta dei capigruppo e a trovare l’accordo con i Radicali. In cambio della fine del loro ostruzionismo Ingrao promette il referendum sul finanziamento pubblico cui verrà aggiunto il quesito di abrogazione della legge Reale sulle armi.
La 194 passa così con 308 voti favorevoli: quelli del Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani. Votano contro 275 deputati: quasi tutta la Dc, i Radicali, l’Msi, il Pdup-Dp.
Il testo
Ma il testo che esce dalla votazione non è più quello che si era iniziato a scrivere fin dal 1977 con l’impegno di una commissione parlamentare mista e trasversale. Ma il testo anche così presentato ottiene comunque la fiducia della Camera, dimostrando quel clima di “solidarietà nazionale” ritrovato dopo l’omicidio Moro.
Ma la legge scontenta tutti seppur nel clima di vittoria. La Dc viene accusata dal Vaticano per aver ritirato le clausole che definivano l’aborto un crimine. Le donne, soprattutto quelle dell’Udi gridano al massacro del testo così come loro l’avevano voluto soprattutto in tema di “libertà femminile” e di autodeterminazione. Il più criticato è l’articolo sull’obiezione di coscienza che permette ai medici che non siano d’accordo con la legge la possibilità di non applicarla.
Alessia Grossi
dal blog laicilibertarianticlericali