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Storie di Regime 1: Vuoi finanziamenti per la scuola? non devi criticare il governo

27 agosto, 2009

Allucinante quello che sta accadendo in questo paese. Se vuoi i soldi per la tua scuola non devi criticare il governo perche è il “tuo datore di lavoro”. Vi rendete conto?

fonte:

Questa è una storia, piccola ma sincera, di . che nessuno impone ma che in molti in Italia si stanno scegliendo da soli, con spontaneo entusiasmo. Sostiene un dirigente dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, tal , che «i non devono criticare la politica del ministero». Perché altrimenti non arrivano i fondi, perchè è meglio tenersi buono il ministro? Fosse questa la motivazione, l’Italia quasi tutta la conosce e la pratica. No, la motivazione è altra: «Questione di lealtà nei confronti del datore di lavoro».

Limina non sa, forse la sua cultura non gli consente neanche di sapere, che il datore di lavoro è lo Stato e che lo Stato non coincide con la persona del ministro. La democrazia, quella occidentale e liberale, parte da qui, da questa distinzione. Ma Limina non deve averlo mai studiato quando era studente al ginnasio, al liceo è nozione che si dà per assodata. Infatti qualunque riassunto di storia riporta che la monarchia per diritto divino finì e cedette il passo alla democrazia elettiva quando non fu più possibile a nessuno dire: «Lo Stato sono io».

L’argomento di Limina è poi risolutivo, della democrazia. Se i dipendenti della non possono criticare il ministro, altrettanto varrà per i dipendenti dei Trasporti, della Sanità, insomma per tutti i dipendenti pubblici. Quindi se ne deduce che chi prende uno stipendio dallo Stato deve consegnare al governo, che non è la stessa cosa, la sua fedeltà e il suo silenzio. Fedeltà politica e silenzio politico. Sempre la storia insegna senza eccezioni che sono i regimi a chiedere questo tipo di fedeltà. Quando lo fece il fascismo l’Italia non ebbe grandi problemi: tra centinaia di migliaia di insegnanti e professori universitari a non giurare fedeltà furono un paio di decine. Stavolta c’è qualche problema in più: , la preside cui Limina imputa «disonestà contrattuale», aveva detto di non condividere la riforma Gelmini. E qualcuno in Italia ritiene sia ancora un diritto farlo, qualcuno ancora più di un paio di decine. Ma la voglia di avanza e si diffonde.

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