Di Pietro attacca Napolitano, dimenticando che ruolo abbia il Capo dello Stato. Mentre nell’Italia dei “valori”….

Ieri il Presidente della Repubblica ha firmato e promulgato la legge relativa allo Scudo Fiscale. Antonio Di Pietro ha sferrato un attacco senza precedenti al Capo dello Stato accusandolo di “viltà”.
Napolitano, in visita ufficiale, ha poi spiegato ad un cittadino il perche della sua firma, sentiamo il Presidente:
Cosa possiamo capire da questa storia. Direi che possiamo evincere due cose.
1. Il Capo dello Stato è, secondo la nostra Carta Costituzionale, GARANTE della Costituzione e puo intervenire solo se ritiene a rischio il rispetto della Costituzione stessa. Lo scudo fiscale, pur essendo una legge vergognosa, non lede la costituzione e quindi Napolitano è implicitamente invitato a promulgarla. Non farlo vorrebbe dire “porre un veto” su una legge, ciò vorrebbe dire dare una risposta politica ad una proposta politica il chè non è compito del Capo dello stato. Se gli Italiani nel 2008 hanno scelto di farsi governare da un piduista plurinquisito ed amico degli evasori non possono lamentarsi se questo personaggio poi faccia approvare leggi di tale portata.
2. Il populismo di Di Pietro ha oramai superato ogni limite possibile. Accusare di viltà il Presidente della Repubblica solo perche egli ha svolto il suo compito in modo limpido è un atto IGNOBILE.
Facciamo un salto nel 2001, quando il Governo Berlusconi fece approvare un analogo Scudo Fiscale. Allora firmò Ciampi, Presidente in carica. Ma nessuno gli diede la colpa.
Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto del ministro
dell’Economia Giulio Tremonti numero 350 sul rientro dei capitali detenuti
all’estero: quelli illegalmente esportati, ma spesso anche illegalmente
accumulati. Dietro la definizione di «scudo fiscale» si cela una realtà
preoccupante. Chiunque vorrà rimpatriare i capitali parcheggiati oltre
frontiera potrà farlo, depositandoli presso una banca italiana, che funge
anche da «mediatore»: cioè trattiene, per conto dello Stato, una modica
tassa
del 2,5 per cento e rilascia al cliente una «dichiarazione riservata» di
ricevuta. Ma la novità più ghiotta è l’assoluto anonimato garantito a
chi
compie l’operazione: un regalo che non ha precedenti nella storia delle
decine di provvedimenti di condono e amnistia che costellano la storia
d’Italia del dopoguerra. Questo «monumento all’evasore ignoto», come lo
definisce il senatore Zancan, preoccupa non poco la magistratura, che vede
spalancarsi praterie incontrastate per il lavaggio – ormai legalizzato – del
denaro sporco. Il procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, parla
esplicitamente di «riciclaggio di Stato» e di «ricettazione
istituzionalizzata»: Chiunque abbia accumulato denaro attraverso non solo
l’evasione fiscale, ma anche il traffico di droga, di armi, di esseri umani,
il sequestro di persona e così via, e fino a ieri lo teneva nascosto non
potendone giustificarne il possesso, potrà ora riportarlo alla luce, pagando
appena il 2,5 per cento, e spenderlo o investirlo come meglio crede. Lo Stato
gli garantisce un riciclaggio a prezzi modici e in forma anonima. Il
riciclatore ottiene anche una dichiarazione riservata, da esibire in caso di
controlli della Guardia di finanza. Ma la nuova legge è anche un formidabile
condono fiscale mascherato, e a prezzi stracciati: non vedo cosa potrà
impedire a qualsiasi evasore italiano di portarsi all’estero il nero,
depositarlo su un conto qualsiasi, e farlo rientrare il giorno dopo con tanto
di dichiarazione riservata e pagando il suo bravo 2,5 per cento, anziché le
aliquote previste per i comuni cittadini, che per certe cifre arrivano anche
al 50 per cento. Qualsiasi delinquente potrà trasferire all’estero il suo
bottino e poi farlo virtuosamente rientrare, pagando una modica somma e
liceizzandolo ipso facto. Ma la cosa più grave è che si rischia di innescare
un circuito criminogeno. Evasori e altri delinquenti approfitteranno
dell’occasione per rifarsi una verginità fiscale e sociale; e subito dopo
cominceranno a darsi da fare per evadere e delinquere con rinnovato
entusiasmo. In attesa di un nuovo scudo.
Il governo e la maggioranza giustificano lo «scudo fiscale» con la
necessità
di «far riemergere il sommerso» e al contempo «riportare denaro fresco
in
Italia» con notevoli benefici anche per l’erario. Ma alcuni osservatori fanno
notare la coincidenza fra il provvedimento e uno dei processi che vedono
imputato il presidente del Consiglio, accusato di aver nascosto all’estero
oltre 1500 miliardi di lire. Nulla più che una coincidenza.
Di Pietro ha veramente superato ogni limite, lui che si erge a paladino delle legalità guardi bene nel suo partito. Dietro tanti slogan ad effetto, l’Italia dei Valori nasconde ben altre cosette, come documenta la rivista Micromega, fonte sicuramente indipendente visto che è accreditata di “simpatie” dipietriste. Dalla rivista, ripresa da La Stampa, leggiamo:
Esistono due anime di Idv, quella ideal-movimentista da un lato, e quella inciucista e politicante dall’altro», una situazione che «crea spesso a livello locale situazioni di stallo», e di frequente «si risolve a favore della seconda».
“A livello locale, le ali del gabbiano arcobaleno sembrano troppo spesso zavorrate dal peso della sua contiguità a un ceto politico dai modi di fare discutibili, in molti casi approdato all’Idv dopo svariati cambi di casacca, alcuni dei quali acrobatici, e in seguito a ponderatissimi calcoli di convenienza personale. Non proprio quello che si aspetterebbe da un partito che aspira a incarnare un nuovo modo di fare politica».
Da La Stampa leggiamo:
il partito record dei commissariamenti. In Piemonte gli ultimi congressi risalgono al 2005. In Veneto è commissariata Treviso. In Friuli sono state a lungo commissariate Udine e Pordenone. In Liguria il capo Paladini in un anno ha allestito un congresso moltiplicando le tessere (da 700 a 7000, roba che neanche il Pd). In Toscana è commissariata Lucca. In Umbria c’è un «garante» (Leoluca Orlando). Nelle Marche tutte le sezioni provinciali sono commissariate. In Campania non si fa congresso dal 2005, come in Puglia. In Calabria spopolava fino a poche settimane fa Aurelio Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, ex assessore della giunta Carraro a Roma, presidente (di nomina berlusconiana) del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Tonino lo ha alfin sostituito con Ignazio Messina, capo degli enti locali dell’Idv, che ha ruoli di rilievo anche in Sicilia. Piccolo particolare, Messina, per nove anni sindaco a Sciacca, è uno degli antesignani del trasversalismo: nel 2004 sostenne laggiù il candidato sindaco di Forza Italia, Mario Turturici. Tonino con Silvio, che orrore. Ma accade, e pure spesso, in Italia.
In Liguria Giovanni Paladini, ex Ppi, poliziotto e segretario del Sap (uno di quelli che votarono «per affossare l’inchiesta parlamentare sul G8») tra le tante altre cose, accusa MicroMega, ha inserito in lista alle europee Marylin Fusco, «sua fiamma» (la neodipietrista, in un dibattito tv su Odeon, ebbe cuore di dire «nei confronti di Silvio Berlusconi è in atto una persecuzione»). C’è chi, in quell’entourage, è stato al centro di attenzioni dei pm per rapporti con famiglie calabresi.
Zerbino racconta vita e miracoli di Nello Formisano, capo in Campania. «Insieme all’ex dc potentino Felice Belisario incarna l’ala “pragmatica”, per così dire, dell’Idv: entrambi hanno riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana [ ....]Nelle Marche tutto è in mano a Davide Favia: l’ex fondatore di Forza Italia in quella regione! Ma tra i cambiatori di casacca si potrebbero citare Salvatore Cosma, Ciro Borriello, ovviamente Pino Pisicchio (ex dc, ppi, Rinnovamento italiano, Udeur), e il mastelliano Nello Di Nardo. Fa sobbalzare che, oltre ai tanti funzionari con guai giudiziari, ci sia stata anche la candidatura Idv alla Camera di un iscritto alla P2, Pino Aleffi.































































