Berlusconi, le inchieste per Mafia e la “resa dei conti finale”
Lo scontro tra Berlusconi ed i magistrati sta raggiungendo livelli di allarme mai visti prima. Il premier ci ha abituato ai suoi siparietti polemici verso chi è demandato a giudicare i crimini ma in queste ultime settimane l’inasprimento della polemica è stato molto forte.
Sembra che da Firenze stiano per arrivare avvisi di garanzia relativi alle stragi del 93 che chiamerebbero in causa Dell’Utri e lo stesso Berlusconi, proprio per questo il centrodestra è in fibrillazione. La legge sul processo breve, il ddl alfano costituzionale o altri provvedimenti (quello ventilato e poi smentito di una cancellazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa) dovrebbero a breve mettere al riparo il Cavaliere dalle future eventuali inchieste. Non si tratta piu del processo Mills o di Fininvest, qui si tratta di Mafia, una parola che fa paura a tutti, anche nel centrodestra.
Napolitano prova a stemperare i toni richiamando alla moderazione sia il Premier sia i magistrati. Impossibile. Berlusconi aizzerà ancora di piu lo scontro, gia possiamo vederlo tramite i “suoi” giornali (Libero, Il Giornale, La Padania) che attaccano i magistrati e denunciano avvisi di garanzia tuttora inesistenti. Fanno “ammuina” come direbbe qualche comico napoletano.
Fini cerca di smarcarsi pur non negando solidarietà al Premier. Intanto però si affranca dalla maggioranza cercando un dialogo con l’opposizione in merito alla proposta di riforma della giustizia elaborata da Violante. Altro campanello d’allarme per Berlusconi. Fini dialoga con Bersani, benedetto da Napolitano. I magistrati che si preparano a nuove azioni, a suo dire, premeditate ed atte a screditarlo. Il 4 dicembre potrebbero esserci novità dalle inchieste in corso su di lui. Il 5 è prevista la manifestazione No Cav Day. Insomma… tutto sembra essere contro il povero Presidente del Consiglio il quale, quando è braccato, da bravo Caimano, diventa altamente pericoloso. I suoi interessi, come vado scrivendo da anni, non gli permettono di ritirarsi dalla vita politica. Chi tutelerebbe il digitale Mediaset Premium, Mondadori, Fininvest, Mediolanum, Medusa, etcetc?
Ci stiamo quindi pericolosamente avvicinando alla “resa dei conti” tra uno stato che vorrebbe essere pienamente democratico ed un uomo che, per sua natura, mal sopporta il pluralismo e la “democrazia” intesa come partecipazione e condivisione di idee diverse. Dalla sua parte un consenso popolare ancora (inspiegabilmente) alto, la quasi totalità delle televisioni, una parte della stampa e tanti altri interessi pronti a tornare utili non appena necessario. Cosa si inventerà se messo alle strette? Elezioni anticipate con il rischio di passare la palla a Napolitano? Una riforma costituzionale che ridisegni le regole del paese a sua immagine e somiglianza con annesso referendum finale per la sua approvazione sostenuto dai media a lui compiacenti? Manifestazioni di piazza per distruggere mediaticamente prima e politicamente poi ogni altra istituzione a lui avversa?
Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane ma, a mio giudizio, siamo sempre piu vicini alla resa dei conti finale. Speriamo solo che la democrazia resista a tali scossoni.
L’allarme del quirinale
di MASSIMO GIANNINI
L’inusuale “messaggio alla nazione” lanciato ieri da Napolitano attraverso la stampa è soprattutto una risposta alla farneticante “risoluzione strategica” lanciata l’altroieri da Berlusconi attraverso l’Ufficio di presidenza del Pdl. Coerenti con la fase, che se possibile esige l’ulteriore estremizzazione del “berlusconismo da combattimento”, la riunione di quell’organismo di partito, e il comunicato che ne sintetizza i “lavori”, rappresentano un atto da “consiglio di guerra”.
L’INCHIESTA – Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio
sembra legato all’inizio della sua storia di imprenditore
Sono i soldi degli inizi del Cavaliere
l’asso nella manica dei fratelli Graviano
Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del ’93, il premier dovrebbe
temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica
Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento – come mandante – nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l’iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all’indagato tempi certi dell’istruttoria (limitati nel tempo). Quando l’incolpazione diventerà pubblica, l’immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell’Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l’aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l’uomo – l’imprenditore, il politico – da cui si è sentita “venduta” e tradita, dopo “le trattative” del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del ’96), le più recenti parole del premier: “Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia” (agosto 2009).
Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le “seconde file” della cosca – manovali del delitto e della strage al tritolo – hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell’Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede – nel passato – per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un’impresa ardua dall’esito oggi dubbio e soltanto ipotetico.
La Procura di Firenze e il pentito Spatuzza
Inchiesta riaperta sui «mandanti» politici
I pm toscani credono al collaboratore, l’indagine su «ignoti» è diventata su «noti» e si cercano conferme
Undici anni fa, quando chiesero di archiviare l’inchiesta per strage a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (cripticamente indicati come «AutoreUno» e «AutoreDue»), cinque pubblici ministeri di Firenze scrissero che la risposta sulle eventuali responsabilità dei due politici nelle bombe mafiose esplose nel 1993 era «semplicemente congelata». In due anni di verifiche non s’era trovato il riscontro di quanto affermato da un paio di pentiti della cosca palermitana che aveva organizzato le stragi. Soprattutto, non era stata raggiunta la prova «dell’accordo criminale tra l’autore del reato, Cosa Nostra, e il concorrente morale del reato, cioè il soggetto politico-imprenditoriale di cui AutoreUno e AutoreDue sono espressione».
Ma la mancata dimostrazione del patto tra i mafiosi da un lato e Berlusconi affiancato da Dell’Utri dall’altro, «va interpretato come un dato neutro, e non come la confutazione, positivamente dimostrata delle chiamate in correità». Le indagini avevano dimostrato «contatti » tra le due parti «in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994», ma era rimasto uno spazio vuoto; non si poteva sostenere con sufficiente certezza che i mafiosi avessero stabilito una «intesa preliminare» con il nascente partito.
Scende il gelo tra Quirinale e Palazzo Chigi
il premier: “Non sono io che alzo i toni”
ROMA – “Non sono certo io ad alzare i toni dello scontro. Sono semmai alcuni pm a tenere un comportamento che, in qualunque democrazia, non sarebbe tollerato”. Silvio Berlusconi non si sente chiamato in causa dall’appello di Giorgio Napolitano a non “drammatizzare” il momento politico. È convinto del tentativo in atto di farlo saltare a gambe all’aria, è “indignato” per le apparizioni televisive di alcuni magistrati e ritiene suo diritto difendersi denunciando “le manovre di certi pm che si muovono sulla base di teorie ridicole e farneticanti”. Per questo ha accolto positivamente il monito del capo dello Stato, apprezzandone la parte in cui s’invitavano i magistrati a non sconfinare e glissando invece sul resto.
Sul Colle invece vengono inquadrate tutte le responsabilità, anche (e soprattutto) quelle del Cavaliere. E viene valutata con preoccupazione la spirale innescata dalle parole incendiarie del premier – pronunciate durante l’ufficio di presidenza del Pdl e poi smentite – contro i magistrati. Frasi che hanno innescato il fallo di reazione di un paio di magistrati, altrettanto stigmatizzato dal Colle.
































































