Da stasera Sant’Agostino, su Rai Uno
La Rai dedica l’ennesima fiction ai Santi. Dopo S.Paolo, Padre Pio ecco S.Agostino, leggiamo da polisblog:
Una grande produzione internazionale, co-prodotta da RaiFiction, LuxVide, Eos Entertainment, Rai Trade e Grupa Filmowa Baltmedia, per la regia di Christian Duguay, con la sceneggiatura di Francesco Arlanch. Ad Alessandro Preziosi il compito di interpretare i complessi anni della maturità del Santo.
Nei panni del giovane di Tagaste, invece, Matteo Urzia mentre Franco Nero è Agostino durante gli anni della vecchiaia
Ma chi era Sant’Agostino? Brevemente, è stato “l’inventore” della vita monastica. Qui la sua biografia, qui invece la sua “Regola di vita”, dottrina base per la nascita dei monasteri.
































































Ho appena visto la prima parte dello sceneggiato televisivo e ne ho molto apprezzato la sobrietà scenografica che contrasta in positivo con film, di solito americani, che si distinguono per ricostruzioni storiche quasi sempre fallaci.
Avrei forse apprezzato meno ceri incongrui per un’epoca in cui, evvero si viveva nelle abitazioni più nell’oscurità che nella luce diurna, si faceva ancora uso di lucerne, braceri e quanto altro, persino lampadari porta lucerne, ma mai di ceri.
Tuttavia devo anche stigmatizzare una infelice battuta nello sceneggiato di Agostino che afferma che Cicerone facesse carriera politica perchè non aveva avuto nè mogli nè figli.
È universalmente noto l’amore di Cicerone per la figlia Tullia, sebbene il matrimonio con Terenzia, da cui lei era nata, fosse stato un matrimonio di convenienza. Tullia era l’unica persona che Cicerone non criticò mai. La descrive così in una lettera al fratello Quinto: “Com’è affettuosa, com’è modesta, com’è intelligente!”[79] Quando lei si ammalò improvvisamente nel febbraio del 45 a.C. e morì, dopo che era sembrato che stesse guarendo, dando alla luce un figlio, Cicerone scrisse ad Attico: “Ho perso l’unica cosa che mi legava alla vita”.[16]
Attico invitò Cicerone ad andarlo a trovare nelle prime settimane dopo la morte di Tullia per poterlo consolare. Nella grande biblioteca di Attico, Cicerone lesse tutto quello che i filosofi greci avevano scritto circa il superamento del dolore, “ma il mio dolore ogni consolazione” sconfigge.[87] Cesare e Bruto gli spedirono lettere di condoglianze, e così fece anche il suo vecchio amico e collega, l’avvocato Servio Sulpicio Rufo. Questi spedì una lettera che in seguito è stata molto apprezzata, piena di riflessioni sulla fugacità di tutte le cose.
Dopo un po’, Cicerone decise di abbandonare ogni compagnia per ritirarsi in solitudine nella sua villa di Astura, appena acquistata. Si trovava in un bosco solitario, ma non lontano da Napoli, e per molti mesi non fece altro che camminare per il bosco, piangendo. Scrisse ad Attico: “Io mi immergo là nel bosco selvatico e fitto la mattina presto, e vi soggiorno fino a sera”.[16] Più tardi decise di scrivere un libro per insegnare a se stesso come superare il dolore. Questo libro, intitolato Consolatio, era estremamente apprezzato in antichità (in particolare da Sant’Agostino), ma sfortunatamente è andato perduto, e ne restano solo pochi frammenti. In seguito Cicerone progettò anche di far erigere un piccolo tempio alla memoria di Tullia, la “sua incomparabile” figlia, ma poi non portò a termine il progetto, per ragioni ignote.
Cicerone sperava che il figlio Marco scegliesse di diventare filosofo come lui, ma era un’aspettativa fin troppo rosea: Marco, per conto suo, desiderava intraprendere la carriera militare, e nel 49 a.C. si unì a Pompeo ed al suo esercito, e partì con loro per la penisola ellenica. Quando nel 48 a.C., dopo la disastrosa sconfitta dei pompeiani a Farsalo, Marco si presentò a Cesare, questi lo perdonò. Cicerone, allora, non perse tempo, e lo mandò ad Atene a formarsi nella scuola del filosofo peripatetico Cratippo, ma Marco, ben distante dall’occhio vigile del padre, passò il tempo a mangiare, bere e divertirsi.
Dopo l’assassinio del padre, Marco si unì all’esercito dei Liberatores, guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, ma dopo la battaglia di Filippi, nel 42 a.C., fu perdonato da Augusto. Questi, infatti, sentendosi in colpa per aver permesso che Cicerone fosse inserito nelle liste di proscrizione del secondo triumvirato decise di favorire la carriera del giovane Marco. Quest’ultimo divenne, dunque, augure, e fu poi nominato prima console nel 30 a.C. assieme allo stesso Augusto, e poi proconsole in Siria e nella provincia d’Asia.