Casino delle Libertà

Due articoli, su L’Espresso e La Stampa, danno una lettura nuova ai fatti politici di questi giorni. Mentre la “cricca berlusconiana” è sotto attacco, Casini strizza l’occhio al Pdl.
Scandali. Dimissioni. Scontri interni. Sospetti incrociati. Timori di nuove inchieste. Nel Pdl è partita la guerra per bande. Così Berlusconi e il suo esecutivo finiscono nella bufera
[.....]
“Vedrete, il caso Scajola è prodromico”, sentenzia l’ex ministro andreottiano Paolo Cirino Pomicino, esperto di manovre. È solo l’inizio, il meglio, o il peggio, deve ancora arrivare.
“Quello di Anemone era un sistema. E ora c’è il terrore”, spiega un notabile azzurro. Nel Transatlantico alla deriva torna la paura dello tsunami. L’incubo che le dimissioni di Scajola siano il primo passo verso l’abisso. Circolano i nomi nel mirino dell’inchiesta della procura di Perugia, pescati tra i 240 conti correnti di Zampolini. Altri ministri in carica, almeno due e di primissimo piano, coinvolti nel metodo della compravendita delle case utilizzato da Scajola per acquistare l’appartamento con vista Colosseo. E numerosi parlamentari, deputati e senatori, di maggioranza e di opposizione.
[.....]
E i berlusconiani contro i finiani, senza più pudore. C’è Fini dietro i dossier, denunciano i falchi di palazzo Grazioli.
È il presidente della Camera ad incassare a suo vantaggio il discredito politico che si abbatte sul governo: “Lui e Bocchino sono troppo spavaldi. Italo ha tirato in ballo la Endemol e i legami con Berlusconi: o non sa cosa dice o si sente super-protetto dall’alto”. Da chi, dai servizi? Non importa se sia vero o falso, il rumore circola indisturbato da un capannello all’altro mentre il centrodestra è costretto all’ennesimo voto di fiducia alla Camera. “Inutile nasconderlo: siamo preoccupati. Anzi, siamo incazzati neri”, riassume il vice-capogruppo dei deputati Pdl Osvaldo Napoli.
E il caos di questi giorni sembra anticipare la fine traumatica della legislatura. Con il ricordo che va ad altre epoche storiche: gli anni della prima Repubblica in cui la guerra di successione nella Dc si combatteva a colpi di ragazze morte in spiaggia, di manine e di manone che facevano ritrovare memoriali scomparsi da anni e poi, con altrettanta disinvoltura, li facevano sparire. O il 1993, l’anno di Tangentopoli, con i ministri che venivano giù come fuscelli, travolti da un semplice avviso di garanzia. “Io c’ero, per questo ho considerato le dimissioni di Scajola una concessione alla piazza, una fesseria. Si crea un precedente pericoloso”
[.....]
Con l’uscita di scena del ministro dello Sviluppo economico si è infranto il dogma numero uno del berlusconismo: mai dimettersi per un’inchiesta della magistratura. Resistere al proprio posto, negare l’evidenza, attaccare il circuito mediatico-giudiziario
[.....]
Il crollo fa felici i molti rivali interni di Scajola. Il ministro dell’Economia Tremonti, per esempio, sospettato dagli scajoliani di essere stato informato in anticipo dell’inchiesta della Guardia di finanza e di non aver avvertito per tempo il collega. O l’ex An Ignazio La Russa, avversario nel governo e nel partito.
[.....]
Ora che il ministro di Imperia è venuto giù, il trio Bondi-Verdini-La Russa può tirare un sospiro di sollievo. Ma le conseguenze di uno Scajola con le mani libere e assetato di vendetta potrebbero essere devastanti per il Pdl. L’ex ministro controlla un nutrito drappello di parlamentari pronti a sostenerlo: almeno 40 tra Camera e Senato, il gruppo dei Consolini, come si chiama il ristorante romano alle pendici dell’Aventino dove si riuniscono. In gran parte sono arrivati alla terza legislatura, la ricandidatura alle prossime elezioni è un miraggio, non hanno nulla da perdere. Con il loro capocorrente desideroso di prendersi la rivincita con i nemici interni, potrebbero diventare un’altra spina nel fianco per il Cavaliere quando arriveranno alle Camere i provvedimenti più caldi. Specie se gli scajoliani dovessero andarsi a sommare al gruppo dei fedelissimi di Fini. Sempre più in rotta di collisione con il clan di Arcore, dopo la sfuriata pubblica alla direzione del Pdl, sempre più tentati dalle mani libere sulla giustizia e non solo.
[.....]
Nelle stesse ore delle dimissioni di Scajola, per esempio, il presidente della Camera spedisce una missiva alla commissione Affari costituzionali. Oggetto: la legge sulla cittadinanza degli stranieri e sul diritto di voto per gli immigrati firmata dal finiano Fabio Granata e da esponenti del Pd. Il progetto è bloccato da mesi in commissione, Fini chiede di accelerare e di mettere in calendario una proposta che spacca la maggioranza. “Prima c’è da votare il federalismo”, rispondono a brutto muso i rappresentanti della Lega. “Che bisogno c’è di riaprire questo fronte in un momento così delicato?”, si chiedono nel Pdl. Lo stesso spettacolo va in onda al Senato: qui gli uomini di Fini chiedono di approvare rapidamente il ddl sulla corruzione. Anche a costo di ritardare la legge sulle intercettazioni che sta a cuore a Berlusconi e che è bloccata da un anno.
In Sicilia, poi, nella regione simbolo del centrodestra, il Pdl di Fini si è già separato dal Pdl di Berlusconi: i finiani appoggiano la giunta di Raffaele Lombardo con un bel pezzo di Pd, la fazione del presidente del Senato Renato Schifani e del ministro della Giustizia Angelino Alfano passa all’opposizione. Pdl uno e Pdl due, un modello da esportare. Nel Lazio appena espugnato da Renata Polverini è già andata in crisi la giunta provinciale di Viterbo eletta un mese fa, per contrasti interni.
Guerra per bande. E in una stagione politica così infuocata i terremoti politico-giudiziari sono la ciliegina sulla torta.
[.....]
In questa situazione il Parlamento è alla paralisi. Il Pdl così graniticamente unito contro Fini nelle aule di Montecitorio e di palazzo Madama sbanda paurosamente. La Lega, al solito beneficiaria del vento anti-politico che torna a soffiare a destra, si è messa in proprio e si prepara a fare il pieno di consensi quando si tornerà a votare. E Tremonti si atteggia a statista di caratura internazionale, tra un vertice europeo sulla Grecia e un dibattito con Guido Rossi su capitalismo e democrazia, lontano dalle miserie romane: studia da premier, prepara la successione, offrendosi come l’unico punto di riferimento sicuro all’interno e all’esterno.
[.....]
E se non gli convenga giocare d’anticipo, rovesciare il tavolo e puntare tutto sulle elezioni anticipate. Un azzardo sulla pelle del Paese. L’ultimo bluff al tavolo del Casino delle Libertà
E Casini ora guarda a destra
Prove di dialogo del leader Udc: senza Cavaliere, ma con l’asse Tremonti-Lega
Pier Furby, fratello gemello di Pier Ferdinando, il quale teme la sorte prematura del governo, però nemmeno esclude che per i prossimi tre anni non succeda un bel nulla: vuoi perché la fronda finiana non andrà da nessuna parte, vuoi perché la nuova Tangentopoli deluderà le attese dei più catastrofisti. Ecco allora il medesimo Casini impegnato a studiare la tattica di sopravvivenza in vista della traversata del deserto che può attendere l’Udc di qui al 2013.
Ed è l’aspetto politicamente più interessante, in quanto tale tattica non esclude nulla, nemmeno una ripresa di rapporti serrati col Cavaliere. Iniziando subito da temi specifici. Il pretesto, che tale andrebbe considerato se non fosse un caso talmente serio, lo dà la Grecia.
[...]
E difatti: Cicchitto subito apprezza lo «spirito costruttivo» dell’Udc, La Russa esorta a «mai dire mai».
Raccontano che Berlusconi non veda l’ora di accoppare il vitello grasso per far festa al «figliol prodigo» Casini. Ma siccome è un campione di astuzia democristiana, il leader centrista sceglie per ora un altro interlocutore, diverso dal Cavaliere, il cui peso sta crescendo a dismisura sulla bilancia politica, cioè Tremonti. L’altro pomeriggio, mentre il ministro dell’Economia illustrava il piano per la Grecia, sui banchi del Pdl erano in tre ad escoltarlo. L’Udc, invece, a ranghi compatti. Per applaudire colui che Bossi definisce «il nostro salvatore», e Berlusconi considera scherzando «un po’ troppo leghista». Già, perché pure con la Lega Casini ha aperto un fronte di dialogo. Al punto che nei prossimi giorni Calderoli romperà gli indugi e andrà a trovarlo. Parleranno di federalismo fiscale e, giacché ci sono, di scenari futuri. «La fase della contrapposizione ideologica è finita», proclama il leader Udc. Da cosa può nascere cosa.
































































Trackback