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Manovra, quando Berlusconi non era contro l’evasione….

27 maggio, 2010

Gianni Letta ora parla di situazione drammatica. Lo stesso premier, che non ama dare brutte notizie e si nasconde dietro il sottosegretario, è costretto ad andare in diretta con Tremonti e presentare la manovra di “lacrime e sangue” che ci farà aumentare le tasse locali a causa dei tagli del governo, per non parlare della scure sugli statali e sulle pensioni. Una piccola nota positiva sembra essere quella della stretta sull’evasione, imitando provvedimenti (tracciabilità) che aveva già attuato l’ex Ministro Visco nel 2006, tra l’ira del centrodestra di allora che gridava allo scandalo e che, nel 2008 appena vinte le elezioni, tolse subito.

Ma vediamo cosa diceva Berlusconi il 21 maggio 2009, un anno fa. La crisi era finita… anzi non c’era mai stata:

dal corriere:

Berlusconi ha parlato anche della situazione economica italiana e internazionale, evidenziando come sia «certamente importante la componente psicologica di questa crisi e ho fatto bene a cercare di infondere sempre ottimismo» perché «la fiducia è un fattore cruciale per uscire dalla crisi». Il premier ha citato il caso dei dipendenti pubblici, che non sono assolutamente toccati dalla crisi perché non rischiano licenziamenti e non hanno avuto riduzioni di stipendio. Eppure anche loro, ha raccontato, in un recente sondaggio si sono mostrati senza alcun motivo meno propensi rispetto al passato ad effettuare acquisti, ad esempio il cambio di un’auto. La colpa? La percezione negativa che verrebbe fornita, a suo dire, dai media e dai suoi oppositori. «Bisogna cercare di allontanare questa paura – ha detto Berlusconi – e sono addolorato quando giornali, tv e opposizione cantano la canzone del pessimismo e del catastrofismo».

Per non parlare delle politiche sull’evasione fiscale, ora si va addosso all’evasore (giustamente), ma sino a qualche anno fa Berlusconi la pensava diversamente:

Per esempio:

«Con tasse alte, l’evasione è moralmente autorizzata». Era il 17 febbraio 2004

«Non ci sentiamo rappresentati se non siamo nelle istituzioni. Non accetteremo di pagare le tasse». Era il 7 maggio 2006, dopo la sconfitta alle elezioni.

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