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Dossier: Elezioni di “Mid-term”, Obama in difficoltà, verso un Congresso Repubblicano…

29 ottobre, 2010

Nel nuovo appuntamento di “Dossier” lasciamo l’Italia per immergerci totalmente nelle elezioni di medio termine americane.

Il 2 Novembre, infatti,  negli Stati Uniti si celebra “l’Election Day” di Midterm. Le elezioni di metà mandato in cui vengono rinnovate la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e vari Governatori di singoli Stati dell’Unione.

Obama pottrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato, o in entrambi i rami del Congresso. Alcuni osservatori dicono che tale situazione potrebbe avvantaggiarlo, in quanto finirebbe l’ostruzionismo repubblicano, che ha causato tanti problemi al Presidente.

In verità, sintetizzando al massimo, il Presidente americano paga la sua coerenza. Ha voluto portare avanti molte sue riforme considerate troppo “di sinistra” per certi settori dell’opinione pubblica e del suo stesso partito. I Repubblicani hanno fatto ostruzionismo ed hanno fomentato i cittadini dipingendo il Presidente come un “comunista”. Alcuni osservatori affermano che Obama sia stato troppo ingenuo nell’aver pensato di “poter” governare senza fare i conti con “certa politica”.

Se avrete la pazienza di leggere il Dossier qui di seguito forse avrete qualche chiarimento in piu sui due anni della amministrazione Obama. Buona lettura.

Esattamente ecco cosa c’è in gioco:

(Il Post) Il controllo del congresso (ovvero camera e senato insieme). In questo momento i democratici hanno la maggioranza sia alla camera (256 a 179) che al senato (59 a 41), come conseguenza delle vittorie alle elezioni del 2006 e del 2008. L’evoluzione dei cicli elettorali negli Stati Uniti è piuttosto regolare, per non dire matematica: soltanto due volte nella storia recente – l’ultima nel 2002, quando a causa dell’11 settembre la popolarità dei repubblicani era a livelli astronomici – le elezioni di midterm non hanno penalizzato il partito del Presidente, che di norma attraversa qualche difficoltà nella fase centrale del suo mandato. Avere il congresso controllato dalla propria parte politica può essere un vantaggio ma anche una grana: basti pensare alle difficoltà incontrate da Obama durante questi due anni e a come invece Clinton, che ha governato praticamente sei anni con un congresso repubblicano, abbia ottenuto la rielezione e poi lasciato la Casa Bianca con un altissimo indice di popolarità. La ragione è semplice: le regole del congresso statunitense – soprattutto quelle del senato – consegnano alle minoranze parlamentari diversi strumenti per bloccare o rallentare l’iter delle leggi. Quindi uno scenario in cui presidente e congresso pendono dalla stessa parte permette all’opposizione di fare muro contro qualsiasi proposta, che è esattamente quello che hanno fatto in questi due anni i repubblicani. Uno scenario più fluido – presidente di un partito, congresso di un altro – costringe le parti a incontrarsi, e quindi limita le posizioni strumentali dell’una o dell’altra parte.

Per cosa si vota e come si vota:

(Il Post) La prima: si vota per rinnovare tutti i 435 membri della camera dei rappresentanti e un terzo di quelli del senato (quindi 33 o 34, più quelli rimasti vacanti o occupati da membri “provvisori”: quest’anno saranno 37). In più si vota anche per eleggere i governatori di 39 stati…… gli elettori statunitensi che vogliono votare devono iscriversi nelle liste elettorali, e nel farlo devono dichiarare la loro appartenenza partitica: democratici, repubblicani o indipendenti

I sondaggi sono negativi. Il giornale Huffington Post ha pubblicato una rilevazione demoscopica che “condanna” Nancy Pelosi. La Presidente della Camera dei rappresentanti infatti potrebbe non vedersi confermata nel prossimo Parlamento. Sembra infatti che la Camera sarà in mano ai Repubblicani e quindi per lei, Democratica “liberal” non ci sarebbero speranze, dovrà dimettersi cedendo il passo ad un rappresentante del GOP e terminando cosi, dopo quattro anni battaglieri, la sua esperienza da leader del Congresso.

Gli elettori americani potrebbero aver abbandonato il Presidente Obama, spaventati dal troppo assistenzialismo contenuto in alcune delle sue Riforme, quella sanitaria in primis:

Alla vigilia delle elezioni di “midterm”, che si terranno il due di novembre, negli Stati Uniti si assiste a un massiccio voltafaccia di elettori democratici che starebbero emigrando, secondo i sondaggi, verso il partito repubblicano. Sono le donne, i cattolici, gli abitanti delle periferie dove abita la piccola e media borghesia e le persone che si dichiarano indipendenti dai due schieramenti a dire che se si votasse adesso in un’elezione nazionale sceglierebbero senza dubbio il partito repubblicano…

In California e in Florida i candidati democratici sono testa a testa con i loro avversari ma è il cuore dell’America, in stati come l’Ohio e il Michigan, dove ci si aspetta una netta avanzata dei repubblicani. Intanto una legge proibisce alle amministrazioni comunali di indebitarsi. E mentre i repubblicani vogliono vedere tagliate le spese, i democratici pensano che vadano garantiti alcuni servizi essenziali. Resta che a due anni dall’elezione di Obama oggi sono i repubblicani a rappresentare il nuovo che avanza. Presentano candidati giovani, facce nuove e capiscono le paure di chi sta perdendo di più nella crisi: la vasta classe media americana.

Il Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando ad ipotizzare una “cancellazione” dei candidati piu progressisti in favore della destra repubblicana:

Liberals addio. Pare questo uno dei più probabili risultati delle elezioni del 2 novembre: la mancata rielezione dei deputati e senatori più progressisti. Gente come Russ Feingold, Barney Franck, Barbara Boxer, Tom Perriello, identificati con le (presunte) politiche assistenzialiste, spendaccione, “socialiste” di Barack Obama, travolti dall’ondata di nuovi repubblicani che promettono una tra le più clamorose virate a destra dai tempi di Ronald Reagan. Solo due anni dopo la vittoria di Barack Obama, il pendolo della storia americana sembra andare irrimediabilmente indietro, e battere la fine politica dei settori progressisti del partito democratico.

D’altro canto anche a destra ci sono divisioni, i repubblicani piu oltranzisti hanno fondato una serie di movimenti chiamati del “Tea Party” ed incarnati dalla figura della ex candidata vicepresidente Sarah Palin . I movimenti chiedono uno stato “piuma”, meno ingerenze federali e dipingono Obama come un “socialista”, parola che negli Usa ha un significato prettamente negativo. Tuttavia la divisione dei conservatori, tra Repubblicani piu o meno moderati e Tea Party, che in alcuni casi presentano candidati alternativi, potrebbe favorire i Democratici nella corsa ad alcuni seggi di Camera e Senato:

Eppure, come in molti avevano temuto, il loro estremismo ha sì aggregato e coinvolto molti elettori, ma altrettanti pare averne allontanati. E si parla di repubblicani fidelizzati e abituati a votare

Ma perche un uomo che aveva il 65 % dei consensi alla vigilia dell’insediamento ora è ridotto  ad un misero 48% di popolarità? Eppure ne ha fatte di cose, il Presidente:

Il presidente Obama ha mantenuto la maggior parte delle promesse del candidato Obama (riforma sanitaria, ritiro dall’Iraq, riduzione delle tasse per il 95 per cento della popolazione) nonostante si sia trovato a gestire la peggior crisi economica dalla Grande Depressione. La sua amministrazione non è stata colpita da nessun grosso scandalo e si è fatta promotrice di alcune riforme d’avanguardia. Qual è la causa di questo crollo che rischia di far perdere ai democratici la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato?

La risposta, secondo l’Espresso, è la seguente:

Pur venendo dalla sinistra democratica, Obama aveva vinto conquistando gli indipendenti, con un messaggio che travalicava le tradizionali divisioni ideologiche…... Da presidente, però, Obama non ha governato come Reagan o Clinton, rivolgendosi al centro dello schieramento politico, ma da esponente della sinistra democratica. Invece di avanzare proposte moderate e imporle all’ala più estrema dei democratici in Congresso, Obama ha fatto sue le proposte dell’ala più estrema dei democratici, trovandosi poi costretto a ridimensionarle per ottener il sostegno dei democratici moderati. Il risultato è che sulle grandi riforme la maggioranza degli americani (e ancora più la maggioranza degli indipendenti) non lo ha seguito. A cominciare dal massiccio stimolo fiscale approvato appena nominato presidente. I sondaggi indicano che gli americani avrebbero preferito (con un margine di quasi 3 a 1) un pacchetto fiscale più moderato.

Lo stesso vale per la riforma sanitaria. Nonostante che in linea di principio questa riforma fosse voluta dalla maggioranza degli americani, il testo approvato trova il consenso di solo il 45 per cento degli elettori, mentre un 54 per cento è contro. L’ultimo esempio è la riforma del sistema finanziario. La maggioranza degli americani voleva un intervento in questo campo. Ciononostante, l’ultimo sondaggio condotto da Chicago Booth e Kellogg School indica che solo il 12 per cento si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto della legge Dodd Frank approvata in luglio contro un 54 per cento che si dichiara insoddisfatto o molto insoddisfatto.

Obama ha fatto degli errori, nel metodo piu che nel merito. Il Post ne parla in modo chiaro:

Obama ha provato a fare tutto, mostrandosi coerenza rispetto all’impegno a non sprecare la crisi. Ma fare cose grandi e impegnative può avere cattive conseguenze, se l’impatto di queste cose non si verifica nel breve periodo e se nel frattempo non si riescono ad arginare gli effetti della crisi economica sulla vita delle persone. Prendiamo la riforma sanitaria. Tra dieci anni, probabilmente, la considereremo la più grande eredità della presidenza Obama. In questo momento è una legge impopolare che ha richiesto un anno di battaglie per essere approvata, piena di burocrazie complicate da spiegare, e che ha distratto l’amministrazione dall’economia.

Sapeva che i repubblicani avrebbero rallentato ogni sua nomina, ogni sua azione legislativa, ma non si è mai posto il problema di superare questo problema una volta per tutte. L’amministrazione è stata lenta nelle contromisure all’ostruzionismo e ingenua nel non saperne prevedere gli effetti. Per questo Obama ha sprecato il suo capitale politico con questa rapidità. Un esempio di quest’ingenuità è il voto sulla legge sul clima, che avrebbe introdotto un sistema di incentivi e disincentivi fiscali in relazione alle emissioni di anidride carbonica delle imprese. La legge era indigesta ai centristi, indispensabili per il suo passaggio: Obama li ha praticamente costretti a votarla, innervosendoli e inimicandoseli per i mesi a seguire. E poi la legge non è passata, affondata dall’ostruzionismo.

I repubblicani gli hanno teso delle trappole fin dal primo giorno del suo mandato, ed è stato ingenuo pensare che potessero collaborare con lui in qualsiasi modo: Obama non li conosce. È compito della presidenza persuadere le persone, compresi i propri avversari: convincerli a fare quello che loro non vorrebbero fare, se questo è il bene del paese. Davvero Obama pensava di poter fare a meno di tutti i riti e le convenzioni della politica?

Per rimotivare i suoi elettori tradizionali ed i giovani, Barack Obama le ha tentate tutte. Coinvolgendo la first Lady Michelle, iniziando un lungo tour elettorale. Ha anche provato la carta del “Talk show”, sembra con scarsi risultati:

Per oltremezz’ora, nello studio del ‘The Daily Show’, Obama è stato costretto a difendere il suo operato e quello dei democratici a Capitol Hill. E alla fine, un appuntamento tv, che nelle intenzioni della Casa Bianca, doveva essere una grande chance per convincere tanti giovani di sinistra a tornare alle urne, è diventata un’intervista un po’ noiosa di un conduttore ‘liberal’ deluso a un presidente in evidente difficoltà. Pochi i momenti veramente divertenti. Accogliendo il suo ospite, Stewart gli ha offerto del caffè in un tazza, ribattezzata ovviamente ‘Mug Force One’. Ma è stato solo un attimo. Subito dopo il discorso si è fatto serio e a tratti tra i due è emersa una certa tensione, con scambi accesi, senza esclusione di colpi.

Chissà che un Congresso Repubblicano possa invece aiutare Obama. Il Presidente non si troverebbe piu a fronteggiare l’opposizione, pronta a metterlo in difficoltà usando tutti gli strumenti che il Congresso americano permette. Da partito di maggioranza, i Repubblicani avrebbero delle responsabilità maggiori e quindi sarebbero costretti a dialogare con il Presidente. Clinton d’altronde ha passato sei dei suoi otto anni con una maggioranza repubblicana. Ed è tuttora un Presidente molto amato.

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