La Riforma Universitaria della Gelmini, taglio per taglio (mentre per le Scuole ci saranno 30mila licenziamenti in due anni)…

Su Orizzontescuola vengono elencati tutti i principali tagli effettuati dal Ministro dell’Istruzione nelle scuole primare e secondarie. Nei prossimi due anni piu di 30mila licenziati, senza contare la reintroduzione del maestro unico e l’accorpamento delle classi, con annessa ingestibilità delle stesse.
Il Governo comunque sta pensando anche ai “grandi”, con la Riforma Gelmini dell’Università che al momento è bloccata e che forse sfumerà con l’eventuale crollo dell’esecutivo.
Cosa prevede la Riforma? :
- Tagli (anche per colpa del Ministro Tremonti), meno soldi per gli studenti meritevoli e le borse di Studio, sostituite in parte con”prestiti d’onore” e quindi da “restituire” a fine studio.
- Chiusura di sedi distaccate, cosi da mettere in difficoltà chi non abita in grandi centri.
- Ampio potere ai rettori (al contrario di quello che vuole far credere Gelmini).
- Precarizzazione definitiva dei ricercatori, che peraltro per poter poi essere assunti dovranno rientare nelle “grazie” dei burocrati dell’Università di riferimento e non per graduatoria meritocratica.
Il Post ha comunque fatto una sintesi del provvedimento. Ecco i punti principali.
1. Si vuole sottrarre il governo dell’Università a chi vi lavora, introducendo nella cosiddetta governance ampie rappresentanze (nominate dal ministro) delle imprese e di soggetti privati (un 40% del CdA, ma un 40% dal peso specifico alto, poiché si tratta di soggetti economicamente forti), e accentrando molti poteri nelle mani del rettore (dal mandato unico di 6 anni o rinnovabile per 4+4), della nuova figura del “direttore generale” (dai poteri ancora non chiarissimi) e del Consiglio di Amministrazione (a detrimento dei poteri del Senato Accademico, composto per ora di soli professori).
Questa scelta ha almeno tre obiettivi dichiarati:
- quello di “aprire” l’Università al mondo produttivo e del territorio
– quello di accentuare la gestione “manageriale” degli atenei
– quello di togliere potere ai “baroni” che tanto male hanno fatto al sistema negli anni passati…..
…..Ma poi parliamoci chiaro: dov’è da noi il sistema produttivo che freme per investire nell’Università? Come funzioneranno le Fondazioni che dovrebbero gestire gli atenei (i quali abbracciano un sacco di realtà apparentemente “improduttive” come Lettere o Sociologia o perfino Teoria dei numeri), quando non si riesce nemmeno a metter su una Fondazione per il primo sito archeologico d’Italia, e si fatica a trovare gli sponsor per il restauro del Colosseo?…..
…..Cosa accadrà nel Mezzogiorno d’Italia (e non solo lì, purtroppo) dove parte del sistema imprenditoriale è affetta da gravi patologie e collusioni? Cosa accadrà di diverso rispetto a quello che abbiamo già avuto modo di sperimentare nelle ASL, i cui consigli di amministrazione sono stati così profumatamente pagati e corrotti? Chi tratterrà i privati “di comprovata esperienza” dall’antica prassi del privatizzare gli utili e socializzare le perdite, come è avvenuto tante altre volte in Italia?…Nel concreto, l’unica università italiana con il CdA composto per statuto interamente di membri esterni (Ca’ Foscari di Venezia) non è andata esente, proprio nel 2009, da un grosso buco di bilancio, mostrando che questa strada non è una panacea.
2. Si vuole riorganizzare il sistema universitario sia nel piccolo, diminuendo il numero delle Facoltà o abolendole a vantaggio dei Dipartimenti (cui vengono trasferite in blocco le competenze didattiche, scientifiche e amministrative), sia nel grande, favorendo la fusione e la federazione di Università per fermare il proliferare delle sedi periferiche…..
….accorpiamo, federiamo università. Nulla da eccepire, se si intende razionalizzare. Ma nel disegno Gelmini c’è anche dell’altro: a fronte dell’auspicato sfoltimento delle università pubbliche si equiparano il CEPU e le università telematiche alle Università private riconosciute (come la Bocconi), consentendo loro di accedere a finanziamenti pubblici; si mantengono le Università private sostanzialmente al riparo dai tagli lineari; si continua a foraggiare ampiamente il neonato IIT di Genova (creatura di Tremonti, che ha riempito il CdA di rappresentanti dell’industria e della finanza), mentre non si interviene per rianimare un moribondo CNR (Centro Nazionale delle Ricerche….
…..Circa l’idea che la chiusura dei corsi di laurea con pochi iscritti porti a cospicui risparmi, chiunque lavori nell’Università sa che non è così: risparmi potrebbero venire bensì dalla soppressione di intere sedi, ma sia concesso il beneficio del dubbio sulla reale intenzione del governo (in tempo di federalismo imperante) di contravvenire alla raccomandazione di Aldo Moro, il quale nel 1957 caldeggiava la proliferazione di sedi decentrate, alla luce di “motivi storici e psicologici” (si veda F. Froio, Università e classe politica, Milano 1968).3. Si vuole creare un nuovo sistema di reclutamento: mantenendo la distinzione fra professori ordinari e professori associati, si mette a esaurimento il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato e lo si rimpiazza con contratti di ricerca a tempo determinato della durata di complessivi 7-8 anni, al termine dei quali il ricercatore potrà sottomettersi a un giudizio di idoneità per accedere a un “listone” nazionale di professori atti al ruolo di associato. Analogo “listone” nazionale di idoneità servirà per chi aspira al ruolo di ordinario. Da questi listoni le singole Università (meglio, i singoli Rettori) potranno poi liberamente scegliere.
Nel concreto per i giovani si sancisce istituzionalmente un precariato di una decina d’anni….In questi anni la sottomissione del ricercatore a colui che avrà diritto di vita o di morte sulla sua carriera sarà totale. Va infatti ribadito che nella stragrande maggioranza dei casi le carriere – a differenza di quanto avviene in Germania, dove sussiste un esplicito divieto – saranno tutte “interne”, cioè il neo-dottorato verrà assunto “a tempo” nella sua stessa sede, e – giunto ormai verso i 35 anni o più – aspetterà il nutus del suo ordinario di riferimento e le disponibilità finanziarie della sede….
Si sancirà così il ritorno a una situazione forse ancor più lamentevole della presente, quella cioè di un’università con pochi professori (non più “sacralizzati”, come all’epoca, ma sottoposti all’obbligo del cartellino e all’alea dello stipendio centralizzato) e molti precari (eredi di quelle antiche figure che furono i “professori incaricati”, gli “assistenti volontari”, i “liberi docenti”
È singolare che un provvedimento siffatto venga presentato come un’insidia al potere dei baroni; tanto più che proprio grazie all’intervento del ministro Gelmini ormai nei concorsi hanno voce in capitolo i soli ordinari (niente più associati né ricercatori: sono ricattabili, si dice), e nella benemerita prassi del listone si configura addirittura la libertà assoluta per le singole università (cioè per i Rettori e i loro consigliori e grandi elettori) di scegliere (o non scegliere) da un elenco indifferenziato, ovvero privo di obbligo di graduatoria.
4. Infine, si vuole porre un freno al nepotismo e alla corruttela del sistema, eliminando la possibilità di parentele (fino al quarto grado) tra i concorrenti a un posto e i membri del Dipartimento che lo bandisce.
Che essa risolva il problema del nepotismo, come il ministro e i suoi scherani sbandierano ai quattro venti, è però tutt’altro che probabile: nel momento in cui la cooptazione avverrà tramite “listone”, sarà assai semplice (e perfettamente legale) per uno zio di Bari assumere un figlio di Milano e per un amante di Milano assumere in cambio un nipote di Bari.
5. La valutazione dei docenti.
E non è un caso che una nuova agenzia per la valutazione universitaria (di nome ANVUR) sia stata varata già dal ministro Mussi, e venga ora rilanciata dalla Gelmini dopo una serie di problemi burocratici che ne hanno procrastinato l’avvio.
6. La quiescenza obbligatoria dei professori a 70 anni (68 per gli associati), due in meno di ora.
Questa strada, lodevolissima, era stata imboccata già da Fabio Mussi, che nel precedente governo aveva abolito il fuori ruolo (oltre i 72 anni), ed è stata meritoriamente proseguita dalla Gelmini che ha già consentito (e ora impone) agli atenei di non concedere il consueto prolungamento di due anni oltre i 70. Nell’un caso come nell’altro le norme anti-aging si sono scontrate con ricorsi, opposizioni legali e stracciamento di vesti da parte di docenti anziani abbarbicati al loro seggio.
7. Gli incentivi al rientro dei cervelli dall’estero.
Si tratta di una norma in vigore, sotto varie forme, da molti anni ormai8. La riduzione dei settori scientifico-disciplinari.
Questa tendenza, anch’essa avviata da Mussi, ha il sacrosanto obiettivo di sanare uno spezzettamento delle discipline che non ha riscontro in altri Paesi, e che ha chiaramente rappresentato uno strumento del clientelismo e della proliferazione insensata di cui soprafalsità più o meno evidenti:
9. Si parla di un sistema meritocratico.
Che la meritocrazia finisca per prevalere nel processo di reclutamento (di cui sopra al punto 2) è tutto da dimostrare nella prassi, ma di assodato per ora ci sono soltanto drastici tagli ai fondi per le borse di studio destinate ai capaci e meritevoli; tagli la cui realtà nessuno ha potuto contestare, e che si propagheranno esponenzialmente negli anni a venire. Per onestà di cronaca, va detto che questo dato contraddice la prassi seguita fin qui dalla stessa Gelmini, la quale viceversa nel 2009 aveva aumentato i fondi per il diritto allo studio perfino più di quanto non avessero fatto Mussi e Prodi.10. Si parla di un rafforzamento dell’autonomia delle singole Università.
Qualunque sia il giudizio che si dà dell’autonomia fin qui realizzata, è certo che non vanno in questa direzione né la messe di regolamenti ministeriali (oltre 100) cui – posto che vengano mai scritti – tutte le sedi dovranno uniformarsi, né il saldo controllo dei finanziamenti da parte del Ministero dell’Economia (il quale, non fosse intervenuto un emendamento in limine, avrebbe avuto addirittura la possibilità di commissariare gli Atenei disastrati).11) Si parla di un miliardo di euro come “denaro fresco” investito nell’Università.
In realtà gli 800 milioni sganciati da Tremonti serviranno esclusivamente a ripianare una parte dei tagli previsti per il Fondo di Finanziamento Ordinario di quest’anno; l’anno prossimo i tagli messi in bilancio dalla legge del 2009 saranno ben più sostanziosi (circa un 20%), e nessuno sa se o come verranno compensati.
Pertanto, pare assai difficile che questi fondi vengano destinati a nuovi investimenti nella ricerca oppure alla promozione (tramite concorso riservato) di un certo numero di ricercatori ad associati (si parla di 1500 posti, ma in realtà già si sa che manca la copertura): un provvedimento, questo del concorso riservato, che sarebbe peraltro comunque sciagurato, fonte sicura di nuove corruttele, e destinato in realtà primariamente a incrinare il fronte fin qui alquanto compatto dei ricercatori a tempo indeterminato (la Rete 29 Aprile), la gran parte dei quali è impegnata in una protesta non corporativa contro il ddl che sancisce de facto la loro fine giuridica.































































