Dossier, cosa accade nel NordAfrica ed il “punto” su Egitto e Tunisia
In Bahrain continuano gli scontri, in Libia la situazione potrebbe diventare esplosiva, in Algeria e nello Yemen ci sono tumulti ed in Marocco iniziano le proteste. Il Nordafrica sta vivendo il suo “1989“, il crollo dei regimi di Tunisia ed Egitto sta provocando ondate di protesta in molti paesi arabi e le conseguenze potrebbero essere imprevedibili, anche per l’Italia. Se la destabilizzazione della Tunisia ha portato ben 5000 immigrati in pochi giorni, cosa potrebbe accadere nel caso cada Gheddafi? Dalla Libia arrivavano migliaia di migranti, con i costosi accordi bilaterali vi è stata una diminuzione degli sbarchi, pensate cosa potrebbe accadere nel caso di crollo del regime del dittatore libico.
In attesa degli sviluppi negli altri paesi credo sia opportuno tornare in Egitto e Tunisia.
Sono passati alcuni giorni dalla capitolazione di Mubarak e poco piu di un mese dalla fuga di Ben Ali, i due paesi sono quindi in una fase di “transizione” verso un sistema maggiormente democratico. Quanto democratico non si sa ancora. E’ giunto il mometo di fare il punto della situazione, per capire le reali possibilità di libertà dei due paesi.
Egitto
Nel paese dei Faraoni, dopo la rivoluzione del popolo, il potere è stato preso dall’esercito che ha sciolto il Parlamento e promesso una riforma della Costituzione che porti poi a libere elezioni entro qualche mese. Non tutti però credono alla buona fede dell’esercito e temono che, visti ache i numerosi interessi economici, non cederanno cosi facilmente il potere riconquistato dopo la cacciata di Murabak:
(Da L’Espresso)
Per ora il controllo del Paese è saldamente nelle mani di una giunta militare capeggiata dal settantenne generale Mohammed Hussein Tantawi, ex ministro della Difesa, soprannominato il “barboncino di Mubarak” per la deferenza da lui storicamente usata all’ex dittatore. La differenza tra la giunta egiziana e una golpista sta nel fatto che è stato il popolo ad affidarle il potere in via transitoria per il tempo necessario ad organizzare libere elezioni, e che non ha preso il potere con la forza…..
…ai militari Mubarak ha consegnato una buona fetta dell’economia del Paese (gli analisti parlano di circa il 40 per cento). Appartengono agli uomini in divisa società che spaziano dall’olio d’oliva agli elettrodomestici, dai cementifici all’acqua in bottiglia (col popolarissimo marchio Safi). Sono sempre i militari che gestiscono alberghi e società di costruzioni e che posseggono milioni di ettari di terreno. E la maggior parte dei consigli di amministrazione delle società private ha tra i loro membri qualche generale in pensione dotato di lauto stipendio.Appena assunto il potere il consiglio militare ha sciolto le due camere, ha annunciato che agirà al di fuori della cornice costituzionale e ha promesso elezioni libere tra sei mesi. Poi ha chiesto a tutti di tornare al lavoro e di smetterla di protestare e scioperare “per il bene del Paese”. Infine, ha reso noto che un comitato di esperti di legge si occuperà entro dieci giorni della revisione di alcuni articoli della costituzione che verranno poi sottoposti a referendum tra due mesi. “Questo gesto non è democratico”, spiega Abdul Fatah: “Noi abbiamo bisogno di cambiare tutta la costituzione perché è il prodotto di una cultura autoritaria che apparteneva ai regimi di Sadat e Mubarak”…..
Il timore è che i militari prendano gusto al potere e concedano magari più avanti elezioni semi-libere in cui avranno una reale chance di vincere solo i rappresentanti delle fazioni e dei clan che hanno già in mano il Paese e non i volti della rivoluzione, dalla generazione di Facebook ai Fratelli musulmani. “Non abbiamo strumenti per difenderci da un’eventuale prevaricazione dei militari”, spiega l’attivista Wael Abbas: “Ma ci resta pur sempre la piazza”….
….Ma una cosa è certa: non sarà facile rinnovare nel giro di sei mesi volti e modalità di governo consolidate in sessant’anni di dittature ed arrivare a un voto in grado di esprimere davvero la volontà popolare. “Non bastano libere elezioni per ottenere la democrazia: servono anche il pluralismo, la trasparenza e la rappresentanza popolare”, spiega Abdul Fatah: “Dobbiamo creare un reale sistema politico civile”. E per farlo non basteranno sei mesi. Piuttosto sei anni.
Tunisia
Anche in Tunisia, dopo la fuga di Ben Ali, la transizione si sta rivelando piu difficile del previsto. Il potere è stato affidato ad un ex Ministro dei governi di Ben Ali. Un primo governo di transizione è stato duramente contestato dai manifestanti vista la presenza di numerosi uomini vicini all’ex dittatore. Dopo qualche giorno è stato effettuato un cambiamento nella composizione dell’esecutivo con l’allontanamento dei personaggi piu compromessi con il regime e la situazione sembra volgere verso la calma. Elezioni libere entro sei mesi, con la supervisione di una commissione internazionale:
da NewNotizie:
Ed oggi è finalmente arrivata la notizia del nuovo cambiamento: “Governo di unità nazionale II” titolano oggi i giornali, ad informare della definitiva cacciata di quasi tutti i ministri sgraditi al popolo.Confermato alla guida dell’esecutivo il premier Mohammed Ghannouchi, il quale ha annunciato che l’ultimo cambiamento è un altro passaggio provvisorio per traghettare il Paese verso elezioni libere, e quindi verso una vera democrazia. Il voto, come ha annunciato lo stesso Ghannouchi, dovrebbe esserci entro i prossimi sei mesi e sarà sottoposto al controllo di una commissione internazionale. E poi, quando si terranno “elezioni che siano espressione della volontà del popolo”, l’attuale Premier ha anticipato di voler lasciare la politica. Lui, che paradossalmente si ritrova protagonista di un cambiamento storico nella Tunisia che lo ha visto per 11 anni Primo Ministro proprio nel regime di Ben Ali.
Un cambiamento che oggi è in atto soprattutto grazie alla mobilitazione di sindacati e società civile, protagonisti di ininterrotte trattative durante la formazione del nuovo governo. Si è discusso della nomina dei nuovi ministri, della volontà di cacciare quelli vicini a Ben Ali.

































































