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Risorgimento: La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte, Silvio Pellico ed i Fratelli Bandiera

25 aprile, 2011

I moti rivoluzionari continuavano a ‘smuovere’ buona parte d’Europa. In Italia, dopo la tragica conclusione dei movimenti del 1830-31, i patrioti poterono leggere gli scritti di un prigioniero politico italiano: Silvio Pellico, catturato dagli austriaci nel 1820 a Milano ed accusato di cospirazione. Pellico era membro della setta carbonara dei ‘Federati’, assieme ad altri cospiratori catturati fu condotto nel carcere dello Spielberg a Brno in Moravia, dove restò per oltre dieci anni. La prigionia fu raccontata nel libro Le mie prigioni, pubblicato nel 1832 il quale smosse le coscienze di molti italiani tanto da far dire  (forse, non è dato sapere con certezza) al primo Ministro austriaco Metternich ‘ che il libro danneggiò l’Austria più di una battaglia perduta’.

Silvio Pellico

Pellico nacque a Saluzzo, in Piemonte, ma si trasferì presto a Milano.

Interessato alla poesia del periodo neoclassico, conobbe Vincenzo Monti ed Ugo Foscolo e scrisse alcune tragedie in versi.  Strinse relazioni con personaggi della cultura stranieri come Madame de Stael e Friedrich von Schlegel e italiani come Federico Confalonieri, Cesare Romagnosi e Giovanni Berchet. In questi circoli venivano sviluppate idee tendenzialmente liberali e rivolte alle possibilità di indipendenza nazionale: in questo clima nel 1818 viene fondata la rivista Il Conciliatore.

Pellico e gran parte degli amici fanno parte della setta segreta di tipo carbonaro dei cosiddetti “Federati”; questa viene scoperta dalla polizia austriaca nel 1820, Pellico e altri vengono arrestati e dopo una sentenza vengono rinchiusi della fortezza dello Spielberg a Brno. Dopo la liberazione e la pubblicazione de Le Mie Prigioni, Pellico scrisse altre tragedie come Gismonda da Mendrisio”, “Leoniero”, “Erodiade”, “Tommaso Moro” e “Corradino”. Pubblicò anche il libro morale “I doveri degli uomini” e “Cantiche” di genere romantico.  Morì nel 1854 dopo svariati problemi fisici che gli impedirono di proseguire la sua attività letteraria.

L’incipit  Dei doveri degli Uomini appare illuminante:

All’idèa del dovere l’uòmo non può sottrarsi, ei non può non sentire l’importanza di questa idea. Il dovere è attaccato inevitabilmente al nòstro essere; ce n’avvèrte la coscienza fin da quando cominciamo appena ad avere uso di ragione; ce n’avvèrte più fòrte al crescere della ragione, e sèmpre più fòrte quanto più questo si svòlge. Parimenti tutto ciò ch’è fuòri di noi ce ne avvèrte, perché tutto si règge per una legge armoniosa ed etèrna: tutto ha una destinazione collegata ad esprimere la sapiènza e ad eseguire la volontà di quell’Ènte che è causa e fine d’ogni còsa.

La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte

Il fallimento dei moti del 1830-31 impose alcune riflessioni ai Carbonari, Mazzini in Primis:

Si concordò sul fatto che le sette carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro programmi e per l’eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com’era accaduto nei moti di Torino del 1821 quand’era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli lombardi. Infine bisognava desistere, come nel 1821, dal ricercare l’appoggio dei principi e, come nei moti del ’30-31, l’aiuto dei francesi.

Tali analisi sfociarono nella creazione di una nuova società segreta. La Giovine Italia:

Con la fondazione della Giovine Italia nel 1831 il movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici: indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l’azione di pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni concorso esterno per la rivoluzione: «La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l’ora e il carattere dell’insurrezione»

Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l’educazione e l’insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda, un’«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno»

Il programma della Giovine Italia ebbe un notevole successo tra i giovani del Nord Italia. In Liguria, Piemonte, Emilia e Toscana vi furono diverse insurrezioni ‘mazziniane’ tra il 1833 ed il 1834. Tali movimenti furono purtroppo repressi nel sangue, con condanne a morte ed innumerevoli arresti:

Nel 1833 fu organizzato il primo tentativo insurrezionale che aveva come focolai rivoluzionari Chambéry, Torino, Alessandria e Genova dove contava vaste adesioni nell’ambiente militare. Ma prima ancora che l’insurrezione iniziasse la polizia sabauda a causa di una rissa avvenuta fra i soldati in Savoia, scoprì e arrestò molti dei congiurati, che furono duramente perseguiti poiché appartenenti a quell’esercito sulla cui fedeltà Carlo Alberto aveva fondato la sicurezza del suo potere.

Il fallimento del primo moto non fermò Mazzini, convinto che era il momento opportuno e che il popolo lo avrebbe seguito. Si trovava a Ginevra, quando assieme ad altri italiani e alcuni polacchi, organizzava un’azione militare contro lo stato dei Savoia. A capo della rivolta aveva messo il generale Gerolamo Ramorino, che aveva già preso parte ai moti del 1821, questa scelta però si rivelò un fallimento, perché il Ramorino si era giocato i soldi raccolti per l’insurrezione e di conseguenza rimandava continuamente la spedizione, tanto che quando il 2 febbraio 1834, si decise a passare con le sue truppe il confine con la Savoia, la polizia, ormai allertata da tempo, disperse i volontari con molta facilità.

Nello stesso tempo doveva scoppiare una rivolta a Genova, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, che si era arruolato nella marina da guerra sarda per svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi. Quando giunse sul luogo dove avrebbe dovuto iniziare l’insurrezione però, non trovò nessuno, e così rimasto solo, dovette fuggire. Fece appena in tempo a salvarsi dalla condanna a morte emanata contro di lui, salendo su una nave in partenza per l’America del Sud dove continuerà a combattere per la libertà dei popoli.

Altri tentativi pure falliti si ebbero a Palermo, in Abruzzo, nella Lombardia austriaca, in Toscana. Il fallimento di tanti generosi sforzi e l’altissimo prezzo di sangue pagato fecero attraversare a Mazzini quella che egli chiamò la tempesta del dubbio da cui uscì religiosamente convinto ancora una volta della validità dei propri ideali politici e morali.

Nel sud Italia , in quegli anni, non vi furono movimenti insurrezionali degni di nota. Solo negli anni ’40, nel 1844, i pensieri ‘mazziniani’ guidarono l’azione di due ufficiali della marina militare austriaca: Attilio ed Emilio Bandiera:

I Fratelli Bandiera

Nobili, figli dell’ammiraglio Francesco Bandiera e, a loro volta, ufficiali della Marina da guerra austriaca, aderirono alle idee mazziniane e fondarono una loro società segreta, l’Esperia[22] e con essa tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud Italia.

Il 13 giugno 1844, i fratelli Emilio e Attilio Bandiera partirono da Corfù (dove avevano una base allestita con l’ausilio del barese Vito Infante) alla volta della Calabria seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e dal corso Pietro Boccheciampe.

Il 15 marzo dello stesso anno era loro giunta infatti la notizia dello scoppio di una rivolta a Cosenza che essi credevano condotta nel nome di Mazzini. In realtà non solo la ribellione non aveva alcuna motivazione patriottica ma era già stata domata dall’esercito borbonico. Il 16 giugno 1844 quando sbarcarono alla foce del fiume Neto, vicino Crotone appresero che la rivolta era già stata repressa nel sangue e al momento non era in corso alcuna ribellione all’autorità del re.

Il Boccheciampe, appresa la notizia che non c’era alcuna sommossa a cui partecipare, sparì e andò al posto di polizia di Crotone per denunciare i compagni.

I due fratelli vollero lo stesso continuare l’impresa e partirono per la Sila.

Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle guardie civiche borboniche, aiutate da comuni cittadini che credevano i mazziniani dei briganti; dopo alcuni scontri a fuoco, vennero catturati (meno il brigante Giuseppe Meluso, buon conoscitore dei luoghi, che riuscì a sfuggire alla cattura) e portati a Cosenza.

Il re Ferdinando II ringraziò la popolazione locale per il grande attaccamento dimostrato alla Corona e la premiò concedendo medaglie d’oro e d’argento e pensioni generose.

I fratelli Bandiera con altri sette compagni, Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli, vennero fucilati nel Vallone di Rovito nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844[2]. Le salme dei nove fucilati, prima furono seppellite nella chiesa di Sant’Agostino e poi nel Duomo di Cosenza. Quelle dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono a Venezia il 18 giugno 1867, circa un anno dopo la liberazione della città al termine della Terza guerra di indipendenza. Le tre salme sono sepolte nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo[3]

Mazzini, accusato di ‘mandare a morire i giovani’ inutilmente scrisse ne ‘I ricordi dei Fratelli Bandiera’:

Fonti: Wikipedia, zam.it, carboneria.it, books.google.it

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