Risorgimento: Prima Guerra d’Indipendenza (2), la Repubblica Romana, l’Inno, Goffredo Mameli

Per parlare della Repubblica Romana , nata e sciolta nel 1849, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo di circa tre anni. Nel 1846 venne infatti eletto, a Roma, il nuovo Papa Pio IX, un uomo di istanze liberali. In pochi mesi, complici anche le pressioni dovute alle rivolte nella penisola, il Papa attuò riforme democratiche e liberali, concedette la libertà di stampa, formò un governo aperto ai moderati liberali, concedette la Costituzione. Allo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza Pio IX si schierò con il Piemonte dei Savoia e contro gli austriaci, fornendo anche un contingente armato:
La notizia delle Cinque Giornate di Milano causò un vero e proprio sconvolgimento politico nell’intera penisola: il 21 marzoLeopoldo II di Toscana, dichiarò guerra all’Impero Austriaco ed inviò l’esercito al comando del generale Cesare De Laugier verso il Quadrilatero, mentre due giorni dopoCarlo Alberto passò il Ticino e si mise in (lenta) marcia verso Verona.
Il 24 marzo Pio IX permise la partenza da Roma per Ferrara di un Corpo d’Operazione al comando del generale Giovanni Durando. Si trattava di un ben completo corpo di spedizione, in assetto da campagna, per un totale di 7 500 uomini,[1] seguiti, due giorni dopo, da un corpo di volontari, la Legione dei Volontari Pontifici, formato da uomini provenienti dal centro Italia, affidato al generale Andrea Ferrari.
Dopo poco piu di un mese però il Papa cambiò idea e ritirò l’appoggio a Carlo Alberto ed al Piemonte:
Il 29 aprile in una famosa allocuzione Pio IX fa marcia indietro e Rifiuta ogni partecipazione alla guerra contro l’Austria.
“Ai nostri soldati, mandati ai confini del dominio pontificio, non volemmo che s’imponesse altro, sennonché difendessero l’integrità e la sicurezza dello Stato pontificio. Ma conciossiacosaché ora alcuni desiderino, che Noi altresì con altri popoli e principi d’Italia prendiamo guerra contro gli Austriaci, giudicammo conveniente di palesar chiaro… che ciò si dilunga del tutto dai nostri consigli, essendoché Noi…abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari studio e paternale amore”
Le truppe pontificie andate in soccorso dei Piemontesi e guidate da Giovanni Durando, avvertite del voltafaccia del Papa, decisero di rimanere sulle loro posizioni, coprire le città libere del Veneto, appoggiandosi alla solida roccaforte di Venezia, governata da Manin.
A Roma la situazione precipitò in pochi mesi. Pio IX, con il rifiuto a sostenere la causa italiana, si era inimicato buona parte degli ambienti liberali e democratici, molti ministri del suo governo, tra i quali Marco Minghetti, si dimisero e nuove proteste popolari si verificarono. L’estate del 1848 trascorse velocemente tra cambi di Primi Ministri ed agitazioni varie. A settembre il Papa nominò Pellegrino Rossi come nuovo Primo Ministro. Nessun cambiamento decisivo verso l’Unità:
Egli non negava l’esigenza della rigenerazione nazionale, ma riprendeva, in pratica, il programma moderato, spazzato via all’improvviso dalle cinque giornate di Milano. Nei termini del dibattito dell’epoca, Rossi si diceva sostenitore di una lega di principi, mentre i piemontesi Rosmini e Gioberti miravano ad una confederazione. Ciò voleva dire affermare la piena autonomia dello Stato della Chiesa e negare ogni sostegno a piemontesi e toscani, nel caso di un’eventuale ripresa della guerra all’esercito di Radetzky.
Il 15 novembre 1848 la svolta, Rossi venne assassinato dai rivoltosi e la situazione precipitò:
Il 15 novembre riaprì il Parlamento e Rossi venne accoltellato da un gruppo di cui faceva parte un figlio del capopopolo democratico Ciceruacchio. In serata lo stesso Ciceruacchio, insieme a Carlo Luciano Buonaparte, inscenò sotto il Quirinale, una tumultuosa manifestazione, per chiedere “un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La folla portò anche un cannone, che puntò contro il palazzo: si venne allo scontro a fuoco con gli Svizzeri e restò ucciso un monsignore addetto ai Sacri Palazzi.Pio IX convocò il corpo diplomatico e dichiarò che cedeva alla violenza e che considerava nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto. Dopodiché assecondò le pressioni popolari, incaricando il democratico Bartolomeo Galletti di formare un nuovo ministero. La scena si ripeté due giorni più tardi, la sera del 17, quando la stessa folla armata si ripresentò davanti al Quirinale, chiedendo l’allontanamento degli Svizzeri. Ancora una volta Pio IX preavvisò il corpo diplomatico e cedette.
La sera del 24 novembre il Papa fuggì da Roma, vestito come un semplice sacerdote, in carrozza chiusa ed accompagnato da un suo collaboratore segreto. Raggiunse il conte Spaur, ambasciatore di Baviera e, la sera del 25, era già al sicuro nella fortezza napoletana di Gaeta, sotto la protezione del Re delle Due Sicilie.
Il Papa lascò Roma ‘da sola’ affidando i poteri ad una commissione Governativa che però non si riunì mai. Il Consiglio dei Deputati (la Camera) non approvò l’ordine dato dal Papa in riguardo alla Commissione e cercò di avviare una trattativa con lui per il ritorno a Roma. I Borbone negarono ogni contatto con il Ponteficie, rifugiato a Gaeta e quindi si arrivò alla creazione di una Giunta di Stato ed alla prolcamazione di elezioni per il gennaio 1849:
Il Consiglio rifiuta di cedere il potere alla Commissione governativa e decide di avviare delle trattative con il papa e convincerlo a tornare a Roma. Vengono inviati due membri del Consiglio dei deputati, due membri dell’Alto Consiglio e tre membri del municipio di Roma.
L’esercito borbonico blocca i delegati al confine ed impedisce ogni contatto diretto con il pontefice. Il principe Corsini, senatore di Roma, scrive al cardinale Antonelli, che risponde il 6 dicembre rifiutando ogni trattativa. I delegati rientrano a Roma.
L’11 dicembre il Consiglio dei deputati, per superare il vuoto di poteri, nomina una Giunta di Stato, costituita da tre membri: il principe Tommaso Corsini, senatore di Roma, il conte Gaetano Zucchini, senatore di Bologna, il conte Francesco Camerata, gonfaloniere di Ancona. Ma Zucchini rinuncia. Viene sostituito da Giuseppe Galletti. Il 17 dicembre un motu proprio di Pio IX dichiara sacrilega la costituzione della Giunta
Il Papa minacciò la scomunica per tutti i cittadini che avessero partecipato alle elezioni. Le consultazioni popolari , svoltesi il 21 e 22 gennaio 1849, decretarono la vittoria dei democratici (legittimisti e moderati si erano astenuti). Vennero eletti, fra gli altri, Garibaldi, Mazzini, Enrico Cernuschi.
La Repubblica Romana

L’Assemblea costituente approvò il 9 febbraio 1849 con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti la nascita della Repubblica Romana:
«Decreto fondamentale della Repubblica Romana
- Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.
- Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.
- Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
- Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. »
Come bandiera fu adottato il Tricolore.

- Il Tricolore, Bandiera della Repubblica Romana
Mentre Roma cacciava il Papa e proclamava la Repubblica, nel Regno delle Due Sicilie il Re Ferdinando II di Borbone reprimeva le insurrezioni in Sicilia e teneva ben saldo il potere. A Firenze invece il Granduca Leopoldo II era stato costretto a fuggire ed a riparare anch’egli, come Pio IX, sotto la protezione del Sovrano delle Due Sicilie. E proprio qui, il Papa, tramite il cardinale Antonelli, chiese infine aiuto alle potenze europee per ‘riprendersi Roma’:
il 18 febbraio, inviò ad Austria, Francia, Regno delle Due Sicilie e Spagna una nota diplomatica: «avendo il Santo Padre esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, spinto dal dovere che ha al cospetto di tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa, così indispensabile a mantenere, come Capo Supremo della Chiesa stessa … si rivolge di nuovo a quelle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche … nella certezza che vorranno con ogni sollecitudine concorrere … rendendosi così benemerite dell’ordine pubblico e della Religione».
A Marzo del 1849 il Regno di Sardegna venne definitivamente sconfitto dagli Austriaci a Novara e deve rinunciare ad ogni ambizione di ‘influenza’ nella penisola. La Lombardia tornò agli austriaci, che poi invasero Ferrara, Firenze, Livorno e riportarono sul trono della Toscana il Granduca Leopoldo II. Arrivarono anche le capitolazioni di Bologna (16 maggio) ed Ancona (21 giugno).
A Roma intanto, dopo aver appreso della sconfitta Piemontese di Novara, il 29 marzo l’esecutivo venne affidato ad un Triumviro formato da Mazzini, Saffi e Armellini:
Nel frattempo, anche a Roma, alla notizia della disfatta di Novara venne nominato un triumvirato plenipotenziario, composto da Saffi, deputato di Forlì, Armellini, deputato di Roma, e da Giuseppe Mazzini, deputato eletto nei collegi di Ferrara e Roma: era evidente lo sforzo di tenere unite le due principali province dello Stato della Chiesa, come si vede anche dal fatto, ad esempio, che di Forlì era pure il Ministro di Grazia e Giustizia, Giovita Lazzarini, mentre quello delle Finanze, Giacomo Maria Manzoni, era di Lugo di Romagna.
I francesi ed i borbonici stavano per attaccare Roma, la battaglia sarà dura ed eroica. Garibaldi guiderà le truppe romane contro gli invasori:
Le battaglie e la capitolazione
Un corpo di spedizione francese forte di 7000 uomini guidato dal gen. Oudinot sbarcò a Civitavecchia. A difesa della Repubblica affluirono in Roma giovani da ogni parte d’Italia e d’Europa. Garibaldi vi portò i suoi volontari.
Il comando del settore più esposto, individuato nel Gianicolo, fu affidato a Garibaldi, che poteva contare solo su 4300 uomini, e per giunta male armati. Ma era forte in tutti la determinazione di difendere ad ogni costo la democrazia, la libertà, la Repubblica.
Il 30 aprile i Francesi giungevano alle porte di Roma. Ritenendo di incontrare scarsa resistenza, i Francesi avanzarono allo scoperto attaccando le mura vaticane, ma furono prima fermati dall’intenso fuoco dei difensori, e poi vennero aggrediti sul fianco da Garibaldi, che uscito da Porta S.Pancrazio guidava un furioso assalto alla baionetta.I Francesi furono costretti a ritirarsi.
Venne concordata una tregua d’armi. L’esercito repubblicano si volse allora contro le truppe borboniche, che avevano invaso il territorio della Repubblica arrivando sino ai Castelli Romani. Garibaldi li sconfisse a Palestrina e a Velletri, ricacciandoli oltre il confine.
Nel frattempo Oudinot aveva ricevuto ingenti rinforzi, portando i suoi effettivi a 30.000 uomini. Il 1°giugno denunciò la tregua, comunicando che avrebbe attaccato il 4 giugno. Attaccò invece nella notte tra il 2 e il 3 giugno, cogliendo di sorpresa i difensori. Riuscì ad impossessarsi di punti chiave della difesa esterni alla città. Particolarmente grave era la perdita di Villa Corsini detta “dei Quattro Venti” che, situata su di una piccola altura fuori Porta S.Pancrazio, dominava le mura. Le truppe di Garibaldi si lanciarono in una serie di sanguinosi contrattacchi. La Villa fu presa e persa più volte, ma infine restò in mano ai Francesi.Roma venne stretta d’assedio e bombardata. La popolazione sopportava con coraggio i sacrifici e contribuiva alla difesa.
La Repubblica aveva ormai i giorni contati. Pure continuò a combattere e a resistere con tenacia nonostante la schiacciante superiorità delle forze nemiche. I Francesi aprirono le prime brecce il 21 giugno; il 29 e 30 giugno sferrarono l’attacco finale, sfondando le difese. Mentre Garibaldi riuniva i suoi uomini per l’estrema difesa, in città si correva alle barricate. Ma l’Assemblea per non sottoporre Roma a inutili distruzioni decretò la fine della resistenza. Garibaldi non accettò la resa, e con un contingente di armati iniziò la ritirata verso Venezia, portando con sé la moglie Anita, incinta e malata. Mazzini riprese la via dell’esilio.
Il 3 luglio, mentre le truppe francesi entravano in Roma, dal balcone del Campidoglio veniva proclamata la Costituzione della Repubblica Romana, mai entrata in vigore ma che rappresenta la piu alta richiesta democratica dell’epoca. Modello utilizzato dai padri costituenti per la Carta della nostra Repubblica.
Si tratta di uno dei documenti costituzionali più democratici e laici per i tempi in cui fu scritto. L’innovazione più importante e significativa è quella che sopprime la condizione privilegiata della religione cattolica come religione di Stato, e afferma il principio per cui la fede religiosa è irrilevante per l’esercizio dei diritti civili e politici. …Si tratta dunque di un testo breve, di principi e norme di carattere generale, formulati per lo più in modo limpido e con termini semplici: una costituzione in gran parte valida per il secolo successivo almeno nelle sue linee essenziali. Infatti la Costituzione della Repubblica Romana del 1848 è molto simile alla costituzione della Repubblica Italiana del 1948
Qui potete leggere tutta La Costituzione
- La Costituzione Romana scritta sul muro del Belvedere al Gianicolo
Il Papa tornò a Roma il 12 aprile 1850 e revocò la Costituzione concessa nel 1848.
La Repubblica Romana del 1849 visse per 5 mesi.
Il popolo romano la fece nascere.
Mazzini ne fu l’anima politica.
Garibaldi il difensore.
Mameli, Manara, Dandolo e tanti altri gli eroi che morirono per essa.
Gli eserciti di Austria, Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie, per volontà di Pio IX, ne decretarono la morte.
Mentre l’invasore entrava in Roma per distruggere la nuova Repubblica Romana,
in Campidoglio si dava lettura al popolo della Costituzione che non sarebbe mai entrata in vigore.
Un comportamento degno dell’antica Repubblica Romana.“Fede in Dio, nel diritto e in noi.
W la Repubblica Romana.
W l’Italia”
(Dal proclama dei triumviri)
La Lettera di Mazzini ai Romani:
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5 luglio 1849
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Romani!
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La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato lla lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuoleche per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.
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Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …
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Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …
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I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.
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In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.
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La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.
Tre giorni dopo lo scioglimento della Repubblica, il 6 luglio moriva a Roma, in seguito ad una ferita di guerra, Goffredo Mameli, l’autore dell’Inno d’Italia, patriota e combattente per la Repubblica Romana.
Goffredo Mameli

Nato nel Regno di Sardegna nel 1827, istruito nelle Scuole Pie di Genova, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all’età di quasi 20 anni, delle parole del Canto degl’Italiani (1847), più noto in seguito come Inno di Mameli, adottato un secolo dopo come inno nazionale provvisorio della Repubblica Italiana nel 1946, musicato da Michele Novaro. Ma già ai tempi della scuola dimostrò il suo talento letterario componendo versi d’ispirazione romantica, intitolati Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante.
Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta che ancor oggi vengono ricordate, come ad esempio l’esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata degli Austriaci nel 1847.
Nel marzo 1848 organizzò una spedizione di trecento volontari per andare in aiuto a Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell’esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. In questo periodo compose un secondo canto patriottico, intitolato l’Inno militare musicato da Giuseppe Verdi.[1]
La sua opera di patriota venne anche svolta: a Roma, nell’aiuto a Pellegrino Rossi e per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi; e in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana. Nel suo continuo vagabondaggio si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto La Marmora, quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso di Papa Pio IX (che nel frattempo aveva lasciato la città).
La sua morte avvenne in seguito a delle circostanze accidentali: nella difesa della Villa del Vascello durante la breve Repubblica romana del 1849 fu ferito in maniera non particolarmente grave da un commilitone, con la baionetta alla gamba sinistra, che dovrà però essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Morì per la sopravvenuta infezione il 6 luglio 1849, alle 7.30 del mattino, a soli 22 anni
Scrisse Mameli : (da Il Diario del Popolo, 26 ottobre 1848):
Per Dio, l’uomo che ha il nemico nella sua casa e chiama questo la pace, e va domandando se si deve combattere, quello è l’ultimo degli uomini! E intanto l’alba d’una nuova èra del mondo biancheggia allo sguardo dell’Umanità, l’Europa si dibatte nel gran parto convulsa, e i popoli della terra sono schierati in battaglia, e si domandano se una penisola fu ingoiata dall’onde del Mediterraneo, perché un popolo manca nelle loro file, e chiamano gl’Italiani in rango e gl’Italiani non rispondono. Che quanti credono nei destini dell’Italia e della Democrazia, ascoltino la nostra parola. Ella è sacra perché è sacra la parola che sgorga dal cuore: fratelli, affilate le vostre spade, caricate i vostri fucili perché siamo alla vigilia della battaglia.
L’Inno d’Italia:

Il testo autografo di Mameli con le parole dell'Inno d'Italia
Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?!
Le porga la chioma
Ché schiava di Roma
Iddio la creò
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi
Raccolgaci un’Unica
Bandiera una Speme
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Uniamoci, amiamoci
L’unione e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore
Giuriamo far Libero
Il suolo natio
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può!?
Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.
Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
Le spade vendute
A l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute
Il sangue d’Italia
Bevé col cosacco
Il sangue Polacco
Ma il cor le bruciò
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Fonti: Wikipedia.it; http://it.wikisource.org; http://www.maat.it/livello2/1849-repubblica-romana.htm; http://cioccolatablu.interfree.it/il_1848_in_italia_-_la_prima_guerra_d%27indipendenza.htm
Articoli precedenti:
- Cristina Trivulzio di Belgiojoso, una protagonista della nostra Storia
- I moti del 1820, le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte, Guglielmo Pepe e Santorre di Santarosa
- I moti del 1830-31: le insurrezioni di Modena e Parma, Ciro Menotti
- La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte, Silvio Pellico ed i Fratelli Bandiera
- Risorgimento, Prima Guerra d’Indipendenza (1): le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo







































































