Risorgimento, Prima Guerra d’Indipendenza (3): La Repubblica di San Marco, Daniele Manin

Il 1848 fu un anno di rivolte in tutta Europa, come abbiamo già visto negli articoli precedenti. L’Italia non mancò l’appuntamento:
E cosi anche nella Penisola arrivò il ’48′. La rivoluzione liberale sopraggiunta in Austria scosse gli animi dei patrioti italiani e provocò da subito numerose insurrezioni.
Per concludere il capitolo relativo alla Prima Guerra di Indipendenza è fondamentale parlare della Repubblica di San Marco, nata dalla rivolta dei veneziani contro gli austriaci. Venezia insorse per prima tra le “repubbliche risorgimentali”. Era il 17 marzo 1848.
A scatenare le proteste a Venezia fu la notizia della rivoluzione di Parigi (con la nascita della Seconda Repubblica e la cacciata di Luigi Filippo) ma la goggia che fece traboccare il vaso fu soprattutto la rivolta di Vienna, scoppiata il 13 marzo, questa notizia provocò l’insurrezione non solo a Venezia ma in tutto il Veneto e in Lombardia.
Il popolo veneziano si diresse verso la residenza del governatore filoaustriaco che, per paura, fece rilasciare Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, due patrioti imprigionati anni prima per attività sovversive.

La proclamazione della Repubblica di San Marco (Marzo 1848)
Manin e Tommaseo si posero alla guida della rivolta e proclamarono la nascita della Repubblica di San Marco, con il varo del nuovo Governo Provvisorio, proclamato il 22 marzo:
La nuova Repubblica di San Marco richiamava nel nome l’antica Serenissima, scomparsa mezzo secolo prima.
Manin proclamava:
“Noi siamo liberi, e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue né di quello dei nostri fratelli; perché io considero come tali tutti gli uomini.
Ma non basta aver abbattuto l’antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto.
Viva dunque la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!”Il 23 marzo si ebbe una prima organizzazione del governo, ripartendolo in otto ministeri: Esteri e Presidenza; Culto ed Istruzione; Giustizia; Finanze; Guerra; Marina; Interno e Costruzioni; Commercio.
Il 5 luglio l’Assemblea dei Deputati della provincia di Venezia decideva l’annessione della repubblica al regno di Sardegna. Nell’occasione, si ebbe una nuova riforma del potere esecutivo, articolato ora in sei dipartimenti: Presidenza, Giustizia e Culto; Interno, Costruzioni e Istruzione; Finanze; Marina; Guerra; Commercio; Arti ecc. Il 7 agosto furono nominati, in vece di re Carlo Alberto, tre regi commissari (Vittorio Colli di Felizzano, Luigi Cibrario e Iacopo Castelli) con un’ulteriore riforma del potere che ridusse a tre i dipartimenti: Guerra, Marina, Porto, Relazioni politiche ecc.; Finanze, Commercio, Industria, Poste ecc.; Culto, Grazia e Giustizia, Interno, Costruzioni ed Istruzione.
Per i veneziani si mise subito male, i piemontesi infatti ben presto furono costretti al ritiro dal fronte veneto e quindi abbandonarono la Repubblica al proprio destino:
Il Piemonte, già provato dalla battaglia di Custoza del 27 luglio, ritirò il suo sostegno dopo l’armistizio di Salasco del 9 agosto. L’11 agosto, ad appena quattro giorni dalla nomina, i commissari regi lasciarono Venezia e, nel frattempo, se ne andava la flotta sarda. In questa situazione disperata, Manin assunse la dittatura per quarantotto ore e, il 13 agosto, il potere venne affidato ad un triumvirato formato, oltre che dallo stesso Manin (questioni civili), da Giovanni Battista Cavedalis (Guerra) e Leone Graziani (Marina).
Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all’ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell’esercito che difendeva la città.
Frattanto, nonostante l’eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall’esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d’accordo col governo, Ulloa dovette dare l’ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia ma, trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta.
Come per Roma, anche a Venezia le truppe degli invasori usarono i bombardamenti di massa:
L’episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente, accanto all’artiglieria, gli austriaci impiegarono per la prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L’uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin dal 1794 i francesi avevano costituito una Compagnia aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere l’esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo tentativo di bombardamento aereo della storia risultò fallimentare.
Alla lunga comunque la situazione della città divenne insostenibile (a complicare le cose si aggiunse anche un’epidemia di colera), ed ai primi di agosto lo stesso Manin, vista l’impossibilità di resistere ad oltranza, iniziò a parlare di resa, e offrì anche di farsi da parte se invece si fosse deciso di combattere fino all’ultimo. L’Assemblea confermò la fiducia al Manin, e gli affidò pieni poteri per trattare la resa, che venne firmata il 22 agosto 1849 a villa Papadopoli. Il 27 gli austriaci entravano a Venezia, mentre Manin, Tommaseo, Pepe e molti altri patrioti prendevano la via dell’esilio.
Dopo un anno e mezzo di Repubblica, Venezia tornò sotto gli austriaci e vi rimase ancora per molti anni. In quel periodo vennero represse tutte le rivolte, alcune delle quali rimasero nella Storia, come le Dieci giornate di Brescia:
Le dieci giornate di Brescia furono un movimento di rivolta popolare della popolazione bresciana contro l’oppressione austriaca che ebbe luogo dal 23 marzo (il giorno della sconfitta piemontese a Novara) al 1º aprile 1849. La fierezza dimostrata dagli insorti nei combattimenti valse alla città di Brescia il titolo di “Leonessa d’Italia
Terminavano quindi le battaglie di libertà del popolo italiano. L’appuntamento con la Storia era però solo rimandato.
Parlando della esperienza dei Veneziani non si può non ricordare il principale fautore del nuovo Stato libero di Venezia, Daniele Manin:
Daniele Manin

Avvocato, fu imprigionato nelle carceri austriache per la sua attività patriottica, fu liberato a furor di popolo il 17 marzo 1848 assieme all’altro patriota Nicolò Tommaseo. Alla successiva proclamazione della Repubblica di San Marco ne fu eletto Presidente, e durante l’assedio della città nel 1848-49 diede prova d’intelligenza, coraggio e fermezza. Contribuì a fondare la Società nazionale italiana. Costretto all’esilio dal ritorno degli austriaci, visse poi a Parigi dando lezioni di lingua italiana e conservando l’amore per la patria. Morirà il 22 settembre 1857 a Parigi.
La salma rientrò a Venezia il 22 marzo 1868, circa due anni dopo la liberazione della città al termine della Terza guerra di indipendenza, ove venne salutata con una festa funebre in Piazza S. Marco, preceduta da una processione funebre, lungo la Riva degli Schiavoni.
Il figlio Giorgio (1831-1884) sarà anch’egli patriota: uno dei “Mille” di Garibaldi, ferito a Calatafimi.
In uno degli ultimi discorsi ai veneziani disse:
«Voi non potrete sventuratamente ormai fare più assegnamento sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, morali o intellettuali, ma sopra la mia affezione per voi, profonda, ardente, imperitura, contatevi pur sempre, quali che siano le prove che la provvidenza ci riserva. Voi potrete dire forse “quest’ uomo si è ingannato”, ma giammai direte “quest’ uomo ci ha ingannato”»
Fonti: wikipedia.it; http://users.libero.it/pierobort/;
Articoli precedenti:
- Cristina Trivulzio di Belgiojoso, una protagonista della nostra Storia
- I moti del 1820, le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte, Guglielmo Pepe e Santorre di Santarosa
- I moti del 1830-31: le insurrezioni di Modena e Parma, Ciro Menotti
- La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte, Silvio Pellico ed i Fratelli Bandiera
- Prima Guerra d’Indipendenza (1): le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo
- Prima Guerra d’Indipendenza (2), la Repubblica Romana, l’Inno, Goffredo Mameli





































































