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Risorgimento: la Seconda Guerra di Indipendenza (1859) ed i Plebisciti, verso l’Unità…

26 maggio, 2011

Nei dieci anni che vanno dalla fine della prima guerra di indipendenza (1849) e l’inizio della seconda (1859) i patrioti italiani continuarono la lunga battaglia verso l’unificazione. Vi furono insurrezioni, azioni di protesta, ispirate soprattutto dal movimento repubblicano mazziniano, molte delle quali represse nel sangue.

Non si possono non ricordare i martiri di Belfiore (1852) a Mantova:

Cinque pali piantati in una valletta alle porte di Mantova: a questi pali, all’alba del 7 Dicembre 1852, vennero impiccati dagli austriaci il sacerdote Enrico Tazzoli, il medico mantovano Carlo Poma, il pittore ritrattista Zambelli ed altri due patriori veneziani Angelo Scarsellini e Bernardo De Canal. Per tutti l’accusa che li aveva portati al patibolo era di cospirazione segreta di stampo mazziniano. Nello stesso processo finirono sul tavolo degli imputati ben 110 cittadini di Mantova e di altre città del Lombardo-Veneto.

La repressione austriaca non si placò con le prime cinque esecuzioni. Pochi mesi più tardi, il 3 Marzo del 1853, su quegli stessi pali furono impiccati anche altri tre patrioti: Tito Speri (protagonista delle Dieci Giornate di Brescia), Scarsellini ed un altro sacerdote don Grazioli arciprete di Revere.
Mentre in tempi successivi salirono sul patibolo anche lo stampatore clandestino Pietro Frattini (19 Marzo 1853) e l’ex capitano Pier Fortunato Calvi (1855). Le altre condanne a morte vennero invece commutate in lunghe pene detentive.

Altri eventi da sottolineare furono la rivolta socialista di Milano (1853) e la spedizione di Sapri attuata da Carlo Pisacane, per ‘liberare il mezzogiorno (1857)’:

Carlo Pisacane

La spedizione di Sapri fu una impresa tentata da Carlo Pisacanee da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal proprio punto di riferimento…

Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, nel salernitano, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergostolani evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83.

Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo.

….La spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Infine il tentativo di Pisacane sembrava riproporre la possibilità di un’alternativa democratico-popolare come soluzione al problema italiano: era un segnale d’allarme che costituì per il governo di Vittorio Emanuele II uno stimolo ad affrettare i tempi dell’azione per realizzare la soluzione diplomatico militare dell’unità italiana

Mentre il popolo ed i patrioti provavano a realizzare l’Unità con la forza, in Piemonte i politici erano impegnati a preparare le basi per una possibile Unione. Dal 1852 Camillo Benso di Cavour era divenuto primo ministro ed aveva cominciato a tessere amicizie a livello internazionale al fine di perorare la causa piemontese. Nel 1858 arrivò la svolta: Gli accordi di Plombiers:

gli Accordi di Plombières, intesa verbale stipulata segretamente il 21 luglio 1858 tra l’Imperatore di Francia, Napoleone III e il Primo Ministro del Piemonte, Camillo Benso Conte di Cavour. Accordi rafforzati e modificati nel gennaio del 1859 con l’Alleanza sardo-francese, con la quale l’Impero di Francia si impegnava a combattere a fianco al Regno di Sardegna in caso di attacco austriaco.

Ora non rimaneva che ‘provocare’ l’attacco austriaco cosi da chiamare in causa i francesi e dare il via alla guerra:

Dall’inizio del 1859 il governo piemontese adottò un comportamento smaccatamente provocatorio nei confronti dell’Impero Austriaco, operando una politica di forte riarmo e, quindi, contravvenendo agli impegni assunti il trattato di pace del 6 agosto 1849. Condizione necessaria dell’accordo franco-sardo, infatti, era che fosse l’Austria a dichiarare guerra.

In previsione degli eventi, erano tornati in Italia Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi:a quest’ultimo fu affidato il compito di organizzare un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, consentendo l’arruolamento di fuoriusciti dal Lombardo-Veneto, posto sotto il dominio dell’Impero Austriaco.

Quest’ultimo, non informato degli accordi di Plombières , decise di fare la prima mossa, con l’intento di replicare la operazione così ben riuscita al maresciallo Josef Radetzky contro Carlo Alberto, a Novara nel 1849. Il 30 aprile l’Austria (dopo aver imposto un ultimatum di disarmo, non rispettato dai piemontesi) dichiaròguerra al Regno di Sardegna: la Francia era impegnata a un’alleanza difensiva che Napoleone III, non senza resistenze interne, decise di onorare.

Seconda Guerra di Indipendenza (26 aprile-12 luglio 1859)

L’Austria invase il Piemonte, ebbe inizio la Seconda Guerra di Indipendenza, era il 26 aprile 1859:

Il 26 aprile 1859 scoppiava così la guerra. Gli eserciti regolari piemontese e francese, dei quali prese il comando lo stesso Napoleone III, furono subito affiancati dai volontari di Garibaldi, i “Cacciatori delle Alpi”. A Magenta, a Solferino e San Martino l’Austria fu battuta dagli eserciti franco – piemontesi.

Mentre l’Italia settentrionale era impegnata nelle vittoriose operazioni di guerra, nell’Italia centrale si riaccendeva la miccia delle rivoluzioni democratiche. In Toscana, a Parma, a Modena, nelle Legazioni pontificie si formarono governi provvisori che offrivano a Vittorio Emanuele la reggenza degli Stati liberati. Ma i legami con la Francia (gli accordi di Plombières) impedivano al re sabaudo di procedere nella politica delle annessioni.

Malgrado la prudenza piemontese, la situazione italiana preoccupò a tal punto Napoleone III da spingerlo ad una precoce, e, sul piano militare immotivata, chiusura della guerra contro l’Austria, con la quale si affrettò a firmare l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859). L’armistizio e i preliminari di pace, discussi all’insaputa dei Piemontesi, prevedevano che l’Austria cedesse la Lombardia (con l’esclusione di Mantova e Peschiera) a Napoleone che a sua volta la consegnava al Piemonte; il Veneto restava all’Austria e la Francia garantiva il ritorno dell’ordine e delle antiche dinastie regnanti in Italia centrale; la Francia, infine, rinunciava a pretendere Nizza e la Savoia, non essendo stati rispettati gli accordi di Plombières.

Con questo gesto l’imperatore dei Francesi rispondeva alle proteste che l’opinione pubblica cattolica aveva levato in Francia contro di lui, temendo per l’incolumità dello Stato Pontificio; d’altro lato egli tentava di bloccare il processo unitario italiano che, come sappiamo e come era stato sancito a Plombières, era ben lontano dagli interessi francesi.

Il 12 luglio 1859 si concluse la Guerra, la Lombardia passò al Regno di Sardegna ma nel frattempo in Italia Centrale c’erano state altre insurrezioni che ben presto sancirono l’annessione dei ducati e di parte dei territori pontifici al Regno di Vittorio Emanuele II:

Ma la rivoluzione nazionale italiana non si fermò per questo. I governi provvisori dell’Italia centrale resistettero, forti dell’iniziativa popolare che li sorreggeva. Ancora una volta la presenza e lo stimolo di Mazzini, l’abilità militare di Garibaldi, si rivelarono essenziali. Moderati e democratici costituirono un fronte comune di difesa dei territori liberati, questa volta risoluti a portare fino in fondo l’unità d’Italia. Le decisioni di Villafranca furono inattuabili nella situazione italiana. Anche in questo caso l’abilità politica di Cavour gestì e portò a compimento un processo di iniziativa popolare e democratica. Egli infatti riuscì ad ottenere da Napoleone il consenso alle annessioni al Piemonte dei Ducati di Modena e di Parma, del Granducato di Toscana, e delle Legazioni pontificie (i plebisciti si svolsero l’11 e il 12 marzo 1860) in cambio di Nizza e della Savoia cedute ai Francesi (con plebiscito del 15′aprile 1860).

L’Italia centrale e l’Italia settentrionale erano così unificate.Il Veneto ancora sotto il dominio austriaco, lo Stato Pontificio con la città di Roma, sede del papato, e l’Italia meridionale sotto i Borboni costituivano i problemi che il movimento risorgimentale doveva ancora risolvere.

Il processo di unificazione era iniziato e si sarebbe concluso un anno dopo con la nascita, formale, del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861.

Fonti: Wikipedia; http://www.letteratu.it/2011/04/26/la-seconda-guerra-di-indipendenza-italiana/; http://www.homolaicus.com/storia/moderna/ottocento/2_guerra_indipendenza.htm

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