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Crisi Greca e nei paesi a rischio, un breve resoconto

20 giugno, 2011

La Grecia si trova in un pantano economico. L’UE chiede ‘le privatizzazioni’ entro due settimane, altrimenti ‘niente fondi’ e quindi ‘default’ assicurato:

La Grecia dovrà trattenere il fiato fino a metà luglio. E’ slittata nella notte la decisione dell’Eurogruppo sull’erogazione della quinta tranche di prestiti da 12 miliardi di euro da parte di Ue ed Fmi. I ministri dell’Economia, dopo sette ore di riunione, hanno deciso all’aba che l’approvazione avverrà solo dopo che il governo greco avrà dimostrato “in modo credibile” di saper mantenere gli impegni presi, approvando le misure di risanamento presentate dal primo ministro George Papandreou, ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. I ministri riuniti a Lussemburgo hanno deciso di attendete “il voto finale sul programma” concordato con Ue, Bce e Fmi. Una fonte del ministero delle Finanze greco ha comunque fatto sapere che Atene è “fiduciosa sull’approvazione da parte del Parlamento entro il 28 giugno” e “non prevede problemi”. Mentre per domani è atteso il difficile voto sulla fiducia al nuovo esecutivo di unità nazionale proposto da Papandreou.

Vediamo quali sono i paesi a ‘rischio’ crack finanziario, cominciando proprio dagli ellenici.

La crisi dell’eurozona comincia proprio dalla Grecia il 19 ottobre 2010.

Il Governo socialista di George Papandreou uscito vincitore dalle elezioni politiche anticipate del 4 ottobre 2009 annuncia a sorpresa che la situazione dei conti pubblici è di gran lunga peggiore di quella dichiarata dal precedente esecutivo conservatore di Costas Karamanlis, un governo che in quattro anni ha preso il paese con un debito pubblico da 160 miliardi di euro e lo riconsegna con 300 miliardi. Un record mondiale. L’incertezza sul reale deficit di bilancio ellenico fa salire i tassi sui titoli di Stato a livelli stratosferici. Si comincia a profilare l’ipotesi di un finanziamento dell’Fmi, ma i Governi europei si oppongono per motivi di orgoglio continentale. Angela Merkel resiste anche all’idea di un aiuto sollecito da parte della Ue, poiché ha in calendario importanti elezioni regionali, con il risultato che le tensioni sul debito sovrano si allargano agli altri Paesi periferici dell’Eurozona e aumentano il costo del salvataggio. Il 2 maggio 2010 l’Europa e l’Fmi danno il via libera a un finanziamento da 110 miliardi di euro in tre anni per Atene condizionato a un severo piano di tagli alla spesa e ai salari pubblici che prevede finanziamenti in tranche condizionati dal raggiugimento di obiettivi di risanamento. Atene è di fatto commissariata ma avvia un’operazione trasparenza che permette al mercato di capire la dimensione del “buco”.

La Grecia oggi:

E per la Grecia è sempre sala di rianimazione. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat, infatti, il deficit di Atene è salito nel 2010 al 10,5% del pil, smentendo clamorosamente le ottimistiche previsioni dell’esecutivo Papandreou che lo davano al 9,4%…..

Il fatto è che, oltre al deficit fuori controllo, dalle parti di Zorba c’è da fare i conti con un debito pubblico che è arrivato a lambire quota 142,8%. Una zavorra difficile da sostenere anche con i 110 miliardi di cash elargiti da Ue e Fmi e un ulteriore elemento in grado di suscitare montagne di dubbi sulla capacità della Grecia di finanziarsi coi propri mezzi l’anno venturo. C’è chi dice che per turare questa nuova falla apertasi nel malridotto vascello egeo possano arrivare a servire 40 miliardi in più dei 110 già stanziati in precedenza….

L’intera nazione è consapevole che senza nuovi aiuti il governo non riuscirà a pagare ne’ i bond in scadenza ne’ gli stipendi, anche perché in un clima di forte recessione e altissima disoccupazione ha ricominciato a fare capolino l’evasione, tanto da far calare le entrate fiscali del 2011 del 9,2%, quando erano invece state stimate in aumento dell’8,5%

 Ed ora passiamo all’Irlanda:

Dopo essere diventata un modello di crescita economica, l’Irlanda ha visto crollare miseramente la propria economia con l’esplosione nel 2008 di una gigantesca bolla immobiliare speculativa. Da allora si sono susseguite una serie di misure di emergenza per salvare le banche più esposte, e ora nazionalizzate, che sono costate centinaia di miliardi di euro.

Con lo svuotamento delle casse pubbliche e sotto la minaccia crescente della speculazione internazionale, il governo di Dublino ha diligentemente proceduto al taglio della spesa sociale e degli stipendi pubblici, così come all’innalzamento del carico fiscale, provocando una crisi sociale che gli irlandesi credevano di aver definitivamente dimenticato grazie alle promesse della deregulation e del libero mercato. Quando, alla fine, l’unica soluzione è sembrata quella di accettare la medicina del Fondo Monetario e della Banca Centrale Europea per accedere ad un prestito di 85 miliardi di euro, nuovi e ancora più dolorosi provvedimenti sono giunti dal governo Cowen.

Erogata la prima tranche del pacchetto salva-Irlanda da 5 miliardi, FMI e BCE hanno chiesto a Dublino di andare oltre e di affondare ulteriormente gli attacchi ai lavoratori e alla classe media indigena. Per sbloccare il resto degli aiuti era perciò necessario approvare una nuova manovra di bilancio che prevede tagli al welfare per 780 milioni di euro, così da mettere l’Irlanda sulla strada verso la riduzione del deficit al di sotto del tre per cento del PIL entro il 2015.

La vicenda irlandese assomiglia molto a quella islandese, cioè di un paese che si trasforma in una mega banca di investimento e che usa una leva finanziaria superiore al suo Pil. Una scommessa sconsiderata che prospera sulla deregolamentazione irrazionale del sistema finanziario e che travolge il pil nella sua caduta e fa schizzare il deficit pubblico in una notte al 30%. Il 21 novembre scorso il governo irlandese chiede aiuto alla Ue per far fronte ai costi di ricapitalizzazione delle sue banche ormai nazionalizzate secondo il principio “utili privati e perdite pubbliche”. Una settimana dopo Irlanda e Ue concordano un piano di aiuti da 85 miliardi di euro (22,5 miliardi dall’Fmi, 22,5 dalla Ue, 17,5 dalla Facility europea, 17,5 dalla stessa Irlanda). L’ex Tigre celtica, accusata di dumping fiscale), per ora non cede sulla sua aliquota societaria del 10% che gli altri partner Ue chiedono di alzare in cambio dell’aiuto. Ma sono in pochi a scommettere sul suo mantenimento.

Anche il Portogallo è in crisi. Di recente ha cambiato governo, dopo la crisi dell’esecutivo del socialista Socrates, si sono svolte le elezioni vinte dal Centrodestra:

Nel bel mezzo di trattative ancora serrate con l’oramai familiare terzetto Ue-Bce-Fmi per ottenere prestiti agevolati sulla falsariga del caso greco e irlandese, a Lisbona a causa di questa crisi del debito ci ha rimesso le penne lo stesso governo nazionale del socialista Josè Socrates, battuto in Parlamento proprio sul controverso e copioso piano di austerità che il governo di Lisbona intendeva infliggere, agli occhi della scettica opinione pubblica, ai cittadini lusitani.

il governo è caduto per una circostanza peculiare: attanagliato da una crisi economica di grandi dimensioni il governo non è stato in grado, anche a seguito dei numeri parlamentari usciti nelle ultime elezioni del 2009, ad ottenere la fiducia sull’importante pacchetto economico del premier Socrates.

Ma come si è arrivati alla crisi portoghese:

Ma come si è giunti a questo finale? Il problema di Lisbona è la crescita, o meglio la mancata crescita del Pil dovuta all’erosione continua di competitività. Lisbona è periferica perché da anni la sua economia è diventata tale non reggendo il passo con l’economia leader del Continente, la Germania. Salari troppo alti rispetto alla produttività hanno messo fuori mercato i pochi prodotti portoghesi, infrastrutture insufficienti, istruzione inadeguata, lassimo, sprechi, selezione della classe politica per nepotismo e non per merito. Quando l’economia non cresce le entrate fiscali languono e i conti pubblici saltano. A quel punto le tensioni sul debito portoghese sono diventate insostenibili dopo le dimissioni del premier Socrates in seguito alla bocciatura in aula delle misure di austerità. La resa di Lisbona di fronte a scadenze sul debito, che non è più in grado di onorare, è stata determinata dalla mancanza di coraggio politico sufficiente a varare le riforme strutturali di cui il paese necessita da anni. Una medicina amara che avrebbe dovuto essere presa senza dover arrivare al salvataggio.

Ed ora veniamo al ‘big’ dei ‘pigs‘ ovvero la Spagna. Anche li per settimane abbiamo visto protestare gli ‘indignados’, l’Europa chiede sacrificio e Zapatero, che ha annunciato il suo ritiro il prossimo anno, vacilla:

gli aggiornamenti sull’andamento economico della Spagna, che parlano di una disoccupazione in continuo aumento, con i senza lavoro spagnoli che potrebbero presto raggiungere la cifra record di cinque milioni, pari a più del 20% della popolazione attiva. Una stima che ha costretto il ministro dell’Economia Elena Salgado a ritoccare le previsioni di crescita per il 2012 al 2,3% del Pil e al 2,4 per il 2013, in calo, rispettivamente, dello 0,2 e dello 0,3%. Non solo: sono in pochi ad aspettarsi una ripresa sul fronte dell’occupazione entro la fine dell’anno, perché, nella migliore delle ipotesi, i prossimi sei mesi porteranno solo a una stabilizzazionesul mercato del lavoro.

Qualche mese fa è stata data la notizia di tanti medici, insegnanti, infermieri, tecnici e ingegneri spagnoli e disoccupati alla ricerca di un nuovo impiego in Germania. E chi frequenta ancora l’università si sta dando da fare a imparare almeno una lingua straniera, certo che il proprio futuro professionale non sarà in Spagna. O almeno non per ora.

Un trasferimento di massa che ricorda a molti l’immigrazione delle famiglie più povere della Spagna rurale verso il nord Europa: nel 1965 si spostarono circa 80.000 persone, quattro anni dopo altre 100.000. Anche se, ora, a trasferirsi sono i più giovani e i più qualificati: almeno 110.000 dall’aprile del 2008 ad oggi. E se si considera la scarsa propensione degli spagnoli a spostarsi all’estero, è evidente che sono sempre di più quelli convinti che il loro paese non possa più garantire un futuro professionale stabile e soddisfacente.

Come se non bastasse, la situazione sta progressivamente peggiorando anche per i lavoratori meno qualificati, sia spagnoli che non. E gli immigrati che giorno dopo giorno si ritrovano senza lavoro, non potendo rinnovare il permesso di soggiorno, sono “invitati ad andarsene“. Il loro tasso di disoccupazione supera oggi il 32%, e il numero degli “irregolari improvvisi” -vale a dire coloro che smettono di essere in regola proprio in conseguenza al licenziamento-, secondo la Caritas potrebbe arrivare a 800.000 unità.

Ma conviene dichiarare fallimento? Il tanto temuto ‘default’ per un paese sovrano equivale alla catastrofe? Oppure ‘conviene’? Il Post analizza la situazione grazie anche ad un grafico esplicativo de L’Economist:

a guardare il grafico realizzato dall’Economist, gli effetti di un default vengono spesso recuperati rapidamente sul fronte del PIL dalle economie dei paesi che dichiarano fallimento. Il grafico mostra l’andamento in percentuale del prodotto interno lordo prima (barre azzurre) e dopo il default (barre blu) sulla base di cinque anni. L’Argentina, per esempio, vide ridursi il proprio PIL del 10,9 per cento nell’anno seguente al default del dicembre 2001. Ma le cose iniziarono a migliorare già negli anni seguenti portando a una importante crescita del PIL. Qualcosa di analogo accadde anche a Russia, Uruguay e Indonesia.

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