Viaggi nella Storia: Spartaco, il simbolo della libertà da ogni schiavitù


Il personaggio di cui voglio parlare oggi è Spartaco. Ultimamente questa importante figura della storia di Roma è tornata in auge grazie ad un telefilm di successo, Spartacus. Un po’ triste, direte voi, che si torni a parlare di un uomo cosi valoroso per merito di una serie tv. Forse è vero, come è sicuramente vero che ogni evento che aiuti a riscoprire la nostra Storia è un evento gradito.
Tornando a noi, aiutandomi con alcuni siti specializzati, cercherò di spiegare brevemente chi fu Spartaco e cosa rappresentò per la classe sociale piu debole dell’epoca romana, gli schiavi.
Innanzitutto focalizziamo il periodo storico in cui visse il gladiatore per eccellenza. Egli nacque in Tracia nel 109 a.c., una regione sottomessa ai romani corrispondente all’odierna zona che comprende la parte sud-ovest della Bulgaria, nord-est della Grecia e parte della Macedonia.
Al tempo di Spartaco, Roma viveva gli ultimi fuochi della fase Repubblicana, iniziata nel 509 a.c e che sarebbe poi terminata con Ottaviano Augusto nel 27 a.c. il quale diede vita all’Impero.
Durante ‘l’ultimo secolo della Repubblica‘ (tra il 133 a.c ed il 27 a.c.) vi furono numerose agitazioni, guerre ‘sociali’ come quelle dei fratelli Tiberio e Caio Gracco, che, in due occasioni diverse (nel 133 e nel 123 a.c) , provarono a togliere i privilegi agli aristocratici dando parte delle terre ai nullatenenti. Riforme fallite e conclusesi con l’uccisione dei due tribuni della plebe.
Poi fu il tempo delle guerre civili, la prima (86-82 a.c) fu combattuta tra Gaio Mario (difensore delle classi piu deboli) e Lucio Cornelio Silla (appoggiato dai patrizi). Seguita da un ‘accordo’ (triunvirato) tra Pompeo, Cesare e Crasso, lasciò presto spazio ad una seconda guerra civile (49-44 a.c.) combattuta tra i primi due e che vide Cesare come trionfatore finale.
Dopo l’assassinio di quest’ultimo (44 a.c) Roma fu retta da un secondo trinvirato tra Marco Antonio, luogotenente ed erede designato di Cesare, Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, e Lepido, comandante della cavalleria del defunto ‘dittatore’. Tale periodo fu caratterizzato dalla terza guerra civile combattuta prima tra i triunviri e gli assassini di Cesare (Bruto e Cassio) nel 44-42 a.c. e poi tra Marco Antonio e Ottaviano, che si concluse nel 30 a.c con la vittoria di quest’ultimo, il futuro primo Imperatore di Roma, Augusto.
In quel periodo la Repubblica, anche a causa delle numerose guerre espansionistiche intraprese nel II e I secolo a.c, aveva ‘importato’ una grande quantità di schiavi, per lo piu ex-prigionieri di regioni sottomesse. Le condizioni degli schiavi erano durissime, direi disumane. Non erano neanche considerati ‘persone’ ma semplicemente ‘cose’ proprietà dei loro padroni che ne potevano disporre a loro discrezione:
fonte. Agli schiavi era perlopiù riservato, durante il periodo repubblicano, un trattamento particolarmente duro: secondo la legge, uno schiavo non era una persona, ma una proprietà privata della quale il padrone poteva abusare, danneggiare o uccidere senza conseguenze legali.[11] L’uccisione di uno schiavo era, tuttavia, un evento abbastanza raro, in quanto si concretizzava nell’eliminazione di forza lavoro produttiva. Esistevano diversi livelli nella condizione di schiavo: la peggiore e più diffusa era quella dei lavoratori nei campi e nelle miniere, soggetti ad una vita di lavoro duro.[12]
L’elevata concentrazione e il trattamento oppressivo della popolazione degli schiavi portò allo scoppio di varie ribellioni. Nel 135 a.C. e nel 104 a.C., scoppiarono rispettivamente la prima e la seconda guerra servile in Sicilia, durante le quali piccole bande di ribelli trovarono decine di migliaia di seguaci che volevano sfuggire alla vita opprimente dello schiavo romano. Sebbene fossero considerate gravi sommosse civili e necessitassero di anni di interventi militari diretti per essere sedate, non furono ritenute delle vere minacce per la Repubblica: si trattava infatti di sommosse provinciali, non ben organizzate, che non minacciarono mai la penisola italiana né tanto meno la città di Roma direttamente. Tutto ciò cambiò in occasione della terza guerra servile.
La terza guerra servile fu organizzata proprio da Spartaco:
Fonte. Pastore in Tracia, forse perché costretto dalla miseria, aveva accettato di arruolarsi in un corpo ausiliario della milizia romana, dal quale però fuggì ben presto.
Dichiarato disertore, venne cercato e trovato da “squadre speciali”, che lo ridussero in schiavitù (la quale veniva sempre imposta ai disertori, ai prigionieri di guerra, e più in generale ai cosiddetti “barbari”). Dopodiché fu trasformato in gladiatore e venduto a Lentulo, un organizzatore di spettacoli di Capua.
Ma Spartaco nel 73 a.C. riuscì a fuggire anche da qui, trascinando con sé circa 200 gladiatori di cui solo una settantina riuscirono a rifugiarsi presso il Vesuvio, da dove ebbero la meglio contro i primi inviati romani, guidati dai pretori Caio Clodio e P. Vatinio.
Da quel momento Spartaco, ex pastore, schiavo e gladiatore, ora ‘ribelle’ che combatteva per la libertà degli schiavi, instaurò una dura battaglia con Roma, una guerra durata due anni.
Altri schiavi, braccianti, contadini poveri, pastori dei territori circostanti cominciarono ad aderire alla rivolta. Sicché la linea di blocco posta intorno al Vesuvio fu spezzata e più divisioni romane furono sconfitte in Campania.
Spartaco condusse gli schiavi nella parte sud della penisola, dove si aggregarono altre bande. Nell’inverno 73-72 a.C. l’esercito dei ribelli fu armato regolarmente.
I consoli del 72, Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo, scesero in campo con due legioni ciascuno. Una divisione di 20.000 schiavi celti e germani, comandata dal celta Crisso, fu vinta in Puglia, sul Gargano, dal propretore di Gellio, Quinto Avio, che uccise lo stesso Crisso.
Ma il grosso dell’esercito, che ormai era arrivato alle 100-120.000 unità, guidato da Spartaco, vinse l’armata romana e si aprì a forza il passaggio verso il nord d’Italia, fino a Modena.
Era praticamente aperta la via per le Alpi e quindi per il rimpatrio nei paesi celtici, germanici e nel territorio balcanico.
Questo forse fu il momento in cui Spartaco commise un errore imperdonabile. Non superò le Alpi e rimase in Italia, ascoltando il suo ‘popolo’ che, a maggioranza, si espresse in questo senso:
Tuttavia una parte degli schiavi vittoriosi (soprattutto i contadini meridionali) volle restare in Italia o tutt’al più marciare contro Roma, approfittando del momento di debolezza dell’esercito romano.
Spartaco avrebbe preferito continuare le battaglie in Gallia, con l’appoggio sicuro della popolazione locale, ben sapendo che i romani si sarebbero presto ripresi. Però si piegò al volere della maggioranza, ottenendo soltanto che non si muovesse subito contro Roma ma si cercassero al sud altri alleati. E così condusse il suo esercito fino in Lucania.
Dal Nord vicino alla sempre rivoltosa Gallia, al Sud. Questa fu la scelta del Gladiatore. Roma però stava armandosi:
Roma cominciava a impensierirsi e alla fine del 72 chiese di sostituire i consoli al comando supremo col pretore Marco Licinio Crasso, in quel momento il miglior stratega militare della capitale. Gli fu affidato un esercito di otto legioni, le stesse che bastarono a Cesare per conquistare la Gallia!
Crasso intendeva circondare gli schiavi nel Piceno, ma il suo luogotenente, Mummio, incaricato di aggirare il nemico con le sue legioni, disobbedì agli ordini e attaccò Spartaco. Le legioni romane vennero ancora una volta sconfitte e Spartaco poté dirigersi nel Bruzio (Calabria), presso Turi. Qui, molti mercanti si erano radunati per commerciare il bottino dei beni raccolti dagli schiavi, ma Spartaco proibì che ricevessero in cambio oro e argento: i suoi uomini dovevano accettare solo ferro e rame, necessari per forgiare nuove armi.
Il piano di Spartaco diventò allora quello di sbarcare in Sicilia attraverso lo stretto, in modo da ravvivare nell’isola la rivolta di schiavi mai completamente sopita. Non vi riuscì a causa del tradimento dei pirati, che si misero probabilmente d’accordo con Verre, governatore della Sicilia, rifiutando a Spartaco le navi dopo aver ricevuto il compenso pattuito, mentre già le coste della Sicilia erano presidiate.
Crasso intanto sopraggiungeva alle spalle di Spartaco, ed ebbe l’idea di sfruttare la conformazione del Bruzio (l’odierna Calabria) per confinare nella regione i nemici: egli fece costruire un vallo presidiato dalla costa ionica a quella Tirrenica, lungo 300 stadi (55 km), per impedire qualunque forma di rifornimento.
Il valico non fermò l’ex schiavo romano, che ancora una volta mise in difficoltà gli eserciti della Res Publica:
Nell’inverno del 72-71 a.C, dopo ripetuti tentativi di forzare il passaggio, Spartaco riuscì a passare il vallo presso Petilia e le selve silane, in una notte di tempesta.
A questo punto Crasso chiese aiuto al senato che gli inviò Pompeo. Egli doveva rientrare in tutta fretta dalla Spagna, dove aveva posto fine alla rivolta di Sartorio, mentre dalla Macedonia, sbarcando a Brindisi, sarebbe accorso Marco Licinio Lucullo.
Stretto tra tre fronti Spartaco decise di spingersi ad est ma fu tradito da alcuni suoi condottieri, un tradimento che risultò fatale per la rivolta degli schiavi:
Il cerchio si stringeva attorno a Spartaco, il quale decise di dirigersi verso Brindisi, forse nel tentativo disperato di oltrepassare l’Adriatico. A questo punto, l’ennesima scissione degli schiavi galli e germani, capeggiati da Casto e Giaunico, indebolì questa volta decisivamente il suo esercito. I due capi ribelli mossero contro Crasso, che li sconfisse.
Saputo dell’imminente arrivo di Lucullo a Brindisi, Spartaco tornò indietro e si diresse in Apulia, verso le truppe di Pompeo. Nei pressi del fiume Sele, in Lucania, si svolse la battaglia finale: 60.000 schiavi, tra i quali Spartaco, morirono (ma il corpo del condottiero non fu mai trovato). I romani persero solo 1.000 uomini e fecero 6.000 prigionieri, che Crasso fece crocifiggere lungo la via Appia (che porta da Capua a Roma).
Terminò cosi la rivolta di Spartaco e dei suoi uomini. Persone che cercavano la libertà e che per essa morirono. Il sacrificio del Gladiatore non fu vano. Dopo la sua morte e per paura di nuove rivolte, il popolo romano concesse alcuni ‘diritti’ agli schiavi:
Certamente la rivolta aveva scosso il popolo romano, che «a causa della grande paura sembrò iniziare a trattare i propri schiavi meno duramente di prima».[60] I ricchi possessori di latifundia iniziarono a ridurre il numero di schiavi impiegati nell’agricoltura, scegliendo di impiegare come mezzadri alcuni degli ex-piccoli proprietari terrieri spossessati.[61] Più tardi, terminate la conquista della Gallia ad opera di Gaio Giulio Cesare nel 52 a.C. e le altre grandi conquiste territoriali operate dai Romani fino al periodo del regno di Traiano (98-117), si interruppero le guerre di conquista contro nemici esterni, e con esse cessò l’arrivo in massa di schiavi catturati come prigionieri. Si incrementò, al contrario, l’impiego di lavoratori liberi in campo agricolo. Anche la condizione legale e i diritti degli schiavi romani iniziarono a mutare.
Più tardi, durante il regno dell’imperatore Claudio (41-54), fu promulgata una costituzione che considerava omicidio e puniva l’assassinio di uno schiavo anziano o ammalato, e che dava la libertà agli schiavi abbandonati dai loro padroni.[62] Durante il regno di Antonino Pio (138-161), i diritti degli schiavi furono ulteriormente allargati, e i padroni furono ritenuti direttamente responsabili dell’uccisione dei loro schiavi, mentre gli schiavi che dimostravano di essere stati maltrattati potevano forzare legalmente la propria vendita; fu contemporaneamente istituita un’autorità teoricamente indipendente cui gli schiavi si potevano appellare.[63] Sebbene questi cambiamenti legali abbiano avuto luogo molto tempo dopo la rivolta di Spartaco per poterne essere considerati le dirette conseguenze, sono nondimeno la traduzione in legge dei cambiamenti dell’atteggiamento dei Romani nei confronti degli schiavi evolutosi per decenni
Spartaco entrò anche nel pensiero politico moderno. Personaggi come Marx e Rosa Luxembourg lo presero a modello come simbolo della rivolta delle classi servili (cioè gli operai) contro quelle padronali.































































