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Risorgimento, Prima Guerra d’Indipendenza (1): le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo

6 maggio, 2011

La nostra avventura nel Risorgimento prosegue con la Prima Guerra di Indipendenza. L’evento è cosi cruciale e costituito da tanti avvenimenti collegati che è impossibile da sintetizzare in un unico articolo. Cerchiamo quindi di avventurarci nella Storia d’Italia in modo graduale, seguendo cronologicamente gli eventi:

Dopo il fallimento dei moti mazziniani di metà anni quaranta, nella penisola si diffusero diverse correnti politiche orientate verso la costruzione di uno stato unitario. Nello stesso momento, nei vari territori italiani, anche i sovrani agirono in modo riformista:

Sotto la spinta di questi movimenti molti stati italiani attuarono diverse riforme modernizzatrici: nel Granducato di Toscana fu ampliata la libertà di stampa e si ebbe la formazione di una guardia civica, nel Regno di Sardegna si ebbero riforme in senso liberale dell’ordinamento giudiziario, altre riforme vennero concesse nello Stato della Chiesa, dove il nuovo pontefice concesse una amnistia ai prigionieri. Nel 1847 Pio IX prese la decisione di proporre al regno piemontese e al granducato di Toscana l’unione in una “Lega doganale” per favorire la circolazione delle merci

In Europa però la situazione politica stava cambiando, la Primavera dei popoli prendeva il sopravvento. Le Rivoluzioni del 48 erano alle porte in molti paesi:

rivolte scoppiarono il 23 febbraio in Francia, il 28 febbraio nello Stato di Baden inizio’ la rivolta che velocemente si estese a tutti gli stati tedeschi e il 13 marzo raggiunse l’Austria, il 15 marzo insorse l’Ungheria, il 28 marzo la Polonia. Tutti questi moti furono repressi secondo gli schemi della Restaurazione (cioè ricorrendo alla Santa Alleanza), tranne che in Francia, dove la Seconda Repubblica francese si sostituì alla monarchia di re Luigi Filippo Borbone d’Orléans con Luigi Napoleone che, dopo quattro anni, diventerà Napoleone III imperatore dei francesi. Questi eventi francesi provocarono la fine degli equilibri politici esistenti in Europa dal Congresso di Vienna, modificando le alleanze fra gli stati ed influiranno sulle vicende italiane

E cosi anche nella Penisola arrivò il ’48’. La rivoluzione liberale sopraggiunta in Austria scosse gli animi dei patrioti italiani e provocò da subito numerose insurrezioni. Cominciò Venezia, proseguì Milano:

Appena si sparse la notizia che a Vienna era scoppiata una sommossa liberale e Metternich era stato costretto alla fuga, la popolazione di Venezia insorse, liberò dalle prigioni due noti patrioti, Manin e Tommaseo, che si posero alla guida dell’insurrezione e proclamarono la Repubblica dopo aver cacciato gli Austriaci.

La notizia si propagò nel Lombardo-Veneto: il 18 marzo Milano insorse ed in 5 giornate le truppe austriache furono sconfitte e costrette a rifugiarsi nel «QUADRILATERO» (formato dalle città di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago). Anche le altre città lombarde insorsero mentre a Milano si formava un governo provvisorio diretto da forze moderate capeggiate da Gabrio Casati. A questo gruppo si contrapponevano i democratici capeggiati da Carlo Cattaneo e Angelo Cernuschi.

I fatti di Venezia e Milano si diffusero in tutta la penisola: a Parma gli insorti costrinsero il Duca a concedere la Costituzione, a Modena il Duca preferì abbandonare la città; colonne di volontari si mossero da ogni angolo d’Italia in aiuto dei governi provvisori di Venezia e Milano. Durante questi fatti, esponenti della borghesia liberale e dell’aristocrazia si erano rivolti a Carlo Alberto perché intervenisse contro l’Austria. I liberali moderati che guidavano i governi provvisori pensavano che solo con l’intervento di un esercito regolare si potesse sconfiggere definitivamente l’Austria. Questa richiesta era anche motivata dalla preoccupazione che le sommosse prendessero una piega radicale e repubblicana: le divergenze fra moderati e democratici rimanevano profonde, perciò i moderati puntavano sull’iniziativa sabauda per togliere spazio al movimento popolare e dare alla Casa dei Savoia l’immagine di difensore dell’indipendenza e dell’unità nazionale.


Il Regno di Sardegna, deciso ad espandere i propri domini nel nome dell’Unità d’Italia, aprì le ostilità contro l’Austria, potenza dominante nel Nord Italia non Sabaudo  e lo fece sfruttando l’insurrezione di Milano. Ebbe quindi inizio la Prima Guerra di Indipendenza italiana.

Premuto da queste sollecitazioni e dal timore che nel Regno di Sardegna si potessero verificare fatti analoghi a quelli di Milano e di Venezia, Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria il 23 marzo 1848 (PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA). L’entusiasmo dei liberali costrinse i sovrani di Toscana e Napoli e lo stesso Papa ad inviare contingenti di truppe in aiuto dell’esercito sabaudo. Dopo i primi successi (Milano, d’altronde, si era già liberata da sola!) la condotta militare suscitò molte perplessità per lentezza ed incertezze. L’eccessiva fretta con cui Carlo Alberto puntava all’annessione della Lombardia piuttosto che impegnarsi ulteriormente contro gli Austriaci, insospettì i rivoluzionari ed anche gli altri sovrani, che, uno dopo l’altro, a cominciare da Pio IX, ritirarono le truppe.

Dopo Milano, insorse tutto il Lombardo Veneto, si formarono Repubbliche cittadine come quelle di Venezia e Roma, rivolte anche ad Ancona, Firenze, Brescia. Furono tutte represse nel sangue ma segnarono l’inizio della ‘via italiana all’Unità’. Seguiremo di seguito l’evolversi delle rivolte, in ordine cronologico.

Le cinque giornate di Milano, la Repubblica milanese e la vittoria finale austriaca


I milanesi insorsero a marzo, come sfogo di un malcontento verso l’impero autriaco covato da molto tempo:

Le Cinque giornate di Milano furono un’insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848, per mezzo della quale i cittadini di Milano si liberarono dal dominio austriaco.

Il contesto storico che portò alla rivolta:

La città allora era capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell’Impero Austriaco. La dominazione austriaca era dura, e finalizzata soprattutto a spremere il più possibile finanziariamente quella che era la parte più prospera e sviluppata dell’Impero. Da qui il malcontento della popolazione, e il desiderio di liberarsi dal giogo per partecipare alla costruzione di una nazione italiana libera e indipendente.

La goccia che fece traboccare il vaso fu una ‘provocazione’ di Radetzky:

A scatenare la rivolta fu un episodio apparentemente insignificante. L’Amministrazione austriaca aveva imposto una ennesima tassa, questa volta sul tabacco ed i sigari. I milanesi allora per protesta decisero di non fumare più.

Il generale Radetzky mandò in giro dei soldati austriaci a fumare ostentatamente sigari per le strade. Successe che un popolano, sentendosi provocato da un austriaco che gli sbuffava il fumo in faccia, e probabilmente esasperato dall’astinenza, gli strappò il sigaro dalla bocca e lo gettò per terra. Al tentativo del soldato di arrestarlo, i presenti ne presero le difese, mettendo in fuga gli altri austriaci che nel frattempo erano accorsi. La rivolta dilagò per tutta la città.

L’intera popolazione combatteva per le vie innalzando barricate, sparando dalle finestre e dai tetti, inviando messaggi per mezzo di palloni agli abitanti delle campagne per esortarle a prendere parte alla lotta. Si formarono un Governo provvisorio di Milano presieduto dal podestà, Gabrio Casati, e un Consiglio di guerra, di cui era anima Carlo Cattaneo


Gli austriaci furono costretti alla ritirata:

La sera del 22 marzo1848, gli austriaci si ritiravano verso il “Quadrilatero” (la zona fortificata compresa fra le quattro città di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera del Garda), trascinando con sé numerosi ostaggi arrestati all’inizio della sommossa. Frattanto, il resto del territorio della Lombardia e del Veneto era ormai libero.

Entrarono in scena i Savoia, l’esercito piemontese però esitò, dando modo agli austriaci di riprendersi:

L’incapacità di assumere l’iniziativa da parte piemontese dette invece modo agli austro-ungarici di ritirarsi senza perdite nel Quadrilatero, potentemente difeso. La posizione strategica di Radetzky a questo punto si era notevolmente rinforzata, anche grazie all’arrivo di un corpo d’armata formato dal conte Nugent sull’Isonzo e di altri rinforzi dal Tirolo. Ciò gli permise di riconquistare Vicenza, il 10 giugno e di riprendere l’offensiva, battendo l’esercito sardo-piemontese il 23-25 luglio in una serie di scontri passati alla storia come prima battaglia di Custoza

Il 5 agosto venne firmata la capitolazione. Il 6 agosto gli austriaci rientrarono a Milano da Porta Romana. Il 9 agosto la tregua venne ratificata con la firma, a Vigevano, dell’armistizio Salasco (dal nome del generale Carlo Canera di Salasco). L’Impero Austriaco rientrava nei suoi antichi confini, stabiliti nel 1815 dal congresso di Vienna. Tutte le città liberate tornavano nelle mani degli austriaci, con l’eccezione di Venezia, che si preparava a subire un lungo assedio.

L’armistizio fu solo il ‘primo tempo’ della guerra. Ben presto infatti partì la seconda campagna militare dei Savoia.

Il 1º marzo 1849 la Camera approvò con 94 voti favorevoli e 24 contrari la ripresa della guerra. Carlo Alberto decise che le ostilità si sarebbero riaperte il 20 marzo.

Il 20 marzo 1849 a mezzogiorno si riaprirono ufficialmente le ostilità. I piemontesi, eccetto che per una ricognizione oltre il Ticinoverso Magenta, non si mossero. Radetzky invece, dalla testa di ponte di Pavia, entrò a sorpresa e in forze nel Regno di Sardegna

Dopo l’invasione del Regno di Sardegna e la battaglia Sforzesca, gli austriaci avanzarono verso Novara, dove si consumò l’ultima disfida della prima guerra di indipendenza.

Quella di Novara fu l’ultima e la più sanguinosa battaglia della prima guerra d’indipendenza. Da parte piemontese si lamentarono 578 morti, 1.405 feriti e 409 fra dispersi e prigionieri. Da parte austriaca 410 morti, 1.850 feriti e 963 fra prigionieri e dispersi

A Marzo del 1849 il Regno di Sardegna venne definitivamente sconfitto dagli Austriaci a Novara e dovette rinunciare ad ogni ambizione di ‘influenza’ nella penisola. Fu la capitolazione, con la vittoria austriaca e la sconfitta piemontese, il Re Carlo Alberto abdicò in favore di Vittorio Emanuele II

La Lombardia tornò agli austriaci, che poi invasero Ferrara, Firenze, Livorno e riportarono sul trono della Toscana il Granduca Leopoldo II. Arrivarono anche le capitolazioni di Bologna (16 maggio) ed Ancona (21 giugno).

Carlo Cattaneo

Carlo Cattaneo viene spesso citato dai movimenti federalisti di oggi come ‘icona’ della emancipazione del Nord. Cattaneo invece avrebbe voluto una Repubblica Federalista Italiana fondata su tante Repubbliche federali, nate da altrettante rivoluzioni:

Fonte:

Studioso di problemi economici, sociali, discepolo di Gian Domenico Romagnosi, ispirò la sua attività al proposito di promuovere gradualmente, attraverso il progresso scientifico, l’evoluzione politica dell’Italia. Così egli si adoperò assiduamente per realizzare un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto al fine di assicurarne l’autonomia in seno all’Impero asburgico. Un analogo processo di sviluppo politico nelle altre parti d’Italia avrebbe dovuto condurre, infine, alla formazione di una federazione italiana indipendente. Di formazione e di cultura positivista, nutrì un’assoluta fiducia nel progresso tecnico-scientifico come mezzo di elevazione materiale e morale dei popoli.

Lui che s’era tenuto estraneo a sette e congiure e che aveva cercato con la sua opera di accrescere il prestigio e il decoro e di elevare nell’animo dei cittadini la coscienza dei loro diritti, si trovò, in breve, a causa della sua idea di conquista graduale di riforme politiche e civili che ridessero al Lombardo-Veneto l’indipendenza, ad essere bersaglio della diffidenza dell’Austria. In verità Cattaneo, oltre ad aver serratamente criticato il programma di Gioberti, non fu contrario a lasciare l’Austria nel Lombardo-Veneto, a patto che concedesse riforme liberali. L’obbiettivo principale del suo programma – che precisò meglio solo dopo il 1848 – era la fondazione di tante repubbliche da unire in una Federazione. Non era favorevole, a differenza di Mazzini, ad una Repubblica unitaria; temeva che l’accentramento avrebbe sacrificato l’autonomia dei Comuni, delle regioni e delle zone più povere, soprattutto il Mezzogiorno. Il raggiungimento di una vera libertà e di una reale indipendenza era possibile, secondo lo storico ed economista milanese, solo attraverso l’educazione delle masse lavoratrici e l’eliminazione delle grandi ingiustizie sociali, delle troppo marcate differenze tra ricchi e poveri. Al problema politico Cattaneo abbinava cioè anche la questione sociale.
Il dibattito si allargava coinvolgendo nuovi gruppi, più vasti settori di opinione pubblica: solo nel 1848, tuttavia, fu possibile fare il primo decisivo passo avanti sulla via dell’unità e dell’indipendenza. Le Cinque Giornate trovarono in lui un leader naturale: nei tre giorni dal 19 al 21, Cattaneo fu Capo del Consiglio di guerra, non mercanteggiando con nessuno ma teso solamente alla vittoria. Il suo motto era “A guerra vinta”. Prevalsi però gli avversari politici, angosciato per gli eventi, lasciò Milano nell’agosto di quell’anno e si recò a Parigi.

Dopo la formazione dello stato unitario fu piu volte eletto in Parlamento ma non accettò mai le cariche per non giurare fedeltà alla Corona Sabauda.

Fonti: wikipedia.it; filosofico.net/carlocattaneo.htm; http://cioccolatablu.interfree.it

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