Risorgimento: L’Unità d’Italia, i Padri della Patria

Siamo arrivati alla fine della nostra Storia sul Risorgimento. Ci eravamo fermati ai Plebisciti del 1860, con i quali buona parte del Nord e del Centro Italia aveva scelto l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

All’inizio del 1860, quindi,  l’Italia del Nord, tranne Veneto, Trentino e Friuli, era stata unificata sotto il Regno di Sardegna. Il Meridione e parte dell’Italia centrale rimanevano divisi tra Stato della Chiesa e Regno delle due Sicilie.

Il Regno delle Due Sicilie era oramai isolato a livello internazionale, non aveva ‘protettori’ e quindi fu facile preda del Regno di Sardegna che, però, non dichiarò mai guerra allo stato borbonico. Ci pensò Garibaldi, foraggiato dai Savoia,  a fomentare le rivolte popolari nel Regno di Francesco II. La spedizione dei mille infatti ha rappresentato uno degli atti finali e pure simbolici per la realizzazione dell’Unità.

La spedizione de I Mille e l’Unità d’Italia

Ulteriore passo verso l’unità fu la spedizione “dei Mille” garibaldini in Sud Italia.[60] Quest’ultima era formata da poco più di un migliaio di volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l’unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all’epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura di classe della società, si rivolgeva contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti»[61].

Dopo la battaglia di Calatafimi, dove fu determinante per la vittoria la partecipazione dei contadini siciliani[62], e la conquista di Palermo mentre le truppe regie si ritirano verso Messina, «con la metà di giugno si spezza definitivamente l’alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all’alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati»[63] Ma nel frattempo continuava anche la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invasero i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciarono gli archivi dove erano custoditi i titoli del loro servaggio. «I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è nota la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente.»[64].[65]

Mentre Garibaldi avanzava da sud, in agosto insorse la Basilicata arrivando ad avere un governo provvisorio che rimase in carica fino all’ingresso di Garibaldi a Napoli. Le truppe di Vittorio Emanuele II entravano nello Stato della Chiesa scontrandosi il 18 settembre con l’esercito pontificio nella Legazione delle Marche, a Castelfidardo, dove ottennero la vittoria che portò poi all’annessione di Marche ed Umbria. Solo dopo questa vittoria si poté pensare alla proclamazione del Regno d’Italia in quanto fu possibile unire politicamente le regioni del nord e del centro, confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra d’indipendenza (e le conseguenti annessioni), alle regioni meridionali conquistate da Garibaldi e definitivamente sottratte ai Borbone, dinastia che in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano[66], ma che «…ormai rappresentava, nella vita dell’Italia Meridionale, la peior pars…», cioè la parte peggiore, come scrisse Benedetto Croce[67].

Dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell’imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, non pose ostacoli all’unione dell’ex Regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, che già si profilava all’epoca sotto l’egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860.

Garibaldi, conquistatore del Sud, e Vittorio Emanuele II, rappresentante del Regno di Sardegna, si ‘incontrarono’ a Teano per accordarsi sulla fine della ‘campagna d’Italia’ dei Mille:

Lo storico incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, avvenuto il 26 ottobre del 1860, è un episodio della storia risorgimentale, con il quale si concluse la spedizione dei Mille.

Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II aveva occupato i territori pontifici nelle Marche e nell’Umbria ed era andato incontro a Giuseppe Garibaldi, che aveva respinto il tentativo di controffensiva dell’esercito borbonico nella battaglia del Volturno e aveva completato la conquista del Regno delle Due Sicilie, con lo scopo di impedire che la spedizione continuasse fino alla conquista di Roma, che avrebbe provocato l’intervento di Napoleone III e messo a repentaglio le conquiste effettuate. Garibaldi ottenne che i volontari garibaldini entrassero, dopo una selezione, nell’esercito regolare sardo, con il medesimo grado rivestito nella spedizione e si ritirò a Caprera. L’incontro ebbe il significato di una adesione del generale alla politica di Casa Savoia, deludendo le aspettative di coloro che auspicavano la fondazione di una repubblica meridionale di stampo mazziniano, che avrebbe dovuto in seguito estendersi anche ai domini papali, conquistando Roma.

Con l’accordo tra Garibaldi e Vittorio Emanuele non ci sono piu ostacoli per la nascita dell’Italia Unita.

Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d’Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione». Non “primo”, come re d’Italia, ma “secondo” come segno distintivo della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato la «conquista regia» della unificazione italiana[69]; tre mesi dopo moriva Cavour che, nel suo primo discorso al Parlamento dopo la proclamazione del Regno d’Italia, aveva suggerito la linea politica di Libera Chiesa in libero Stato come soluzione al problema della persistenza del potere temporale in Italia, che impediva una soluzione pacifica affinché Roma, proclamata capitale del Regno, ma di fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la capitale del nuovo Stato e che conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni di Pio IX, alla vita politica nazionale.

Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946.

Le annessioni successive, la terza Guerra d’indipendenza, la presa di Roma

la breccia di Porta Pia, ovvero la presa di Roma da parte del Regno d'Italia

L’Unità sostanziale del Paese venne definitivamente completata negli anni successivi. La prima tappa si realizzò con l’annessione di Veneto e Friuli, nel 1866:

L’unificazione fece un ulteriore passo in avanti con la Terza Guerra d’Indipendenza contro l’Austria-Ungheria, scoppiata in seguito alla partecipazione dell’Italia alla Guerra austro-prussiana del 1866. La Terza Guerra d’Indipendenza portò all’annessione del Veneto e del Friuli.

Roma fu annessa il 20 settembre 1870, quando  lo Stato Pontificio cessò di godere della protezione della Francia:

Seppure alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861 fosse stata indicata Roma come “capitale morale” del nuovo Stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio.[91] Alcune terre papali (la Romagna) erano già state annesse con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d’Indipendenza; altre (Marche ed Umbria) erano state perse dal papa in seguito alla Battaglia di Castelfidardo, ma lo Stato della Chiesa, ridotto al solo Lazio, rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi che continueranno a difenderlo dai due tentativi falliti di Garibaldi (giornata dell’Aspromonte e battaglia di Mentana), con la connivenza del governo italiano di Urbano Rattazzi. Solo dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana, le truppe italiane con Bersaglieri e Carabinieri in testa, il 20 settembre 1870 entrarono dalla breccia di Porta Pia nella capitale.

Con la Prima Guerra Mondiale arrivò l’ultima tappa, l’annessione di Trentino ed Alto Adige, assieme ad Istria e Dalmazia, poi cedute alla Jugoslavia dopo la Seconda Guerra Mondiale:

Il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria, la città di Zara (costituita come exclave italiana sulla costa dalmata), l’isola di Lagosta e l’arcipelago di Pelagosa entreranno a far parte del Regno d’Italia con la vittoria nella Prima guerra mondiale (1915-1918), considerata dalla storiografia e, allora, da gran parte degli italiani[92] come la quarta guerra d’indipendenza per liberare Trento, Trieste e le altre terre irredente

I Padri della Patria

Concludendo questa rubrica che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi, dal giorno della Festa dell’Unità (17 marzo) al giorno della Festa della Repubblica (2 giugno) non posso non ricordare le Quattro Figure Storiche che hanno caratterizzato il Risorgimento. Mazzini, Garibaldi, Re Vittorio Emanuele II e Cavour.

Giuseppe Mazzini, uno degli ‘ideologi’ dell’Unità. Repubblicano, fondatore della associazione patriottica “Giovine Italia”, Mazzini ha rappresentato per molti patrioti la speranza di realizzare uno stato italiano unitario:

La patria è la fede nella patria. Dio che creandola sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna forza e dell’eterno moto, l’Alpi e il mare. Dalla cerchia immensa dell’Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l’unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d’abbraccio amoroso ovunque l’Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d’anime parlan d’Italia. (da La Patria, ne I Pensieri, 1859)

Giuseppe Garibaldi, ‘l’eroe dei due mondi’, l’uomo che ha conquistato il Sud Italia e lo ha ‘regalato’ a  Vittorio Emanuele II. Un combattente animato dal principio ferreo di realizzare la libertà del popolo italiano:

O Mille! in questi tempi di vergognose miserie – giova ricordarvi – l’anima si sente sollevata pensando a voi – rivolta a voi – quando, stanca di contemplar ladri e putridume pensando che non tutti – perché la maggior parte di voi ha seminato l’ossa su tutti i campi di battaglia italiani – non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera – restante – avanzo superbo ed invidiato – pronto sempre a provare ai boriosi nostri detrattori, che tutti non son traditori e codardi – non tutti spudorati sacerdoti del ventre in questa terra dominatrice e serva! (da I Mille)

Vittorio Emanuele II, il Re di Sardegna proclamatosi poi Sovrano del Regno d’Italia:

 Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi! (al Parlamento di Sardegna, 1859, vigilia della Seconda Guerra d’indipendenza)

Camillo Benso Conte di Cavour, l’abile Primo Ministro Piemontese che con manovre, sotterfugi, accordi piu o meno segreti, riuscì ad espandere il Regno di Sardegna e contribuì alla nascita dell’Italia Unita:

La nostra stella polare, o signori, è di fare che la città eterna sovra la quale venticinque secoli accumularono ogni genere di gloria diventi la splendida capitale del Regno italico. (11 ottobre 1860)

Se Mazzini ha rappresentato le nobili idee, Garibaldi è stato ‘il braccio armato’ animato da quelle idee. Cavour e Vittorio Emanuele II hanno invece avuto un ruolo politico, pragmatico, anche opportunista, comunque utile all’obiettivo ultimo. L’Unità.

L’Unità non risolse tutti i problemi, molteplici furono le sfide da portare a termine dopo la nascita dello Stato Italiano, alcune ancora non pienamente realizzate.

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana, nata il 2 giugno 1946 dalle ceneri del Regno d’Italia. Piero Calamandrei, nel ‘Discorso sulla Costituzione‘  riuscì ad unire in un solo concetto le due fasi istituzionali della nostra Nazione. Spiegando la Costituzione, disse:

Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo,
all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Onore al merito di chi, piu di un secolo e mezzo fa, morì per realizzare un ‘sogno’ bramato da molti, una Patria comune. Onore a chi, durante il Fascismo prima e l’occupazione Nazista poi, lottò per Liberare la Patria restituendola al Popolo Sovrano.

Viva l’Italia, Viva il Risorgimento, Viva la Repubblica!

Fonti: Wikipedia

Articoli precedenti:

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