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I Presidenti: Antonio Segni (1962-1964), un mandato breve e controverso

9 gennaio, 2015

 

Antonio Segni
(1891-1972)

Presidente dal 1962 al 1964

segni

Dopo il settennato di un uomo della Sinistra democristiana è il momento di lasciare il passo all’ala destra del partito-nazione. Grazie anche all’appoggio del Premier, e membro della ‘sinistra dc’, Amintore Fanfani, si fa largo la candidatura di Antonio Segni:

“La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat“. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale, a fine aprile del 1962, il segretario democristiano Aldo Moro partorisce una delle sue formule più fumose – la candidatura parallela ma non contrapposta – che fa il paio con le “convergenze parallele” di due anni prima. Quello, d’altronde, è tempo di equilibrismi, politici e verbali. Il 2 marzo è nato il quarto governo Fanfani, formato da Dc, Psdi e Pri con l’appoggio esterno del Psi: l’anticamera del tanto discusso centrosinistra. La destra democristiana, cioè quella vasta palude che i giornali chiamano “dorotea”, è in preda alle convulsioni. Ma in quel partito nessun ostacolo è insormontabile. Basta pagare. E i dorotei, al congresso di gennaio, in cambio del loro assenso alla svolta a sinistra invocata da Fanfani, hanno preteso e ottenuto la candidatura ufficiale al Quirinale del loro leader indiscusso: Antonio Segni.

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Chi era Antonio Segni in quel momento, vediamo di capirne di più:

Conservatore, certo, ma con una vena di riformista. È stato due volte presidente del Consiglio e ora – nel governo Fanfani IV – è ministro degli Esteri. Dopo l’accordo congressuale tra destra e sinistra Dc

Nato nel 1891, si iscrive al PPI dalla sua fondazione e ne diventa consigliere, ma durante il fascismo resta distante dalla politica attiva e preferisce l’attività accademica nelle principali università italiane: nel 1943 fa parte del gruppo fondatore della Democrazia Cristiana e nel 1946 entra nell’Assemblea Costituente. Negli anni successivi ricopre per diverse volte l’incarico di ministro e per due volte quello di Presidente del Consiglio. Fa parte dell’ala conservatrice della Dc ed è gradito alle destre e ai monarchici.

La Sinistra parlamentare converge sulla candidatura del socialdemocratico Giuseppe Saragat. La Dc, dilaniata da divisioni interne, arriva ad un accordo ed alla nona votazione Segni viene eletto, seppur con un margine minimo, 443 voti ed appena il 51,8% dei votanti:

sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare

Al contrario del ‘Presidente interventista’ Gronchi, il nuovo Capo dello Stato, sin dal discorso di insediamento, sembrava voler essere solo un ‘notaio’:

Il messaggio d’insediamento di Segni è l’esatta antitesi di quello gronchiano di sette anni prima. “Non tocca a me – avverte l’11 maggio – determinare gli indirizzi politici nella vita dello Stato, prerogativa questa che spetta al governo e al Parlamento”. A queste parole l’aula si lancia in una corale ovazione, che suona come un addio polemico al settennato di Gronchi, costellato di forzature e deragliamenti costituzionali che avevano trasformato il Quirinale in una sorta di Superpresidenza del Consiglio.

“La sua missione era chiara: traghettare l’Italia verso il centrosinistra nel modo più indolore e vellutato possibile”. La Storia però dirà qualcosa di ben diverso. Il PSI, appoggiando dall’esterno il governo Fanfani, stava per entrare ufficialmente nell’esecutivo con propri ministri. Un cambio di linea politica, mal visto negli Stati Uniti . Le Riforme ‘progressiste’, in parte già attuate, non incontravano il consenso di molti settori dell’economia e della politica italiana. Ed anche il Capo dello Stato si dimostrò ostile a tale progetto:

In particolare Segni si oppone in tutti i modi a un’alleanza tra Dc e Psi, voluta da Moro, per portare avanti riforme largamente condivise sia nel centrosinistra che in buona parte dello scudo crociato. Solo alla fine del 1963 Aldo Moro riuscirà a varare il primo governo di centro-sinistra con l’appoggio del Psi.

Ciò che accadde nei mesi successivi, la caduta del Governo Moro, le trattative politiche durante la crisi politica, sono ancora parzialmente avvolte nel mistero. Una cosa è certa, il PSI fu ‘riportato a miti consigli’ e le sue ambizioni di cambiare il Paese, da Sinistra, furono fortemente ridimensionate. Anche grazie al ‘tintinnar di sciabole’ avvertito nell’estate del 1964:

Pochi mesi dopo, a luglio, l’esecutivo entrò in crisi per un voto sfavorevole, e Segni esercitò pressioni sul Psi di Nenni affinché si ritirasse dal governo e rinunciasse alle riforme che chiedeva. Seguirono giorni di convulse trattative e di minacce velate: solo nel 1967 uno scoop dell’Espresso svelò cosa stava accadendo in quei giorni, e cioè il “Piano Solo”, un tentativo di golpe organizzato dal Comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale De Lorenzo.

Il piano di De Lorenzo prevedeva il confino in Sardegna di 731 esponenti di sinistra, tra politici e sindacalisti, il presidio della televisione, la chiusura dei giornali di sinistra. Una svolta autoritaria organizzata con il consenso del presidente Segni, e che per poco non si concretizzò nell’estate del ‘64: dopo la parata del 2 giugno, infatti, le forze dei Carabinieri (presenti in misura molto maggiore del solito) rimasero a Roma anziché tornare nelle varie caserme. Fiutato il pericolo, molti esponenti di sinistra fecero perdere le loro tracce. Fu probabilmente proprio “il tintinnar di sciabole” agitato da Segni a mettere fine al programma riformista del governo Moro.

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Il Presidente tramò davvero contro lo Stato favorendo un Golpe pur di fermare l’ascesa dei socialisti al governo?

Storici e giornalisti, come Giorgio Galli e Indro Montanelli, si diranno convinti che Segni non avesse alcuna intenzione golpista, ma accarezzasse l’idea di usare il colpo di Stato come spauracchio per indurre i partiti a uscire dall’impasse e retrocedere dal centrosinistra.

Ad agosto il drammatico epilogo. Il giorno 7, Segni ricevette al Quirinale Moro e il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. Non si sa nulla di quell’incontro ma da quel colloquio il Presidente uscì in condizioni critiche:

[…]mentre colloquia burrascosamente al Quirinale con Moro e Saragat, Segni viene colto da un gravissimo malore. Fuori dalla porta, qualche testimone dirà di aver sentito i tre urlare e Saragat minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia. Saragat smentirà, ma quella sera qualcosa di tragico forse accade. Sta di fatto che i commessi, quando si aprono le porte, vedono Segni quasi esanime tra le braccia di Moro e di Saragat. La diagnosi dei medici è: “Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali”. Una trombosi che lo immobilizzerà per il resto della sua vita, lasciandolo in uno stato di parziale incoscienza fino alla morte, avvenuta nel 1972.

Dopo qualche mese, il 6 dicembre, visto il permanere dell’impedimento, Antonio Segni si dimise, ponendo fine al mandato presidenziale più breve e burrascoso della storia repubblicana.

Le statistiche sulla Presidenza Segni:

stat segni

Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/
http://www.polisblog.it/post/75465/i-presidenti-della-repubblica-antonio-segni-1962-1964
Statistiche di Repubblica.it

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