La battaglia di Mosul, la Siria e le tensioni Clinton-Putin


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A Mosul, in Iraq, si combatte una battaglia importante tra ISIS e la coalizione internazionale che li contrasta. Se cade Mosul, lo Stato Islamico perde molto, se non tutto, in Iraq.

Intanto l’Isis ha perso oltre un quarto del territorio che un tempo controllava in Siria e Iraq:

Secondo quanto emerso da uno studio condotto da IHS Conflict Monitor, un gruppo di analisti specializzati in difesa e sicurezza. Il territorio del sedicente Stato islamico si è ristretto del 28 per cento da quando ha raggiunto la sua massima espansione nel gennaio del 2015.

(http://www.tpi.it/mondo/iraq/isis-perso-oltre-un-quarto-del-suo-territorio-siria-iraq)

Novità nella piega che sta prendendo la guerra potrebbero arrivare dalle elezioni americane. Hillary è un ‘falco’ e se sarà eletta non avrà la linea morbida di Obama. Si batterà per istituire una no-fly zone in Siria entrando in diretto contrasto con la Russia di Putin. Contrasto ben evidente già ora, con gli hacker russi che cercano di sabotare l’elezione di Clinton rivelando sue mail segrete e con la stessa candidata alla Casa Bianca che accusa Donald Trump di essere una marionetta in mano a Putin.

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L’elezione della democratica alla Presidenza peggiorerà notevolmente i rapporti russo-americani. Di quanto non è dato sapere ma c’è chi teme sino ad una possibile Guerra. Non mondiale ovviamente ma combattuta su scacchieri internazionali. Ed oggi sono Siria ed Iraq i principali indiziati.

Nel frattempo un ISIS debole come quello odierno potrebbe spingere per nuovi attentati in Europa e nell’Occidente, al fine di destabilizzare ulteriormente i governi democratici. Da tempo le intelligence europee sventano possibili attacchi. Prima o poi però qualche cellula terrorista o qualche ‘lupo solitario’ potrebbe farcela. Le cancellerie di Germania, Italia, Gran Bretagna, Belgio e soprattutto Francia non dormono sonni tranquilli in questo periodo.

Nel dettaglio, tramite Il Post, La Stampa ed il Sussidiario, una analisi sulla situazione irakena:

Cosa è successo a Mosul e Kikuk, in Iraq:

Domenica scorsa è iniziata in Iraq la battaglia per liberare Mosul, la seconda città più grande nel paese che da più di due anni è in mano ai miliziani dello Stato Islamico. Fanno parte della coalizione internazionale che sta cercando di riconquistare Mosul l’esercito regolare iracheno, le milizie appoggiate dall’Iran e i peshmerga del Kurdistan Iracheno. Tutti loro sono appoggiati dagli attacchi aerei americani e di altri paesi. Qualche giorno fa lo Stato Islamico ha invece attaccato a sorpresa Kirkuk, una città irachena a maggioranza curda a circa 170 chilometri da Mosul, probabilmente per distogliere l’attenzione dalla battaglia principale e per dimostrare di poter muoversi con una certa libertà sul territorio iracheno. (http://www.ilpost.it/2016/10/22/cosa-sta-succedendo-in-iraq/)

La controffensiva a Mosul

Trincee riempite di petrolio, sostanze chimiche velenose, bambini e donne usati come “scudi umani” sui tetti della case contro i raid aerei. Sarebbero queste le difese approntate dai seguaci del Califfo al Baghdadi per la battaglia finale per Mosul. Lo riferiscono dalla città fonti concordanti, secondo le quali il fuoco verrà appiccato al greggio nelle trincee, non appena le forze curdo-irachene si dovessero avvicinare alla linee difensive dell’Isis. I jihadisti inoltre avrebbero disseminato la città di ordigni artigianali carichi di sostante chimiche nocive che avrebbero effetti devastanti sia sugli avversari che sulla popolazione civile. Non è possibile verificare in maniera indipendente questo tipo di informazioni che trapelano da Mosul.  (http://www.lastampa.it/2016/10/23/esteri/muri-di-fuoco-e-bombe-chimiche-cos-lisis-prepara-lultima-difesa-a-mosul-pylfiO87nezjqjeEmn2i7I/pagina.html)

Perché è importante la battaglia di Mosul?
Mosul è la città più grande che lo Stato Islamico sia mai riuscito ad occupare, ed è quella dove il califfo Abu Bakr al Baghdadi tenne il suo primo e fino ad ora unico discorso pubblico. Si tratta di un luogo strategicamente e simbolicamente molto importante: la città fu conquistata nell’agosto del 2014 da un piccolo gruppo di un migliaio di miliziani che riuscì a mettere in fuga un contingente dell’esercito iracheno molto più numeroso. Da allora Mosul è diventata una delle principali basi dello Stato Islamico in Iraq, sottoposta a una feroce oppressione religiosa. Senza più il controllo di Mosul, lo Stato Islamico perderà un importante risorsa strategica e, almeno in Iraq, sarà costretta a tornare un movimento clandestino, senza più la legittimità fornita dal controllo su un ampio territorio.

L’intervista Ammar Waqqaf, attivista siriano residente a Londra:

Gli Stati Uniti hanno strategie diverse in Siria ed Iraq

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http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2016/10/23/BATTAGLIA-DI-MOSUL-Waqqaf-in-Siria-e-Iraq-gli-Usa-sono-peggio-dell-Isis/729466/

Riforma Costituzionale, pro e contro (secondo me)


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In questi giorni ho letto vari articoli favorevoli e contrari alla Riforma, ho approfondito dando una occhiata ai singoli articoli che verranno modificati ed alla fine mi sono fatto una idea di quel che va bene o meno nella nuova Costituzione ‘made in Renzi’, elenco i vari punti qui di seguito:

modifiche positive:

-elezione del Presidente della Repubblica. Non più con maggioranza assoluta (dopo i primi scrutini) ma con i 3/5 dei votanti. Un Presidente bipartisan è meglio di uno di una parte sola.

elezione dei Giudici Costituzionali. Prima erano 5 eletti con Camere riunite, ora saranno 3 per la Camera e 2 per il Senato. Cambia poco. Ci può stare.

modifica articolo V. Alcune competenze date alle regioni vengono riprese dallo Stato. Buono.

possibilità di organizzare referendum propositivi. Anche se il tutto viene rimandato ad una legge specifica è comunque una integrazione positiva nella Carta.

abbassamento del quorum referendario per i quesiti con più di 800mila firme raccolte. Buona cosa.

innalzamento a 150mila firme per le proposte di legge di iniziativa popolare (ora sono 50mila) ma maggiore possiibilità che esse vengano discusse in Parlamento (cosa che ad oggi è rara), tramite la riforma dei regolamenti della Camera.

cambiamenti negativi:

il cuore della Riforma ovvero il bicameralismo. Che diventa imperfetto. La Camera è il solo organo legislativo ed il Senato interviene solo in alcune occasioni. (elezione Presidente della Repubblica ed altre). Può chiedere di esaminare e votare leggi su cui si è espressa la Camera ma l’ultima parola spetta a quest’ultima. Non è chiaro poi il compito del Senato, l’articolo 70 ne delinea a grandi linee i compiti ma il tutto viene rimandato a decisioni ‘operative’ quando la riforma sarà legge. E’ quindi alto il rischio caos normativo.

-modalità di elezione dei Senatori. (74 su 100) Non c’è. Si rimanda a leggi ordinarie. Potrebbero essere eletti in un listino nelle elezioni regionali ma potrebbero anche essere nominati dai singoli consigli. Procedimento fumoso. Peraltro diminuiscono di numero, non percepiscono stipendio ma avranno diritto a rimborsi (immaginate 74 consiglieri che vanno e vengono ogni settimana dalle loro regioni per votare in Senato e poi tornare al consiglio comunale etcetc).

il risparmio sui ‘costi della politica’ (dalla soppressione delle province, a quella del Cnel, al taglio ai senatori) è di circa 50 milioni di euro. Il prezzo di un caffè per ogni italiano. Nulla in confronto dell’alto rischio di caos normativi, di conflitti di attribuzioni che nascerebbero da una riforma ‘fumosa’ come è in effetti il DDL Renzi-Boschi.

Al netto di tutto ciò che ho scritto sono sempre più propenso a votare NO. Credo sia una riforma pasticciata. Che in definitiva cambia ben poco nell’iter legislativo.

Perché la Francia? La strategia delle ‘industrie del terrore’ e le schegge impazzite..


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Non sono un analista geopolitico ma credo che la Francia venga maggiormente colpita dagli attentati semplicemente perché è una delle Nazioni europee a più alta concentrazione islamica. Soprattutto per quanto riguarda la criminalità. Il 70% dei detenuti nel Paese è di fede islamica (contro il 15% della Gran Bretagna ed il 35% dell’Italia). Maggiore è la concentrazione musulmana, maggiore è la possibilità di estremismo, ovviamente. Attenzione però a criminalizzare tutti, a prescindere.
E’ esattamente ciò che vogliono i ‘leader’ del Terrore. Spingere le popolazioni europee a ‘respingere’ i cittadini di fede islamica, votando i partiti populisti di destra, creando un clima di sospetto attorno alle persone di origine arabo/musulmana. Inasprire il clima interno, destabilizzando le varie Nazioni.
Non a caso proprio in Francia c’è il più forte partito populista, il Front National e l’occasione è ghiotta. Gli attentati credo continueranno almeno sino alle Presidenziali del 2017.
Ma nessuna Nazione è al sicuro. Le schegge impazzite possono colpire ovunque e come abbiamo visto basta prendere un tir per fare una strage. Non servono bombe, armi, esplosivo. Serve solo la voglia di uccidere. E grazie alla strategia del leader del Terrore oramai nessuno può pensare di sfuggire alla morte.
Dobbiamo solo cambiare prospettiva. Non farci battere dalla paura. Continuare la nostra vita. Per rispetto dalla Nostra Storia e della Libertà che ci siamo conquistati secoli fa con battaglie e guerre.
Libertà politiche, sociali e religiose che la civiltà islamica non ha ancora ottenuto pienamente. E l’ISIS, Al Qaida e le altre ‘industrie del terrorismo’, al netto di interessi economici, rappresentano anche la risposta ideologica al cambiamento della società islamica.
Va ricordato che i primi ‘infedeli’ per i terroristi sono proprio la maggioranza degli islamici. Il 90% dei morti totali in attentati infatti appartiene a quella fede. E’ la ‘battaglia finale’ per evitare la secolarizzazione della civiltà islamica. Una battaglia, secondo me, destinata a fallire. Ma che avrà un costo altissimo. Per noi occidentali e per la comunità islamica.

Guida al Referendum del 17 aprile sulle trivellazioni


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Domenica 17 aprile andremo a votare per un referendum richiesto dalle Regioni, per la prima volta infatti non si vota per quesiti richiesti tramite raccolta di firme. Si vota per mantenere o meno le concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. Qui di seguito tramite Il Post ed il Fatto Quotidiano, una piccola guida per capire qualcosa in più su quesito e conseguenze del voto, in caso di vittoria del Si o del NO.

Di cosa si tratta?

Da il Post

Si tratta del cosiddetto referendum “No-Triv”: una consultazione per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana.

Il referendum, quindi, non riguarda il divieto di effettuare nuove trivellazioni, che sono già vietate entro le 12 miglia e continueranno a essere permesse oltre questo limite anche in caso di vittoria dei sì.. Secondo gli stessi promotori, il referendum del 17 aprile è soprattutto un atto politico che serve a dare un segnale contrario all’utilizzo delle fonti di energia fossile, come il gas e il petrolio estratti dalle piattaforme offshore.

Votare SI significa dire NO alle trivellazioni dentro le 12 miglia dalla costa dopo che saranno scadute le attuali concessioni alle società petrolifere. Votare NO, vuol dire continuare con le concessioni sino ad esaurimento dei giacimenti.

Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’Eni che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria). Di queste concessioni una è unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste.

Cosa vuole cambiare il referendum
Nel referendum si chiede agli italiani se vogliono abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento

La situazione oggi
Gran parte delle 66 concessioni estrattive marine che ci sono oggi in Italia si trovano oltre le 12 miglia marine, che non sono coinvolte dal referendum. Il referendum riguarda soltanto 21 concessioni che invece si trovano entro questo limite: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia. Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta. Le leggi prevedono che le concessioni abbiano una durata iniziale di trent’anni, prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

Se al referendum dovessero vincere il sì, la maggior parte dei 48 impianti di cui si parla dovranno chiudere tra circa una quindicina d’anni, tre invece nei prossimi cinque. In tutto in Italia ci sono circa 130 piattaforme offshore utilizzate in processi di estrazione o produzione di gas e petrolio. Quattro quinti di tutto il gas che viene prodotto in Italia (e che soddisfa circa il 10 per cento del fabbisogno nazionale) viene estratto dal mare, così come un quarto di tutto il petrolio estratto in Italia. Entro le 12 miglia marine si estrae attualmente circa il 17,6 per cento i tutto il gas estratto in Italia e il 9,1 per cento di tutto il petrolio.

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Cosa succede in caso di vittoria dei sì
Il referendum non modifica la possibilità di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e nemmeno la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma: e compiere nuove trivellazioni entro le 12 miglia è già vietato dalla legge. Una vittoria dei sì al referendum impedirà l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti una volta scadute le concessioni.

Le ragioni di chi è favore del Sì
Secondo i vari comitati “No-Triv”, appoggiati dalle nove regioni che hanno promosso il referendum e da diverse associazioni ambientaliste come il WWF e Greenpeace, le trivellazioni andrebbero fermate per evitare rischi ambientali e sanitari. I comitati per il Sì ammettono che per una serie di ragioni tecniche è impossibile che in Italia si verifichi un disastro come quello avvenuto nell’estate del 2010 nel Golfo del Messico, quando una piattaforma esplose liberando nell’oceano 780 milioni di litri di greggio

Alcuni aderenti ai comitati per il Sì hanno anche parlato dei danni al turismo che avrebbero arrecato le piattaforme. È importante sottolineare, però, che il referendum non impedirà nuove trivellazioni (che sono già vietate) né la costruzione di nuove piattaforme, ma solo lo sfruttamento di quelle già esistenti. Inoltre, il legame tra piattaforme e danni al turismo non è stato dimostrato chiaramente. La regione con il più alto numero di piattaforme, l’Emilia-Romagna, è anche una di quelle con il settore turistico più in salute. La Basilicata, la regione del sud più sfruttata per la produzione energetica, è stata una di quelle che negli ultimi anni hanno visto crescere di più il settore turistico.

Le ragioni di chi è a favore del No
Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS. Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo sicuro di limitare l’inquinamento: l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10 per cento del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni.

Una vittoria del sì avrebbe poi delle conseguenze sull’occupazione, visto che migliaia di persone lavorano nel settore e la fine delle concessioni significherebbe la fine dei loro posti di lavoro. Nella provincia di Ravenna il settore dell’offshore impiega direttamente o indirettamente quasi settemila persone.

Motivi ambientali per dire SI

Per approfondire il tema andate qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/08/referendum-trivelle-dieci-motivi-per-andare-a-votare-e-votare-si/2618614/

Riporto un estratto

L’Italia è un paese fragile. Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equilibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravennate è sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano. Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza è causata dalle estrazioni metanifere. La subsidenza è un fenomeno irreversibile: una volta che la terra si abbassa non si torna indietro. La subsidenza si può solo rallentare

 

 

 

#Iowa, partono le primarie americane


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Da stanotte, con i caucus in Iowa, parte la sfida presidenziale. Favoriti Clinton e Trump, possibili sorprese Sanders e Cruz. Ma nel GOP c’è chi scommette ancora su Jeb Bush, Rubio e Kasich. Vi invito a leggere lo speciale del Il Post, riportato qui sotto. Per capire meglio di cosa si sta parlando.

Il Post – 

Iniziano le primarie americane

Il percorso che porterà il 20 gennaio 2017 all’insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti – e prima, l’8 novembre del 2016, alla sua elezione – è cominciato ufficialmente: il primo febbraio, infatti, iniziano le primarie del Partito Democratico e del Partito Repubblicano. Si comincia dall’Iowa, com’è tradizione, e benché l’intero processo di selezione dei candidati si definisca tradizionalmente “primarie”, quelle dell’Iowa non sono vere primarie ma caucus. Le primarie vanno avanti formalmente fino a giugno, ma di norma tra febbraio e marzo diventa evidente quale sia il candidato più forte e destinato a vincere: in entrambi i partiti, però, la situazione è oggi molto incerta. Il voto in Iowa sarà quindi il primo momento in cui mesi di comizi, proposte, polemiche, sondaggi contraddittori e confronti televisivi si tradurranno finalmente in qualcosa di concreto, e capiremo un po’ di più cosa potrà succedere l’8 novembre.

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Perché si comincia dall’Iowa
L’Iowa è uno stato americano del Midwest, piuttosto piccolo e poco popolato: è poco più grande della Grecia, in termini di superficie, ma ha meno di un terzo degli abitanti della Grecia. La sua città più grande, la capitale Des Moines, conta circa 200.000 abitanti e in questo periodo dell’anno è coperta di neve. Anche dal punto di vista politico l’Iowa formalmente non conta granché: alle elezioni presidenziali assegna solo 6 “grandi elettori” su 538. E allora perché si comincia da lì?

La risposta è piuttosto banale: perché negli ultimi cinquant’anni si è sempre fatto così. Ma è una tradizione a cui nel tempo sono state trovate delle motivazioni razionali. Cominciare a votare in uno stato piccolo, infatti, permette a tutti i candidati di avere una chance, anche a quelli con meno risorse: per un candidato con meno soldi e volontari è più facile vincere in Iowa che in Texas o in California; e dall’altra parte una vittoria in Iowa può permettere a un candidato con poche risorse di trovare quella spinta economica, mediatica e di consensi – il cosiddetto “momentum”, nel gergo della politica americana – necessaria per vincere anche altrove.

Inoltre lo stato in cui si vota subito dopo l’Iowa è il New Hampshire, dove le primarie arrivano il 9 febbraio: Iowa e New Hampshire insieme sono abbastanza politicamente variegati da essere un interessante punto di partenza; i partiti – e quindi i loro strateghi, consulenti, funzionari – li conoscono molto bene e sanno ormai come muoversi da quelle parti, mentre cambiare calendario presenterebbe per loro molti rischi e incertezze.

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La situazione tra i Democratici
I principali candidati sono due: Hillary Clinton, ex first lady, ex senatrice ed ex segretario di Stato, e Bernie Sanders, senatore del Vermont. Clinton conserva da mesi un solido vantaggio nei sondaggi nazionali, ma in Iowa la situazione è ben più equilibrata: negli ultimi tre mesi Sanders ha recuperato oltre 20 punti percentuali completando una sorprendente rimonta nei primi giorni di gennaio. Oggi Sanders e Clinton sono separati da pochissimi punti percentuali, praticamente dentro il margine di errore. L’ultimo sondaggio del Des Moines Register, il principale giornale dell’Iowa, considerato molto affidabile, vede Clinton avanti di tre punti percentuali.

Clinton rimane la favorita per la vittoria finale della nomination tra i Democratici, ma l’exploit di Sanders – che ha 74 anni e posizioni molto di sinistra, si definisce “socialista” e raduna grandi folle a ogni suo comizio – ha fatto venir fuori i limiti di una candidata vista ancora troppo come espressione dell’establishment, considerata troppo moderata sull’economia, criticata per i suoi rapporti con Wall Street e che fatica a suscitare l’entusiasmo degli elettori, soprattutto tra i più giovani.

La situazione tra i Repubblicani

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Anche tra i Repubblicani non sono mancate le sorprese. L’ex governatore della Florida Jeb Bush, dato per favorito sei mesi fa, non è mai riuscito a ottenere grandi consensi tra gli elettori a giudicare dai sondaggi; ed è emersa invece in modo sorprendentemente durevole la candidatura di Donald Trump, ricco imprenditore del settore immobiliare e dei casinò, con toni e posizioni particolarmente estremiste sull’immigrazione e sulla sicurezza nazionale: negli scorsi mesi Trump ha proposto, tra le altre cose, di vietare l’ingresso nel paese a tutte le persone di religione musulmana – anche se cittadine americane – e di costruire un muro al confine col Messico per non far più passare immigrati.

A giudicare dai sondaggi, i candidati Repubblicani che possono vincere in Iowa sono due: oltre a Donald Trump, l’altro che sembra messo bene è il senatore del Texas Ted Cruz, figlio di immigrati cubani e noto per la sua retorica abrasiva anti-establishment (è detestato anche da molti Repubblicani) e per avere la posizione più di destra possibile praticamente su qualsiasi tema. Cruz ha rimontato molti punti a Trump nei sondaggi sull’Iowa e oggi Trump conserva un vantaggio significativo ma limitato.

La situazione tra i Repubblicani resterà comunque incerta a prescindere dal risultato dell’Iowa, perché diversi analisti e giornalisti sostengono da mesi che né Trump né Cruz potrebbero davvero vincere le elezioni presidenziali di novembre: storicamente gli elettori a un certo punto rivolgono le loro attenzioni verso candidati più “moderati” ed eleggibili, e quando non lo fanno i candidati estremisti a novembre prendono delle gran scoppole (successe per esempio a Barry Goldwater, candidato Repubblicano alle presidenziali del 1964, sconfitto duramente dal presidente Lyndon Johnson). I candidati considerati più “eleggibili” tra i Repubblicani sono, oltre a Jeb Bush, il senatore della Florida Marco Rubio, il governatore del New Jersey Chris Christie e il governatore dell’Ohio John Kasich: in Iowa lotteranno per arrivare terzi, e poi cercheranno di arrivare il più in alto possibile nelle successive primarie in New Hampshire.

Cosa succede dopo
L’Iowa è appunto soltanto l’inizio. Le primarie proseguono poi il 9 febbraio in New Hampshire, il 20 in Nevada, il 27 in South Carolina. Il primo marzo, poi, c’è il cosiddetto Super-Tuesday: si vota in dieci stati – quattordici per i Repubblicani – nello stesso giorno. A quel punto dovremmo avere le idee più chiare su chi saranno i candidati che l’8 novembre si contenderanno la presidenza degli Stati Uniti d’America.

Tensioni Iran-Arabia Saudita, un quadro generale


Si aggravano le tensioni tra Iran ed Arabia Saudita. L’uccisione dell’imam sciita da parte di Riyadh ha fatto esplodere le proteste davanti alla ambasciata Saudita a Teheran. Da lì l’escalation. Non pochi pensano che la mossa Saudita sia stata attuata proprio per avere una reazione esagerata da parte iraniana, più precisamente degli oppositori al Presidente riformista Rohani che ha varato l’accordo sul nucleare con le organizzazioni internazionali.

Chi si oppone a Rohani non vuole aperture ma vuole tenere isolato l’Iran ed in questo caso ha come maggiore alleato proprio l’Arabia Saudita. Pesano poi le divisioni religiose, gli iraniani sciiti contro i rivali sunniti sauditi. Una bella grana anche in chiave soluzione per Siria, Libia ed Irak

Per approfondire:

http://www.internazionale.it/notizie/2016/01/02/arabia-saudita-iran-al-nimr

Per capire meglio la rivalità Iran-Arabia ecco una ottima sintesi ‘storica’ di LIMES:

Oltre a rappresentare l’ultimo episodio nell’endemico conflitto arabo-persiano, l’uccisione del leader sciita Nimr al-Nimr da parte di Riyad segnala l’intrinseca debolezza dell’Arabia Saudita e il tentativo di testarel’equilibrio di potenza che gli americani cercano di imporre al Medio Oriente.


Di fatto un possedimento personale della famiglia regnante, l’Arabia Saudita si regge sul benessere garantito ai cittadini dalla rendita petrolifera e dall’ideologia wahhabita che legittima i Saud quali custodi di Mecca e Medina. Benché la maggioranza della popolazione sia sunnita, la provincia orientale di Al-Sharqiyya, la più ricca di giacimenti petroliferi, è abitata in maggioranza da sciiti e storicamente Riyad ne disinnesca le spinte autonomiste con un misto di repressione ed elargizioni finanziarie.


A livello internazionale il principale nemico del paese è l’Iran sciita che, erede della bimillenaria tradizione imperiale persiana, al pari di sauditi e turchi, vorrebbe dominare l’intero Medio Oriente e che Riyad accusa di sobillare proprio i sudditi di Al-Sharqiyya. Nel corso dei decenni Saud e persiani si sono scontrati per procura in numerosi teatri bellici – dall’Oman al Libano, dall’Iraq al Bahrein, dalla Siria allo Yemen – e dal 1979 Riyad ha sempre potuto contare in funzione anti-persiana sull’ombrello difensivo americano.


Il disimpegno statunitense dalla regione e l’apertura di Obama alla Repubblica Islamica, culminata nell’accordo sul programma nucleare di Teheran raggiunto lo scorso luglio, hanno minato le certezze di Casa Saud. Intenzionata ad estricarsi dagli a-strategici conflitti mediorientali per concentrarsi sull’Asia-Pacifico, la Casa Bianca favorisce l’instaurazione di un equilibrio tra le principali potenze levantine – Turchia, Israele, Arabia Saudita, Iran – che ora costringe Riyad ad occuparsi direttamente del proprio destino.

Il resto qui:

http://www.limesonline.com/la-debolezza-dellarabia-saudita-lo-scontro-con-liran-e-il-disimpegno-usa/88885

#Usa2016, al via le primarie: sarà una sfida Clinton-Trump (o Cruz)?


Journalists speak back stage ahead of the Democratic presidential debate at the Wynn Hotel in Las Vegas, Nevada on October 13, 2015, hours before the first Democratic Presidential Debate. After ignoring her chief rival for months, White House heavyweight contender Hillary Clinton steps into the ring Tuesday to confront independent Senator Bernie Sanders in their first Democratic debate of the 2016 primary cycle. Clinton will take center stage in Las Vegas joined by Sanders and three other hopefuls, and while there is unlikely to be a dramatic clash of personalities as seen in the first two Republican debates, the spotlight is likely to be on the top two candidates. The other three challengers -- former Maryland governor Martin O'Malley, ex-senator Jim Webb and former Rhode Island governor Lincoln Chafee -- will try to generate breakout moments to show they are electable alternatives to Clinton. AFP PHOTO / FREDERIC J. BROWN        (Photo credit should read FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

Tra due settimane, negli Stati Uniti, prenderanno il via le elezioni primarie. Dalle consultazioni popolari usciranno i due candidati principali alla Casa Bianca nelle elezioni di novembre. Clinton sembra in vantaggio netto nel fronte democratico. Il liberal Sanders non appare in grado di insidiare l’ex first lady. Troppo ‘di sinistra’ per una elezione che alla fine si vince al ‘centro’. Anche se Sanders parte quasi in pole, in buona posizione per i caucus di Iowa ed in leggero vantaggio per le primarie del New Hampshire.

Più complicato il versante Repubblicano. Il GOP è diviso. I candidati sono una decina ma quelli con più chance sembrano essere quattro. Jeb Bush, il terzo della ‘dinastia’ (figlio e fratello dei due Presidenti Bush) appariva qualche mese fa come il predestinato alla investitura finale. Ed invece adesso annaspa. Poco consenso. Poi c’è il populista, demagogo ed estremista Donald Trump. Sessista, razzista, islamofobo eppure con sostegni in crescita. Parte davanti a tutti, seppure sino a qualche settimana fa si dicesse che la sua candidatura si sarebbe sgonfiata a ridosso delle primarie. Così non è stato. In realtà gli esperti sono convinti che alla fine non prevarrà e ripiegano su altri due candidati. Marco Rubio e soprattutto Ted Cruz. Due senatori (il primo della Florida, il secondo del Texas), due figli di immigrati.  Rubio è figlio di cittadini cubani, emigrati negli Stati uniti durante gli anni Cinquanta, prima dell’avvento di Fidel Castro.  Cruz di un immigrato cubano e di un’americana di origini italiane.

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Nelle prossime settimane capiremo il peso di ognuno di loro ed eventuali ritiri di altri candidati favoriranno uno piuttosto che l’altro. Si inizia il 1° febbraio in Iowa, poi il 9 con il New Hampshire, il 20 con i caucus dem in Nevada e soprattutto le primarie Gop in South Carolina. Infine il 1° marzo, con il Super Tuesday (in cui votano molti Stati) dovrebbero decidersi i giochi, almeno per i democratici.

A luglio si terranno le Convenzioni dei due partiti. Si sapranno i nomi dei vicepresidenti e si avvierà alla fine il processo che, il primo martedì di novembre, eleggerà il successore di Barack Obama, il prossimo 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. E noi saremo qui a seguire tutto. Con voi.

La differenza tra Caucus e Primarie:

il caucus e le primarie propriamente dette. Il primo è un particolare format che tende a favorire un candidato con un seguito politico organizzato; questo soprattutto a causa di un voto determinato dai rappresentanti locali dei partiti e che avviene solitamente senza sotterfugi (si tiene in genere per alzata di mano). Ai caucus vi possono partecipare solo individui dotati della tessera del partito; è un metodo adottato da Alaska, Colorado, Hawaii, Kansas, Maine, Minnesota, Nevada, North Dakota, Wyoming e Iowa. Tutti gli altri stati, invece, privilegiano le urne con voto segreto, cui prendono parte – a seconda della scelta dei singoli stati – o membri del partito, cui i cittadini possono iscriversi anche il giorno stesso del voto, o tutti gli americani intenzionati ad esprimere la propria preferenza. (fonte)

Chi si elegge con le primarie

Per conquistare la nomination democratica è necessario vincere 2242 delegati sui 4383 complessivi , suddivisi tra delegati e super delegati, che sono i dirigenti di partito ed eletti nelle istituzioni membri di diritto della Convention. Il candidato repubblicano alle presidenziali dovrà invece conquistare almeno 1237 dei 2472 delegati in palio nelle oltre 50 elezioni (primarie) che si svolgeranno da inizio febbraio fino a metà di giugno (fonte)

I candidati principali

DEMOCRATICI

  1. Bernie Sanders, senatore del Vermont dal 2007
  2. Martin O’Malley, governatore del Maryland dal 2007 al 2015
  3. Hillary Clinton, Segretario di Stato dal 2009 al 2013
  1. Jeb Bush, governatore della Florida dal 1999 al 200
  2. Donald Trump, proprietario e presidente del consiglio d’amministrazione della Trump Organization
  3. Marco Rubio, senatore dalla Florida dal 2011
  4. Ted Cruz, senatore dal Texas dal 2013

Jeb Bush

Donald Trump

Marco Rubio

Ted Cruz

PRIMARIE , IL CALENDARIO INIZIALE (Internazionale.it)

1 febbraio
La prima sfida del 2016 riguarderà i caucus (primarie dei partiti) dell’Iowa. Secondo un vecchio adagio, sono solo tre i biglietti di partenza dall’Iowa, il che significa che solo i tre candidati che ottengono più voti nei caucus di ciascun partito avranno la possibilità di ottenere la candidatura alle presidenziali. Ma quest’anno potrebbe andare diversamente: i candidati democratici sono solo tre, ma i repubblicani ancora in corsa sono una decina. Anche se l’Iowa potrebbe segnare la fine delle speranze per i candidati in difficoltà come il democratico Martin O’Malley e i repubblicani Mick Huckabee e Rick Santorum. Questi candidati si giocano il tutto per tutto nel cosiddetto stato dell’occhio di falco, nella speranza di una clamorosa resurrezione.

9 febbraio
Appena nove giorni dopo, le primarie del New Hampshire, le prime in tutto il territorio nazionale, saranno un indicatore fondamentale per capire quanto durerà la competizione tra i diversi candidati all’interno di ciascun partito. Per i democratici, una vittoria del senatore del Vermont Bernie Sanders su Hillary Clinton potrebbe allungare i tempi della campagna elettorale. Una vittoria dell’ex segretaria di stato nel cosiddetto stato del granito potrebbe invece far concludere più rapidamente le primarie democratiche. Nel campo repubblicano, una vittoria dell’imprenditore Donald Trump potrebbe sancire l’inizio di primarie particolarmente caotiche.

20 febbraio
Sono due le competizioni elettorali che si tengono in questa giornata. Il Partito repubblicano organizza le primarie in South Carolina, le prime che si terranno nel sud del paese, mentre in Nevada si terranno i caucus del Partito democratico. Il voto in South Carolina, uno stato da sempre caratterizzato da un clima politico molto acceso, sarà particolarmente interessante: candidati di spicco come Ted Cruz, Marco Rubio e Donald Trump si sfideranno in uno stato meridionale dove vivono molti reduci di guerra, elettori generalmente molto importanti per il Partito repubblicano. Dal canto suo, il Nevada rappresenta un’importante banco di prova per verificare le capacità di Bernie Sanders di conquistare consenso fuori dall’Iowa e dal New Hampshire.

1 marzo
Le primarie cosiddette Sec, chiamate anche “super martedì”, prendono il nome dalla Southeastern Conference, un girone del campionato universitario di football. Prevedono che si tengano le primarie in sei stati del sud e anche in altri stati del nord, tra cui il Massachusetts e il Minnesota. È da molto tempo che candidati come Ted Cruz e Donald Trump fanno campagna elettorale negli stati del sud, perché una prestazione convincente durante il “super martedì” potrebbe proiettare uno dei candidati verso la vittoria alle primarie.

2015 in immagini


Un anno difficile, quello che va a concludersi. Attentati terroristici a ripetizione, scandali nostrani e di caratura internazionale, il fenomeno migranti, in molti casi finito in tragedia, l’affacciarsi di nuove realtà politiche in Europa e non solo, l’estremo saluto a personaggi importanti del mondo della musica, della politica e dello spettacolo.

Questo ed altro è stato il 2015. Come consuetudine l’ho riassunto in immagini, con la colonna sonora di Duke Dumont (Ocean Drive)

Buona Visione!