Candido, gli articoli più letti del 2015


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Il 2015 è stato, per me, un anno di disimpegno dalla politica. Almeno per quanto riguarda il blog. Le visite su Candido ne hanno risentito e la classifica 2015 degli articoli più letti lo dimostra. La rubrica sulla pittura Artè conquista 1° e 4° posto, con Afremov e Monet. Per il resto tanta Storia, da Mario e Silla ad alcuni capitoli del Risorgimento (i moti del 1830-31, la prima guerra di Indipendenza), agli articoli della Costituzione (il 7 ed il 3) passando per un po’ di Musica (le radio più ascoltate ed un articolo sui The Smiths) ed un pizzico di TV (Storia della Tv Americana e di quella francese). Un solo articolo di politica tra i 15 più letti nell’anno, il sondaggio su chi avrebbe potuto essere il nuovo Capo dello Stato.

Top 5 2015 (articoli più letti scritti nel 2015)

Chissà cosa leggerete sul Candido nel 2016!

Top 15 in assoluto (gli articoli più letti del 2015)

ArTè: Leonid Afremov, Impressionismo contemporaneo
I 10 avvenimenti storici piu importanti per l’umanità
Viaggi nella Storia: Mario e Silla, la prima guerra civile romana
ArTè: Monet ed i paesaggi invernali
I moti del 1830-31: le insurrezioni di Modena e Parma, Ciro Menotti
Storia della Costituzione: Articolo 7 (i rapporti con la Chiesa e la laicità)
Risorgimento, Prima Guerra d’Indipendenza (1): le Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo
RTL 102,5 è la Radio più ascoltata, seguono Deejay ed Rds
Mondo Tv: La Televisione Americana
Abbonamenti Serie A 2014-15, i numeri squadra per squadra
Jukebox: “Please, Please, Please Let Me Get What I Want”, The Smiths
Storia della Costituzione: Articolo 3, l’Uguaglianza e le Pari Opportunità
Sondaggio: chi sarà il nuovo Presidente della Repubblica?
Prime Pagine storiche nel Novecento. Grazie all’archivio de “La Stampa”
Mondo Tv: la Televisione Francese

I Presidenti: Giorgio Napolitano (2006-2015), da ‘notaio’ a ‘Re’ rieletto


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Giorgio Napolitano
(1925)

Presidente dal 2006 al 2015

Quirinale - Consultazioni

Ed eccoci arrivati all’ultimo numero della nostra rubrica. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, ad inizio 2006, si presenta non semplice e scontata. L’Unione di CentroSinistra guidata da Romano Prodi ha vinto, di poco, le elezioni politiche ed ha una maggioranza quasi inesistente al Senato. Berlusconi ha fatto di tutto per non cedere il potere, dopo cinque anni di dominio, ha gridato ai brogli, al colpo di stato, ha presentato ricorsi. Tra i due poli quindi non c’è un bel clima.

Rifondazione comunista ottiene la Presidenza della Camera, con Fausto Bertinotti. L’ala democristiana il Senato, con Franco Marini. Ai DS non rimane che chiedere il Quirinale. Si parla di Massimo D’Alema. Anche Berlusconi sarebbe disponibile alla sua elezione, contando su un possibile periodo di ‘distensione’. L’opposizione nasce però nell’ala moderata dell’Unione e tra le fila di An e Udc. Ci si allontana quindi da una candidatura condivisa, alla ‘Ciampi’. Proprio il Presidente uscente declina la possibilità, ventilata dal centrodestra, di una rielezione ‘a tempo’ come garante di tutto il Parlamento. Si fa largo così la candidatura di Giorgio Napolitano:

A questo punto il Pdl propone Amato o Marini, ma i Ds si impuntano: se non vogliono D’Alema, devono accettare un altro ex-Pci. Nei primi tre scrutini il centrosinistra vota scheda bianca, il centrodestra per Gianni Letta e poi bianca, inoltre ci sono voti sparsi per Franca Rame (Idv) e Umberto Bossi. Alla quarta votazione, il centrosinistra presenta la candidatura di Giorgio Napolitano, che viene eletto con 543 voti, 38 in più del quorum richiesto.

Chi era Giorgio Napolitano? Ex Presidente della Camera, ex Ministro degli Interni, da sempre rappresentante dell’ala ‘destra’ del PCI:

Napoletano, classe 1925, è l’ultimo in attività tra gli esponenti storici del Partito Comunista italiano, e tra i più stimati anche nello schieramento avversario. Pochi mesi prima dell’elezione, Ciampi lo ha nominato senatore a vita, atto che viene letto come una sorta di investitura. In Parlamento quasi ininterrottamente dal 1953, Napolitano è stato per decenni l’esponente di spicco dell’ala destra del Pci, quella chiamata “migliorista”, che voleva avvicinare il partito alla socialdemocrazia occidentale, togliendolo dal raggio d’influenza dell’Urss e spingendo per un dialogo con il Psi e la Dc. Famosi, su questo punto, i suoi dissensi con Enrico Berlunguer.Per anni è stato il “ministro degli Esteri” del Pci

Il nuovo Presidente nomina Romano Prodi come Premier nel 2006. Assiste alla crisi del 2007, poi rientrata ed infine è costretto ad accettare le dimissioni di Prodi, dopo la sfiducia di inizio 2008 per via della defezione dell’Udeur. Da sempre contro il ‘Porcellum’, Napolitano prova ad affidare un mandato esplorativo al Presidente del Senato Franco Marini proprio per varare un governo che riformi la legge elettorale. Marini fallisce, si va quindi alle elezioni, stravinte da Berlusconi. Per il Presidente inizia così la ‘fase Ciampi‘, ovvero quella della ‘moral suason’ verso il Governo del Cavaliere:

Seguendo l’esempio di Ciampi, Napolitano tenta la strada della moral suasion e proprio come il suo predecessore riesce a irritare il centrodestra senza però frenare le leggi più discusse.

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Il mandato di Napolitano sembra procedere in continuità con quello di Carlo Azeglio Ciampi. Una coabitazione forzata con il Centrodestra ed una attenzione particolare alla Patria, culminata con le celebrazioni per il 150 anniversario della Unità d’Italia, iniziati nel 2011. Proprio sul finire dell’anno però, a causa dell’esplosione della crisi economica e del logoramento della maggioranza di governo, Napolitano imprime una accelerata alla fine dell’esecutivo di Silvio Berlusconi:

il governo Berlusconi è indebolito dalle defezioni e soprattutto dal discredito internazionale e Napolitano riesce a condurre in porto le dimissioni del Cavaliere costruendo un governo tecnico di larghe intese guidato da Mario Monti, che Napolitano ha appena nominato senatore a vita.

Il Capo dello Stato gioca un ruolo molto importante nella nascita e nell’avvio del Governo di Mario Monti tanto che in un editoriale del 2 dicembre 2011, il New York Times attribuisce al Presidente Napolitano il soprannome di “Re Giorgio”, riferendosi a Giorgio VI del Regno Unito, per rimarcare la difesa delle istituzioni italiane durante una delle crisi economiche più gravi dal dopoguerra.

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A fine 2012, Monti viene sfiduciato da Berlusconi ed annuncia la sua candidatura a guida del terzo polo di centro, in parte deludendo gli auspici di Napolitano stesso che avrebbe preferito un ruolo superpartes per il Premier tecnico da lui scelto l’anno prima.

Le elezioni anticipate del febbraio 2013 si concludono senza vincitori ma con una prevalenza del Centrosinistra di Pierluigi Bersani. Napolitano gli affida un incarico ‘esplorativo’ che si rivela infruttuoso. Si avviano quindi le elezioni del nuovo Capo dello Stato.

Il segretario del PD Bersani si accorda con Berlusconi per l’elezione di Franco Marini al Quirinale. Tale decisione spacca il Partito Democratico e nelle prime votazioni Marini non ottiene il quorum necessario per essere eletto. Il ritiro della sua candidatura lascia campo a Romano Prodi, il padre dell’Ulivo e del PD. Anche lui viene però boicottato da parte del partito, provocando le dimissioni di Bersani dalla segreteria e lasciando nel caos l’intero Parlamento.

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Il 20 aprile 2013, vista la difficile situazione, un ampio schieramento parlamentare chiede a Giorgio Napolitano la disponibilità ad essere rieletto come Presidente della Repubblica. Egli accetta e viene così riconfermato, alla sesta votazione, con 738 voti su 997 votanti dei 1007 aventi diritto. Giorgio Napolitano è quindi il primo Presidente della Repubblica rieletto per una seconda volta.

Nel discorso di insediamento, il Capo dello Stato lega la sua permanenza al Quirinale alla realizzazione delle Riforme istituzionali necessarie a far ripartire il Paese. Qualche giorno dopo nomina Enrico Letta, vicesegretaio Pd, alla Presidenza del Consiglio. Nasce un governo di grande coalizione che vede una maggioranza ampia, dal PD al PDL passando per il polo centrista di Scelta Civica. Durerà poco. A fine anno Berlusconi ritirerà la fiducia al governo, l’ala governista del PDL, guidata da Alfano, rimarrà con Letta. Nel frattempo Matteo Renzi viene eletto segretario PD. Ad inizio 2014 il segretario PD sfiducia il Presidente del Consiglio, che si dimette. Napolitano nomina Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio.

Nell’anno di governo di Matteo Renzi, seppur con difficoltà, le Riforme costituzionali procedono e la nuova legge elettorale concordata tra PD e Berlusconi sembra in dirittura d’arrivo. Giorgio Napolitano annuncia le dimissioni nell’ultimo discorso di fine anno, il 31 dicembre 2014. Le formalizzerà il 15 gennaio 2015, lasciando il Quirinale dopo quasi nove anni di mandato.

Le statistiche della Presidenza Napolitano:

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Fonti:
http://www.polisblog.it/post/77197/i-presidenti-della-repubblica-giorgio-napolitano-2006-2013
Wikipedia
Statistiche tratte da L’Espresso

I Presidenti: Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), l’europeista figlio della resistenza


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Carlo Azeglio Ciampi
(1920)

Presidente dal 1999 al 2006

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Anno 1999. Sono passati sette anni dall’elezione di Scalfaro e nel frattempo era cambiato tutto il panorama politico italiano. Partiti storici come DC, PSI, liberali, repubblicani, socialdemocratici erano scomparsi, travolti da Mani Pulite. Una nuova legge elettorale maggioritaria aveva sostituito lo storico sistema proporzionale. Era nato il bipolarismo con due coalizioni politiche contrapposte, l’una coagulata attorno all’imprenditore ex craxiano Silvio Berlusconi e che annoverava missini, leghisti, ex socialisti e democristiani di destra. L’altra invece unita ‘contro’ Berlusconi e di cui facevano parte il Pds, i democristiani di sinistra, i verdi ed altri piccoli partiti.

Il Presidente uscente Scalfaro aveva ‘governato’ il cambiamento, traghettando l’Italia dalla ‘prima’ alla ‘seconda’ Repubblica. Era arrivato il momento di eleggere quindi il primo Presidente della cosiddetta Seconda Repubblica.

Il Premier era Massimo D’Alema, primo ex comunista a Palazzo Chigi. Si cercò quindi di trovare un nome condiviso con l’opposizione di centrodestra. Le candidature erano molte, Franco Marini, Giuliano Amato, Emma Bonino. Nicola Mancino ,Rosa Russo Jervolino. Alla fine si optò per un nome di prestigio. Carlo Azeglio Ciampi.

Ex premier, Ministro del Tesoro e ‘padre’ dell’Euro, Ciampi venne eletto alla prima votazione, 707 voti. Sarà il decimo Capo dello Stato.

Nato a Livorno nel 1920, inizia il suo impegno politico nel 1943 quando, da militare, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò ed entra nella Resistenza, nel Partito d’Azione. Terminata la guerra entra per concorso alla Banca d’Italia, dove scalerà in trent’anni tutte le posizioni, fino a essere nominato Governatore nel 1979, in un momento critico dopo l’arresto del suo predecessore Paolo Baffi e il caso Sindona. Ciampi, con aplomb britannico, guida la Banca fuori dalla tempesta creando un gruppo di lavoro – i “Ciampi boys” – che faranno molta strada: il più famoso tra loro è Mario Draghi.

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Ciampi vide passare a Palazzo Chigi D’Alema, dimessosi nel 2000 dopo la cocente sconfitta per le regionali; Amato, nominato dall’agonizzante centro-sinistra ed infine il risorto Silvio Berlusconi, vincitore delle elezioni del 2001. Proprio con quest’ultimo non vi furono grandi rapporti. Ciampi firmò molte ‘leggi ad personam’, cercando però di ‘mitigarle’ come poteva usando una sorta di ‘moral suason‘. Durerà poco:

Dunque, dal 2003, il Presidente comincia a rispedire al mittente le leggi più incostituzionali: quella sui tribunali minorili e soprattutto quelle sulla tv (la Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E così diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico da abbattere, un “ribaltonista”, un “comunista mascherato”

Non mancarono gli scontri diretti con il Governo Berlusconi:

Lo scontro più duro con il governo è quello sulla grazia ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi: Ciampi avrebbe voluto concederla, ma il ministro della Giustizia Castelli si oppose. Ciampi allora portò il caso davanti alla Corte Costituzionale, che gli diede ragione quando però ormai il settennato era finito.

Ciampi, da Capo dello Stato, ha dovuto scrivere dichiarazioni ufficiali non certo banali. Dal cordoglio espresso per le stragi dell’11 settembre 2001 a quello per la morte di Giovanni Paolo II e le sussessive felicitazioni per l’elezione di Benedetto XVI.

Più volte mi sono riletto il testo dell’impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno del mio giuramento. Quell’impegno si ispirava alle iscrizioni scolpite sui frontoni del Vittoriano, l’Altare della Patria: “per la libertà dei cittadini, per l’unità della Patria”. Non è retorica, è l’essenza stessa del nostro convivere civile. (dal messaggio di fine anno agli italiani, 31 dicembre 2005, l’ultimo da Presidente della Repubblica)

Grazie a Carlo Azeglio Ciampi si deve il ripristino della festa della Repubblica, il 2 giugno. Negli anni della sua Presidenza ha cercato di riportare in alto il sentimento di appartenenza alla Patria. Risulta essere stato uno dei Presidenti più amati dagli italiani.

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Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-ciampi-banchiere-grigio-che-sognava-moral-suasion/566351/
http://www.polisblog.it/post/76889/i-presidenti-della-repubblica-carlo-azeglio-ciampi-1999-2006

I Presidenti: Scalfaro (1992-1999), l’uomo dell’emergenza


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Oscar Luigi Scalfaro
(1918-2012)

Presidente dal 1992 al 1999

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Inizio 1992. La maggioranza di governo, un quadripartito formato da democristiani, socialisti, liberali e socialdemocratici, era retta dall’accordo tra il capo dell’esecutivo Giulio Andreotti, il segretario della Dc Arnaldo Forlani ed il segretario del Psi Bettino Craxi. Il cosiddetto ‘CAF‘ (dalle iniziali dei tre), nato qualche anno prima e che avrebbe dovuto portare i tre leader a spartirsi le cariche istituzionali dopo le elezioni di aprile. Andreotti o Forlani sarebbero saliti sul Colle ed a Craxi sarebbe andata la poltrona di Presidente del Consiglio. I progetti del CAF furono però abbattuti dalle inchieste di Mani Pulite che coinvolsero molti esponenti politici di governo. Le elezioni di aprile non consegnarono una maggioranza forte e le dimissioni di Cossiga dalla Presidenza lasciarono il Paese senza guide. In questo clima, si svolgono le elezioni per il nuovo Capo dello Stato.

I partiti di governo, sconvolti da Tangentopoli, sono in preda ad una crisi confusionale e procedono con candidati di bandiera per le votazioni iniziali:

Nei primi tre scrutini, quelli con maggioranza dei due terzi, ciascun partito opta per il suo candidato di bandiera: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). Dalla quarta votazione, scendono in lizza i big. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani prevede che il primo torni a Palazzo Chigi, mentre gli altri due se la vedano fra loro per il Colle. Si parte col segretario Dc Arnaldo Forlani, che al quinto scrutinio prende 479 voti e al sesto sale a 496: manca poco al quorum dei 508.

Poi scendono in campo i ‘big’, Forlani tenta l’elezione ma viene killerato dagli andreottiani. Mentre Andreotti tesse la tela per sua elezione, a cui si oppongono i forlaniani, sulla politica piomba l’attentato di Capaci. Si procede quindi con l’elezione di una carica istituzionale. Tra il Presidente del Senato Spadolini e quello della Camera Scalfaro, si opta per il secondo, su cui converge anche il PDS:

E diventa il nono presidente della Repubblica con 672 voti su 1002, un’amplissima maggioranza di centrosinistra: Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50). Il Msi, che in un precedente scrutinio ha votato per il giudice Borsellino, opta per Cossiga (63).

Così Montanelli sull’elezione di Scalfaro.

“Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo (in realtà 200, ndr) che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”

Novarese, classe 1918, nonostante fosse ininterrottamente in Parlamento dai tempi dell’Assemblea Costituente, Scalfaro non era mai stato un notabile Dc

Scalfaro si ritrova Presidente della Repubblica in un momento in cui la politica è quasi totalmente delegittimata, ogni giorno un avviso di garanzia colpisce qualche esponente politico, di maggioranza o opposizione. E così, in un periodo in  cui le istituzioni traballano l’unica ancora di salvezza sembra essere proprio il Quirinale. Senza influenze da parte dei partiti, oramai impegnati a difendersi da magistratura ed attacchi mediatici, Scalfaro agisce in piena indipendenza:

Perciò Scalfaro farà tutto di testa sua: appena insediato nomina Giuliano Amato presidente del Consiglio. (Nel rispetto della ‘staffetta’ DC-PSI ma evitando di nominare Craxi, in ‘odore’ di avviso di garanzia.

Non mancano i momenti di tensione:

A marzo Amato e Conso tentano il colpo di spugna su Tangentopoli, ma Scalfaro non firma e rimanda il decreto al mittente. Ad aprile, dopo il referendum che abolisce i fondi pubblici ai partiti, Amato si dimette, anche perché ha mezzo governo indagato.

Dopo i referendum del 1993, Amato si dimette e Scalfaro da l’incarico all’allora governatore della Banca d’Italia, un uomo stimato all’estero, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel 1993 scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, che sfiora Scalfaro: il presidente allora appare in tv interrompendo una partita di calcio per pronunciare il famoso discorso del “Non ci sto”.

Antifascista, Scalfaro fu costretto ad accettare Ministri dell’MSI, incaricando Berlusconi dopo la vittoria elettorale del 1994:

Nel 1994 assiste alla vittoria elettorale di Berlusconi, che, parole sue “gli dava fastidio quasi fisico”. Il rapporto tra i due è tormentato sin dall’inizio: il Cavaliere vorrebbe nominare Previti ministro della Giustizia, ma Scalfaro pone il veto.

Molto abile la manovra post-Berlusconi. Un Governo (Dini) il cui esponente viene dal Governo di Berlusconi ma che, settimana dopo settimana, vede cambiare la sua maggioranza venendo di fatto appoggiato dal Centrosinistra e dalla Lega.

Dopo sei mesi di governo di centrodestra la Lega toglie la fiducia: Berlusconi vorrebbe tornare al voto ma Scalfaro propone un governo tecnico, affidato a una personalità gradita al Cavaliere, con un incarico a termine. Berlusconi accettò e nacque così il governo Dini, che però presto spostò il suo asse verso il centrosinistra. Berlusconi non perdonò mai Scalfaro per questo e lo accusò di aver fatto un “ribaltone” antidemocratico.

Nel 1996, la vittoria dell’Ulivo consente a Scalfaro di nominare Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio:

I rapporti con Prodi sono cordiali, non altrettanto quelli con D’Alema: Scalfaro vede con sospetto la Bicamerale con cui il segretario Pds cerca accordi con Berlusconi, e molto a malincuore certificherà la fine del primo governo di centrosinistra per affidare l’incarico proprio a D’Alema.

Nel 1999 una parte del centrosinistra vorrebbe rieleggerlo, e lui non si tira indietro, ma è proprio D’Alema a impedire la ricandidatura, che non avrebbe ottenuto il consenso del centrodestra, e puntare su un nome condiviso.

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Da senatore a vita, Scalfaro è stato attivo fino all’ultimo girando l’Italia per promuovere la Costituzione soprattutto tra i giovani, e ha sostenuto la nascita del Partito Democratico pur senza mai prenderne la tessera. È morto a Roma il 29 gennaio 2012.

Vi lascio con un brano tratto dal primo discorso di fine anno, il 31 dicembre 1992. Con l’Italia sconvolta da tangentopoli, gli attentati mafiosi a Falcone e Borsellino e stretta dalla crisi economica:

Ai Giovani. “Siate ottimisti malgrado tutto. Non gettate la spugna, non arrendetevi. Aprite la finestra: c’ e’ fuori il mondo che attende il vostro saper rischiare”.

“Consentite di dire, a chi ha la mia eta’ , che anche noi abbiamo conosciuto l’ incertezza del domani, abbiamo vissuto il terrore della guerra, abbiamo visto il sangue della lotta di Liberazione che fu anche lotta tra fratelli. Anche noi fummo tentati di perdere la speranza e di gettare la spugna. Ma l’ eroismo di tanti, e il coraggio di molti, ci fu d’ esempio e ci risveglio’ , e la Patria risorse. Anche ora e’ certo, e’ certo, risorgera’ , non ve n’ e’ dubbio alcuno. Volonta’ e responsabilita’ delle forze politiche e sindacali, capacita’ e iniziativa di imprenditori, presenza attiva di tutte le forze economiche, l’ impegno costante di governo e Parlamento ne hanno il potere. L’ Italia risorgera

fonti
http://www.polisblog.it/post/76859/i-presidenti-della-repubblica-oscar-luigi-scalfaro-1992-1999

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-scalfaro-al-quirinale-per-672-elett/566215/

I Presidenti: Francesco Cossiga (1985-1992), il ‘Picconatore’..


Francesco Cossiga
(1928-2010)

Presidente dal 1985 al 1992

Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica 1985 - 1992

Siamo arrivati alla settima elezione presidenziale. Il mandato di Sandro Pertini volgeva al termine ed al Quirinale stava per arrivare lui, Francesco Cossiga, sardo, classe 1928, cugino di terzo grado di Enrico Berlinguer. Un ragazzo precoce, in tutto:

Sarà, nel corso degli anni, il più giovane sottosegretario alla Difesa, il più giovane ministro dell’interno, il più giovane presidente del Consiglio, il più giovane presidente del Senato. Niente da meravigliarsi se dopo l’anziano Pertini, il Parlamento decise di eleggere il più giovane Presidente della Repubblica, appena 57 anni.

Per la prima volta la Democrazia Cristiana riesce ad eleggere il suo candidato. Frutto di compromesso ovviamente. Si era parlato di Andreotti, Forlani o Fanfani. Il PCI avrebbe gradito Giuseppe Lazzati e Leopoldo Elia. I laici Baffi, ex governatore di Bankitalia. Il PSI sapeva di non poter ottenere di nuovo il Quirinale nè la ricandidatura di Pertini, vista l’età avanzata. Infine il segretario Dc De Mita e le altre anime del partito si accorderanno sulla figura del Presidente del Senato, il quale avrà il consenso anche del PCI di Natta. Elezione al primo scrutinio quindi. Mai successo prima:

Un’ora e 52 minuti appena, dura lo scrutinio. Poi, quando la presidente della Camera Nilde Jotti legge per la 566ª volta il nome di Cossiga, il quorum è raggiunto e scatta l’applauso. Totale: 752 voti su 977, con 141 schede bianche

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Sponsorizzato da DC e PCI, osteggiato da PSI e MSI, alla fine Cossiga diventerà proprio paladino di questi ultimi mentre democristiani e comunisti rimpiangeranno di averlo eletto. Ma chi era Francesco Cossiga? Luci ed ombre sul suo passato:

Eppure la storia di Cossiga non è priva di controversie: da ministro dell’Interno negli anni di piombo ha impedito o represso numerose manifestazioni di destra e sinistra (in una di queste morì la giovane studentessa Giorgiana Masi) guadagnandosi l’odio di buona parte delle ali estreme dello schieramento parlamentare, e il soprannome di “Kossiga”, scritto con la K runica delle SS. Aveva sciolto i servizi segreti per riformarli con uomini fidati, ma soprattutto, è ministro dell’Interno durante il rapimento Moro, ed è il fautore della linea della fermezza che porterà poi all’uccisione dello statista.

Presidente ‘notaio’ per i primi cinque anni di mandato (i  vignettisti scherzano sul “sardomuto”), alla caduta del Muro di Berlino, e con il crescere dello scandalo Gladio, Cossiga cambia modo di fare e da silente diventa un ‘esternatore’.

Ma a segnare l’ultimo periodo del suo mandato è il “caso Gladio”: nel 1990 Cossiga rivendica con orgoglio di aver organizzato negli anni ‘60 la struttura paramilitare Gladio, facente parte della rete Stay Behind varata dalla Nato. Si trattava di un’organizzazione clandestina pensata per salvaguardare la sicurezza nazionale da possibili attacchi ma soprattutto dalla presa di potere della sinistra. Si aprono delle indagini, la Comissione stragi si esprime contro Gladio, e nel 1991 i parlamentari del Pci e della minoranza guidati da Luciano Violante e Marco Pannella chiedono la messa in stato d’accusa per Cossiga.

E c’era qualcuno (leggi Andreotti) nel suo partito che probabilmente sperava di toglierselo dai piedi…

Quella Gladio che Andreotti ha messo in mano al giudice veneziano Felice Casson, spalancandogli gli archivi dei servizi segreti a Forte Braschi, con sospetta generosità. Sospetta almeno per Cossiga, che intravede una manovra del Divo per farlo dimettere anzitempo e prendere il suo posto

Arriva quindi il momento del “Picconatore”

Comincia a menare fendenti contro tutto l’arco costituzionale, non risparmiando i suoi compagni di partito (tenterà di impedire la formazione di un nuovo governo Andreotti) ma soprattutto contro il PciAndreotti, Craxi, Forlani, Pomicino, Gava, l’esercito, tutta la Dc, la Lega, Mancino, Occhetto (“zombie coi baffi”), Violante (“piccolo Wishinsky”), i “giudici ragazzini” antimafia, il pm Cordova, “la nota lobby” Repubblica-EspressoScalfariDe Benedetti, Luca Orlando e padre Pintacuda, Rodotà (“se lui è di sinistra, io sono un brigatista rosso”), il Vaticano, persino Vespa e Baudo.

L’unico partito a sostenerlo a questo punto è l’Msi, che condivide la sua battaglia moralizzatrice (e cerca legittimazione).

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L’esplosione di Tangentopoli da in qualche modo ragione alle sue denunce, memorabile il “non-discorso” di fine anno 1991:

Cossiga rassegna le dimissioni il 25 aprile 1992, qualche mese prima della scadenza del mandato. Resterà però attivo in politica e dal suo scranno a Palazzo Madama tesserà altri intrighi:

1998 fa il suo ritorno in grande stile fondando l’UDR per riunire parte degli ex-Dc, e con questo partito porta alla nascita del governo D’Alema dopo la caduta di Prodi. Cossiga ha rivendicato con orgoglio di aver aperto la strada al segretario Ds, portandolo anche dal Papa per vincere le resistenze del Vaticano.

Muore nel 2010, a venticinque anni dalla sua elezione a Presidente.

Fonti:

http://www.polisblog.it/post/76725/i-presidenti-della-repubblica-francesco-cossiga-1985-1992
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-cossiga-lagente-tra-dossier-e-picconate/566213/

I Presidenti: Sandro Pertini (1978-1985), il più amato dagli italiani


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Sandro Pertini
(1896-1990)

Presidente dal 1978 al 1985

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Settimo appuntamento per la rubrica. Questa volta il protagonista è un uomo molto amato ancora oggi, a venticinque anni dalla sua morte ed a trenta dalla fine del suo mandato. Sandro Pertini.

“Quando mi hanno offerto la presidenza della Repubblica, a 82 anni, io sono diventato pallido come un morto. Questi miei giovani compagni del Psi, invece, quando gli offrono una carica se la prendono senza batter ciglio. Comunque son sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti”.

Questo il commento di Pertini, qualche mese dopo la sua elezione. Ma andiamo per gradi, tornando al giugno del 1978. Il Capo dello Stato, Giovanni Leone, si dimette con sei mesi di anticipo per mettere fine alla campagna denigratoria lanciata da Sinistre e Stampa nei suoi confronti. Ci si prepara quindi alla elezione del nuovo Presidente ed il clima, sociale e politico, non è dei migliori. Tra scandali, inchieste, nervosismo americano per il ‘compromesso storico’ tra PCI e DC, il terrorismo culminato con il rapimento e l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. E proprio Moro sarebbe stato uno dei candidati più probabili per il Quirinale.

Gli schieramenti politici erano i seguenti. La DC proponeva Guido Gonella auspicando Benigno Zaccagnini, il PSI rispondeva con la candidatura di bandiera, Nenni, pensando seriamente alla candidatura dell’ex segretario Francesco De Martino. Il PCI votava Amendola. Uno dei nomi più accreditati però era il repubblicano Ugo La Malfa, uno dei fautori del compromesso storico ed anche per questo malvisto da Bettino Craxi, segretario socialista da due anni. Il PSI propose quindi Antonio Giolitti minacciando, in caso contrario, di ritirare il sostegno al governo di solidarietà nazionale nato durante il rapimento di Moro con l’appoggio di tutti i partiti tranne il MSI.

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Ci vollero 16 scrutini per arrivare ad un accordo, ad un nome condiviso. Sandro Pertini appunto, ex Presidente della Camera e simbolo della Resistenza. Un nome gradito al PCI, non avverso alla DC e che facesse contento il PSI (non Craxi però, che lanciò la candidatura di Pertini per bruciarlo, salvo poi accettarlo suo malgrado). E quindi l’8 luglio 1978, con 832 preferenze, votato da tutti i partiti tranne che dai missioni, l’ex partigiano venne eletto al Colle:

Nato in provincia di Savona nel 1896, Pertini aderì al Partito Socialista nel 1918 e durante il fascismo venne prima arrestato e poi mandato in esilio, esperienza che condivise con Filippo Turati. Tornò in Italia per la lotta di liberazione […]
Dopo la Liberazione, e un primo periodo passato ad aspettare la rivoluzione socialista, venne eletto nell’Assemblea Costituente. Da allora e per molti anni, fu considerato una specie di “monumento a se stesso”, una personalità da riverire ma da tenere lontano da incarichi di governo, e infatti venne eletto presidente della Camera in virtù della sua anzianità

Ma da Presidente della Camera, Pertini riesce ad emergere mediaticamente e politicamente, con il suo modo di fare da ‘cittadino’ e non da ‘politicante’:

Ne ha dato prova nel 1974, da presidente della Camera, prima respingendo l’aumento dell’indennità dei deputati (“Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione… voi date quest’esempio d’insensibilità? ‘Io deploro l’iniziativa’, ho detto. ‘Entro un’ora potete eleggere un altro presidente della Camera . Siete 630, ne trovate subito 640 che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo’…”).

E poi schierandosi dalla parte dei tre giovani pretori della sua Liguria Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – che avevano scoperchiato il primo scandalo dei petroli: i partiti e quasi l’intero Parlamento a libro paga dell’Unione Petrolifera in cambio di leggi fiscali di favore. Mentre politici e grande stampa attaccavano i “pretori d’assalto”, Pertini li ricevette a Montecitorio

L’elezione di Pertini cambia il ruolo del Capo dello Stato nella vita politica italiana. Da quello ‘notarile’ si passa a quello attivo, sulla falsa riga della Presidenza Gronchi di qualche decennio prima.

Il suo settennato non sarà mai sfiorato dall’ombra di uno scandalo e registrerà – tra i non pochi pregi – quello di aver rotto il quarantennale monopolio della Dc su Palazzo Chigi con la nomina dei due primi governi a guida laica: prima quello di Giovanni Spadolini (dopo un vano incarico a La Malfa), poi quello di Craxi (che si presenta al Quirinale in blue jeans, e lui lo rispedisce a casa a cambiarsi: “Vai, vai, ne riparliamo più tardi”).

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre bacia la mano ad una signora nel centro di Nizza
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre bacia la mano ad una signora nel centro di Nizza

E, grazie al suo modo di fare,  fu anche il Presidente ‘più amato dagli italiani’:

Amatissimo dalla gente, non ha mai mancato di partecipare a eventi pubblici e a situazione che potessero portargli simpatie, nello stesso modo in cui si muoveva negli stessi anni Giovanni Paolo II, si cui Pertini era grande amico pur essendo ateo. Notissima la sua partecipazione alla finale dei mondiali del 1982 vinti dall’Italia, e il viaggio di ritorno sull’aereo degli azzurri

Suo malgrado dovette partecipare anche a molti funerali. Da quello del sindacalista di Guido Rossa a quello delle vittime della strage di Bologna, dal presidente egiziano Sadat al suo amico, il segretario del PCI Enrico Berlinguer:

..quando si ritrova a Padova dove Berlinguer s’è appena sentito male nel famoso comizio. Arriva fra i primi in ospedale e, insieme a Tonino Tatò, si fa portare nella stanza dove il leader comunista è intubato alle macchine. Si fa allestire una stanza, ha un lieve malore ma non si muove di lì, ascolta i medici dire che non c’è più niente da fare, piange e conforta i famigliari: “Lo porto a casa io, come un fratello, un amico. Un compagno di lotta”. Si carica la bara del compagno Enrico sull’aereo presidenziale e l’accompagna ai funerali in piazza San Giovanni, il 13 giugno, con un milione di persone, ancora in lacrime.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con il papa Giovanni Paolo II°

Amico anche di Papa Giovanni Paolo II, Pertini si era sempre dichiarato ateo; nonostante ciò, nel suo studio al Quirinale aveva sempre tenuto un crocifisso: sosteneva infatti di ammirare la figura di Gesù come uomo che ha sostenuto le sue idee a costo della morte.

Indro Montanelli disse di lui: Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità

stat pertini

A fine mandato fece sapere di essere favorevole ad una eventuale rielezione ma il Parlamento gli preferì il ‘notaio’ Francesco Cossiga. Notaio che ben presto avrebbe scoperto l’uso e l’abuso della parola. Ma questa è un’altra storia…

FOnti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-pertini-al-colle-socialista-che-sapeva-resistere/563416/
http://www.polisblog.it/post/76369/i-presidenti-della-repubblica-sandro-pertini-1978-1985
http://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Pertini

I Presidenti: Giovanni Leone (1971-1978), tra ‘corna’ e scandali


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Giovanni Leone
(1908-2001)

Presidente dal 1971 al 1978

06 -1968-69

1971, dopo il settennato del socialdemocratico Giuseppe Saragat, iniziarono le nuove manovre politiche per impadronirsi del Quirinale. Il Presidente uscente cercava apertamente la riconferma. Alla fine la spunterà il suo ‘avversario’ di sette anni prima. Ma andiamo con ordine.

“Nano maledetto/ non sarai mai eletto” Con questa frase, scritta in una scheda di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto ‘uccisa’ la candidatura di Amintore Fanfani alla carica più alta dello Stato.

Amintore Fanfani, Presidente del Senato, era il candidato ufficiale della DC. La decisione di appoggiare la sua candidatura veniva da un ‘conclave’ del partito che aveva optato per l’ex Premier preferendolo a Moro, giudicato troppo vicino alle Sinistre. Eppure qualcosa non sarebbe andata per il verso giusto. Nei primi scrutini il suo nome raccolse meno di 400 voti, segno che i franchi tiratori nel suo partito erano numerosi. Dopo il sesto scrutinio ‘negativo’, Fanfani ritirò la candidatura e la Democrazia Cristiana si astenne nei quindici turni successivi. Le sinistre continuarono a votare De Martino cercando in segreto convergenze su Nenni, i socialdemocratici puntarono sulla rielezione di Saragat.

Rimase tutto bloccato fino all’accordo nella Dc. La parte conservatrice, guidata da Andreotti, la spunta e come per Segni nel 1962, viene scelto un uomo della destra democristiana. Giovanni Leone. Ex Presidente del Consiglio di governi ‘balneari’, nati solo per approvare i bilanci e dimissionati dopo pochi mesi, Leone verrà eletto al 23esimo scrutinio con soli 18 voti in più del quorum e grazie all’appoggio determinante del Movimento Sociale.

L’elezione di Leone scatena il pandemonio a sinistra. Il manifesto lo definisce “il Segni napoletano”, per via del determinante appoggio missino. E quando si presenta alle Camere per l’insediamento, i comunisti l’accolgono con lanci di monetine. Pajetta scaraventa un sacchetto pieno di 10 lire addosso a Ugo La Malfa, antifascista ma sponsor di un presidente eletto coi voti decisivi dei fascisti.

Come da lui detto chiaramente Leone sarà un Presidente ‘notaio’, direttamente dipendente dalle decisioni del suo partito e più precisamente eterodiretto da Giulio Andreotti, suo grande elettore. Il suo mandato può riassumersi così:

Sin dal discorso inaugurale, Leone si distanzia da Saragat definendosi un semplice “notaio” delle scelte del Parlamento e del governo. E in effetti per tutto il settennato si adatterà al volere dei vertici Dc, soprattutto di Giulio Andreotti che lo ha fatto eleggere e che proprio in quegli anni raggiunge l’apice del potere. Leone scioglie per ben due volte le Camere (non era ancora mai successo nella storia repubblicana) per volere del suo partito, e avversa esplicitamente i partiti di centrosinistra. Non è amato dal popolo, e lui non fa niente per farsi amare, ostentando superiorità e accentuando il suo accento napoletano per cui è oggetto di satira. Contestato da un gruppo di studenti, reagisce facendo il gesto delle corna, ripetuto in un’altra occasione durante una visita a dei malati.

13 marzo 1978: cerimonia del giuramento per il quarto governo Andreotti nello studio del presidente
13 marzo 1978: cerimonia del giuramento per il quarto governo Andreotti nello studio del presidente

Dal 1975 il Presidente della Repubblica viene fatto oggetto di una violenta (in parte giustificata) campagna stampa.

Sono diverse le cose contestate al Presidente: c’è lo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, per cui Leone era accusato (ma non fu mai provato) di essere “Antelope Cobbler”, il regista della vicenda; ma anche la vita privata della famiglia Leone, con la first lady Vittoria con il suo stile di vita disinvolto e il suo passato controverso (si parlò di dossier riservati); e ancora, accuse di nepotismo e di amicizie discutibili. Un insieme di accuse, tra verità e menzogne, che esplode con la pubblicazione del pamphlet “Carriera di un presidente” della Cederna (che poi sarà condannata per diffamazione).

Accuse gravi, molte delle quali mai provate, che constrinsero il Capo dello Stato, a dimettersi sei mesi prima della scadenza del mandato. Era il 15 giugno 1978.

Il 14 giugno la direzione del PCI decise di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica, un gesto mai avvenuto fino ad allora.

Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recarono da Leone. Qui le ricostruzioni divergono: secondo Andreotti (lo ripeté anche nel corso di una recente intervista per il programma La Storia siamo noi), se Leone avesse chiesto un sostegno la DC glielo avrebbe dato, ma era lui stesso ad aver deciso che la pressione era troppo alta per continuare a mantenere la carica. Secondo molti altri, i leader della DC aggiunsero le loro pressioni a quelle del PCI e della stampa e in sostanza invitarono anche loro Leone a lasciare la presidenza.

Congedando i due ospiti con la frase “Grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i Mondiali di calcio in santa pace”, il Capo dello Stato, oramai abbandonato anche dal suo partito, esaudì la richiesta. E dimissioni furono:

Il 15 giugno del 1978, un giorno in cui a Roma pioveva, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò l’atto ufficiale delle dimissioni – le prime volontarie di un Presidente della Repubblica – e, dopo i saluti dovuti al protocollo, lasciò il Quirinale, rifiutando qualunque cerimonia. Erano in pochi, comunque, ad essere venuti per salutarlo.

“Leone fu presidente della Repubblica durante gli anni più duri del terrorismo e della contestazione. Sotto il suo mandato ci furono la strage di Brescia e quella del treno Italicus” E negli ultimi, contestatissimi, mesi della sua presidenza Aldo Moro fu rapito e poi ucciso dalle Br.

Le statistiche della sua Presidenza:

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Gaffeur di professione, rimase nelle cronache dell’epoca sia per la vita mondana di sua moglie sia per alcuni ‘gesti’ non proprio istituzionali:

Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini. Poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prese per il braccio Andreotti e gli sussurrò: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna

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Fonti:
http://www.polisblog.it/post/75725/i-presidenti-della-repubblica-giovanni-leone-1971-1978
http://www.ilpost.it/2013/06/15/le-dimissioni-di-giovanni-leone/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-leone-giurista-incompreso-che-faceva-corna/562131/

I Presidenti: Giuseppe Saragat (1964-1971), la ‘Sinistra’ arriva al Colle!


Giuseppe Saragat
(1898-1988)

Presidente dal 1964 al 1972

Giuseppe_Saragat

Gente come te e come me, al Quirinale, se c’è una sommossa di destra, spara: se ce n’e una di sinistra, si spara.

Questa frase di Giuseppe Saragat, detta durante un colloquio con il leader socialista Pietro Nenni, fa capire quale sia l’estrazione politica del nuovo Capo dello Stato.

Laureato in Scienze Economiche e Commerciali, nel 1922 aderisce al Partito Socialista più che per convinzione ideologica per vicinanza alle classi economiche deboli e per rivalsa contro i ‘figli di papà’, come sostenne egli stesso.

Torinese, 67 anni, figlio di immigrati sardi, socialista riformista turatiano fin dal 1922, esiliato in Svizzera, Austria e Francia durante il fascismo, rientrato e arrestato dai nazisti nel 1943, presidente della Costituente nel 1946, ha avuto il coraggio di opporsi al fronte socialcomunista e a promuovere nel 1947 la scissione del Psi a Palazzo Barberini, appoggiando l’adesione dell’Italia alla Nato e al Piano Marshall.

Ma come si arrivò alla elezione del ‘socialfascista’ Saragat, così come veniva etichettato dai comunisti dal giorno della scissione socialdemocratica del 1947? Le posizioni strategiche, al momento delle dimissioni dell’infermo Antonio Segni, erano le seguenti.

La DC aveva pensato a Giovanni Leone, ex Presidente del Consiglio ed esponente della parte conservatrice del partito. La Sinistra socialista, socialdemocratica e repubblicana propose invece Giuseppe Saragat, già in corsa per l’elezione del 1962. Saragat era gradito anche all’ala ‘destra’ del PCI, capitanata da Giorgio Amendola.

Iniziate le votazioni per l’elezione, si capì subito che la candidatura Leone avrebbe avuto difficoltà. I franchi tiratori provenienti dalla ‘sinistra dc’ di Fanfani e Donat Cattin fecero mancare i numeri. Dopo quindici scrutini e l’interessamento ‘disperato’ del Vaticano, non ascoltato dai ‘sabotatori’, Giovanni Leone decise di sottrarsi al ‘supplizio cinese’ da lui stesso così definito e si ritirò dalla corsa al Quirinale.

Mentre le Sinistre sostenevano il candidato di bandiera Pietro Nenni, lo scontro era ancora una volta tutto interno alla DC. Destra contro Sinistra armate:

Nella notte, all’ennesima riunione di partito, volano parole grosse: da una parte i fanfaniani e forzanovisti di Donat-Cattin, che puntano a un’intesa con le sinistre; dall’altra i centristi di Scelba e la destra di Andreotti, che si oppongono a ogni cedimento verso i comunisti. La battaglia si chiude con un fumoso documento che pare orientato verso Saragat, ma non lo nomina mai, e men che meno indica la maggioranza che lo dovrà sostenere.

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Alla fine, grazie al lavoro del segretario PDSI Tanassi, alle convergenze non ufficiali di PCI e DC e grazie alla dichiarazione ‘capolavoro’ dello stesso Saragat (“Ho posto per la seconda volta la mia candidatura a presidente della Repubblica e mi auguro che sul mio nome vi sia la confluenza dei voti di tutti i partiti democratici e antifascisti) l’elezione è cosa fatta. Al 21esimo scrutinio, con 646 preferenze, votato da tutti i partiti tranne liberali e missini, Giuseppe Saragat venne eletto quinto Presidente della Repubblica. Il Time commentò : “Hanno scelto l’uomo migliore nel peggiore dei modi”

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Fedele alla sua dichiarazione ‘antifascista’ pre elezione, la Presidenza Saragat fu caratterizzata dalla valorizzazione della Resistenza, come elemento fondante della Repubblica. Egli cercò anche di favorire l’alleanza tra le sinistre socialiste e la Democrazia Cristiana ed appoggiò, fallendo, il tentativo di riunificazione tra PSI e PSDI.

Fedele all’alleanza occidentale, non risparmiò critiche agli Stati Uniti per “questa guerra del Vietnam che dura troppo a lungo e che dovete chiudere” , male accolta dalla Presidenza JohnsonSul fronte interno dovette poi affrontare il ‘Sessantotto’, l’inizio della strategia della tensione con attentati, morti e feriti.

Si dirà che, nei giorni burrascosi della contestazione e degli scontri di piazza , Saragat accarezzasse addirittura il proposito di improvvisarsi come “il De Gaulle italiano” con un pronunciamento per la Repubblica presidenziale, sul modello appena adottato in Francia dal generale suo idolo. Ma che i consiglieri l’avessero convinto a soprassedere

Grazie a Giuseppe Saragat il discorso di fine anno assunse  il significato del ‘bilancio annuale’ della stagione politica.

Le statistiche della Presidenza Saragat:

stat saragat

Morì a Roma nel 1988. L’Unità, come estremo e forse tardivo riconoscimento, titolò “Oggi è morto un compagno!”

Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/
http://www.polisblog.it/post/75691/i-presidenti-della-repubblica-giuseppe-saragat
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/saragat.htm
Statistiche tratte da Repubblica.it