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Gli Anni neri della Repubblica


1. L’arresto di Mario Chiesa e l’avvio di Tangentopoli

Dal punto di vista politico, il 1992 iniziava senza grandi novità. La legislatura stava volgendo al termine. Il Governo, presieduto da Giulio Andreotti, si apprestava ad organizzare le elezioni politiche in primavera. Al Quirinale c’era Francesco Cossiga, un democristiano che negli ultimi tempi, complice anche una certa ‘stanchezza’ dell’opinione pubblica verso la classe politica nazionale, aveva iniziato a fare dichiarazioni poco ‘politically correct’. Le famose ‘esternazioni’ , cosi si usava chiamarle in quel periodo.

La maggioranza di governo, un quadripartito formato da democristiani, socialisti, liberali e socialdemocratici, era retta dall’accordo tra il capo dell’esecutivo Giulio Andreotti, il segretario della Dc Arnaldo Forlani ed il segretario del Psi Bettino Craxi. Il cosiddetto ‘CAF‘ (dalle iniziali dei tre), nato qualche anno prima e che avrebbe dovuto portare i tre leader a spartirsi le cariche istituzionali dopo le elezioni di aprile. Andreotti o Forlani sarebbero saliti sul Colle ed a Craxi sarebbe andata la poltrona di Presidente del Consiglio.  Un disegno già scritto nei patti. Un progetto però che non si sarebbe mai realizzato, abbattuto dall’inchiesta giudiziaria che da li a qualche mese avrebbe sconvolto il nostro Paese.

Il 17 febbraio 1992 infatti, a Milano, veniva arrestato il presidente del Pio Albergo Trivulzio, un istituto di degenza per anziani. L’accusa era quella di aver preso una tangente dalla ditta di pulizie, costretta a pagare la ‘mazzetta’ per poter continuare a lavorare. L’arrestato si chiamava Mario Chiesa ed era anche un esponente locale del Partito Socialista.

La notizia dell’arresto di Chiesa, pagina 9 de La Stampa del 18 febbraio 1992

« Tutto era cominciato un mattino d’inverno, il 17 febbraio 1992, quando, con un mandato d’arresto, una vettura dal lampeggiante azzurro si era fermata al Pio Albergo Trivulzio e prelevava il presidente, l’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano con l’ambizione di diventare sindaco di Milano. Lo pescano mentre ha appena intascato una bustarella di sette milioni, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare il suo obolo, il 10 per cento dell’appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni. » (Enzo Biagi, Era Ieri)

L’inchiesta, denominata ‘Mani Pulite‘ era diretta dal magistrato Antonio Di Pietro. Il suo collega, Gherardo Colombo, racconta come nacque il tutto:

Le indagini ebbero inizio il 17 febbraio 1992 , con un arresto da cui scaturì tutto. In realtà, era successa una cosa non eccezionale: uno di quei fatti che ogni tanto capitano, ma che prima di allora non avevano dato origine a risultati delle dimensioni di Mani pulite. Qualche giorno prima del 17, l’imprenditore Luca Magni , titolare di una società di pulizie in rapporti con il Pio Albergo Trivulzio , si era visto chiedere dal presidente del Trivulzio Mario Chiesa dei soldi per poter continuare a lavorare. Magni, invece di pagare, decise di rivolgersi ai carabinieri: Antonio Di Pietro fu incaricato delle indagini perché credo fosse il pm di turno.(…)
Questa fase la conosco di riflesso, perché non sono entrato subito nell’istruttoria. Già ad aprile i dirigenti della Procura, in particolare Gerardo D’Ambrosio , ma anche Saverio Borrelli , vedendo che le inchieste stavano crescendo a vista d’occhio, mi contattarono prevedendo che nel giro di pochi giorni Di Pietro non sarebbe stato in grado di affrontare tutto da solo.
…..
ho risposto «sì» e sono entrato a far parte, insieme con Di Pietro, del «duo» incaricato di investigare. Abbiamo cominciato però a svelare una quantità quasi incredibile di corruzioni e così nel giro di un altro mese decisero di affiancarci anche Pier Camillo Davigo .(…)

Il ruolo di Di Pietro nella svolta delle indagini:

Antonio Di Pietro, (…) conosceva già bene il sistema della corruzione, per aver fatto altre inchieste (sulle patenti facili, sulle “carceri d’oro”, su Lombardia informatica, sulle tangenti Atm…). Lo aveva addirittura descritto, il sistema, un anno prima di pizzicare Mario Chiesa: nel numero del maggio 1991 di un piccolo mensile milanese, Società civile, aveva firmato un articolo in cui lanciava una formula destinata ad avere successo: “dazione ambientale”. Ricordava la distinzione, imposta dal codice penale, tra corrotto (il pubblico ufficiale che accetta la bustarella dall’imprenditore) e concussore (l’amministratore che la bustarella invece la pretende). Sosteneva però che questa distinzione è superata nei fatti: “Più che di corruzione o di concussione, si deve parlare di dazione ambientale, ovvero di una situazione oggettiva in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto; egli, ormai, sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e quindi si adegua”.

Un altro ingrediente: Di Pietro, quando arresta Chiesa, sa già tutto sul personaggio. Conosce i suoi metodi, i suoi amici, i suoi conti in banca… Aveva infatti indagato, nel corso di un procedimento per diffamazione, su un personaggio molto vicino a Chiesa, Mario Sciannameo, impresario di pompe funebri che, guarda caso, aveva l’esclusiva dei funerali dei poveri vecchietti che morivano al Pio Albergo Trivulzio.

Nel dettaglio, le accuse rivolte a Chiesa erano gravi:

Chiesa era stato colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, aveva chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Magni, d’accordo coi carabinieri e con Di Pietro, fece ingresso alle 17,30 nell’ufficio di Mario Chiesa, portando con sé 7 milioni di lire, corrispondenti alla metà di una tangente richiestagli da quest’ultimo; l’appalto ottenuto dall’azienda di Magni era infatti di 140 milioni e Chiesa aveva preteso per sé il 10%, quindi una tangente da 14 milioni. Magni aveva un microfono e una telecamera nascosti e, appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a “rateizzare” la transazione, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l’arresto. Chiesa, a quel punto, afferrò il frutto di un’altra tangente, stavolta di 37 milioni, e si rifugiò nel bagno attiguo, dove tentò di liberarsi del maltolto buttando le banconote nel water; ma invano.

L’arresto ebbe eco nazionale e la stampa iniziò ad occuparsi delle indagini. Bettino Craxi, leader del PSI, liquidò l’accaduto come un fatto ‘sporadico’ definendo l’arrestato come un mariuolo isolato. Peccato però che Chiesa non fosse ‘uno qualsiasi’ ma appartenesse alla schiera dei fedelissimi di Craxi, in procinto di candidarsi alla poltrona di Sindaco di Milano.

Abbandonato dai suoi colleghi di partito, Mario Chiesa, dapprima reticente, decise di collaborare con i magistrati milanesi ed iniziò a rivelare ciò che molti già immaginavano, un vasto ed articolato sistema di corruzione che legava politica ed appalti:

Così, sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di “tassa”, richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come appunto la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte.

Viste le imminenti elezioni politiche, la Procura di Milano decise di mantenere sulle indagini il più assoluto riserbo anche se la stampa ed alcuni partiti, come la Lega Nord, cavalcarono fin da subito l’inchiesta.

Le elezioni del 5 aprile sancirono la sconfitta dei partiti tradizionali. La Dc perse il 5%, i socialisti che si attendevano un risultato notevole, arretrarono di un punto. Pds e Prc, eredi del Pci, lasciarono sul campo un quarto dei voti.

Subito dopo le elezioni, esplose la vera e propria ‘Tangentopoli‘:

Subito dopo le elezioni, molti industriali e politici furono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni.
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Fondamentale, per questa espansione esponenziale delle indagini, fu la diffusa tendenza dei leader politici a privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di questi si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Coinvolti politici ma anche imprenditori,senza risparmiare società leader del nostro Paese:

Il 22 aprile vengono arrestati otto imprenditori, i primi di una lunga serie: hanno lavorato per il Trivulzio, hanno pagato tangenti a Chiesa. Confessano quasi subito. Sono sollevati, alla fine, si sono liberati da un peso: non solo morale, ma anche economico. Mani pulite esplode. Tanti altri imprenditori corrono a raccontare le loro tangenti. Denunciano i cassieri segreti dei partiti, quelli che facevano il giro a raccogliere mazzette. Tra questi, il democristiano Maurizio Prada, presidente dell’Atm (l’azienda milanese dei trasporti), che fa compiere all’indagine una svolta: ma come, noi politici siamo diventati i cattivi, la gente applaude al nostro arresto; e loro, gli imprenditori, che fino a ieri ci correvano dietro per pagarci e vincere gli appalti senza fatica, ora fanno i concussi, i santerellini obbligati a pagare dai partiti malvagi? Ora li aggiusto io, avrà pensato. E ha cominciato a raccontare le tangenti gentilmente offerte da una azienda che, grande com’è, se avesse voluto, avrebbe certamente potuto non pagare: la Fiat.

Da lì a pochi mesi il palazzo di Giustizia di Milano sarebbe diventato, per i corrotti, il Simbolo della nuova ‘Inquisizione’, un Tribunale in grado di cancellare leader politici ed interi partiti. Per i cittadini invece avrebbe assunto il ruolo di Garante di un rinnovamento invocato da tempo.

Nei prossimi numeri tratteremo l’evolversi dello scandalo e le altre dure prove a cui sarebbe stato chiamato, a breve, il Paese.

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Mani_pulite
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/mani_pulite.html
http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica8b.htm

2. Il PSI milanese sotto inchiesta, dimissioni di Cossiga, la strage di Capaci

A maggio, ad elezioni celebrate, esplose la vera e propria Tangentopoli. Vengono indagati i vertici milanesi del PSI. Avvisi di garanzia per Tognoli e Pillitteri, ex sindaci di Milano, accusati di aver preso soldi da Mario Chiesa, l’uomo che ha fatto scoppiare lo scandalo.

Intanto il Paese si trovava ad affrontare anche un vuoto di potere ai vertici della Repubblica. Il 26 aprile il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, si dimise quando alla scadenza del mandato mancavano due mesi. Iniziava così la corsa al Quirinale, si faceva il nome di Spadolini ma in realtà la poltrona piu ambita era contesa dal segretario Dc Forlani e dal Presidente del Consiglio uscente Giulio Andreotti.

Dalla politica alla cronaca. Il 12 marzo, a Palermo: veniva ucciso dalla mafia Salvo Lima, deputato della Democrazia cristiana al Parlamento europeo, ex sindaco di Palermo e capo della locale corrente andreottiana. Un avvertimento che preludeva una delle piu gravi stragi mafiose d’Italia.

Il 23 maggio, una tonnellata di tritolo sventrava l’autostrada Palermo-Capaci. Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta venivano assassinati. Era la vendetta di Cosa Nostra per le condanne del Maxiprocesso. Iniziava la guerra tra la Mafia e lo Stato.

3. Gli omicidi di Falcone e Borsellino, le dimissioni di Craxi, i Referendum del ’93

Riprendiamo il racconto de Gli Anni Neri della Repubblica da dove ci eravamo interrotti. A Febbraio 1992 era scoppiato lo scandalo di Tangentopoli, primi inquisiti nel PSI Milanese, nello stesso periodo veniva ucciso in Sicilia il democristiano Salvo Lima. Le elezioni politiche di aprile 1992 vedevano sconfitti i partiti tradizionali mentre si affermavano la Lega Nord di Umberto Bossi nel settentrione e la Rete di Leoluca Orlando nel Sud italia. Cossiga si dimetteva anticipatamente ed iniziavano le procedure per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Forlani ed Andreotti puntavano al Quirinale, senza successo. Poi, in un sabato pomeriggio di maggio….

Sono le 17,48 quando su una pista dell’aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta, erano stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.
Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa del magistrato sul litorale dell’Addaura. La solita scorta con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della squadra mobile che, appena vede il “suo” giudice scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la pistola.
Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie.
La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti.
Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall’esplosione la Croma marrone non c’è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine.

Il brutale omicidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani ed Antonio Montinaro sconvolse l’Italia intera ma la storia di Falcone era quella di un uomo solo, abbandonato da colleghi ed istituzioni. L’ultimo periodo della sua vita era stato impiegato per mettere appunto leggi e regolamenti che consentissero una maggiore forza di azione antimafia. I suoi progetti però non erano condivisi da molti esponenti politici e giudiziari, compresi quelli di CentroSinistra:

In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l’azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l’appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone.
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Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all’esposto presentato il mese prima (l’11 settembre) da Leoluca Orlando. L’esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario»
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Il ruolo di “Superprocuratore” a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati
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Dopo l’assassinio.. Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi nell’aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Nel suo sfogo il magistrato, che si farà trasferire a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, ricorderà anche il linciaggio subito dall’amico Falcone da parte dei suoi colleghi magistrati
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In particolare, l’opposizione a Falcone dei magistrati vicini al Pds fu fortissima: al Csm, per tre volte il magistrato palermitano subì dei veti. Quando concorse al posto di super-procuratore antimafia, gli venne preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi. Alessandro Pizzorusso, componente laico del Csm designato dal Partito Comunista, firmò un articolo sull’Unità sostenendo che Falcone non fosse “affidabile” e che essendo “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Successivamente, quando al Consiglio superiore della magistratura si dovette decidere se Falcone dovesse essere posto o meno a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, gli venne preferito Antonino Meli; votarono per quest’ultimo e quindi contro Falcone anche gli esponenti di Magistratura democratica, vicini al Pds, Giuseppe Borré ed Elena Paciotti, quest’ultima poi eletta europarlamentare dei Democratici di Sinistra.

Nelle giornate successive alla uccisione di Falcone, il Parlamento elesse il nuovo Capo dello Stato, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. L’Italia aveva bisogno al piu presto di un Governo nel pieno esercizio dei suoi poteri, al momento infatti era ancora in carica il dimissionario esecutivo Andreotti, nato nella precedente legislatura ed oramai a fine mandato. Il nuovo Parlamento, in piena Tangentopoli, avrebbe dovuto vedere il ritorno di Bettino Craxi alla guida del Governo. Tangentopoli però, che vedeva molti esponenti socialisti coinvolti nelle inchieste, impedì al leader del PSI di tornare a Palazzo Chigi:

Craxi che ebbe già Scalfaro in suoi due governi come Ministro degli Interni, avanza la richiesta di salire nuovamente a Palazzo Chigi, ma l’odor di tangenti spingono Scalfaro a negargli ciò, il “ti massacreranno” che rivolse a Craxi è inequivocabile.
Scelse un socialista nella rosa di tre nomi che Craxi gli propose come sue alternative, De Michelis, Martelli, Amato, venne scelto quest’ultimo, non a caso poco dopo per Martelli e De Michelis partiranno delle indagini.

I mesi successivi furono un calvario. Il 19 luglio del 1992 la mafia uccise anche Paolo Borsellino. L’attacco allo Stato, iniziato con l’omicidio Falcone, era in atto.

Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 kg di esplosivo a bordo (semtex e/o tritolo[40][41][42]) detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta[43].

Il 24 luglio diecimila persone partecipano ai funerali privati di Borsellino (i familiari rifiutarono il rito di Stato, poiché la moglie Agnese Borsellino, accusava il governo di non aver saputo proteggere il marito, voleva una cerimonia privata senza la presenza dei politici), celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, disadorna e periferica, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che diresse l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi». Pochi i politici: il presidente Scalfaro, Francesco Cossiga, Gianfranco Fini, Claudio Martelli. Il funerale è commosso e composto, interrotto solo da qualche battimani. Qualche giorno prima, i funerali dei 5 agenti di scorta si svolsero nella Cattedrale di Palermo, ma all’arrivo dei rappresentanti dello stato (compreso il neo Presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro), una folla inferocita sfondò la barriera creata dai 4000 agenti chiamati per mantenere l’ordine, la gente mentre strattonava e spingeva, gridava “FUORI LA MAFIA DALLO STATO”. Il Presidente della Repubblica venne tirato fuori a stento dalla calca, venne spintonato anche il capo della polizia.

Ogni giorno si susseguivano avvisi di garanzia, arresti perquisizioni. Coinvolti nomi noti e meno noti della Politica e dell’Imprenditoria locale e nazionale, alcuni flash dell’epoca:

” Milano – Anche imprenditori e funzionari dentro “Mani pulite”. – Dopo le ultime misure giudiziarie prese nell’ambito dell’inchiesta, le persone coinvolte sono 73, di cui 61 arrestate o agli arresti domiciliari: 43 politici (17 Psi, 15 Dc, 8 Pds, 2 Pri, 1 Psdi), di cui dieci parlamentari; tre funzionari; 27 imprenditori o dirigenti d’azienda”. (Ib, 12 luglio, ore 17,12)

Alcuni personaggi politici coinvolti nell’inchiesta non ressero alla tensione ed alla vergogna e si suicidarono:

Il 17 giugno 1992 si suicidò Renato Amorese , che era segretario del Psi a Lodi: aveva ricevuto soltanto una informazione di garanzia. Amorese si uccise lasciando una lettera indirizzata a Di Pietro, a cui si rivolse direttamente ringraziandolo per la sensibilità dimostata pur nel giusto rigore delle sue funzioni. Qualche mese dopo si suicidò, il 2 settembre, il deputato Sergio Moroni , che aveva responsabilità nel Psi a livello regionale.

” Roma – Il segretario amministrativo del PSI, VINCENZO BALZAMO, non ha smentito le voci di un’informazione di garanzia per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti”. (Ib 15 ottobre, ore 20.01)
” Roma – BALZAMO colpito da “infarto cardiaco esteso”. E’ stato ricoverato in clinica (Ib. 26 ottobre, ore 20.29).
” Roma – BALZAMO è morto – Il segretario amministrativo del PSI è morto  stamani alle ore 9 nell’ospedale di San Raffaele, dove era ricoverato dal 26 ottobre”. ( Ib. 2 novembre. ore 10.03)

Bettino Craxi, il 3 luglio 1992, con un intervento ‘storico’ in Parlamento, accusò tutto il sistema politico di allora:

Pochi mesi dopo il leader socialista fu coinvolto in prima persona nelle inchieste di Tangentopoli.

” Roma – La segreteria del PSI ha confermato l’invio di una informazione di garanzia all’onorevole BETTINO CRAXI”. (Ib. 15 dicembre, ore 14.01)
” I reati ipotizzati sarebbero concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. A determinare la decisione della magistratura sarebbe stata la testimonianza dell’ex segretario del Psi Giacomo Mancini”. ( Ib. 14.05).

Terminava così la  vita politica di Bettino Craxi e quella del Partito Socialista Italiano, che sarebbe scomparso di li ad un anno.

Il Governo Amato, in carica dal giugno 1992, venne duramente colpito dalle inchieste di Mani Pulite. Ben 5 Ministri furono costretti alle dimissioni perche indagati.

Nel frattempo l’Italia, nell’aprile 1993, votava per i Referendum che avrebbero abolito il sistema elettorale vigente, il proporzionale, lasciando campo libero ad un nuova legge elettorale, il Maggioritario.

Ma soprattutto il primo governo Amato, che tra febbraio e marzo del 1993 perse per strada cinque ministri inquisiti (Martelli, Fontana, Goria, Reviglio, De Lorenzo), più un sesto (Ripa di Meana) sdegnato per una simile compagnia. Dopodiché Amato, rimasto solo, chiuse porte e finestre, spense le luci e salì al Quirinale per dare le dimissioni.

Amato rassegnò quindi le dimissioni. Il suo successore fu il Governato della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Nel Governo, oltre a democristiani, liberali, socialisti e socialdemocratici, entravano anche Pds e Verdi che però ritirarono subito la loro rappresentanza perche il Parlamento rifiutò di concedere l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi.

La primavera del 1993 vedeva il Paese ancora sconvolto e tramortito dagli eventi, ben presto la situazione sarebbe precipitata a causa degli attentati mafiosi di Milano, Firenze e Roma.

Nei prossimi numeri l’evolversi delle inchieste, le Stragi del 1993, i suicidi eccellenti, le vittorie di Lega e Sinistre alle prime elezioni dirette dei Sindaci e tanto altro ancora.

Numeri precedenti:

Fonti:
http://digilander.libero.it/inmemoria/strage_capaci.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Falcone
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino
http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica8b.htm
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a17.htm
http://wmarcotravaglio.altervista.org/tag/giuliano-amato/
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a1.htm

1993, ‘Il Processo Cusani’

Continuiamo con il nostro ‘viaggio’ negli anni neri della Repubblica. Se il 1992 aveva visto il paese in preda a scandali politici come Tangentopoli, problemi economici come la svalutazione della lira e stragi mafiose, gli omicidi di Falcone e Borsellino, il 1993 non era iniziato in modo molto diverso.

Il 13 febbraio 1993 veniva inviato un avviso di garanzia nei confronti di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Le accuse? falso in bilancio, false comunicazioni sociali e peculato nell’ambito del processo ENIMONT .

Malgrado il maldestro (e malriuscito) tentativo del Governo Amato di ‘bloccare’ Mani Pulite attraverso il ‘colpo di spugna’ del decreto Conso, poi non firmato da Scalfaro, di lì a poche settimane tutto lo scandalo di Tangentopoli si sarebbe ‘mediaticamente’ concentrato proprio nell’affaire Enimont e sul processo ‘Cusani’, ad esso collegato. Facciamo un passo indietro per capire di cosa si tratta.

Alla fine degli anni 80 i due poli chimici nazionali, l‘Eni nel settore pubblico e la Montedison nel settore privato, decisero di accordarsi per far nascere un ‘polo unico’ della chimica, venne quindi creata la società Enimont, per il 40% a partecipazione ENI, quindi pubblica, per un altro 40% a partecipazione Montedison, quindi privata e per il restante 20% ai singoli azionisti nel mercato finanziario. All’epoca dell’accordo Gabriele Cagliari era Presidente dell’Eni e Raul Gardini era a capo di Montedison.

Il matrimonio tra i due colossi della chimica durò poco. Nel 1990 Gardini cercò di ‘scalare’ Enimont, tentando di acquistare il 20% delle azioni sul mercato. Tale decisione fu alla causa della rottura dei rapporti con l’Eni. Gardini decise così di vendere il 40% di proprietà Montedison all’Eni, scelta che privò il colosso privato di quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell’accordo.

Da questa scelta di Gardini nacquero gran parte delle accuse dei magistrati, poi culminate nel Processo Enimont e nel piu importante, almeno dal punto di vista mediatico, Processo Cusani.

Gardini , tramite il suo collaboratore di fiducia Sergio Cusani,  avrebbe pagato tangenti ( 150 miliardi di lire) ai partiti politici dell’epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison.

Il processo sull’affaire Enimonti vede ‘stralciata’ la posizione di Sergio Cusani, per il quale viene celebrato un processo apposito, ovvero il cosiddetto ‘Processo Cusani‘:

La posizione di Cusani viene dunque stralciata dalla complessa vicenda Enimont (è stata infatti accettata la richiesta di un processo in tempi rapidi da parte dell’avvocato difensore), ponendo l’imputato come l’unico protagonista in attesa di giudizio, mentre gli altri soggetti coinvolti nella vicenda (dai manager del Gruppo Ferruzzi ai politici) entrano in aula solo in veste di testimoni, per di più imputati di reato connesso. (Fonte)

Telegiornali, trasmissioni politiche, quotidiani e tutti i mezzi di informazione iniziarono quindi a concentrare le loro attenzioni sul cosiddetto “ padre dei processi di Tangentopoli per la madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzato il Processo Cusani dall’allora Pm accusatore, Antonio Di Pietro.

I principali attori dell’affaire Enimont non videro mai le aule di tribunale. Gabriele Cagliari, arrestato a marzo, dopo quattro mesi di carcerazione preventiva, si suicidò in carcere. Era il 20 luglio 1993.

Dopo tre giorni Raul Gardini si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa. Su ambedue i suicidi rimasero  forti dubbi.

Il dibattimento comunque si aprì il 28 ottobre 1993, sotto accusa era l’intera classe politica della prima Repubblica. Cusani quindi diventava il ‘simbolo’ di Mani Pulite, l’agnello sacrificale dal punto di vista mediatico (e non solo):

il dibattimento durò sei mesi esatti per un totale di 51 udienze, 400 ore di dibattimento, 117 testimoni (la maggior parte indagati di reato connesso) tra cui due ex presidenti del Consiglio, Craxi e Forlani, e 7 ministri nella Prima Repubblica. Furono compilate 20.000 pagine di documenti e 7.000 pagine di verbali.

I principali politici accusati nel Processo ‘principale’, ovvero quello legato ad Enimont, sfilarono come ‘testimoni’ o comunque come ‘accusati di reato connesso’ proprio nel Processo a Cusani, mandati in ‘pasto’ alle Telecamere di tutto il mondo:

Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell’opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.

Una breve sintesi del Processo Cusani fatta da wikipedia:

Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese“), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.

Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della goccia di saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo dell’assenza di self control di chi era per la prima volta chiamato a rendere conto delle proprie azioni e produsse anche icasticamente un moto di disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto i fondi illegali, anche se negò che ammontassero a 93 milioni di dollari. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti» ma la sua deposizione, al contrario delle precedenti, non venne interrotta dal pubblico ministero d’udienza, Antonio Di Pietro[15], il quale reagì alle critiche per questa sua inusuale condotta processuale dichiarando alla stampa che per la prima volta vi era stata una piena confessione.

Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, nel successivo processo ENIMONT Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità»[16].

Il processo si concluse con la condanna di Cusani  a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Ne scontò in cella quattro. Nel corso del processo di primo grado aveva restituito 35 miliardi di lire.Il 30 marzo 2001 aveva finito di scontare la sua pena.

Per quanto concerne il Processo Enimont, dove erano imputati politici e faccendieri della Prima Repubblica, la sentenza definitiva arrivò nel 1998:

Il primo verdetto della Cassazione arrivò il 21 gennaio 1998, condannando in via definitiva Sergio Cusani a 5 anni e 10 mesi.

Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;[4][5]

Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d’appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d’appello.

Il 1993 però non vide solo la celebrazione del ‘padre di tutti i processi’, fu anche un anno di stragi mafiose, come vedremo nel prossimo numero.

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Enimont
http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Cusani
http://it.wikipedia.org/wiki/Mani_pulite
http://www.tesionline.it/v2/cronologia.jsp?evid=3478
http://www.spadini.org/contents/tesi_di_laurea/capitoli/capitolo6.htm

4. Le stragi del ’93

Con l’approfondimento di oggi entriamo in una delle fasi più buie della storia recente della nostra Repubblica. ‘Le stragi del 1993’ e la presunta trattativa Stato-mafia. Negli scritti che seguiranno troverete degli estratti presi da articoli diversi che mettono in ordine cronologico i fatti avvenuti nella primavera-estate di quel disgraziato anno. Prima però è il caso di dare uno sguardo al ‘momento storico’ in cui si trovava l’Italia.

Il 1993 era un anno di transizione, la classe politica risultava pesantemente compromessa dalle inchieste di Tangentopoli, c’erano state le stragi di Capaci e di via D’Amelio che avevano visto assassinati in giudici antimafia Falcone e Borsellino, a gennaio di quell’anno veniva arrestato il boss di Cosa Nostra Totò Riina, i Referendum anti-proporzionale e gli avvisi di garanzia avevano abbattuto il Governo Amato lasciando il posto ad un ‘tecnico’, il Governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Le indagini sui rapporti tra Stato e mafia vedevano coinvolti uomini di spicco della prima Repubblica come Giulio Andreotti, colpito da avviso di garanzia. L’inchiesta sui fondi neri del Sisde arrivava a sfiorare il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Insomma, un quadro d’insieme desolante che vedeva delegittimato l’intero organigramma istituzionale dello Stato. Il 14 maggio del 93 una autobomba esplose in via Fauro a Roma, al passaggio dell’auto di Maurizio Costanzo, provocando alcuni feriti ma nessuna vittima. Costanzo in quel momento si stava occupando di programmi televisivi contro la criminalità organizzata invitando personaggi di spicco nella lotta alla mafia. E proprio contro la mafia, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, erano state prese misure severe come il regime di carcere ‘duro’ per i boss detenuti, detto anche 41bis.

In un clima come questo , nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, vicino alla Galleria degli Uffizi, esplose una bomba che uccise 5 persone ferendone altre 48, causando danni al patrimonio culturale della città. La strage di via dei Georgofili:

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, alle ore 1.04, a Firenze, in un’ antica via del centro storico, via dei Georgofili, ai piedi della storica Torre del Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili , deflagra un’autobomba.

Si tratta di un Fiat Fiorino imbottito di 250 chilogrammi di una miscela esplosiva composta da tritolo,T4, pentrite, nitroglicerina. L’esplosione provoca il crollo della Torre e la devastazione del tessuto urbano del centro storico per un’estensione di ben 12 ettari, con un impatto che è stato definito ” bellico”.

Muoiono Caterina Nencioni di 50 giorni, Nadia Nencioni di 9 anni, Angela Fiume di 36 anni, Fabrizio Nencioni di 39 anni, Dario Capolicchio di 22 anni. Angela, custode dell’Accademia dei Georgofili, risiedeva nella Torre con la sua famiglia. Dario, che proveniva da Sarzana e studiava architettura a Firenze, muore trasformato in una torcia umana nella sua abitazione, posta nell’edificio di fronte alla Torre. I feriti sono 48, moltissime famiglie rimangono senza tetto.Viene danneggiata anche la Galleria degli Uffizi, situata a pochi metri dalla zona dell’ esplosione e altri edifici di interesse storico- artistico.

Si perdono per sempre capolavori e preziosi documenti, ma soprattutto si perdono per sempre cinquevite.

Il Paese veniva sconvolto dall’attentato di Firenze. Ancora forti erano i ricordi delle stragi del 92. Fu subito chiara la pista mafiosa. L’allora ministro dell’interno Mancino «L’attentato nel cuore di Firenze è opera della mafia». E spiega così la strategia dei clan: «Vogliono allentare l’attenzione delle forze dell’ordine su Palermo e ovunque operi la criminalità organizzata, perché la mafia è presente dappertutto”.

Purtroppo però il periodo di tensione non era destinato a passare cosi facilmente. Esattamente due mesi dopo, nella notte tra il 27 e 28 luglio, toccava a Milano e Roma essere teatro della strategia di tensione organizzata dalla mafia. Il cuore ‘economico’ e quello ‘politico’ del Paese venivano sconvolti da due attentati quasi simultanei. Cinque persone morivano nel capoluogo milanese, distrutto il Padiglione d’Arte Contemporanea. A Roma vennero danneggiate la Basilica di San Giovanni in Laterano e la facciata della Chiesa di San Giorgio al Velabro. Un altro colpo assestato al patrimonio artistico del Paese:

27 luglio 1993, Milano si sta spopolando. Di macchine ne passano poche. Chi resta in città si gode un pò di fresco nei luoghi di cinema, in quelli di musica. Alle 23,15, tutti i milanesi si fermano. Si sente un rumore lontano, sordo. Un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, davanti alla Villa Reale. Il Padiglione di Arte Contemporanea viene distrutto. Moriranno cinque persone. Tre pompieri, un vigile urbano, un immigrato marocchino che dormiva su una panchina del parco. Alessandro Ferrari, 30 anni, Carlo Locatena, 26 anni, Sergio Pasatto, 34 anni, Stefano Picerno 37 anni, Driss Musafir, 44 anni. Altre sette persone, in maggioranza vigili del fuoco e vigili urbani.

Pochi minuti dopo la stessa scena si sposta a Roma. Due ordigni esplodono, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia. L’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro.

Nelle stesse ore viene registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo. Rimarrà isolata per alcune ore. Gli attentati vengono messi subito in relazione a quelli in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti)

La macchina utilizzata dagli attentatori é una Fiat Uno imbottita di esplosivo. Come a Firenze alla Galleria degli Uffizi, anche a Milano si sceglie un luogo d’arte per il nuovo attentato. Pochi minuti prima dello scoppio, la Fiat Uno viene segnalata da una coppia di giovani ad una pattuglia di vigili urbani. Dalla vettura esce infatti del fumo nero. I vigili pensano subito ad un principio d’incendio. Chiamano così, con l’autoradio, i pompieri che inviano sul luogo mezzi e soccorsi. Tre vigili del fuoco si avvicinano all’auto, tentano di aprire il cofano, si rendono suibito conto della trappola. E’ un autobomba, non un incendio. Intravedono al miccia a lenta combustione già accesa. E uno di loro grida: “C’é una bomba..“. Ma non fa in tempo a salvarsi. Lo scoppio é devastante. L’esplosione crea in via Palestro una fossa e ampia due metri per tre. Il Padiglione d’Arte Contemporanea si sbriciola. Ci vorranno anni per ricostruirlo.

Altri morti si aggiungevano a quelli di Firenze. Il 15 settembre poi veniva ucciso anche don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, un quartiere di Palermo controllato dalla criminalità organizzata.

La mafia non era intenzionata a fermarsi qui. Era infatti stata programmata un’altra strage, questa volta organizzata vicino allo Stadio Olimpico di Roma e che quindi avrebbe dovuto colpire gli spettatori arrivati a seguire una partita di calcio:

ROMA – Il 31 ottobre 1993 una Thema parcheggiata in via dei Gladiatori, a due passi dallo stadio Olimpico, era imbottita con 120 chili di tritolo. Era una domenica, giocavano Lazio-Udinese, partita di cartello, la ricevente era in funzione, il telecomando a distanza pronto per essere attivato pochi minuti dopo la fine dell’incontro. Sarebbe stata una strage, l’onda d’urto di quei centoventi chili di esplosivo avrebbe risucchiato centinaia di spettatori in uscita e i carabinieri in servizio che proprio in via dei Gladiatori hanno il punto di concentramento.

Il telecomando che doveva azionare la bomba si inceppò e l’attentato non ebbe luogo, era il 31 ottobre. Qualche giorno dopo, il 4 novembre, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non rinnovare il 41 bis per 140 mafiosi detenuti. Evento casuale? No. Così Conso ammise anni dopo:

“Non ci fu nessuna trattativa né quella decisione fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto” “Non ebbi alcuna pressione o invito da alcuno, si tratta di una scelta che feci in solitudine pensando che una soluzione diversa avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi. Quella proroga, del resto, non era necessaria”. “Quella decisione fu presa non in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. C’era già stato l’arresto di Riina, e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo, Provenzano”. “Il vice di Riina aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. I pm non dissero nulla. Fu solo una mia decisione non concordata con alcuno”

Una dichiarazione tanto clamorosa quanto grave. Agì davvero da solo? O fu ‘consigliato’? Sta di fatto che il Ministro aveva ceduto al ricatto mafioso cancellando il regime di carcere duro ad un centinaio di boss in cambio di una strategia ‘morbida’ della mafia. E cosi fù. Da quel momento in poi non ci furono più attentati. Trattativa o no, Cosa Nostra vinse quella battaglia.

Terminava così uno dei momenti piu bui della nostra Repubblica. Il 1993 volgeva al termine, il Paese era provato da scandali, stragi e crollo del sistema politico. L’incertezza regnava sovrana. La crisi politica dei partiti di governo, minati dalle inchieste di Tangentopoli, aveva visto prevalere le forze di Sinistra, la Lega Nord ed il Movimento Sociale nelle elezioni amministrative di quell’anno. Ma il 1994 era dietro l’angolo e Berlusconi stava per ‘scendere in campo’.

Nel prossimo ed ultimo capitolo della rubrica parleremo proprio della vittoria dei Sindaci di Sinistra e della Lega e della discesa in campo del Cavaliere.

Fonti:

http://www.raistoria.rai.it/articoli/avviso-di-garanzia-per-giulio-andreotti/12538/default.aspx
http://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Luigi_Scalfaro
http://www.reti-invisibili.net/georgofili/
http://www.cadoinpiedi.it/2011/07/15/le_stragi_del_93.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Pino_Puglisi
http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&catid=20:altri-documenti&id=3551:nel-93-non-ho-rinnovato-il-41bis-e-ho-evitato-altre-stragi
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/13/news/stop_al_41_bis_spunta_il_suggeritore_di_conso-9055803/

5. La nascita di Forza Italia e la vittoria di Berlusconi nel 1994

L’articolo di oggi è l’ultimo per la rubrica. Dopo aver parlato di Tangentopoli, dei processi ai corrotti e delle stragi di mafia è arrivato il momento di concentrarci sul mondo politico. Gli scandali nel 1992 avevano decapitato i partiti politici governativi, Craxi, Forlani, Andreotti, Altissimo, Vizzini erano caduti sotto gli avvisi di garanzia e le inchieste del Pool Mani Pulite.

L’elettorato era disorientato, sfiduciato ed aveva punito la politica tramite i referendum della primavera 1993. Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, dei ministeri del Turismo, dell’Agricoltura e delle Partecipazioni Statali e soprattutto la cancellazione del sistema elettorale proporzionale che per quasi cinquanta anni aveva regolato le istituzioni.

seconda repubblica

Il passo successivo per la demolizione della ‘prima repubblica’ fu scritto attraverso le elezioni amministrative del giugno 1993, le prime con la elezione diretta del Sindaco. Il ‘vecchio’ pentapartito composto da democristiani, socialisti, socialdemocratici, liberali e repubblicani era spacciato. La vera battaglia si giocava tra le forze di opposizione ovvero la Sinistra progressista rappresentata da Pds, Rifondazione, Verdi e la Rete da una parte ed il Movimento Sociale dall’altra. Al Nord invece era prevista una ‘valanga’ leghista. E cosi fu:

1993 milano

Milano, da anni roccaforte socialista, passò alla Lega Nord che in città ottenne il 41% dei voti. Torino premiò il Pds e la Sinistra progressista. A Catania prevalse Enzo Bianco, comunque appoggiato dai progressisti. La Lega vinse anche a Novara e Vercelli. Un vero terremoto politico, confermato nel ‘secondo turno’ delle comunali, celebrato nel novembre-dicembre dello stesso anno. Alla ribalta delle cronache la sfida di Roma che vedeva il verde Francesco Rutelli contro il missino Gianfranco Fini. La Sinistra vinse in quasi tutte le grandi città:

1993 roma

Roma, Napoli, Genova, Venezia e Trieste videro eletti Sindaci rappresentanti della coalizione di Sinistra. Le uniche forze sopravvissute allo tsunami elettorale furono la Lega al Nord ed il Movimento Sociale nel CentroSud. I movimenti di Bossi e Fini sembravano però totalmente incompatibili. Le elezioni politiche erano oramai vicine e tutto sembrava prefigurare una vittoria del fronte Progressista.

Ed ecco che entrò in scena Silvio Berlusconi. Senza più ‘protettori’ con la caduta di Craxi ed il dissolvimento dei vecchi partiti di Governo, esposto con le banche per 4.000 miliardi, il Cavaliere aveva poche possibilità di sopravvivere economicamente ad una vittoria della Sinistra. Da qui quindi la necessità di difendere in prima persona i suoi interessi. Nell’estate 1993 i primi passi del suo impegno in politica con la costituzione dei Club ‘Forza Italia‘:

forza italia

Durante la sfida di dicembre tra Rutelli e Fini arrivò la ‘benedizione’ berlusconiana per il candidato missino. Nel frattempo il Parlamento approvò la nuova legge elettorale maggioritaria.  Il 26 gennaio 1994 la discesa in campo ufficiale:

1994discesa

In otto settimane il Cavaliere riuscì a fare l’impossibile ovvero a cementare una alleanza tra la Lega Nord ed il Movimento Sociale. Forza Italia strinse un accordo nel Nord Italia con il partito di Bossi mentre al CentroSud, dove la Lega non si presentava, si coalizzò con il partito di Gianfranco Fini.

Malgrado i continui screzi tra post fascisti e leghisti, il potere mediatico di Berlusconi riuscì nell’impresa di creare una coalizione ampia. L’appoggio dei volti noti delle tv Fininvest fu determinante nel convincere molti cittadini,  il filmato qui di seguito testimonia la scorrettezza di alcuni personaggi televisivi dell’epoca, da Mike Bongiorno ad Ambra passando per Raimondo Vianello, i quali, durante le loro trasmissioni, fecero dichiarazioni pubbliche di sostegno alla coalizione di destra:

Appoggio mediatico e furbizia del Cavaliere unite alla insipienza politica della Sinistra riuscirono nell’impresa finale: il 28 marzo 1994 l’Italia votò e consegnò il Paese a Berlusconi, Bossi e Fini:

vittoria berlusconi

Da quel momento il Cavaliere divenne il Caimano, pronto a tutto pur di conservare il potere e tutelare i suoi interessi. Cercò di distruggere la Rai, scatenò una guerra infinita con la magistratura, provò ad isolare i suoi detrattori etc etc. Il resto è Storia, quella che oggi lo vede ancora protagonista in prima linea e che, purtroppo, rischia di confermarlo ancora una volta come vincitore.

Grazie a tutti i lettori per aver seguito la rubrica.

Fonti:
http://www.archiviolastampa.it
http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_amministrative_italiane_del_1993
http://cronologia.leonardo.it/ber1352.htm

 

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