Barack, Michelle e Joe. Ci mancheranno.


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Barack, Michelle e Joe. In questi ultimi giorni di Presidenza, Obama sta rendendo omaggio a chi gli è stato più vicino in questi anni. Sua moglie Michelle, non una first lady ‘classica’ ma una combattente, forse più dura del marito a volte. E poi il suo vice, Biden. Una storia personale degna di un film. Esperienza, affidabilità, competenza. Un VicePresidente attivo ed utile. E soprattutto un amico. Alcuni dicono che Michelle Obama in futuro potrà ambire alla Casa Bianca. Quel che è certo è che Joe Biden avrebbe di sicuro ricoperto in modo eccellente il ruolo di Presidente.

Purtroppo però i Democratici hanno dovuto pagare un ‘prezzo’ ai Clinton, alle loro ambizioni, alla voglia di rivalsa di Hillary, sconfitta nel 2008 e poi alleata di Obama a patto di essere Lei la candidata alla fine del mandato del Presidente. Quel prezzo non è stato pagato solo da Obama e dai Democratici. Sarà pagato da tutti gli americani e forse dal resto del Mondo.

Tra sette giorni esatti inizia l’era Trump. Basta leggere i nomi dei membri del suo governo per inorridire. Sotto ogni aspetto e tema.
Trump non è un folle. Non porterà gli Stati Uniti alla terza guerra mondiale. Ma Trump non è un uomo politico e soprattutto è un egocentrico misogino con manie di persecuzione e nessuno stile. L’immagine dell’America ne risentirà, questo è certo. Alcuni dicono che prima poi l’establishment si sbarazzerà di lui affidando le sorti del Paese al suo vice Mike Pence. Potrebbe essere ma non è affatto detto. Di sicuro c’è solo il totale cambio di faccia della Casa Bianca e “dell’essere” Presidente degli Stati Uniti. Se Clinton rischiò di essere cacciato per un pompino, oggi a Trump sarà permesso tutto. Ma proprio tutto. Vista la sua storia e la vittoria alle elezioni suo malgrado.
Negli otto anni di governo, Obama ha commesso molti errori, soprattutto in politica estera. Ma al netto di ogni recriminazione e delusione, credo sarà presto rimpianto. Barack, Michelle e Joe. Ci mancheranno.

La Convention Democratica: Clinton e Michelle ‘infiammano’ la platea, aspettando Obama


Michelle Obama e Bill Clinton. La first Lady e l’ex Presidente, ecco i due ‘colpi’ mediatici di Barack Obama alla Convention Democratica di Charlotte.

L’altro ieri Michelle, che ha avuto il compito di raccontare l’uomo Barack Obama, visto dagli occhi di una moglie:

«Alla fine della giornata, quando devi prendere quella decisione da Presidente, tutto ciò che ti guida sono i tuoi valori e la tua visione, e le esperienze che ti hanno reso ciò che sei.
Perciò quando si tratta di ricostruire la nostra economia, Barack pensa alle persone come mio padre e come sua nonna»

«Vedete, ho avuto l’occasione di capire com’è, essere presidente. E ho visto che i problemi che arrivano sulla tua scrivania sono sempre quelli difficili – quelli in cui nessuna quantità di dati o numeri ti dà la risposta giusta… la scelta da fare quando c’è tanto in ballo e non c’è margine di errore»

Ieri invece è arrivato il turno di Bill Clinton, ancora amatissimo dalla gente, che ha esaltato l’Obama Presidente, attaccando Romney:

«Malgrado sia spesso in disaccordo con i repubblicani, non sono mai stato capace di odiarli quanto l’estrema destra che oggi controlla il loro partito sembra odiare il presidente Obama e i Democratici»

«Una delle ragioni principali per cui l’America dovrebbe rieleggere il presidente Obama è che è tuttora impegnato a collaborare. Ha nominato ministri repubblicani. Ha nominato un vicepresidente che era stato suo avversario nel 2008 e gli ha dato fiducia per gestire la vittoriosa fine della guerra in Iraq e l’avvio della ricostruzione. E Joe Biden ha fatto un gran lavoro con entrambe le cose. Ha scelto membri dell’amministrazione che avevano appoggiato Hillary alle primarie. Ehi, ha persino nominato Hillary!»

«A Tampa, l’argomento Repubblicano contro la rielezione del presidente è stato piuttosto semplice: gli abbiamo lasciato un disastro, non lo ha sistemato abbastanza velocemente, quindi mandatelo via e rimetteteci noi»

«Siamo dove vogliamo essere? No. Il presidente è soddisfatto? No. Stiamo meglio di quando entrò in carica, con un’economia in caduta libera e 750 mila posti di lavoro persi ogni mese? La risposta è sì»

Da segnalare anche il discorso di Julián Castro, il popolare sindaco di San Antonio, anche lui all’attacco dei Repubblicani. Qualcuno pensa seriamente possa essere lui il prescelto per il dopo-Barack.

I sondaggi danno un testa a testa tra Obama e Romney anche se gli Stati ‘indecisi’ potrebbero premiare il Presidente in carica. Gli interventi della first Lady e di Clinton, molto piu amati e popolari di Obama, potrebbero aiutare. Questa sera però tocca a lui. Barack Hussein. Dovrà dare certezze agli americani. Se funzionerà lo sapremo solo a novembre.

Usa 2012: Obama cerca una difficile rielezione, bilancio di quattro anni democratici


Mancano meno di 80 giorni all’Election Day americano. Tra pochi giorni saranno celebrate le Convenction di Democratici e Repubblicani, dove verranno ‘incoronati’ i due sfidanti e che apriranno le ‘danze’ per l’elezione del Nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Barack Obama riuscirà ad essere rieletto oppure Mitt Romney metterà fine al suo mandato dopo soli quattro anni?

Come abbiamo visto negli ultimi due anni, l’economia è risultata determinante nelle elezioni politiche di diversi Paesi. Spagna, Francia, Portogallo, Irlanda, Grecia ed Italia hanno visto ‘spazzati’ via i governi impegnati nell’amministrare la crisi economica in atto. Lo stesso Obama fu eletto nel 2008 anche a causa del tracollo finanziario iniziato mesi prima.

Dopo quattro anni di Amministrazione democratica è arrivato il momento di tirare un bilancio ed Obama non può certo dirsi tranquillo.

Recentemente il settimanale Newsweek, di idee progressiste, ha messo in prima pagina un duro attacco al Presidente.

‘Vattene via Barack’, il titolo di Newsweek

Cosi scrive Niall Ferguson, storico britannico di idee conservatrici ed estensore dell’articolo:

Obama promise “non solo di creare nuovi posti di lavoro, ma di mettere le basi per far riparte la crescita economica”. Promise di “riportare la scienza al posto che merita e di usare le meraviglie della tecnologia per migliorare l’assistenza sanitaria e renderla meno costosa”. E promise anche di “trasformare le nostre scuole, i college e le università per rispondere alle esigenze dei nostri tempi”. Sfortunatamente, i risultati del presidente su ognuna di queste promesse fanno pietà.

Analizzando i dati economici non c’è da stare allegri. La crisi c’è ancora ed è forte:

I freddi numeri non sembrano aiutare il presidente. Nel 2011 il bilancio federale statunitense si è chiuso con un deficit di 1.299 miliardi di dollari, portando il debito pubblico a quota 14.764 miliardi. L´ultimo pareggio di bilancio si è registrato nel 2001, da allora si è sempre chiuso con un deficit, stratificando il passivo nello stock del debito pubblico. Se nel 2008 questo ammontava al 69,7% del Pil, il 2011 si è chiuso con un debito pari al 98,7%, mentre si prevede che per il 2012 raggiunga il 104,8%. La disoccupazione è passata da 5,8% del 2008 all´8,1 del 2011. Solo la crescita economica è tornata in positivo, passando da -0,3% a +2,1%, un dato comunque molto rilevante se guardiamo alle difficoltà delle economie occidentali nel complesso e alla capacità statunitense di invertire la tendenza. Obama punterà sulla ripresa.

In questo campo, dopo il varo di un “pacchetto” di stimolo dell´economia reale del valore di 787 miliardi di dollari, Obama si è concentrato soprattutto sulla riduzione del deficit. (fonte)
Il Presidente, oltre a varare pacchetti di stimolo per l’economia, ha cercato di ‘riformare’ Wall Street ed ha impegnato tutte le sue risorse per far approvare la Riforma Sanitaria:
A luglio del 2010 è entrato in vigore il Dodd-Frank Wall Street reform and consumer protection act, volto a rafforzare la regolamentazione pubblica sul settore finanziario, mentre nel settembre 2011 è stata la volta dell´American jobs act, un ulteriore pacchetto di stimolo da 447 miliardi.
Sul piano interno il cavallo di battaglia di Obama è la nota riforma sanitaria. Varata nel 2010, la riforma ha esteso la copertura assicurativa a 32 dei circa 50 milioni di cittadini americani che ne sono privi, per un costo complessivo stimato dal Congressional budget office in 940 miliardi: un successo in ottica democratica, un vero tradimento dei valori americani per i repubblicani più convinti.
Da ricordare anche i ‘successi’ in Politica estera:
Quasi paradossalmente uno dei punti di storica debolezza dei democratici, la politica estera, sembra offrire argomenti a favore. Obama ha tenuto fede alle proprie promesse elettorali: cattura (e uccisione) di Osama Bin Laden; ritiro dall´Iraq; avvio del ritiro dall´Afghanistan.
Di contro molti accusano Obama di ‘inesperienza’, di aver perso tempo prezioso grazie all’ostruzionismo dei Repubblicani:
Gli viene rimproverato di non avere la necessaria leadership e di aver sprecato rapidamente il suo iniziale capitale politico, di aver tentennato troppe volte alla ricerca di un “terreno comune” irrealizzabile. Il presidente sapeva che i repubblicani avrebbero rallentato ogni sua riforma, ogni sua azione legislativa, ma non si è mai preoccupato di superare questo problema una volta per tutte. L’amministrazione è stata lenta nelle contromisure all’ostruzionismo e ingenua nel non saperne prevedere gli effetti. Un esempio di quest’ingenuità è il voto sulla legge sul clima, che avrebbe introdotto un sistema di incentivi e disincentivi fiscali in relazione alle emissioni di anidride carbonica delle imprese. La legge era indigesta ai centristi, indispensabili per ottenere la maggioranza: Obama li ha praticamente costretti a votarla, innervosendoli e inimicandoseli per i mesi a seguire, senza peraltro che la legge riuscisse a passare, affondata dall’ostruzionismo. Ingenuità, o forse inesperienza, hanno portato alla situazione di debolezza politica in cui si trova il presidente. (fonte)

Sull’operato del Presidente pesa anche la perdita della maggioranza parlamentare al Congresso, dopo le elezioni di ‘midterm’ del 2011. La ‘battaglia’ con i repubblicani, vittoriosi alla Camera dei Rappresentanti, ha portato il Paese sull’orlo del default, causando anche il primo ‘storico’ declassamento da parte delle agenzie di rating.

A livello di politica estera, assieme al ruolo ‘defilato’ assunto in Medioriente, pesa molto il rapporto con la Cina:

La sua presidenza era iniziata facendo ipotizzare una sorta di G2, in cui Cina e Stati Uniti avrebbero agito fianco a fianco per guidare il mondo. Gli equilibri sono però ben presto mutati e la superpotenza americana si è trovata per la prima volta in una posizione di sudditanza rispetto a Pechino. Il presidente cinese, Hu Jintao, si è persino permesso di rimproverare Washington, colpevole, a suo dire, di non fare abbastanza per rimettere in ordine i bilanci federali. In quanto paese creditore, Pechino si è sentito autorizzato a imporre una sorta di disciplina al suo principale debitore. Si è quindi verificato un importante cambiamento negli equilibri internazionali, con il pendolo dell’economia e della politica mondiale che si è spostato verso Pechino allontanandosi da Washington

Il bilancio globale sull’operato del Presidente in carica è quindi costituito da luci ed ombre. Tutto ciò si riflette sulla popolarità presso il popolo americano. Da qui il ‘testa a testa’ che vede Obama contendersi la leadership del Paese con un candidato debolissimo come Mitt Romney. Poco carismatico, gaffeur, l’ex Governatore del Michigan rischia davvero di poter vincere a causa della sfiducia verso l’amministrazione uscente.

Veniamo ai ‘numeri’ sulla prossima ‘battaglia per la Casa Bianca’. Brevemente, le elezioni americane non sono ‘dirette’, il Presidente viene eletto tramite un ‘passaggio indiretto’. Ogni Stato ha un numero stabilito di delegati, chiamati ‘Grandi elettori’, che si riuniscono dopo le elezioni di novembre per ‘eleggere formalmente’ il nuovo Comandante in Capo. Il loro numero totale è di 538.  Gli abitanti dei vari Stati dell’Unione, durante l’Election Day, votano i candidati presidenziali, chi tra di loro arriva primo in uno Stato ‘vince’ però tutti i delegati dello stesso.

Secondo i sondaggi, al momento il Presidente in carica puo contare già su 221 grandi elettori, per riconfermarsi alla Casa Bianca Obama ha necessità di ‘vincere’ almeno 270 deputati degli Stati.

Se vediamo il grafico, fornito dal sito RealClear Politics, i Repubblicani mantengono quasi tutti gli stati del 2008, incrementando di 15 grandi elettori il bottino precedente. (191 per Romney contro i 175 finali di McCain).

Il vero ‘problema’ per Obama è quindi quello di riconquistare alcuni stati chiave che quattro anni fa lo avevano visto vincitore. Sei su tutti, Florida (29 grandi elettori), North Carolina (15),  Ohio (18) e Michigan (16), Virginia (13) e Colorado (9). Al momento in questi cinque Paesi dell’Unione  lo scarto tra i due contendenti è troppo esile per ‘assegnarli’ a questo o quel candidato. Vengono quindi detti ‘toss up’.

Sempre secondo il sito di sondaggi, in Michigan sembra prevalere Obama per 3 punti, come pure in Ohio (di 2 punti) , in Virginia (3%) ed in Colorado (1%). In North Carolina invece è in testa Romney di 1 punto mentre in Florida i due sfidandti sono appaiati al 46%.

Se finisse così, con questi scarti minimi negli Stati ‘toss up’, anche senza l’assegnazione della Florida, Obama riuscirebbe a conquistare altri 56 delegati e raggiungerebbe il totale di 277, numero necessario per essere rieletto Presidente. I sondaggi però hanno un margine di errore elevato, alle elezioni mancano ancora piu di due mesi e tutto puo succedere.

Non è quindi affatto scontato che Barack Obama riesca a tornare alla Casa Bianca, fermo restando la debolezza cronica del suo avversario.

Obama, inizia la lunga marcia verso una ‘difficile’ rielezione…


Siamo ad ottobre, tra 13 mesi si voterà per le elezioni Presidenziali americane. Barack Obama ha annunciato che si ricandiderà, i Repubblicani sono alle prese con la scelta del suo avversario, dilaniati tra correnti estremiste e posizioni piu moderate. I candidati piu accreditati sono, al momento, i Governatori di Texas (Perry) e New Jersey (Christie). Proviamo comunque a fare il punto della situazione sul futuro dell’attuale Leader del mondo libero.

I sondaggi odierni danno il Presidente in grande difficoltà, la popolarità vicina al 40%, statistiche alla mano, non sembra un buon viatico per una tranquilla rielezione. Lo ha riconosciuto lo stesso Obama:

«Essere riconfermato alla Casa Bianca sarà difficile, in tempi di crisi economica»

D’altronde i primi tre anni di amministrazione non sono stati ‘eccellenti‘. La disoccupazione rimane alta, le Riforme varate dal governo non sembrano avere grandi effetti, non convincono ne quella sanitaria ne quella della finanza:

Sì, la riforma finanziaria introduce vincoli alle banche, ma più di facciata che di sostanza, e le banche stanno facendo esattamente quello che facevano quattro o cinque anni fa, con solo alcuni adempimenti in più, che non garantiscono nulla.
In fondo la riforma finanziaria se la sono scritta loro, con il via libera del Tesoro e della Casa Bianca, dove gli uomini dell’alta finanza dominano la scena….

Le famiglie americane non possono aver perso circa 8 mila miliardi di dollari di capitale – fra valori immobiliari, piani pensione e altri asset finanziari – e non sentirsi dire dal loro presidente a chi in particolare devono dire «grazie».(fonte)

Dal gennaio di quest’anno poi l’inquilino della Casa Bianca non puo piu contare sul sostegno del Congresso, in parte caduto in mani repubblicane. Lo abbiamo visto nel duello sul debito avvenuto qualche mese fa e che è culminato con il declassamento delle agenzie di rating. Il primo per gli Stati Uniti.

Molti osservatori pensano che Obama abbia deluso le aspettative. Se in campagna elettorale aveva costruito l’immagine del ‘Cambiamento’, una volta arrivato nelle stanze del potere non ha compreso appieno il modo di fare politica del Congresso, questo  ha prodotto riforme ‘soft’, lontane da quelle promesse iniziali che tanto avevano infiammato i cuori degli americani. Obama si è trasformato in un ‘Presidente come tanti‘ e questo potrebbe rappresentare la sua condanna.

Il Post, un anno fa, analizzava approfondiva l’argomento:

Sapeva che i repubblicani avrebbero rallentato ogni sua nomina, ogni sua azione legislativa, ma non si è mai posto il problema di superare questo problema una volta per tutte. L’amministrazione è stata lenta nelle contromisure all’ostruzionismo e ingenua nel non saperne prevedere gli effetti. Per questo Obama ha sprecato il suo capitale politico con questa rapidità. Un esempio di quest’ingenuità è il voto sulla legge sul clima, che avrebbe introdotto un sistema di incentivi e disincentivi fiscali in relazione alle emissioni di anidride carbonica delle imprese. La legge era indigesta ai centristi, indispensabili per il suo passaggio: Obama li ha praticamente costretti a votarla, innervosendoli e inimicandoseli per i mesi a seguire. E poi la legge non è passata, affondata dall’ostruzionismo.

I repubblicani gli hanno teso delle trappole fin dal primo giorno del suo mandato, ed è stato ingenuo pensare che potessero collaborare con lui in qualsiasi modo: Obama non li conosce. È compito della presidenza persuadere le persone, compresi i propri avversari: convincerli a fare quello che loro non vorrebbero fare, se questo è il bene del paese. Davvero Obama pensava di poter fare a meno di tutti i riti e le convenzioni della politica?

Si certo, non tutto è negativo sia ben chiaro. Molte cose sono state fatte. La Riforma sanitaria, per quanto modificata rispetto al progetto originale, potrebbe rappresentare una eredità importante negli anni futuri, salvo bocciatura della Corte Suprema. L’abolizione del Don’t ask don’t tell nell’esercito, che ha sancito l’emancipazione omosessuale nelle forze armate. Per quanto riguarda la sicurezza è da segnalare l’eliminazione di Osama Bin Laden e di altri ‘nemici’ dell’America, inaugurando una nuova politica antiterrore:

Il presidente Obama ha dato un’impronta indelebile alla guerra al terrore nei passati sei mesi, ridimensionando la grande guerra che il suo predecessore aveva lanciato contro l’Iraq e l’Afghanistan, e invece ampliando una campagna segreta in molti paesi condotta con attacchi aerei di precisione che hanno un’impronta militare molto più ridotta.(fonte)

In verità la rielezione del Presidente si giocherà sul fronte economico e del lavoro. L’8 settembre Obama ha annunciato una piano sul lavoro da $447 miliardi. Ha chiesto al Congresso, repubblicano, di appoggiarlo dando a quest’ ultimo la responsabilità di un eventuale fallimento. La Casa Bianca spera cosi di abbassare il tasso di disoccupazione e di contribuire ad un rilancio dell’economia. Ad inizio settembre il 70% degli americani non approvava le scelte economiche di Obama. La conferma per il secondo mandato è tutta lì. Se nel 2012 l’economia darà segnali di ripresa e la disoccupazione inizierà a scendere il Presidente potrà avviarsi con piu fiducia verso le elezioni. In caso contrario potrà salvarsi solo grazie ad un eventuale ‘suicidio’ dei Repubblicani.

Happy Birthday, mr. President!


Barack Hussein Obama compie 50 anni. Il Presidente della speranza arriva a questo traguardo in uno dei momenti piu difficili della storia americana. La crisi economica, iniziata tre anni fa, non intende farsi da parte. Le ultime vicende politiche hanno portato ad un calo di popolarità del Comandante in Capo, azzoppato dalla presenza di una maggioranza repubblicana nella Camera dei Rappresentanti. Nessun cambiamento sino al novembre 2012, quando l’Election Day stabilirà se Obama potrà governare altri quattro anni e con quale maggioranza dovrà fare i conti al Congresso.

Happy Birthday Mr President. And Good luck!

Elezioni Usa, Obama perde la maggioranza alla Camera. Sconfitta ma non disfatta


I seggi totali della Camera dei Rappresentanti
La composizione del Senato, rimasto per un seggio in mano Dems

Come previsto è arrivata la sconfitta. Non è stato lo tzunami che si prevedeva nelle ultime ore prima della chiusura dei seggi. Il Senato è rimasto in mano Democratica. Il partito di Obama ha perso molti governatori, alcuni importanti in chiave rielezione nel 2012, ha però riconquistato la California, da 7 anni anni in mano al repubblicano Schwarzenegger e New York, ora affidata al democratico Cuomo. Tutto sommato poteva andare peggio.

Rampini, per Repubblica, analizza la seconda fase della Presidenza Obama: l’Obama 2

Su Il Post si tenta di dare un quadro futuro:

Aver perso la maggioranza al Congresso è certamente un handicap per i democratici. Ma i repubblicani non potranno fare molti danni: al Senato c’è una qualche maggioranza democratica – vedremo cosa faranno i centristi come Nelson e Lieberman – e comunque in queste condizioni per i repubblicani è impossibile superare un veto presidenziale. Questo vuol dire che nessuna delle riforme fatte da Obama – fra tutte quella sanitaria e quella finanziaria – corrono il minimo rischio nei prossimi due anni, nonostante i proclami. Dall’altro lato per i democratici sarà complicato, per non dire proibitivo, pensare di legiferare sul don’t ask don’t tell, sul matrimonio gay o sulla tassa sulle emissioni. Il paradosso del sistema politico americano è che per un presidente avere il congresso controllato dalla propria parte politica può essere un vantaggio ma anche una grana: basti pensare alle difficoltà incontrate da Obama durante questi due anni e a come invece Clinton, che ha governato sei anni con un congresso repubblicano, abbia ottenuto la rielezione in modo relativamente agevole. Questo succede, tra le altre cose, perché le regole del congresso consegnano alle minoranze parlamentari diversi strumenti per bloccare o rallentare l’iter delle leggi. Quindi uno scenario in cui presidente e congresso pendono dalla stessa parte permette all’opposizione di fare muro contro qualsiasi proposta, che è esattamente quello che hanno fatto in questi due anni i repubblicani. Uno scenario più fluido – presidente di un partito, congresso di un altro – costringe le parti a incontrarsi, e quindi limita le posizioni strumentali dell’una o dell’altra parte. Bisognerà capire, ovviamente, se e in che modo l’amministrazione Obama cambierà tono e agenda nei prossimi mesi

 

Stanotte in America, sarà disfatta per Obama?


Stanotte ci sarà il tracollo. La Camera dei Rappresentati dirà addio alla leadership di Nancy Pelosi. Forse anche il Senato potrebbe passare in mano repubblicana. Le previsioni della vigilia parlano di una debacle totale per il Presidente Obama ed il suo partito. E’ frequente che il Comandante in Capo perda la maggioranza nel parlamento durante le elezioni di metà mandato. Bisogna però vedere di quale portata sarà la sconfitta. Ed i segnali non sono buoni. Si vive di speranza comunque…. vedremo domani i risultati.

Su Il Post sono elencate alcune sfide chiave.

 

 

Elezioni americane: stasera Jon Stewart “motiva” i liberals, mentre i sondaggi sono impietosi verso i Democratici


Questa sera davanti alla Casa Bianca, pomeriggio a Washington DC, si sta tenendo una Manifestazione di una certa importanza. E’ una sorta di “manifestazione contro le manifestazioni”. Organizzata da due comici “liberal” (cioè di sinistra, per dirla all’italiana) Jon Stewart e Stephen Colbert, si prefigge di dare una risposta all’odio politico generato dalla destra estremista del Tea Party. Chi sono i due conduttori in questione:

(Il Post) Parliamo della manifestazione di piazza convocata per domani a Washington da Jon Stewart e Stephen Colbert, in questo momento i più apprezzati e popolari autori satirici degli Stati Uniti. Il primo conduce su Comedy Central un programma che si chiama “The Daily Show”, e l’altro ieri ha avuto come ospite Barack Obama. Il secondo conduce, sempre su Comedy Central, un programma che si chiama “The Colbert Report”, nel quale impersona la caricatura di un commentatore repubblicano modello Fox News, estremista, populista e fuori di testa.

Le speranze dei democratici sono appese anche a questo evento:

Alla vigilia della manifestazione e a due giorni dalle elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti si discute del fatto che Stewart e Colbert possano in qualche modo influenzare le opinioni degli elettori e contribuire alla definizione degli equilibri tra democratici e repubblicani. I primi sperano che questi siano in grado di mobilitare il proprio elettorato più di quanto siano stati in grado di farlo i loro candidati, forti della loro altissima popolarità. Secondo un sondaggio commissionato qualche settimana fa da Askmen.com, infatti, Jon Stewart sarebbe in questo momento “l’uomo più influente d’America”. E si tratta di un’influenza esercitata soprattutto nei confronti degli americani più giovani, proprio quelli che hanno trascinato Obama nel 2008 e ora non sembrano avere altrettanto entusiasmo.

Ovviamente esiste anche il rischio opposto: che una manifestazione del genere in un clima politico del genere finisca per galvanizzare gli elettori democratici contro il proprio partito, convincendoli della necessità di dare una qualche punizione alla maggioranza al Congresso e all’amministrazione Obama

Intanto i sondaggi sembrano non dare scampo al Presidente Obama. RealClearPolitics, sito che si occupa di riportare le numerose rilevazioni demoscopiche sulla politica americana, da il Senato in bilico, la Camera solidamente in mano Repubblicana cosi come pure la maggioranza dei Governatori in “ballo” nelle elezioni di midterm.

Il Grafico:

Nell'immagine sono riportate le previsioni per Camera, Senato e Governatori. Il GOP è il Partito Repubblicano
Alcuni Stati dove ci celebrano le elezioni per il Governatore. D sta per Democratico, R per Repubblicano, I per Indipendente

D’altronde la popolarità del Presidente è colata a picco negli ultimi mesi. Si è passati dal 65% di inizio mandato al 45% di oggi, dove i giudizi negativi hanno oramai superato quelli positivi.

Il grafico che mostra il calo costante della popolarità di Obama. In Rosso i giudizi negativi.