La crisi delle Sinistre, verso il Quinto Stato


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In tema ‘avanzata del Front National’, conversando con un amico, mi è tornata alla mente una riflessione fatta qualche tempo fa.

Parto da lontano. Nell’Ottocento i due principali gruppi politici in Europa erano conservatori e liberali. Poi la rivoluzione industriale e la formazione delle classi operaie ha dato voce a nuovi settori della popolazione provocando la nascita dei movimenti socialisti e comunisti. Il cosiddetto ‘Quarto Stato’, (dopo nobiltà, clero e borghesia) come ben rappresentato nel dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Questi movimenti popolari hanno pian piano occupato lo spazio dei liberali dando vita al dualismo destra/sinistra che è durato sino a vent’anni fa. Il crollo del Comunismo e la permanenza del Capitalismo come unico sistema di riferimento ha di fatto rotto l’equilibrio, permettendo ai grandi partiti socialisti di massa di riposizionarsi su teorie liberali in economia. Spostandosi quindi al ‘centro’ e lasciando spazi vuoti, non solo a Sinistra.

Oggi i partiti populisti (il FN in Francia, l’Ukip in Gran Bretagna, Podemos e Ciudadanos in Spagna, i 5Stelle in Italia) danno voce ai nuovi ‘settori sociali’ del nostro tempo, i precari, i giovani post ideologie, gli emarginati, i delusi ed i disillusi. Sono in un certo senso la “nuova sinistra” (il Quinto Stato) ed i Socialisti di oggi rischiano di fare la fine dei liberali di ieri. Ovvero essere “schiacciati” e finire come costola dei conservatori

Credo infatti che nel futuro in Europa ci sarà sempre più un dualismo grande coalizione conservatori/socialisti contro partiti populisti. Due fronti contrapposti. Spazio per altri movimenti, salvo rare eccezioni, non vi sarà. Ed è in ballo lo stesso concetto di democrazia come la abbiamo vista nascere in Europa.

Forse un governo populista in una grande nazione d’Europa, la Francia ad esempio, potrebbe far rinsavire i ceti politici dando una svolta alle linee politiche socialiste. Lo scopriremo presto. Prima di quanto si creda.

La Sinistra morirà Liberale per mancanza di modelli alternativi al Capitalismo?


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Qualche settimana fa, conversando con un amico, è venuta fuori una teoria interessante sul welfare europeo e sul concetto stesso della Sinistra, come modello politico di riferimento. Lui sostiene sia esistito in Europa nei decenni scorsi un Sistema Sociale forte solo grazie ai “dollari” americani, nella logica dei due blocchi, della Guerra Fredda. Diritti sociali quindi non sostenibili se non in quella particolare condizione politica,  con i finanziamenti proveniente da oltre oceano.

Caduto il Comunismo, crollata la natalità, aumentata la crisi economica, i partiti della sinistra Socialista tradizionali si sono sempre più spostati verso un liberalismo lasciando spazio ai movimenti populisti che inseguono un passato di diritti sociali non più sostenibile.

Se si guardano i profili ‘storici’ dei grandi Paesi europei c’è in effetti una corrispondenza con questa teoria.  Tra metà Ottocento ed inizio Novecento, in piena ‘Rivoluzione industriale’, si alternavano governi Conservatori e Liberali. Poi, anche grazie al consolidarsi di una nuova classe ‘sociale’, quella operaia, vennero fondati i Partiti Socialisti, Comunisti e Socialdemocratici. Poi vennero le proteste sociali e la Rivoluzione Sovietica. Ed i liberali furono ‘schiacciati’ dai Socialdemocratici, che ne sostituirono il ruolo in alternanza con i Conservatori. Facendo concessioni importanti alle classi meno abbienti, scardinando possibili rivoluzioni proletarie.

Oggi, morta l’URSS, con il sistema Capitalista unico modello di riferimento, gradualmente i partiti Socialdemocratici stanno tornando ad occupare la zona Liberale. Limitando quei diritti concessi nei decenni passati e lasciando spazio (a Sinistra e non) a nuovi movimenti che si battono invece per mantenerli o ampliarli.

Da qui una domanda, se si vuole ‘provocatoria’, è possibile che quei diritti sociali conquistati con battaglie dure nei decenni passati siano stati solo una illusione, in quanto il sistema capitalista non può permetterselo e perchè un sistema alternativo non esiste o ha dimostrato di non resistere? Oppure un mondo ‘diverso’ e sostenibile è davvero realizzabile?

Il Futuro del Capitalismo? “Internazionale” si interroga


 

Pubblico un articolo di Polisblog.it che tratta del settimanale “Internazionale”. Vi consiglio di acquistarlo, in tempi di crisi è sempre bene saperne le ragioni. Essere coscienti della situazione è importante.

In molti, nelle ultime settimane, si sono interrogati sul futuro del sistema capitalistico, sulla sua capacità di reggere a questa spaventosa crisi e soprattutto sul suo snaturarsi, con evidenti aperture stataliste, ricorrendo alla “nazionalizzazione” di importantissimi istituti finanziari per evitare un tracollo sociale oltre che economico.

Che ne sarà quindi del capitalismo? Il settimanale Internazionale in edicola da oggi (non fatevi ingannare dal nome e dalla copertina, non si tratta di una pubblicazione sovversiva dei comunisti…) propone analisi e interessanti approfondimenti: “Il crollo di Wall Street non mette in gioco solo la solidità delle banche, ma l’intero sistema capitalistico. È finita l’epoca d’oro del libero mercato e del credito facile. Ne comincia una con più regole e controlli”.

All’interno potete inoltre leggere articoli e riflessioni, firmati tra l’altro da Noam Chomsky, sugli effetti imprevisti dei mutui a rischio (La crisi colpirà anche l’economia reale. E si profila uno scenario mondiale in cui l’America sarà ridimensionata), sul “Popolo sovrano e il mercato che non vuole” (Campagna presidenziale e crisi finanziaria sono simili: i cittadini devono combattere per avere più democrazia) e sul “Socialismo di stato all’americana” (È strano definire il piano per salvare Wall Street una misura socialista. In realtà è concepito per aiutare i ricchi ).

http://www.polisblog.it/post/2456/il-futuro-del-capitalismo-secondo-internazionale

Biografie: John Maynard Keynes


Uno dei padri della Società Economica del XX° Secolo, Keynes, è il personaggio che ho scelto oggi per le Biografie. E’ importante capire, seppur a grandi linee, cosa sia il capitalismo e da quali “correnti” sia composto. Il modello Keynesiano, per esempio, prevede un intervento notevole dello stato nella economia. Il modello monetarista, tutt’ora prevalente nelle economie sviluppate, lascia spazio totale al libero mercato.

 

da Wikipedia.it

John Maynard Keynes, primo Barone Keynes di Tilton (Cambridge, 5 giugno 188321 aprile 1946), da molti considerato il più grande economista del XX secolo, ha influenzato grazie alle sue idee sia l’economia che la politica.

Viene ricordato soprattutto per aver sostenuto la necessità dell’intervento pubblico nell’economia con misure di politica monetaria, qualora una insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione. Le sue idee sono state sviluppate e formalizzate nel dopoguerra dagli economisti keynesiani (della scuola keynesiana). È inoltre considerato il padre della moderna macroeconomia.

Carriera [modifica]

Studi [modifica]

Figlio dell’economista di Cambridge John Neville Keynes e della scrittrice attivista per i diritti civili Florence Ada Brown, John Maynard Keynes frequenta l’elitaria scuola di Eton, distinguendosi in ogni ambito dei suoi inusitatamente vasti interessi. Viene in seguito ammesso al King’s College, presso l’università di Cambridge, al corso di matematica; il suo interesse per la politica lo conduce però presto a passare al campo dell’economia che studia, sempre a Cambridge, sotto la guida di Alfred Marshall e Arthur Cecil Pigou.

Gli anni dall’università alla conferenza di pace di Versailles [modifica]

In cerca di una fonte di reddito, Keynes pospone la scrittura della tesi a Cambridge e partecipa al concorso per l’ammissione al civil service, qualificandosi secondo. Paradossalmente, consegue la votazione peggiore nella sezione dell’esame dedicata all’economia; a ciò commenterà in seguito che “gli esaminatori presumibilmente ne sapevano meno di me”. Keynes accetta dunque un posto presso l’India Office, i cui impegni sono di entità tanto modesta che – affermò in seguito – il suo tempo si divide tra la lettura dei giornali e la corrispondenza privata.

Nello stesso periodo lavora alla stesura della tesi per l’università. Questa non sarà accettata, con la conseguenza che la fellowship vitalizia per Cambridge che normalmente ne deriverebbe non gli è assicurata. Accetta comunque un posto di lettore, finanziato personalmente da Alfred Marshall; da tale posizione comincia a costruire la propria reputazione di economista.

Dal 1912 è direttore dell’Economic Journal, la principale rivista accademica economica dell’epoca. Secondo una serie di aneddoti riportati da Gans e Shepherd (1994), diversi economisti che avrebbero in seguito acquisito una considerevole fama si vedono rifiutare la pubblicazione, apparentemente a causa di una valutazione troppo frettolosa dei loro contributi da parte di Keynes.

È presto assegnato alla Royal Commission on Indian Currency and Finance, una posizione che gli consente di mostrare il suo considerevole talento nell’applicare la teoria economica a problemi di ordine pratico. La sua provata abilità in tal senso, con particolare riferimento alle questioni riguardanti le valute e il credito, gli consente di diventare, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, consigliere del Cancelliere dello Scacchiere e del Ministero del Tesoro per le questioni economiche e finanziarie. Tra le sue responsabilità rientra la definizione dei rapporti di credito tra la Gran Bretagna e i suoi alleati continentali durante la guerra, nonché l’acquisizione di valute rare. Il “polso e la maestria [di Keynes] divennero leggendari”, nelle parole di Robert Lekachman; ad esempio in una circostanza Keynes riesce, con difficoltà, a mettere insieme un quantitativo di pesetas spagnole e a venderle tutte, con un effetto dirompente sul mercato: funziona, e le pesetas diventano meno scarse e costose. Questi successi gli fruttano un incarico che avrà un enorme impatto sullo sviluppo della sua vita e della sua carriera, quello di rappresentante economico del Tesoro alla Conferenza di pace di Versailles del 1919.

È in seguito a tale esperienza che pubblica Gli effetti economici della pace (The economic consequences of peace, 1919), nonché Per una revisione del Trattato (A revision of the Treaty, 1922), in cui sostiene che le pesanti riparazioni imposte alla Germania dai paesi vincitori avrebbero portato alla rovina l’economia tedesca a causa degli squilibri che le avrebbero apportato. Questa previsione viene confermata durante la repubblica di Weimar: solo piccola parte delle riparazioni vengono pagate ai vincitori, che nel tentativo di rispettare gli obblighi sviluppano una potenza industriale di tutto rispetto, destinata a contribuire al riarmo tedesco. Inoltre l’iperinflazione del 1923 pesa duramente sull’economia tedesca, causa un forte scontento che prepara la strada all’avvento del nazismo.

Nel 1920 pubblica il Treatise on Probability (Trattato sulla probabilità), contributo di notevole spessore per il sostegno filosofico e matematico alla teoria della probabilità. Con il Trattato sulla riforma monetaria (A tract on monetary reform, 1923) attacca le politiche deflazioniste britanniche degli anni ’20, sostenendo l’obiettivo della stabilità dei prezzi interni e proponendo tassi di cambio flessibili. Nel Trattato sulla moneta (Treatise on money, 1930), in 2 volumi, sviluppa ulteriormente la sua teoria del ciclo del credito di stampo Wickselliano.

La Teoria generale [modifica]

La sua opera principale è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (The general theory of employment, interest and money, 1936), un volume che ha un notevole impatto sulla scienza economica, e costituisce il primo nucleo della moderna macroeconomia.

In esso Keynes pone le basi per la teoria basata sul concetto di domanda aggregata, spiegando le variazioni del livello complessivo delle attività economiche così come osservate durante la Grande depressione. Il reddito nazionale sarebbe dato dalla somma di consumi e investimenti; in uno stato di sotto-occupazione e capacità produttiva inutilizzata, sarebbe dunque possibile incrementare l’occupazione e il reddito soltanto passando tramite un aumento della spesa per consumi o con investimenti. L’ammontare complessivo di risparmio sarebbe inoltre determinato dal reddito nazionale, e sarebbe dunque possibile ottenere un incremento del risparmio anche riducendo il tasso di interesse, allo scopo di incentivare l’investimento in beni capitali.

Nel Teoria generale, Keynes afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a sé stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda. Queste argomentazioni trovano conferma nei risultati della politica del New Deal, varata negli stessi anni dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti. La teoria macroeconomica con alcuni perfezionamenti negli anni successivi giunge ad una serie di risultati di rilievo nelle politiche economiche attuali.

Gli anni ’40 e la Seconda Guerra Mondiale [modifica]

Nel 1942 Keynes, ormai celebre, ottiene il titolo di baronetto, diventando il primo Barone Keynes di Tilton.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Keynes sostiene con Come pagare per la guerra (How to pay for the war), che lo sforzo bellico dovrebbe essere finanziato con un maggiore livello di imposizione fiscale, piuttosto che con un bilancio negativo, per evitare spinte inflazioniste.

Con l’approssimarsi della vittoria alleata, Keynes è nel 1944 alla guida della delegazione inglese a Bretton Woods, negoziando l’accordo finanziario tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, nonché a capo della commissione per l’istituzione della Banca Mondiale.

Non riesce tuttavia a raggiungere i suoi obiettivi. Keynes sa che il sistema di cambi fissi stabilito dagli accordi può essere mantenuto nel tempo, in presenza di economie molto diverse quanto a tassi di crescita, inflazione e saldi finanziari, solo a patto di costringere gli Stati Uniti, destinati ad avere una bilancia commerciale e finanziaria positiva, a finanziare i paesi con saldi finanziari negativi. Ma incontra l’opposizione americana verso la predisposizione di fondi, che Keynes avrebbe voluto essere assai ingenti, destinati a tale scopo.

I fondi vengono predisposti ma sono, per volere americano e grazie all’azione del negoziatore statunitense Harry Dexter White, di dimensioni contenute. Risulteranno insufficienti a finanziare i saldi finanziari negativi dei paesi più deboli e a fronteggiare la speculazione sui cambi, che nel corso del tempo, e in particolare dopo che la crisi petrolifera degli anni ’70 avrà riempito di dollari le casse dei paesi produttori di petrolio, diventa sempre più aggressiva.

Il sistema di Bretton Woods resisterà fino alla prima metà degli anni ’70, quando le pressioni sulle diverse monete causeranno la fine dei cambi fissi ed il passaggio ad un regime di cambi flessibili, ad opera del presidente americano Richard Nixon.

Tra le altre opere di Keynes, meritano di essere ricordate le raccolte Essays in biography e Essays in persuasion; nella prima, Keynes presenta ritratti di economisti e notabili; la seconda raccoglie alcune delle argomentazioni di Keynes volte a influenzare l’establishment politico ed economico negli anni della Grande depressione.

Vita privata [modifica]

Keynes era piuttosto alto, per gli standard dell’epoca. Pare inoltre che nella prima metà della sua vita abbia avuto diverse esperienze omosessuali; in particolare, ciò sarebbe avvenuto negli anni dell’università. Ebbe in seguito un’importante relazione omosessuale con il pittore Duncan Grant del Bloomsbury group, di cui lo stesso Keynes era membro, tra il 1908 e il 1915; Keynes avrebbe continuato ad assistere finanziariamente Grant per il resto della sua vita.

Nel 1918, Keynes fa la conoscenza della nota ballerina russa Lydia Lopokova; a dispetto del passato omosessuale di lui, i due convolano a nozze; sarà, secondo i principali testimoni, un matrimonio felice. Per ragioni di salute, non avranno tuttavia dei figli.

Keynes fu inoltre un investitore di successo (v. oltre), e riuscì a mettere insieme un ingente patrimonio, sebbene all’epoca del crollo di Wall Street fu quasi rovinato. Amava inoltre collezionare libri, e nel corso della sua vita collezionò e custodì numerosi lavori di Isaac Newton.

Morì di infarto, probabilmente a causa delle tensioni accumulate lavorando nell’ambito delle istituzioni finanziarie internazionali nel secondo dopoguerra.

Suo fratello sir Geoffrey Keynes (18871982) fu un noto chirurgo, studioso e bibliofilo. I suoi nipoti furono Richard Keynes (1919), fisiologo, e Quentin Keynes (19212003), avventuriero e anch’egli bibliofilo.

Keynes investitore [modifica]

I brillanti risultati di Keynes come investitore sono testimoniati dai dati, disponibili pubblicamente, su un fondo che amministrò personalmente per conto del King’s College a Cambridge.

Tra il 1928 e il 1945, nonostante una caduta rovinosa durante la Crisi del 1929, il fondo amministrato da Keynes genera un rendimento medio del 13,2% annuo, contro il magro risultato del mercato britannico in generale, che negli stessi anni mostra un declino medio dello 0,5% annuo.

L’approccio generalmente adottato da Keynes nei suoi investimenti è stato riassunto brevemente come segue:

  • Selezione di un numero ridotto di investimenti, con attenzione alla loro economicità in relazione al valore intrinseco effettivo probabile e potenziale, per un periodo di anni in futuro, e in rapporto a possibili investimenti alternativi;
  • Mantenimento delle posizioni assunte nel tempo, anche per anni, finché esse non hanno mantenuto le loro promesse, o finché non è evidente che l’acquisto è stato un errore;
  • Una posizione di investimento bilanciata: assumere, ossia, una varietà di rischi, nonostante le singole posizioni possano anche essere rilevanti, e possibilmente rischi contrapposti (ad esempio, detenere una posizione nell’oro e nelle azioni, dal momento che i corsi delle due attività possono tendere a muoversi in direzioni opposte, compensandosi, in caso di fluttuazioni del mercato).

Keynes sostiene che “È un errore pensare di limitare il rischio spalmandolo su diverse attività, delle quali si conosce poco, e nelle quali non si ha motivo di riporre alcuna fiducia… La conoscenza e l’esperienza personali sono limitate, e raramente ci sono più di due o tre imprese, in ogni istante di tempo, cui darei piena fiducia”.

Secondo alcuni, il parere di Keynes sulla speculazione sarebbe immortale:

[L’investimento è] intollerabilmente noioso e dispendioso per chi sia interamente libero dall’istinto del giocatore; ma chi abbia [tale istinto] dovrebbe prestarvi appropriata attenzione.

Rivedendo le bozze di un importante contributo sugli investimenti azionari, Keynes ebbe a commentare che “le compagnie industriali ben gestite, di regola, non distribuiscono per intero agli azionisti i propri profitti. Negli anni migliori, se non tutti gli anni, trattengono una parte di tali profitti e la reinvestono nella propria attività. C’è una sorta di interesse composto che opera a favore di un solido investimento industriale”.

Autori che hanno influenzato il pensiero keynesiano [modifica]

Dichiaratamente Keynes sviluppa il proprio lavoro sulla base, e come critica costruttiva, dell’opera degli economisti classici. Egli fu in particolare un grande stimatore del lavoro di Thomas Malthus, di cui contribuì a rivalutare l’opera e i contributi.

Gli economisti Alfred Marshall e Arthur Cecil Pigou, coi quali lavora a Cambridge, ebbero inoltre una rilevante influenza sullo sviluppo del suo pensiero, oltre a divenire l’oggetto di critiche molto severe nella sua opera maggiore, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.

Keynes e Marx [modifica]

Controverso e particolare è stato il rapporto tra Keynes e Marx. Keynes giudicò sempre Marx e la sua dottrina in modo molto critico. Ne La fine del laissez-faire (1926), nel criticare il liberismo economico, Keynes osserva incidentalmente:

“Ma i principi del laissez-faire hanno avuto altri alleati oltre i manuali di economia. Va riconosciuto che tali principi hanno potuto far breccia nelle menti dei filosofi e delle masse anche grazie alla qualità scadente delle correnti alternative – da un lato il protezionismo, dall’altro il socialismo di Marx. Queste dottrine risultano in fin dei conti caratterizzate, non solo e non tanto dal fatto di contraddire la presunzione generale in favore del laissez-faire, quanto dalla loro semplice debolezza logica. Sono entrambe esempio di un pensiero povero, e dell’incapacità di analizzare un processo portandolo alle sue logiche conseguenze.[…] Il socialismo marxista deve sempre rimanere un mistero per gli storici del pensiero; come una dottrina così illogica e vuota possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia.” (Keynes, 1926)

Del disprezzo nutrito da Keynes nei confronti della dottrina marxista vi è traccia anche nella sua corrispondenza. Così, come recentemente notato dalla Marcuzzo (2005), in una lettera inviata a Sraffa, che gli aveva consigliato la lettura del Capitale, Keynes scrive:

“Ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato e cosa ti aspetti che ci trovi io! Non ho trovato neanche una sola frase che abbia un qualche interesse per un essere umano dotato di ragione. Per le prossime vacanze dovresti prestarmi una copia del libro sottolineata.” (John Maynard Keynes a Piero Sraffa, 5 Aprile 1932; SP : 03/11:65 53)

Nonostante il palese disprezzo di Keynes, molti autori rintracciano in Marx alcune anticipazioni del pensiero keynesiano. Così, ad esempio, la possibilità di crisi da sottoconsumo e la critica radicale della legge di Say.

Opere [modifica]

  • La Moneta e le Finanze dell’India (Indian Currency and Finance), 1913)
  • The Economic Consequences of the Peace (1919)
  • Treatise on Probability (1921)
  • Saggio sulla Riforma Monetaria (A Tract on Monetary Reform), (1923)
  • Le Conseguenze Economiche di Winston Churchill (The Economic Consequences of Mr. Churchill), (1925)
  • La Fine del laissez-faire (The End of Laissez-Faire), (1926)
  • Trattato sulla Moneta (A Treatise on Money), (1930)
  • The General Theory of Employment, Interest and Money (Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta, 1936)
  • How to Pay For the War (1940)

L’impoverimento delle Città di oggi: Centri Commerciali e standardizzazione


Dicembre 2007.
Oggi stavo riflettendo su come siano cambiate le grandi città (non so i piccoli centri, io parlo per Roma).

Camminando per le strade principali del mio quartiere ho notato molti negozi “usa e getta”, quelli cioè aperti e chiusi in men che non si dica, che vendono magliettine o roba simile, poco forniti e destinati ad una fine certa…. oppure si notano negozi “cinesi” che ti propinano merce scadente a basso prezzo, per non parlare di quegli esercizi commerciali nati solo per “telefonare all’estero”.

Poi ci sono queste agenzie interinali, oppure agenzie dove si vedono ragazze sedute di fronte ad un Pc intente a non si sa cosa…mentre l’agenzia rimane deserta il piu delle volte.

Ecco che quindi tutti, volente o nolente, ci rechiamo nei Grandi MegaIperSuperMaxi Centri Commerciali (solo a Roma ne avranno aperti almeno 10 negli ultimi 2-3 anni) che sono diventati delle vere e proprie “città nella città” .
Vi trovi di tutto, ora addirittura il Cinema!

Settimane fa, di prima mattina, sono andato in un Centro Comm. per comprare una cosa e non sò perchè, tra i tanti volti sconosciuti, mi è rimasta in mente una famigliola (padre, madre, figlio)..forse perche lei stava ridendo molto…non sò… fatto sta che faccio i miei acquisti e me ne vado.

Nel tardo pomeriggio, dimenticatomi di una cosa, torno nel CC e, per caso, chi mi ritrovo di fronte? ..la famigliola della mattina! Quelli (probabilmente) erano rimasti per 10 ore dentro il Centro Commerciale!!!!

Ma caspita, se fossi un papà cercherei di portare mio figlio all’aria aperta, in qualche parco a giocare, invece di chiuderlo per ore ed ore dentro un “parco chiuso”… eppure ne conosco di persone che oramai passano il poco tempo libero rimasto in questi grandi Spazi, sempre piu dotati di tutti i confort per “attirare possibili clienti”.

Da piccolino mi ricordo un’altra città .. quei negozietti gestiti da decenni dalla stessa persona, il forno della vecchietta, l’alimentari “fidato” dove la mattina, prima di andare a scuola, mi comperavo la pizza. La “merceria”, le piccole librerie dove trovare i fumetti “vecchi”.

Ora… negozi cinesi, phone-shop, oppure negozi “in serie”” in franchising” ..i vari Brooks, H&M, *celio.. per i maschi, carpisa e yamamay per le ragazze etcetc….. non li trovi solo nei centri commerciali ma al posto dei vecchi negozi tradizionali, lungo le vie della città, sempre piu “standardizzate”.

Insomma la città cambia, in alcune zone periferiche trovi il deserto e poi all’improvviso un “alveare” pieno di gente, il Centro Commerciale di zona, che distrugge gli esercizi commerciali tradizionali e concentra tutto in poco spazio, cosa utilissima in un mondo che “non ha tempo”, che corre sempre e che ha bisogno di “tutto e subito”.

Tutto questo mi mette tristezza, perche se in 15-20 anni (cosi poco è passato dai “negozi tradizionali” alla grande diffusione dei CC) si è arrivati ad un cambiamento sensibile della “geografia cittadina”… cosa potrà accadere nei prossimo 20 anni?

Magari ci troveremo di fronte a città completamente svuotate, povere.. deserte…con strade abbandonate ed adibite solo a “dormitori”, e quindi insicure e con rischio alto di crimini… e poi, in lontananza … tante luci, file immense di auto e questi Alveari, frutto del Consumismo….