I Presidenti: Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), l’europeista figlio della resistenza


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Carlo Azeglio Ciampi
(1920)

Presidente dal 1999 al 2006

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Anno 1999. Sono passati sette anni dall’elezione di Scalfaro e nel frattempo era cambiato tutto il panorama politico italiano. Partiti storici come DC, PSI, liberali, repubblicani, socialdemocratici erano scomparsi, travolti da Mani Pulite. Una nuova legge elettorale maggioritaria aveva sostituito lo storico sistema proporzionale. Era nato il bipolarismo con due coalizioni politiche contrapposte, l’una coagulata attorno all’imprenditore ex craxiano Silvio Berlusconi e che annoverava missini, leghisti, ex socialisti e democristiani di destra. L’altra invece unita ‘contro’ Berlusconi e di cui facevano parte il Pds, i democristiani di sinistra, i verdi ed altri piccoli partiti.

Il Presidente uscente Scalfaro aveva ‘governato’ il cambiamento, traghettando l’Italia dalla ‘prima’ alla ‘seconda’ Repubblica. Era arrivato il momento di eleggere quindi il primo Presidente della cosiddetta Seconda Repubblica.

Il Premier era Massimo D’Alema, primo ex comunista a Palazzo Chigi. Si cercò quindi di trovare un nome condiviso con l’opposizione di centrodestra. Le candidature erano molte, Franco Marini, Giuliano Amato, Emma Bonino. Nicola Mancino ,Rosa Russo Jervolino. Alla fine si optò per un nome di prestigio. Carlo Azeglio Ciampi.

Ex premier, Ministro del Tesoro e ‘padre’ dell’Euro, Ciampi venne eletto alla prima votazione, 707 voti. Sarà il decimo Capo dello Stato.

Nato a Livorno nel 1920, inizia il suo impegno politico nel 1943 quando, da militare, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò ed entra nella Resistenza, nel Partito d’Azione. Terminata la guerra entra per concorso alla Banca d’Italia, dove scalerà in trent’anni tutte le posizioni, fino a essere nominato Governatore nel 1979, in un momento critico dopo l’arresto del suo predecessore Paolo Baffi e il caso Sindona. Ciampi, con aplomb britannico, guida la Banca fuori dalla tempesta creando un gruppo di lavoro – i “Ciampi boys” – che faranno molta strada: il più famoso tra loro è Mario Draghi.

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Ciampi vide passare a Palazzo Chigi D’Alema, dimessosi nel 2000 dopo la cocente sconfitta per le regionali; Amato, nominato dall’agonizzante centro-sinistra ed infine il risorto Silvio Berlusconi, vincitore delle elezioni del 2001. Proprio con quest’ultimo non vi furono grandi rapporti. Ciampi firmò molte ‘leggi ad personam’, cercando però di ‘mitigarle’ come poteva usando una sorta di ‘moral suason‘. Durerà poco:

Dunque, dal 2003, il Presidente comincia a rispedire al mittente le leggi più incostituzionali: quella sui tribunali minorili e soprattutto quelle sulla tv (la Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E così diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico da abbattere, un “ribaltonista”, un “comunista mascherato”

Non mancarono gli scontri diretti con il Governo Berlusconi:

Lo scontro più duro con il governo è quello sulla grazia ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi: Ciampi avrebbe voluto concederla, ma il ministro della Giustizia Castelli si oppose. Ciampi allora portò il caso davanti alla Corte Costituzionale, che gli diede ragione quando però ormai il settennato era finito.

Ciampi, da Capo dello Stato, ha dovuto scrivere dichiarazioni ufficiali non certo banali. Dal cordoglio espresso per le stragi dell’11 settembre 2001 a quello per la morte di Giovanni Paolo II e le sussessive felicitazioni per l’elezione di Benedetto XVI.

Più volte mi sono riletto il testo dell’impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno del mio giuramento. Quell’impegno si ispirava alle iscrizioni scolpite sui frontoni del Vittoriano, l’Altare della Patria: “per la libertà dei cittadini, per l’unità della Patria”. Non è retorica, è l’essenza stessa del nostro convivere civile. (dal messaggio di fine anno agli italiani, 31 dicembre 2005, l’ultimo da Presidente della Repubblica)

Grazie a Carlo Azeglio Ciampi si deve il ripristino della festa della Repubblica, il 2 giugno. Negli anni della sua Presidenza ha cercato di riportare in alto il sentimento di appartenenza alla Patria. Risulta essere stato uno dei Presidenti più amati dagli italiani.

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Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-ciampi-banchiere-grigio-che-sognava-moral-suasion/566351/
http://www.polisblog.it/post/76889/i-presidenti-della-repubblica-carlo-azeglio-ciampi-1999-2006

Gli Anni neri della Repubblica: gli omicidi di Falcone e Borsellino, le dimissioni di Craxi, i Referendum del ’93


Riprendiamo il racconto de Gli Anni Neri della Repubblica da dove ci eravamo interrotti. A Febbraio 1992 era scoppiato lo scandalo di Tangentopoli, primi inquisiti nel PSI Milanese, nello stesso periodo veniva ucciso in Sicilia il democristiano Salvo Lima. Le elezioni politiche di aprile 1992 vedevano sconfitti i partiti tradizionali mentre si affermavano la Lega Nord di Umberto Bossi nel settentrione e la Rete di Leoluca Orlando nel Sud italia. Cossiga si dimetteva anticipatamente ed iniziavano le procedure per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Forlani ed Andreotti puntavano al Quirinale, senza successo. Poi, in un sabato pomeriggio di maggio….

Sono le 17,48 quando su una pista dell’aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta, erano stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.
Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa del magistrato sul litorale dell’Addaura. La solita scorta con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della squadra mobile che, appena vede il “suo” giudice scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la pistola.
Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie.
La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti.
Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall’esplosione la Croma marrone non c’è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine.

Il brutale omicidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani ed Antonio Montinaro sconvolse l’Italia intera ma la storia di Falcone era quella di un uomo solo, abbandonato da colleghi ed istituzioni. L’ultimo periodo della sua vita era stato impiegato per mettere appunto leggi e regolamenti che consentissero una maggiore forza di azione antimafia. I suoi progetti però non erano condivisi da molti esponenti politici e giudiziari, compresi quelli di CentroSinistra:

In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l’azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l’appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone.
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Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all’esposto presentato il mese prima (l’11 settembre) da Leoluca Orlando. L’esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario»
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Il ruolo di “Superprocuratore” a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati
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Dopo l’assassinio.. Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi nell’aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Nel suo sfogo il magistrato, che si farà trasferire a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, ricorderà anche il linciaggio subito dall’amico Falcone da parte dei suoi colleghi magistrati
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In particolare, l’opposizione a Falcone dei magistrati vicini al Pds fu fortissima: al Csm, per tre volte il magistrato palermitano subì dei veti. Quando concorse al posto di super-procuratore antimafia, gli venne preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi. Alessandro Pizzorusso, componente laico del Csm designato dal Partito Comunista, firmò un articolo sull’Unità sostenendo che Falcone non fosse “affidabile” e che essendo “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Successivamente, quando al Consiglio superiore della magistratura si dovette decidere se Falcone dovesse essere posto o meno a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, gli venne preferito Antonino Meli; votarono per quest’ultimo e quindi contro Falcone anche gli esponenti di Magistratura democratica, vicini al Pds, Giuseppe Borré ed Elena Paciotti, quest’ultima poi eletta europarlamentare dei Democratici di Sinistra.

Nelle giornate successive alla uccisione di Falcone, il Parlamento elesse il nuovo Capo dello Stato, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. L’Italia aveva bisogno al piu presto di un Governo nel pieno esercizio dei suoi poteri, al momento infatti era ancora in carica il dimissionario esecutivo Andreotti, nato nella precedente legislatura ed oramai a fine mandato. Il nuovo Parlamento, in piena Tangentopoli, avrebbe dovuto vedere il ritorno di Bettino Craxi alla guida del Governo. Tangentopoli però, che vedeva molti esponenti socialisti coinvolti nelle inchieste, impedì al leader del PSI di tornare a Palazzo Chigi:

Craxi che ebbe già Scalfaro in suoi due governi come Ministro degli Interni, avanza la richiesta di salire nuovamente a Palazzo Chigi, ma l’odor di tangenti spingono Scalfaro a negargli ciò, il “ti massacreranno” che rivolse a Craxi è inequivocabile.
Scelse un socialista nella rosa di tre nomi che Craxi gli propose come sue alternative, De Michelis, Martelli, Amato, venne scelto quest’ultimo, non a caso poco dopo per Martelli e De Michelis partiranno delle indagini.

I mesi successivi furono un calvario. Il 19 luglio del 1992 la mafia uccise anche Paolo Borsellino. L’attacco allo Stato, iniziato con l’omicidio Falcone, era in atto.

Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 kg di esplosivo a bordo (semtex e/o tritolo[40][41][42]) detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta[43].

Il 24 luglio diecimila persone partecipano ai funerali privati di Borsellino (i familiari rifiutarono il rito di Stato, poiché la moglie Agnese Borsellino, accusava il governo di non aver saputo proteggere il marito, voleva una cerimonia privata senza la presenza dei politici), celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, disadorna e periferica, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che diresse l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi». Pochi i politici: il presidente Scalfaro, Francesco Cossiga, Gianfranco Fini, Claudio Martelli. Il funerale è commosso e composto, interrotto solo da qualche battimani. Qualche giorno prima, i funerali dei 5 agenti di scorta si svolsero nella Cattedrale di Palermo, ma all’arrivo dei rappresentanti dello stato (compreso il neo Presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro), una folla inferocita sfondò la barriera creata dai 4000 agenti chiamati per mantenere l’ordine, la gente mentre strattonava e spingeva, gridava “FUORI LA MAFIA DALLO STATO”. Il Presidente della Repubblica venne tirato fuori a stento dalla calca, venne spintonato anche il capo della polizia.

Ogni giorno si susseguivano avvisi di garanzia, arresti perquisizioni. Coinvolti nomi noti e meno noti della Politica e dell’Imprenditoria locale e nazionale, alcuni flash dell’epoca:

” Milano – Anche imprenditori e funzionari dentro “Mani pulite”. – Dopo le ultime misure giudiziarie prese nell’ambito dell’inchiesta, le persone coinvolte sono 73, di cui 61 arrestate o agli arresti domiciliari: 43 politici (17 Psi, 15 Dc, 8 Pds, 2 Pri, 1 Psdi), di cui dieci parlamentari; tre funzionari; 27 imprenditori o dirigenti d’azienda”. (Ib, 12 luglio, ore 17,12)

Alcuni personaggi politici coinvolti nell’inchiesta non ressero alla tensione ed alla vergogna e si suicidarono:

Il 17 giugno 1992 si suicidò Renato Amorese , che era segretario del Psi a Lodi: aveva ricevuto soltanto una informazione di garanzia. Amorese si uccise lasciando una lettera indirizzata a Di Pietro, a cui si rivolse direttamente ringraziandolo per la sensibilità dimostata pur nel giusto rigore delle sue funzioni. Qualche mese dopo si suicidò, il 2 settembre, il deputato Sergio Moroni , che aveva responsabilità nel Psi a livello regionale.

” Roma – Il segretario amministrativo del PSI, VINCENZO BALZAMO, non ha smentito le voci di un’informazione di garanzia per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti”. (Ib 15 ottobre, ore 20.01)
” Roma – BALZAMO colpito da “infarto cardiaco esteso”. E’ stato ricoverato in clinica (Ib. 26 ottobre, ore 20.29).
” Roma – BALZAMO è morto – Il segretario amministrativo del PSI è morto  stamani alle ore 9 nell’ospedale di San Raffaele, dove era ricoverato dal 26 ottobre”. ( Ib. 2 novembre. ore 10.03)

Bettino Craxi, il 3 luglio 1992, con un intervento ‘storico’ in Parlamento, accusò tutto il sistema politico di allora:

Pochi mesi dopo il leader socialista fu coinvolto in prima persona nelle inchieste di Tangentopoli.

” Roma – La segreteria del PSI ha confermato l’invio di una informazione di garanzia all’onorevole BETTINO CRAXI”. (Ib. 15 dicembre, ore 14.01)
” I reati ipotizzati sarebbero concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. A determinare la decisione della magistratura sarebbe stata la testimonianza dell’ex segretario del Psi Giacomo Mancini”. ( Ib. 14.05).

Terminava così la  vita politica di Bettino Craxi e quella del Partito Socialista Italiano, che sarebbe scomparso di li ad un anno.

Il Governo Amato, in carica dal giugno 1992, venne duramente colpito dalle inchieste di Mani Pulite. Ben 5 Ministri furono costretti alle dimissioni perche indagati.

Nel frattempo l’Italia, nell’aprile 1993, votava per i Referendum che avrebbero abolito il sistema elettorale vigente, il proporzionale, lasciando campo libero ad un nuova legge elettorale, il Maggioritario.

Ma soprattutto il primo governo Amato, che tra febbraio e marzo del 1993 perse per strada cinque ministri inquisiti (Martelli, Fontana, Goria, Reviglio, De Lorenzo), più un sesto (Ripa di Meana) sdegnato per una simile compagnia. Dopodiché Amato, rimasto solo, chiuse porte e finestre, spense le luci e salì al Quirinale per dare le dimissioni.

Amato rassegnò quindi le dimissioni. Il suo successore fu il Governato della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Nel Governo, oltre a democristiani, liberali, socialisti e socialdemocratici, entravano anche Pds e Verdi che però ritirarono subito la loro rappresentanza perche il Parlamento rifiutò di concedere l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi.

La primavera del 1993 vedeva il Paese ancora sconvolto e tramortito dagli eventi, ben presto la situazione sarebbe precipitata a causa degli attentati mafiosi di Milano, Firenze e Roma.

Nei prossimi numeri l’evolversi delle inchieste, le Stragi del 1993, i suicidi eccellenti, le vittorie di Lega e Sinistre alle prime elezioni dirette dei Sindaci e tanto altro ancora.

Numeri precedenti:

Fonti:
http://digilander.libero.it/inmemoria/strage_capaci.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Falcone
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino
http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica8b.htm
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a17.htm
http://wmarcotravaglio.altervista.org/tag/giuliano-amato/
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a1.htm

Taormina: Berlusconi punta al Quirinale, elezioni nel 2011!


Taormina, ex collaboratore di Berlusconi, “vuota il sacco”, parla delle leggi ad personam organizzate da Berlusconi e svela le strategie future del Cavaliere. Grazie alla debolezza del PD il Premier si prepara ad elezioni anticipate nel 2011 per poter puntare al Quirinale nel 2013 compiendo poi le Riforme istituzionali che distruggeranno definitivamente lo stato Italiano.

leggete qui:http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/01/29/la-verita-su-b-raccontata-dal-suo-ex-avvocato/

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».

Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.

Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».

Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».

E perché?
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoı».

E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».

Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».

Come fa a esserne così certo?
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».

Tipo?
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».

Che all’epoca era Presidente della Repubblica.
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».

Quindi?
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».

Pentito?
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.

A chi si riferisce?
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».

Prego?
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».

Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».

E perché?
«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».

Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?
«E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».