Domani si vota in #Umbria, #Tesei favorita, incognita #giallorossa


sondaggi umbria

Domani si vota in Umbria, un risultato probabilmente già scritto. Basta vedere la tabella qui sopra. La Lega, alle Europee, ha ottenuto più del 38% dei voti. La tabella qui sotto mostra le zone in cui la Lega è arrivata prima:

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Per Bianconi, il candidato civico PD-5 Stelle, è una sfida quasi impossibile. Il dato da tenere presente non è quindi la vittoria del Centrodestra, scontata ma la dimensione della sconfitta della coalizione giallorossa con un occhio in particolare alla performance dei pentastellati.

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Ieri c’erano tutti a Narni, per la chiusura della campagna elettorale. Di Maio ha preteso fosse presente anche il Premier Conte, per ‘addossare’ anche a lui l’eventuale sconfitta. Con una incognita molto grande. Più pesante sarà la debacle grillina, maggiori saranno le probabilità di ripercussioni sul governo centrale.

A domani sera per tirare le somme.

Manovra, è scontro tra Conte e Di Maio


Volano gli stracci tra i due leader dei 5 Stelle. Giuseppe Conte, grazie alla investitura di Grillo, pensava di essere diventato il vero capo dei pentastellati ma così non è, ancora.

Di Maio è il capo politico dei 5 stelle e non intende rinunciare al potere sul movimento. Ed ecco che nascono gli scontri interni che saranno destinati a logorare i 5 stelle. Più del protagonismo di Renzi. In tutto questo il PD è spettatore. La Manovra è solo lo specchio del periodo di assestamento della maggioranza.

La manovra finanziaria, sulla carta, non sembra avere quella spinta propulsiva utile a combattere il populismo leghista. Ci sono l’abolizione del super ticket sanitario, buste paga leggermente più pesanti per i lavoratori dipendenti, la riduzione delle detrazioni per i redditi alti, provvedimenti interessanti come la lotteria degli scontrini ed il superbonus per chi paga alcuni servizi con carte di credito.

Ma ci sono anche il bonus di 6 euro lordi (lordi!) all’anno per i pensionati (una presa in giro?) ed una serie di mini tasse (da quella sugli imballaggi di plastica a quella sul diesel da trasporto, all’aumento della imposta di registro e del contributo per le banche) che probabilmente graveranno (a cascata) sui consumatori, annullando i benefici delle riduzioni fiscali.

Insomma, una manovra che, almeno ad oggi, non ha alcun provvedimento bandiera facilmente identificabile e che sarà utilizzata da Salvini e soci per fare propaganda facile. Vedremo come sarà modificata in Parlamento.

Alla nascita del governo avevo immaginato un periodo iniziale di fibrillazioni. Al momento tutto va in quella direzione, nessuna sorpresa quindi per gli scontri di questi giorni. Vedremo se la maggioranza giallorossa riuscirà ad aggiustare il tiro, trovando una quadra che possa far gradualmente smussare le differenze e valorizzare le comunanze oppure se l’esperimento andra verso un fallimento, regalando l’italia a Salvini e Casapound…

L’alleanza tra Dem e 5 Stelle alla prova di Renzi e delle Regionali


Il segretario PD Nicola Zingaretti apre ai 5 stelle per una coalizione duratura che vada oltre la collaborazione di governo e diventi una vera alleanza politica. “Assieme alle altre forze di Sinistra arriviamo al 45-48%” ha affermato il leader dem. Di Maio risponde freddamente “il rapporto con il PD è ottimo ma ogni ipotesi di alleanza è prematura”. All’orizzonte le elezioni regionali umbre appaiono come un test sulla idea di Zingaretti e sulla tenuta stessa dell’esecutivo giallorosso.

In realtà, a mio avviso, in Umbria sarà difficile ottenere una vittoria per l’alleanza PD-5 Stelle. Basta analizzare i risultati delle Europee di qualche mese fa:

Il Centrodestra in Umbria, poco più di cinque mesi fa, ha ottenuto il 51,2% dei consensi. La coalizione giallorossa arrivava invece al 40.7%. Dieci punti di differenza, difficili da recuperare in così poco tempo. Non è quindi plausibile che il risultato regionale umbro possa essere esiziale per la tenuta del governo.

Assodato che la vittoria umbra sarà molto difficile da portare a casa, il vero banco di prova della maggioranza 5 Stelle -PD arriverà nei prossimi mesi e può essere riassunto in pochi punti.

  1. La manovra finanziaria, dicembre

E’ qui che si misurerà la forza della alleanza tra pentastellati e democratici e soprattutto l’impatto che le misure avranno sul consenso dei cittadini. “Una manovra per i più deboli” così hanno detto, in modo diverso, sia Zingaretti che Conte. Ecco, sarà importante e decisivo il messaggio che lancerà il governo attraverso i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio. Da quell’eventuale consenso potrebbero costruirsi le basi per le prove successive. Ovvero le elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna.

2. Calabria, metà dicembre

L’imprenditore Callipo dovrebbe essere, salvo sorprese, il candidato comune tra PD e 5 stelle per vincere la regione. Qui la maggioranza di governo parte dal 47% delle elezioni europee, il Centrodestra insegue a breve distanza al 46,2%. Le incognite sono ancora molte. Di Maio, ad esempio, potrebbe mandare all’aria l’accordo in caso di debacle in Umbria.

3. Emilia Romagna, gennaio

Le elezioni emiliane sono un test importantissimo per il Partito Democratico. Zingaretti ha offerto Umbria e Calabria ad un candidato vicino ai 5 stelle per ottenere, probabilmente, un tacito assenso alla ricandidatura di Bonaccini in regione. Al momento i pentastellati non intendono affrontare la questione alleanza, oltre quella umbra.

Se il PD riuscirà a strappare un accordo in Emilia Romagna, a fronte di un consenso europeo al 46% (la somma della maggioranza PD-5stelle-Leu), potrebbe riuscire a tenere la regione, altrimenti il solo Centrosinistra, con il 40% allargato a +Europa e Verdi, avrà vita dura. Il centrodestra, sempre dai dati europei, parte con il 44.3% con la Lega primo partito regionale. La sconfitta nella roccaforte rossa innescherebbe un processo di sfaldamento del PD, una sconfitta del solo Centrosinistra darebbe fiato a Renzi ed al suo progetto neocentrista. Una debacle della alleanza giallorossa avrebbe ripercussioni pesanti anche sull’esecutivo.

4. Elezioni regionali di maggio

Si voterà infine anche in Campania, Puglia, Liguria, Marche, Toscana e Veneto. A quel punto, a Finanziaria varata e regionali calabresi ed emiliane svolte, il consenso del governo Conte (qualora sarà ancora a Palazzo Chigi) e dei partiti al proprio interno, avrà risvolti necessariamente anche a livello locale.

5. Incognite, Renzi su tutte

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Oltre maggio non è possibile andare. Troppe incognite. Primo fra tutte Renzi. Già dalla Leopolda della prossima settimana si capiranno meglio le intenzioni dell’ex segretario dem. Il disegno politico appare già sullo sfondo, una polarizzazione tra la sua figura e quella di Salvini per fare ombra a Zingaretti e per contendere a Conte la leadership anti-salvianiana, dettare l’agenda politica al governo per logorare il Premier ed il segretario PD sperando di fare ai Dem ciò che è riuscito a Salvini con i pentestellati ovvero erodere consenso e ribaltare i rapporti di forza. Oggi ItaliaViva parte dal 3-5% con i democratici attorno al 20%, la speranza di Renzi è di ridurre sino ad annullare il distacco per poi prendere il largo, trovandosi magari tra qualche mese ad un rapporto 15-10 a favore di Italia Viva.

Altre incognite sono rappresentate delle emergenze non previste nel programma. Ius culturae ad esempio ma non solo. Anche il procedere delle riforme costituzionali, con il varo di una nuova legge elettorale, potrebbero essere minate da distinguo interni, scissioni grilline, defezioni dem ed altri possibili epiloghi imprevisti. Con il tema dei migranti e della sicurezza ancora in mano alla narrazione salviniana e che presto, dopo l’inverno, potrebbe tornare d’attualità e far tremare il fragile equilibrio su cui si regge la maggioranza.

Una strada difficile insomma. Irta di difficoltà. D’altronde sarebbe stato da irresponsabili lasciare il Paese, da subito, nelle mani di Salvini e soci. Ogni tentativo andava fatto. Saranno gli errori del governo e dei propri attori a decidere le sorti del Paese e degli stessi leader impegnati nel sostenere l’esecutivo.

#ItaliaViva, la lista di #Renzi ed i suoi piani futuri


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Sul Blog ne parlavo un paio di anni fa ed oggi ci siamo. E’ nata la lista Renzi. Italia Viva, per ora solo gruppo parlamentare di transfughi dal PD a cui si aggiungeranno pezzi in libera uscita dal centro e da forza italia.

Come stratega Renzi è competitivo. La mossa non è di oggi, appunto ne scrivevo ben due anni fa, quando erano comparse le prime voci di un progetto solista dell’ex premier. Adesso si concretizza per via della opportunità aperta dal governo Conte II. Opportunità creata ad arte dallo stesso Renzi, assieme a Grillo e finalizzata da Zingaretti e Di Maio.

Renzi torna ad essere leader di un partito, finalmente modellato a sua immagine e somiglianza e grazie a Salvini potrà giocare in contrapposizione con il leader leghista cercando di riacquistare la popolarità perduta, lasciando a Zingaretti ed al PD le grane di governare e fare accordi con i 5 stelle e cercando una affermazione nelle politiche del 2023 per poi proporsi come ago della bilancia del futuro governo. Riprendersi Palazzo Chigi insomma. Da protagonista. Sulla via che fu di Craxi. È una scommessa. L’ego molto forte dell’ex segretario Dem lo spinge a tentare questa strada, contando sulla storica mancanza di appeal della Ditta.

Il suo movimento sarà giovane, femminista, propositivo e rivolto al futuro. Sarà capace di intercettare il voto dei giovani e dei moderati?

Una parte importante nella partita sarà dei media. Se, come auspica l’ex segretario Pd, riusciranno a ‘pompare’ il dualismo tra lui e Salvini, per Renzi si apriranno praterie elettorali. Vedremo però se l’ottimo stratega terrà a bada la parte egocentrica. Il limite di Renzi, così come lo è stato per Berlusconi ed in queste ultime settimane anche per Salvini, è proprio quello.

#GovernoGiallorosso: si parte, tra timori iniziali e buoni auspici futuri


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Il secondo Governo Conte ha giurato ed è formalmente in carica. Lunedì e martedì la fiducia alle due Camere. Se è ancora da calcolare il totale di deputati e senatori favorevoli all’esecutivo, i primi provvedimenti del governo fanno sperare in una discontinuità vera e non solo a parole:

La strada sarà comunque lunga e lastricata di ostacoli. Soprattutto perché l’accordo tra Movimento e Democratici nasce dopo sei anni e mezzo di insulti reciproci, alcuni anche gravi. La convergenza ‘giallorossa’ viene da lontano o meglio avrebbe dovuto nascere anni fa. Ne scrissi, proprio su questo blog, subito dopo le elezioni del febbraio 2013, che videro la non-vittoria del CentroSinistra di Bersani:

Nel 2013 avrebbe dovuto nascere un governo civico di CentroSinistra con appoggio grillino ma allora Grillo ed i suoi non vollero. Il PD si alleò con il Centrodestra, Renzi scalzò Letta da Palazzo Chigi e le politiche ‘moderate’ dei Dem in economia e lavoro portarono il partito dal 25% del 2013 al 18% del 2018.

La coalizione giallorossa avrebbe potuto nascere dopo le elezioni del 4 marzo del 2018 ma i tempi non erano ancora maturi. Renzi era fermamente contrario e non se ne fece nulla.

Oggi, dopo un anno e mezzo di governo gialloverde, dopo l’imbarbarimento della nostra società, si arriva ad un patto politico. I dubbi sono molti anche se, almeno il sottoscritto, avrebbe preferito questo epilogo già nel 2013. E non solo. A giugno di quest’anno ho scritto:


Ed ancora:

Insomma, ho scommesso anche io sui giallorossi (e non solo per fede calcistica) sperando in Conte più che in Di Maio. Il primo viene dal Centrosinistra, il secondo da una famiglia storicamente di Destra. E’ normale quindi che l’ex vicepremier abbia stretto legami con la Lega, naturale che il Premier tenti le convergenze con il Partito Democratico. Oggi Conte è più forte, non solo per le discussioni con Salvini ma anche e soprattutto per la benedizione di Beppe Grillo. Di Maio è all’angolo. Ridimensionato. Rancoroso. E quindi in cerca di vendetta. E già la prima uscita da ministro, dopo la querelle sul sottosegretario a Palazzo Chigi, rischia di far inasprire i rapporti con il Presidente del Consiglio:

L’ex vicepremier ha subìto il governo con i Dem e non sembra voler essere elemento di pacificazione. Il periodo di assestamento del nuovo esecutivo quindi non sarà breve ma Conte, Di Maio e Zingaretti devono tener presente una cosa. L’opinione pubblica poco tollera i governi ‘rissosi’. Meno mugugni e più proposte. La manovra finanziaria incombe ed il programma giallorosso sembra essere, almeno in linea generale, ambizioso:

Molti gli ostacoli, interni (rapporti nel Movimento e tra Movimento e PD) ed esterni (crisi internazionali, migranti, Salvini, recessione, Renzi).

Per la prima volta dopo tredici anni mi sento, almeno in parte, rappresentato da un governo. E voglio anche essere ottimista, per una volta. Al contrario del governo gialloverde, che iniziò con una navigazione tranquilla e poi fu travolto dalle onde, credo che il patto demogrillino presenti una alta dose di rischio nella fase iniziale ma se, come spero, verranno superate le diffidenze e si inizierà a lavorare sul serio, forse il PD zingarettiano, la Sinistra ed i 5 Stelle capiranno di non avere una visione così diversa dell’Italia e del futuro.

Sino ad oggi quasi tutte le fosche previsioni scritte in questo blog si sono via via avverate, voglio pensare che sia tempo di una svolta anche qui e che i timidi buoni presupposti si realizzino nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

A presto cari lettori!

#Crisidigoverno: #Conte al Senato il 20 agosto, possibili scenari


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Ci siamo, la settimana più lunga del Governo Conte sta terminando. Martedì 20 agosto sapremo come finirà tra 5 Stelle e Lega. Sfiducia al governo, dimissioni dei ministri leghisti, dietrofront di Salvini e prosecuzione dell’esecutivo, cambio di maggioranza con l’entrata del PD al posto della Lega? Lo scenario è molto ‘fluido’, non ci sono sceneggiature già scritte e l’esito finale potrebbe cambiare in qualsiasi direzione.

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Qui di seguito i possibili scenari:

Dimissioni senza sfiducia. Dopo le dichiarazioni in Senato e la conferma del ritiro della fiducia da parte della Lega, Conte non attende il voto e sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni al Presidente Mattarella. Si apre la crisi. Non avendo ricevuto il voto contrario, Conte si tiene aperta la possibilità per un bis. Nel caso di una ricomposizione della maggioranza gialloverde o del varo di una nuova maggioranza tra 5 stelle e PD.

Dimissioni con sfiducia. Il Senato vota la sfiducia a Conte e qui nasce un problema. Cosa farà il Partito Democratico? I 5 stelle potrebbero accettare un voto di sfiducia del PD a Conte e poi sedersi al tavolo con gli stessi Dem per un esecutivo nuovo? E’ uno scenario poco verosimile perché se la Lega confermerà il voto contrario, il Movimento non farà sfiduciare il proprio premier, complicando l’eventuale rapporto con il Partito democratico. Ma nella vita, tutto è possibile.

Nessuna mozione di sfiducia. Una ipotesi ancora non confermata ma potrebbe verificarsi. In effetti, ad oggi, è stata annunciata ma mai presentata una mozione di sfiducia a Conte da parte della Lega. Nel caso in cui, dopo le dichiarazioni del Premier, non si metta all’ordine del giorno una mozione di sfiducia, sarà il Movimento a presentare una mozione di fiducia al Governo ed il quel momento bisognerà vedere cosa farà la Lega. Se Salvini votasse la fiducia a Conte, si aprirebbe una situazione paradossale. il Governo sarebbe pienamente in carica e la crisi, aperta da Salvini, si chiuderebbe in modo inverosimile. Anche questo scenario è poco probabile ma, viste le mosse leghiste degli ultimi giorni, non da escludere.

L’esito della crisi ha tre o quattro strade possibili, le tre più probabili sono le seguenti:

Ricomposizione della maggioranza gialloverde. Dopo le dimissioni di Conte, viene trovato un nuovo accordo tra 5 stelle e Lega. Conte bis o altro premier con maggior peso per i ministri leghisti, per rispettare l’esito del voto europeo.

Nuova maggioranza giallorossa. PD e 5 stelle raggiungono un accordo per la nascita del nuovo governo. Il PD vota la riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari ed in cambio i 5 stelle votano la nuova legge elettorale proporzionale. Conte difficilmente potrà rimanere a Palazzo Chigi, forse farà parte del nuovo governo, magari agli Esteri oppure potrebbe essere il nuovo commissario europeo.

Nessun accordo, governo ‘elettorale’. Dopo la fine del governo gialloverde non si trovano accordi tra le forze politiche e quindi viene varato un governo ‘istituzionale’ che traghetti il Paese alle elezioni anticipate, da celebrare entro fine ottobre o inizio novembre.

L’ultima strada, è quella delle Maggioranze alternative. Dopo l’apertura formale della crisi di governo potrebbe accadere anche che Salvini riesca a trovare i numeri in Parlamento per varare un governo di Centrodestra, tramite l’appoggio di una piccola parte dei grillini o di altri gruppi. Oppure i 5 stelle potrebbero imbarcare in maggioranza non solo il PD ma anche parte di Forza Italia, una sorta di coalizione ‘Ursula’, dal nome della Presidente della Commissione UE, votata da PD, 5 stelle e Forza Italia. Un esecutivo in carica per pochi mesi, allo scopo di sterilizzare l’aumento IVA e guidare l’Italia al voto nella primavera del 2020. Ipotesi poco probabili ma da tenere comunque presenti.

Dopodomani intanto la prima mossa. Conte al Senato. Il resto è tutto da scrivere.

#crisidigoverno: 5 problemi per il governo 5Stelle-PD


Il 20 agosto si aprirà, in Senato, il dibattito sulla fiducia al premier Conte. Salvini ed i ministri leghisti non si dimettono ma confermano di voler porre fine al governo pentastellato. Nel frattempo si fanno più concrete le possibilità di un accordo tra 5 Stelle e PD. Qui di seguito cinque ragioni per le quali un esecutivo demostellato potrebbe andare incontro a vita difficile:

1️⃣ Sono molte le criticità nel mettere mano a leggi approvate con la Lega, Decreto sicurezza in primis
2️⃣ Il fronte mediatico contrario, da Mediaset a una buona parte della Rai
3️⃣ I tanti temi su cui Pd e 5 Stelle hanno idee diverse, Tav, Tap, politica estera, infrastrutture etc. Come resistere cinque anni senza affrontare tali provvedimenti?
4️⃣ Le pressioni di piazza che Lega e Centrodestra attueranno, manifestazioni, proteste, iniziative mediatiche
5️⃣ I tranelli che Lega e Centrodestra cercheranno di fare in Parlamento, mettendo in difficoltà il governo. Vista anche l’inesperienza dei 5 stelle

A tutto questo dobbiamo aggiungere che un accordo di questo tipo si reggerà sul PD “renziano“, visto che due terzi dei parlamentari sono ancora fedeli all’ex segretario e quindi il governo potrebbe cadere non appena per Renzi si presentasse l’occasione giusta, la formazione del suo partito personale, un evento che sia per lui comodo e su cui cercare lo strappo. Insomma il nuovo esecutivo sarebbe ostaggio di un altro Matteo.

Per Salvini, d’altro canto, un periodo all’opposizione, potrebbe significare un ulteriore aumento del consenso. In molti sono convinti che il leader leghista abbia rotto con i 5 stelle per vincere facile le elezioni e soprattutto per sottrarsi ad una manovra ‘lacrime e sangue’ che avrebbe danneggiato la Lega. C’è anche da aggiungere che i dati provenienti dall’Europa, Germania in primis, non sono buoni. Il PIL tedesco è fermo, si preannuncia un una recessione europea e l’Italia, anello debole, ne subirebbe le conseguenze. Meglio l’opposizione allora, che garantisce spazio mediatico e politico ma non obbliga a responsabilità. Il governo demostellato potrebbe essere travolto dalla crisi e quindi il centrodestra salviniano avrebbe la strada ancor più spianata verso la vittoria.

In tutti questi ragionamenti c’è comunque un grosso Se. Se, infatti, un governo di legislatura tra Movimento e Democratici riuscisse a trovare la quadra in un programma preciso e dettagliato, iniziando da una manovra che non pesi sulle tasche dell’italiano medio, magari ottenendo un ‘credito’ dall’Europa, spaventata da una possibile avanzata di Salvini; se il nuovo governo approvasse provvedimenti di ampio respiro a livello sociale, una aggiustatina al reddito di cittadinanza, il salario minimo, maggiori tutele per i lavoratori, maggiore attenzione all’ambiente, condito magari da qualche riforma interessante su taglio dei parlamentari e legge elettorale proporzionale. Ecco, se accadesse tutto questo forse, con il tempo, la ‘bolla salviniana’ potrebbe sgonfiarsi. E magari Mattarella potrebbe lasciare il Quirinale a Draghi (o ad un’altra personalità di spicco) nel 2022.

Il governo dei SE. Sono troppi forse ma val la pena di tentare, qualora se ne presenti l’occasione. Nei prossimi giorni (e nelle prossime settimane) ne sapremo di più!