La Germania verso la recessione…


Riporto un articolo interessante di Yes, Political! sulla situazione economica tedesca. A quanto sembra anche la locomotiva d’Europa sta per fermarsi. La Germania potrebbe infatti avere presto un Pil negativo.

L’articolo:

I dati sul PIL tedesco relativi al secondo trimestre non lasciano scampo a dubbi: prima della fine dell’anno la Germania conoscerà un trimestre di recessione. Nonostante i titoli dei siti italiani tendano ad enfatizzare il fatto che la Germania abbia un PIL (nelle immagini GDP) positivo, la tendenza di medio periodo non lascia scampo ad altre ulteriori conclusioni, soprattutto in assenza di risposte da parte del governo Merkel.

Questo il grafico del tasso di crescita del GDP della Germania su base annua:

Se poi non ci sarà alcuna reazione da parte del governo tedesco, né ci sarà una inversione di tendenza sul mercato comune – sì, è l’interdipendenza fra i paesi europei, ovvero i legami economici e commerciali e finanziari fra la Germania e l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, la Francia e così via, a spingere verso il basso il PIL tedesco – allora si verificherà un -1%, fatto che sancirà l’apertura della crisi economica anche in casa Merkel, proprio nel tremendo 2013, anno horribilis delle elezioni italiane e tedesche (si comincia già a gennaio in Bassa Sassonia, 8 milioni di abitanti, con capitale Hannover).

L’unico modo per invertire questa pericolosa tendenza è smetterla con le politiche mortifere della Trojka e della BCE e pompare denaro per finanziare la crescita. Null’altro.

Fiscal Compact approvato, ci aspettano 20 anni di manovre annuali da 50 miliardi?


Qualche giorno fa il Parlamento italiano ha approvato definitivamente il provvedimento sul ‘pareggio di bilancio’, il cosiddetto ‘Fiscal Compact’. Ebbene, tale legge dello Stato, a quanto sembra, imporrà un regime di controllo dei conti e di rientro dal debito pubblico cosi pensante da pregiudicare la tenuta sociale del Paese:

Fiscal Compact e Fondo salva Stati, il Parlamento approva i trattati Ue che valgono quasi mille miliardi di euro | Attualità

OBBLIGO DI PAREGGIO – Oltre a prevedere l’obbligo di pareggio di bilancio per i Paesi aderenti al Trattato, cosa che l’Italia ha già inserito nell’ordinamento con apposita norma costituzionale, il Fiscal Compact prevede fra le sue “regole auree” l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza ogni anno. Significa che si preparano 20 anni di rigore, con circa 50 miliardi di aumento tasse e\o tagli alle spese ogni anno, per i cittadini italiani.

Sono previste anche delle penali nel caso gli stati membri non provvederanno alla sua attuazione:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012…europa/300720/

Quella che può essere considerata una vera e propria cessione all’Europa della sovranità politica economica e fiscale, è irrigidita da una serie di clausole “di rigore”, tese a sanzionare a sanzionare gli inadempienti con una multa fino allo 0,1% del Pil. Un Paese, dunque, non può rifiutarsi né di ridurre il debito né di obbedire alle correzioni richieste. Un meccanismo, voluto dall’Eurogruppo, che indebolisce la commissione europea, rafforzando un’Europa intergovernativa fortemente voluta dai governi di destra negli ultimi anni.

Riporto una fonte critica al provvedimento che afferma:

http://www.byoblu.com/post/2012/07/1…l-Compact.aspx

Tutto ciò significa né più né meno la semplice rinuncia ad ogni possibilità di intraprendere una politica fiscale capace di stimolare la domanda. Significa condannarsi ad una rigidità ulteriore di politica economica che va ad aggiungersi a quella del cambio fisso dettato dalla moneta unica.

Sarei curioso di capire come faremo a sopportare manovre di 50 miliardi l’anno per 20 anni! Dove prenderanno tanti danari? Ipotesi sul tavolo: Toglieranno le festività, poi faranno una riforma del lavoro piu incisiva, poi una nuova riforma delle pensioni ancora piu pesante. Aumenti delle tasse dirette ed indirette. Poi ancora tagli alla sanità. Tutto questo potrebbe far raccimolare un 50-100 miliardi. Ok, si sta bene per due anni. E gli altri 18? Cosa ci vendiamo?

C’è qualcosa che non va o sbaglio? Possibile mai che il PD abbia dato il via libera ad un provvedimento del genere? Manovre cosi pesanti provocheranno il crollo dell’economia con conseguente default. C’è qualcosa che non quadra…

Bene Monti su crescita, debito e scudo anti-spread, domani inizia il vertice decisivo per l’Europa


Ho apprezzato molto le ultime proposte del Premier Monti su crescita, debito e speculazioni. Per prima cosa la richiesta di escludere dall’ammontare del fiscal compact i finanziamenti spesi per investimenti ed aiuti alle imprese:

“La proposta italiana – ha spiegato – è di individuare investimenti pubblici buoni, finalizzati ad obiettivi europei, e incoraggiarli evitando di conteggiarli ai fini dei vincoli del patto di stabilità”. Poi è entrato nel dettaglio: “È molto importante mettersi d’accordo, a livello europeo, su cosa si considera come investimento candidato a intervento meno restrittivo; la proposta che Italia fa è stabilire in Europa quelle che sono le priorità, ad esempio l’agenda digitale, e per un periodo, ad esempio per i prossimi 3 anni, si stabilisce che, fermo restando che non ci saranno elusioni di bilancio, quegli investimenti saranno incoraggiati perché non saranno contati ai fini dei vincoli del patto di stabilità”. È una proposta, ha aggiunto Monti, “modulabile che si può rivedere”, ma va rimarcato che “non c’è nulla di elusivo della disciplina di bilancio, ma è solo l’incoraggiamento ad una buona politica economica”. Poi ha concluiso: “Sarebbe paradossale” che per rispettare i vincoli di bilancio “gli Stati si rifacessero sulle imprese “penalizzandole e distruggendo la capacità produttiva di imprese efficienti che devono chiudere, spesso piccole imprese in un momento in cui invece dovrebbero espandere la capacità produttiva”.

Decisamente valido anche lo scudo anti-spread per evitare le speculazioni sui paesi ad alto debito:

L’ipotesi, sulla quale si riflette, è quella di creare un meccanismo semi-automatico che permetta al fondo salva-stati, il cosiddetto Efsf, di acquistare titoli pubblici di quei paesi che rischiano il default a causa di uno spread troppo elevato.

Appropriata anche la critica rivolta a Germania e Francia durante il vertice a quattro con Merkel, Hollande e Rajoy:

”Voglio ribadire l’importanza che hanno le regole e l’importanza che il rispetto delle regole” implica. ”Nel 2003 Germania e Francia, con la complicita’ dell’Italia, decisero di non rispettare le regole. Furono Germania e Francia, non Grecia e Portogallo” a infrangere le regole europee. …
Monti si riferisce a quanto accaduto nella seconda meta’ del 2003, quando durante il semestre di presidenza italiana l’Ecofin, sotto la guida di Giulio Tremonti, decise di non sanzionare Parigi e Berlino per aver sforato i parametri di Maastricht. Da qui il richiamo e il monito del capo del governo: ”tutti dobbiamo rispettare le regole”. bne/sam/

Domani si terrà il Consiglio Europeo, dovrebbe essere molto importante per capire il futuro dell’Europa anche se, ad esempio, il Post appare pessimista sull’esito del vertice:

A partire da domani, 28 giugno, si terrà a Bruxelles un Consiglio europeo – la riunione dei capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione Europea – che molti considerano decisivo per la crisi europea: ma le aspettative molto alte si sono già ridimensionate e l’impressione generale è che anche da questa riunione non usciranno passi avanti risolutivi. Negli ultimi giorni ci sono stati alcuni sviluppi che hanno confermato questa sensazione, mentre anche i mercati finanziari sembrano essere pessimisti: oggi lo spread tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è intorno ai 460 punti base.

In Italia alcuni affermano che dall’esito del summit dipende anche la sopravvivenza del Governo Monti, il Premier comunque oggi ha incassato l’approvazione definitiva della Riforma sul Lavoro.

La Grecia di nuovo al voto, in ballo la sopravvivenza del Paese e dell’Europa


Oggi si vota in Grecia. Per il popolo ellenico e per l’Europa intera è arrivato il momento delle scelte. Dai risultati di questa sera dipende molto del futuro della moneta unica e soprattutto delle vite di milioni di cittadini, greci e non.

Riassumendo brevemente la situazione greca, dopo le elezioni di maggio, che avevano sancito il crollo dei partiti tradizionali (i conservatori di Nuova Democrazia ed i socialisti del PASOK) ed il boom della Sinistra radicale (Syriza su tutte), le formazioni politiche non sono riuscite a formare un governo e quindi il Presidente della Repubblica ha indetto un nuovo voto per sbloccare la situazione.

Il sistema politico greco prevede che il partito arrivato primo nei consensi prenda un premio di maggioranza di 50 seggi ulteriori rispetto a quelli spettanti con la legge elettorale proporzionale. I sondaggi danno un testa a testa tra Nuova Democrazia e Syriza.

Qualora i conservatori vincano ottenendo almeno il 23-25% dei voti (un mese fa presero il 18%) è probabile che riescano a formare un governo di coalizione con il PASOK e con altre formazioni minori. Un esecutivo ‘benedetto’ dall’Europa e da Angela Merkel che continuerebbe la politica del rigore responsabile dell’impoverimento dei ceti deboli del Paese.  Perche la povertà in Grecia, oggi, è arrivata al punto tale che alcuni malati sono costretti a lasciarsi morire a causa della mancanza di denaro per acquistare medicinali salvavita:

In Grecia i malati di tumore non possono piu ottenere i costosi farmaci antitumorali attraverso la mutua. Ora devono pagare ed anche caro. Il risultato è che la povera gente smette di curarsi e probabilmente si autocondanna alla morte.

L’unica alternativa ai governi rigoristi è rappresentata da Syriza, una formazione di Sinistra radicale (simile alla Federazione della Sinistra di Ferrero e Diliberto) che ha intercettato molti dei voti in uscita dal PASOK e che è arrivata seconda alle elezioni di maggio con piu del 16%. Tra i punti programmatici del partito di Sinistra vi è l’aumento delle tasse per i ceti piu ricchi e privilegiati, tra i quali vi sono la Chiesa Ortodossa e gli Armatori navali, i quali al momento pagano tasse irrisorie  mentre milioni di cittadini greci sono piombati nell’indigenza a causa del vorticoso aumento delle imposte e per i tagli alla spesa sociale e sanitaria.

– Alzare le tasse: l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi alti, aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso, proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds, abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.

– Cambiare le spese : tagliare drasticamente la spesa militare, ma alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese), utilizzare edifici del governo, delle banche e della chiesa per ospitare i senzatetto, fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato, sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui, aumentare i sussidi per i disoccupati. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito, aumentare i fondi della sanità pubblica, eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.

Il partito chiede anche un’asta per le frequenze tv cosi da garantire un introito alle casse dello stato. Altre parti del programma di Syriza sono però di stampo populista, poco credibili e questo non fa che aumentare la preoccupazione per una situazione instabile ed ingestibile, qualsiasi formazione esca vittoriosa dalla tornata elettorale.

L’endorsement fatto ieri da Angela Merkel in favore delle forze politiche greche che vogliono rispettare gli accordi ‘ammazzapoveri’ presi con l’Europa rischia solo di rafforzare i partiti anti-Troika. Intanto nei piani alti europei si parla di limitazioni delle libertà economiche e della circolazione della moneta (blocco parziale dei prelievi da bancomat):

Severi limiti ai prelievi dai Bancomat, rigorosi controlli valutari alle frontiere, radicali limitazioni alle libertà finanziarie. La storia torna indietro: il peggior incubo per gli europei si materializza, la libera circolazione dei capitali diventa un ricordo. Il piano esiste, studiato in tutti i dettagli ed è pronto a scattare. Lo hanno discusso segretamente i dirigenti dei ministeri del Tesoro e delle banche centrali, probabilmente sotto l’avallo della Bce, analizzandone tutti i particolari e le implicazioni. L’ha rivelato ieri l’attendibile agenzia Reuters, con la precisazione che questo scenario worst-case si applicherebbe “almeno alla Grecia” (ovvero a tutte le transazioni da e per quel territorio) se Atene decidesse di lasciare l’euro (o se a ciò venisse spinta da irrecuperabili situazioni di mercato),

Il voto di stasera, le reazioni dei mercati domani, le speculazioni future, la testardaggine di Merkel nel non voler cedere a politiche meno rigoriste, nessuno sa cosa accadrà alla Grecia, agli altri Paesi in difficoltà, all’Europa intera. Un salto nel buio, siamo senza bussola e nessuno sa come uscirne. O meglio, qualcuno non vuole capire come uscirne.

Tre mesi per salvare l’Euro? Un Dossier per capire che fine faremo


La speculazione non risparmia la Spagna e l’Italia. Tre mesi per salvare l’Euro, ‘grida’ la Presidente del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde:

«Rapidamente, bisogna intervenire rapidamente». Lo ha ripetuto tre volte Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale, ammettendo che mancano meno di tre mesi per salvare l’euro. Il direttore del Fmi, in una intervista a Christine Amanpour, celebre giornalista della Cnn, ha risposto con queste parole a George Soros, il finanziere americano di origine ungherese per il quale «le autorità europee hanno un margine di tre mesi per correggere i propri errori e invertire l’attuale inerzia»

La situazione generale è pessima e per il futuro si fanno ipotesi raggelanti. Potrebbero bloccare a breve il ritiro di contanti dai bancomat e dagli sportelli bancari? Uno scenario apocalittico quello che avanza la Reuters. Per la Grecia, al momento. Non sono escluse Spagna ed Italia, in futuro:

Severi limiti ai prelievi dai Bancomat, rigorosi controlli valutari alle frontiere, radicali limitazioni alle libertà finanziarie. La storia torna indietro: il peggior incubo per gli europei si materializza, la libera circolazione dei capitali diventa un ricordo. Il piano esiste, studiato in tutti i dettagli ed è pronto a scattare. Lo hanno discusso segretamente i dirigenti dei ministeri del Tesoro e delle banche centrali, probabilmente sotto l’avallo della Bce, analizzandone tutti i particolari e le implicazioni. L’ha rivelato ieri l’attendibile agenzia Reuters, con la precisazione che questo scenario worst-case si applicherebbe “almeno alla Grecia” (ovvero a tutte le transazioni da e per quel territorio) se Atene decidesse di lasciare l’euro (o se a ciò venisse spinta da irrecuperabili situazioni di mercato), lasciando però intendere che progetti segreti di emergenza di questo tipo esistono ormai per tutti i Paesi a rischio, e forse non solo per questi. Chi si sgancerà dalla moneta, Spagna o Italia o chiunque altro, incorrerà nello stesso regime.

Già, Italia e Spagna, sempre loro. I due paesi viaggiano assieme lungo il confine tra salvezza e baratro. Chi corre piu rischi tra Madrid e Roma? Su Repubblica si analizza la situazione:

Chi sta peggio, Italia o Spagna? Dal punto di vista economico, la Spagna; politicamente, invece, l’Italia. Ma la risposta potrebbe anche essere rovesciata.Dal momento che le difficoltà politiche spesso danneggiano l’economia e quelle economiche avvelenano la politica. La situazione politica spagnola si può deteriorare e il vantaggio di cui gode in questo momento l’Italia rispetto alla Spagna può svanire in breve tempo. In ogni caso quello che importa è che sia Roma che Madrid se la passano male e che la situazione è molto instabile. In questi momenti l’emergenza è la necessità di salvare le banche spagnole, ma fino a pochi mesi fa c’era la possibilità concreta che l’Italia perdesse la possibilità di finanziarsi sui mercati internazionali, una minaccia che prima aveva allarmato la Spagna. E ancora prima c’era stata la crisi politica in Italia, che aveva paralizzato il Paese e portato alla sostituzione di Silvio Berlusconi con Mario Monti. Le emergenze rimbalzano da un Paese all’altro, provocando sussulti che trasformano stabilità e prevedibilità in un ricordo remoto.
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Come ha sottolineato Uri Dadush, economista del Carnegie Endowment, le radici della crisi europea non nascono dalla situazione dei conti pubblici o dallo stato del settore finanziario, bensì dalla perdita di competitività subita da Paesi come Spagna e Italia, soprattutto in rapporto alla Germania. Dadush ha calcolato che tra il 1997 e il 2007 il tasso di cambio reale in Spagna è cresciuto dell’11 per cento, e del 9 per cento in Italia (significa che le esportazioni di questi due Paesi sono diventate più costose). Nello stesso periodo, in Germania, è calato del 14 per cento (cioè le esportazioni tedesche sono diventate meno costose del 14 per cento). Tutto questo inevitabilmente ha prodotto un calo dell’export di Spagna e Italia e un incremento dell’export tedesco: nel decennio prima della crisi, le esportazioni spagnole sono diminuite (in rapporto al totale dell’economia) del 3,4 per cento e in Italia dell’1 per cento; in Germania invece hanno registrato un aumento spettacolare, del 20 per cento. Nonostante tutto questo l’economia spagnola è cresciuta a un ritmo doppio rispetto a quella italiana: un’espansione economica basata, come sappiamo, sul settore edilizio, il cui peso in Spagna è passato dal 4 al 12 per cento dell’economia fra il 1995 e il 2007. In Italia nello stesso periodo è passato dal 4 al 6 per cento e questo spiega perché le banche spagnole sono più deboli di quelle italiane.
Spagna e Italia devono cercare nuove fonti di crescita economica, e questa crescita non potrà che venire da un settore privato meglio in grado di competere sui mercati mondiali

E la Germania? Alcuni vociferano di una sua possibile uscita dall’Euro per liberarsi della zavorra di una moneta debole, nulla di piu sbagliato. Senza l’Euro la moneta tedesca si rivaluterebbe troppo e ciò impedirebbe le esportazioni facendo piombare l’economia della Germania in una crisi senza ritorno:

Die Welt propone l’ipotesi che il primo luglio del 2012 la Germania possa decidere di abbandonare l’unione monetaria. In questo momento Stato, imprese e cittadini tedeschi hanno crediti in euro per almeno 200 miliardi di euro, secondo i calcoli di un centro studi di politica europea. Da quando il flusso dei capitali ha spostato grandi somme dal Sud Europa verso la Germania, la Bundesbank ha ammassato un’enorme massa di crediti delle altre banche centrali. In questo momento la Buba avrebbe secondo Die Wlet 699 miliardi di crediti Target, una somma pari al doppio del Prodotto interno lordo tedesco. In questo momento praticamente l’export tedesco viene pagato con crediti alla Germania. Se ci fosse un’uscita della Germania dall’euro, gran parte di questa cifra andrebbe polverizzata, perché i crediti Target che sono fatti all’interno del sistema delle banche centrali europee non potrebbero essere rimborsati. Ma anche nel caso in cui quest’operazione fosse possibile, bisognerebbe pensare alla pesante svalutazione dell’euro in caso di addio tedesco. Ecco perché i crediti che ha la Germania in questo momento perderebbero moltissimo valore, con conseguente grave danno per l’economia e i conti pubblici tedeschi.
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La conseguenza più probabile sarebbe dunque un aggravamento della situazione debitoria. Probabilmente la Germania si ritroverebbe in una situazione italiana, con un debito pubblico schizzato al 110 o al 120 per cento, valore che alla lunga diventa insostenibile, come mostra la storia del nostro paese, a meno di avere un’enorme credito con l’estero come ha il Giappone. La forza dell’export tedesco però andrebbe perduta con la nuova moneta, perché vista la situazione attuale, è assai probabile che il marco si apprezzerebbe notevolmente nei confronti dell’euro. Una moneta pesante renderebbe più costose le merci tedesche, così che l’attuale primato mondiale della Germania nell’export, raggiunto anche grazie alla moneta unica, andrebbe sicuramente perduto. Meno export significa meno crescita, meno profitti, salari più bassi, e anche meno entrate per lo Stato, la cui situazione debitoria si farebbe molto preoccupante. Il governo federale rischierebbe di perdere anche i crediti che in questo momento ha nei confronti dei paesi in eurocrisi, concessi con gli aiuti dei mesi scorsi. 330 miliardi che sembrano però noccioline per le perdite che si abbatterebbero su economia reale e finanziaria.

Quindi ‘Schnell, Frau Merkel’, Angela ‘datti una mossa’! Cosi titola oggi un articolo de Il Sole 24 Ore che propone una propria ricetta per uscire dalla crisi speculativa:

Si può sostenere, con un minimo di ragionevolezza, che l’Europa esiste se si consente ai mercati di attaccare e colpire impunemente un Paese dietro l’altro? La risposta è no
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Signora Merkel, così non può andare avanti. Non farà molta strada se continuerà ad essere indifferente alla rabbia dei greci, distante dall’orgoglio ferito degli spagnoli, dalle paure italiane e dalle angosce francesi. Tirare fuori 100 miliardi europei (di cittadini europei, una buona parte italiani) per difendere le banche spagnole e ritrovarsi con lo spread BTp-Bund a 473 punti (rendimento al 6,03%) e quello con i Bonos spagnoli oltre quota 520 (rendimento al 6,51%) è solo l’ultima spia di un allarme rosso che lei si ostina a volere ignorare. Non esistono vie alternative. Lo abbiamo già detto e scritto ripetutamente. Bisogna dare un messaggio forte ai mercati: l’Europa esiste, non salta, punto
….

Il tempo delle parole è finito, con dieci anni di ritardo, il disegno di integrazione politica va portato a compimento attraverso scelte concrete, immediatamente operative. Almeno tre.

1 – Garanzia unica per i depositi bancari europei. A chi solleva problemi morali, non del tutto infondati, sulla sua introduzione, va spiegato che, in assenza di questo strumento, rischia di pagare di più anche chi si è comportato bene.

2 – Accesso diretto al Fondo salva-Stati (Efsf) da parte degli istituti di credito. Potrà sembrare un dettaglio ma non lo è: le turbolenze di ieri sui mercati sono figlie proprio della convinzione che gli aiuti arriveranno da un secondo fondo di stabilità, Esm, non dall’Efsf, e questo incide sulla qualità e il tasso di rischiosità dei titoli di Stato spagnoli.

3 – Unificazione dei debiti pubblici europei distinguendo (Paese per Paese) il carico degli interessi ma neutralizzando così l’azione della speculazione sui tassi dei titoli sovrani dei Paesi del Sud Europa (e non solo) che si è rivelata molto onerosa.

Crisi finanziaria, Paul Krugman ‘La fine dell’euro in 4 mosse’


Borse in picchiata, lo spread che si impenna. In sintesi i dati economici di oggi. La disfatta di Merkel alle regionali e l’aggravarsi della crisi politica in Grecia hanno affossato i mercati e dato fiato agli speculatori.

Ieri si è conclusa la lunga settimana che ha cambiato volto all’Europa. La sconfitta dei Conservatori in Gran Bretagna, la vittoria dei Socialdemocratici in due Land della Germania, l’affermazione della Sinistra Radicale in Grecia e l’elezione del Socialista Francois Hollande in Francia hanno chiaramente fatto capire agli EuroBurocrati che la politica del rigore non è accettata dai cittadini del vecchio continente e che bisogna ripensare alla politica economica europea introducendo maggiore flessibilità nei conti pubblici favorendo interventi per la tutela sociale e lo sviluppo.

Merkel non ci sta e rilancia il ‘fiscal compat’ (il pareggio di bilancio). Muoia Sansone con tutti i filistei, la Cancelliera non cambierà opinione e tirerà dritto sino alle estreme conseguenze.

Se la Grecia andrà alle elezioni probabilmente la Sinistra Radicale vincerà, prenderà il premio di maggioranza e formerà un governo di Sinistra con le altre forze in Parlamento. Tale esecutivo non ratificherà gli impegni presi dal Governo tecnico e quindi il Paese non riceverà gli aiuti promessi da BCE, Europa e FMI. Cosa accadrà quindi? I Greci saranno costretti ad uscire dall’Euro? E quali conseguenze avrà questo sulle altre economie periferiche? Si parla anche di una immimente esplosione della Crisi spagnola, aggravata dalla bolla immobiliare. Una eventuale precipitazione della situazione per la Spagna potrebbe coinvolgere anche il nostro Paese e cosi l’Italia, che tanto ha fatto negli ultimi mesi per ‘salvarsi’, che ha attuato politiche ‘lacrime e sangue’ nel nome dell’Europa, potrebbe vedere vanificato ogni sforzo ritrovandosi in piena emergenza.

La tempesta perfetta a cui ha accennato Standard & Poor’s qualche giorno fa è davvero alle porte? Il Post riporta un intervento di Paul Krugman, economista americano, che spiega in pochi semplicissimi passaggi perché siamo spacciati, e cosa dovremmo fare prima che sia troppo tardi

Primo punto.

1. La Grecia esce dall’euro, probabilmente già il mese prossimo.

Krugman allude alla possibilità, ormai quasi certa, che in Grecia si vada a nuove elezioni il mese prossimo, e che le forze che si oppongono alle misure di austerità e alle istituzioni europee conquistino ancora più seggi di prima: stando ai sondaggi, se si votasse adesso l’estrema sinistra di SYRIZA sarebbe il primo partito greco. Il parlamento frutto del nuovo voto avrebbe probabilmente una maggioranza di forze intenzionate a rinegoziare gli accordi con l’Europa o direttamente uscire dall’euro (o dall’Unione Europea tout court). Secondo punto.

2. Prelevamenti di massa nelle banche spagnole e italiane, correntisti che cercano di trasferire i loro soldi in Germania.

Il caos generato da una decisione del genere avrebbe ripercussioni oltre i confini della Grecia. Molti cittadini, nel timore di perdere il loro denaro depositato in banca, cercherebbero di prelevarlo in contanti o trasferirlo, sottoponendo istituti di credito già in crisi di liquidità a sforzi pesantissimi, forse insopportabili. E creando anche tensioni sociali non indifferenti, file davanti agli sportelli, nervosismo e violenze. Uno scenario terrificante, e per questo Krugman ipotizza due rimedi. Terzo punto.

3a. Forse verrebbero introdotti dei controlli e dei limiti ai trasferimenti di denaro all’estero e ai prelievi di contanti.

Funzionerebbe per tenere in piedi le banche, non molto per rendere sostenibile le tensioni che sorgerebbero quando un correntista si rendesse conto di non poter fare quel che vuole dei suoi soldi. Per questo Krugman individua un secondo possibile intervento.

3b. In alternativa, oppure contemporaneamente, la Banca Centrale Europea inizierebbe a fare grossi prestiti alle banche per evitare il loro collasso.

Non è una cosa così diversa da quanto accaduto nei mesi scorsi, ma stavolta il principale obiettivo sarebbe evitare il fallimento delle banche – e quel che ne conseguirebbe – e non finanziare il debito dei paesi europei a tassi sopportabili. Da quel momento in poi, comunque, le cose che potrebbero succedere sono due. Quarto punto.

4a. La Germania ha una scelta. Accettare che Italia e Spagna ricevano grandi quantità di denaro in prestito dalla BCE. Cambiare drasticamente approccio: per dare a questi paesi una speranza, soprattutto alla Spagna, è necessario garantire loro la possibilità di finanziarsi con bassi tassi di interesse e avere un tasso di inflazione più alto per aggiustare i prezzi. Oppure…

Krugman fa riferimento a quello che ripete da tempo: secondo l’economista statunitense, e moltissimi altri, la Banca Centrale Europea deve cominciare a comportarsi direttamente e senza limiti da “prestatrice di ultima istanza”, stampando denaro e prestandolo agli Stati anche a costo di far salire l’inflazione, pur di sottrarli ai tassi di interesse crescenti e permettere loro di finanziare misure per la crescita nonostante il debito. Eravamo rimasti a “oppure”, però.

4b. Fine dell’euro. E parliamo di mesi, non anni.

 

L’economista Paul Krugman: “L’Europa si sta suicidando”


"L'Europa si sta suicidando"

Riporto integralmente un articolo interessante tratto da Il Post. Una analisi sulla crisi economica europea fatta dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman:

Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman è uno dei più noti e autorevoli osservatori delle dinamiche economiche su scala globale, è columnist del New York Times e da diversi mesi è molto critico nei confronti dell’Unione Europea e delle soluzioni che sta adottando per superare la crisi. Nel suo ultimo articolo pubblicato ieri sulle pagine del giornale statunitense, Krugman spiega che l’Europa sta preparando il proprio suicidio economico, rispolverando termini e toni che aveva già utilizzato a inizio anno per definire le politiche europee contro la crisi.

Verso la fine dell’autunno, il premio Nobel aveva accolto positivamente la decisione della Banca Centrale Europea (BCE) di aprire nuove linee di credito alle banche europee, che rese più semplice l’acquisto di nuovi titoli di stato. L’operazione consentì da un lato di sostenere le banche, che avevano problemi di liquidità, e dall’altro di tenere in piedi i paesi più indebitati. Krugman ricorda che l’iniziativa diede respiro all’economia europea, riducendo le preoccupazioni per gli investitori e riducendo il panico sui mercati. Le mosse successive, spiega Krugman, hanno dimostrato però meno lungimiranza da parte delle autorità europee: invece di ripensare il sistema che aveva portato alla crisi, le politiche di austerità sono state ulteriormente intensificate, soffocando le possibilità di crescita e di ripresa dell’economia.

Nel suo articolo di ieri Krugman aggiunge un nuovo elemento alla propria analisi, occupandosi con maggiore attenzione di come sono andate le cose in Spagna negli ultimi mesi:

Prendete in considerazione lo stato delle cose in Spagna, che è ora l’epicentro della crisi. Non parliamo più di recessione: la Spagna è pienamente in depressione, con un tasso di disoccupazione al 23,6 per cento – paragonabile a quello che c’era negli Stati Uniti quando la Grande Depressione raggiunse il suo punto più basso – e la disoccupazione giovanile che supera il 50 per cento. Una situazione del genere non può andare avanti a lungo, e la consapevolezza che non possa continuare a lungo così sta facendo alzare di continuo i tassi d’interesse in Spagna.

Krugman spiega che la vicenda spagnola può essere usata per smontare la fissazione delle autorità europee, e in particolare della Germania, sulle misure di austerità. La Spagna non aveva politiche fiscali particolarmente dissolute, come altri stati europei finiti poi in crisi per l’eccessiva spesa e i troppi debiti contratti, e quando iniziò la crisi aveva un debito basso e un buon avanzo di bilancio.

Sfortunatamente, aveva anche un’enorme bolla nel mercato immobiliare, una bolla dovuta in buona parte agli enormi prestiti concessi dalle banche tedesche alle loro controparti spagnole. Quando la bolla è scoppiata, l’economia spagnola è rimasta a secco; i problemi fiscali della Spagna sono una conseguenza della depressione, non la causa. Manco a dirlo, la cura prescritta da Berlino e Francoforte, come avrete indovinato, è stata un ulteriore aumento dell’austerità fiscale.

Secondo Krugman si tratta di una scelta insensata, specialmente alla luce delle altre crisi economiche che nella storia recente hanno colpito l’Europa. Anche in passato la risposta furono politiche di austerità, che spinsero le economie in stati profondi di depressione e che non facilitarono una riduzione dei tassi di interesse. Considerato come vanno le cose, si potrebbe pensare di trovare una soluzione smantellando il sistema dell’euro, per tornare alle singole valute nazionali. L’economista ammette che si tratterebbe di una mossa con enormi conseguenze politiche ed economiche, ma ammette che sarebbe probabilmente meglio rispetto alle durissime misure di austerità imposte agli stati più in difficoltà.

L’Europa, conclude Krugman, ha bisogno di trovare una nuova strada se davvero vuole salvare se stessa e l’euro. La BCE, per esempio, dovrebbe dimostrare di essere pronta ad assumersi maggiori rischi con una politica monetaria espansiva per dare ossigeno all’economia, anche se questo potrà comportare un aumento dell’inflazione. Sono necessarie anche politiche fiscali espansive, con sistemi di compensazione tra i paesi che se la cavano meglio e quelli che sono più in difficoltà a causa della crisi. Ma le recenti scelte dei leader europei e della BCE sembrano andare in direzione opposta, confermando solamente di voler insistere sul piano dell’austerità.

È difficile evitare un certo senso di disperazione. Invece di ammettere di essersi sbagliati, i leader europei sembrano essere determinati nel guidare la loro economia – e la loro società – giù dal burrone. E tutto il mondo ne pagherà le conseguenze.

 

Dossier: Angela, la donna che distrusse l’Euro


Il 2012 dell’Euro inizia come è finito il 2011, con la parola ‘Crisi’. E’ di questi giorni la notizia che la Spagna dovrà ripianare i debiti delle banche con 50 miliardi di euro e malgrado le smentite si vocifera che  il nuovo governo di Rajoy dovrà chiedere aiuto ad Ue e Fmi per un prestito straordinario. Intanto è stato varato un pacchetto anticrisi molto pesante con tagli ai servizi sociali ed al mondo del lavoro.

Un conto da almeno 50 miliardi di euro. È quanto servirà alle banche spagnole per coprire i crediti inesigibili. Le stime sono del governo di Mariano Rajoy e sono riportate dal Financial Times che cita un’intervista con il neo ministro dell’Economia Luis De Guindos.

L’altro grave malato, la Grecia, si trova in una situazione ancora piu difficile. Ue ed Fmi tengono sulla graticola il governo greco minacciando ritardi nella concessione dei miliardi di euro di prestiti già promessi in base agli accordi dei mesi scorsi:

Il premier greco, infatti, sa che l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale concederanno i loro aiuti solo se vedranno approvate quelle riforme volte alla riduzione della spesa pubblica e quindi del debito. “Senza quest’accordo con la troika per i finanziamenti” ha concluso Papademos “la Grecia rischia il default già a Marzo“.

Adottare le riforme “necessarie”, però, non sarà un gioco da ragazzi per Papademos. Oggi, i principali sindicati greci, infatti, hanno affermato che non sono disponibili ad accettare una riduzione del salario minimo (attualmente poco sopra i 750 euro) e una riduzione o addirittura un’abolizione delle tredicesime e quattordicesime. “Ridurre il salario minimo ignorando il processo di contrattazione tra lavoratori e datori di lavoro è un crimine” ha affermato Dimitris Asimakopoulos, presidente del GSEVEE, uno dei principali sindacati greci.

L’Ungheria, recentemente assurta agli onori della cronaca per il governo illiberale del Premier Orban, oggi ha visto fallire la propria asta di buoni del tesoro, preludio ad una crisi economica già in atto da tempo e sottovalutata da molti:

Fonte. Si aggrava la situazione in Ungheria, con rendimenti dei titoli di Stato ai massimi storici, il fiorino ungherese ai minimi sull’euro e un flop della domanda sull’asta di bond collocati oggi dal governo di Budapest. In questo quadro cresce il rischio di default con il rialzo dello spread tra i titoli ungheresi e quelli britannici a 750 punti. In salita anche i cds, i contratti di riassicurazione in caso di fallimento, a quota 745.

Budapest è finita nel mirino della speculazione finanziaria dopo che il governo di Viktor Orban ha dato l’ok a una legge costituzionale approvata la scorsa settimana dal Parlamento nazionale che minaccerebbe l’indipendenza della banca centrale. Norma che violerebbe il Trattato di Lisbona e per questo motivo ha causato l’interruzione delle trattative per i prestiti da parte del Fmi e dell’Ue al Paese

Ed ora arriviamo all’Italia. Malgrado il cambio di governo ed il varo di un pacchetto di riforme ‘lacrime e sangue’ i tassi di interessi sui nostri buoni rimangono altissimi, cosi come il differenziale (spread) con i titoli di stato tedeschi. Su il Foglio si parla di 6-8 mesi all’insolvenza del nostro paese e 18 per la Francia:

L’Italia è a circa a 6-10 mesi teorici dal dover dichiarare l’insolvenza – per eccesso del costo di rifinanziamento del debito – se non riuscirà a convincere i compratori di titoli che il pareggio di bilancio sarà finanziato con più crescita e non con più tasse. Il rigore finanziato solo con restrizioni, infatti, riduce la crescita, il gettito e quindi non rende credibile il rigore stesso. Per questo il premio di rischio preteso dal mercato per acquistare titoli italiani resta ancora elevato, e perfino cresce, nonostante la manovra strutturale di riequilibrio del bilancio, ottenuto finora solo per mezzo di restrizioni. La Francia – con modello ciofeca peggio dell’Italia, più deficit, ma con minor debito – è a circa 18 mesi teorici dal medesimo evento, ma diventerà sincrona con l’Italia, per contagio, se Roma non riuscirà ad approvare entro 3-4 mesi le riforme di crescita annunciate come fase 2 dal governo Monti.

La principale responsabile del precipitare della crisi è Angela Merkel, che si impuntò all’epoca del primo prestito alla Grecia, facendo aggravare il problema e scatenando le speculazioni finanziarie che poi hanno attaccato anche Spagna, Italia ed in parte la Francia. I virtuosi tedeschi chiedono ‘rigore’ agli altri stati europei eppure, in questi anni, hanno sfruttato l’indebitamento dei paesi vicini a loro favore:

GERMANIA – Può mai esistere un’Europa nella quale un paese esporta e ne trae vantaggi mentre gli altri consumano e si indebitano? I tedeschi sono orgogliosi delle loro esportazioni, che dimostrano quanto sia performante la loro economia. Ma quando un paese vende all’estero più di quanto non compri in patria, nascono problemi per tutti. Quest’anno le esportazioni tedesche verso i paesi dell’Ue hanno prodotto un’eccedenza di 62 miliardi di euro. Questo significa che le merci prodotte in Germania non sono scambiate con merci prodotte all’estero, ma sono per così dire consegnate a credito. L’Europa del sud si indebita nei confronti dei tedeschi per comperare prodotti made in Germany. In altri termini, la ricchezza dei tedeschi dipende interamente dall’indebitamento dei paesi vicini. E chi sono i primi a lamentarsi di tali debiti? Proprio i tedeschi.

Un giorno o l’altro i debitori correranno il rischio di fallire e i creditori dovranno ritoccare al ribasso le loro esigenze di rimborso. In questi ultimi anni la Germania ha accumulato circa mille miliardi di euro in beni esteri, e il giorno in cui il sud d’Europa non sarà più in grado di pagare dovrà dire addio a buona parte di quei soldi.

Da qui nascono le dichiarazioni della cancelliera, che vuole che tutti diventino come i tedeschi. In altre parole, i paesi in questione dovrebbero esportare più di quello che importano, abbassare i loro stipendi e imparare a gestire i consumi. Più facile a dirsi che a farsi. Se tutti quanti si mettessero a vendere soltanto, non ci sarebbe più nessuno che comprerebbe. E l’economia segnerebbe il passo.

Prima la Merkel si convincerà ad accettare una politica economica comune (eurobond, dare alla BCE la capacità di diventare prestatore di ultima istanza che nel linguaggio finanziario, è un’istituzione che presta denaro a chi non riesce più a ricevere prestiti. Di solito è una banca centrale nazionale, che opera da prestatore di ultima istanza per esempio quando va in soccorso di banche in difficoltà, in modo da evitarne il fallimento. La banca centrale di un paese che ha una propria moneta ha un modo a disposizione per poter prestare denaro praticamente all’infinito: battere nuova moneta, e questo aspetto diventerà importante tra poco) prima si riusciranno a depotenziare le speculazioni, altrimenti crolleremo tutti e la principale responsabile sarà proprio Lei, la bundeskanzlerin Frau Merkel.