Rassegna stampa della ‘Crisi’: tra Renzi, Renzi bis, Padoan, Gentiloni etc


crs

Una mini rassegna stampa della ‘crisi’. Articoli di Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera. Varie le ipotesi allo studio. Tra le preferenze di Mattarella, quelle di Renzi e le manovre interne al PD.

La prima ipotesi di Mattarella: Renzi in sella ed elezioni entro pochi mesi con nuova legge elettorale

Rinviare Renzi alle Camere per verificare se ha ancora la fiducia e dunque una maggioranza. Con un impegno solenne. Il nuovo giro di giostra ha una scadenza molto ravvicinata: la sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, il 24 gennaio. E se il pronunciamento dei giudici riscrive una legge elettorale immediatamente utilizzabile, si scivola velocemente verso le elezioni anticipate. Anche ad aprile.

Al Quirinale, sebbene le consultazioni non siano mancora entrate nel vivo, si ragiona su questa ipotesi. Che contiene una notizia buona e una cattiva per Matteo Renzi. La buona è che il suo ritorno a Palazzo Chigi si reggerebbe su un “patto istituzionale” per andare molto presto alle urne. Anche nel caso si dovesse mettere mano alla legge elettorale con un ritocco o con un’armonizzazione delle regole di voto per Montecitorio e Palazzo Madama. Sarebbe comunque l’ex premier a gestire la partita. La cattiva è che un ritorno immediato sulla poltrona di presidente del Consiglio gli farebbe pagare un carissimo prezzo di immagine rispetto agli elettori, lo esporrebbe alla caricatura del Rieccolo, il soprannome affibiato all’eterno Amintore Fanfani. Per questo, Renzi continua ad avere mille dubbi.

È sempre possibile che questo disegno subisca delle variazioni, che qualche risposta positiva su una legge elettorale da farsi ex novo possa arrivare. A quel punto il Partito democratico ha i nomi per uscire dalla crisi. Il preferito di Renzi è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Seguito da Pier Carlo Padoan. Molto dietro Graziano Delrio che secondo i renziani farebbe ombra al leader dem. Tagliato fuori invece Dario Franceschini.

http://www.repubblica.it/politica/2016/12/09/news/ancora_renzi_solo_per_votare_prima_opzione_del_quirinale_se_fallisce_in_pole_gentiloni-153742691/

crs1

Seconda ipotesi: un governo fino all’estate

l’idea ormai maturata nello studio del capo dello Stato è che nessuno crede davvero che da questo passaggio possa nascere un governo con un orizzonte esteso fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2018. Un limite cui si starebbe rassegnando anche lo stesso Mattarella (per quanto il Colle non può mai battezzare esecutivi a scadenza, perché sarebbero incostituzionali), dando per scontato che nessun premier che si senta in corsa per qualcosa si intesterebbe in autunno la manovra finanziaria lacrime e sangue da più parti indicata come inevitabile.

http://www.corriere.it/la-crisi-di-governo//notizie/ipotesi-un-governo-334888c8-bd8d-11e6-bfdb-603b8f716051.shtml

Asse Franceschini-Bersani in chiave anti-renziana?

Ma deve fare i conti soprattutto con la novità che temeva e della quale lui stesso non ha ancora tutte le coordinate: è in atto un autentico terremoto all’interno del Pd. Un terremoto destinato a ridisegnare la geografia del partito. Per effetto di una doppia novità. La prima: una parte della maggioranza «renziana» – la corrente di Dario Franceschini e quella del Guardasigilli Andrea Orlando – ha fatto un passo di lato, rompendo politicamente con il segretario-presidente. Rottura significativa perché le due correnti hanno una forte presenza nei gruppi parlamentari, tanto è vero che sono «franceschiniani» entrambi i capigruppo, quello dei deputati Ettore Rosato e quello dei senatori Luigi Zanda

Ma la seconda novità è la più corposa, la più pericolosa per Renzi: il duo Franceschini-Orlando ha stabilito in queste ore un patto di consultazione con la minoranza che fa capo a Pier Luigi Bersani e anche, ecco l’ultima sorpresa, con Massimo D’Alema, molto attivo nella cucitura

http://www.lastampa.it/2016/12/09/italia/politica/pd-patto-tra-le-minoranze-antivoto-cos-matteo-si-ritrova-accerchiato-3CDGbDLKunV4kDYUxPpBRL/pagina.html

Partito Democratico o Partito Renziano?

Il leader è a Pontassieve (dovrebbe tornare a Roma oggi pomeriggio) e il Partito democratico si interroga sulle sue mosse future. Lo fanno anche i renziani che ieri erano particolarmente interessati a un sondaggio di Nicola Piepoli, secondo il quale un partito dell’ex premier avrebbe più consensi del Pd. È un’idea che stuzzica una fetta dei sostenitori del segretario. Per intendersi, quella che vede con maggior fastidio le manovre di Franceschini e compagni. Il «capo», però, almeno per ora, continua a guardare dentro i confini del Pd, tant’è vero che sta già preparandosi al Congresso, che vorrebbe tenere «subito», per «rimettere le cose a posto» e poi «rilassarmi un annetto e prepararmi alla sfida delle prossime elezioni».

E se Renzi rimanesse a palazzo Chigi?

Ma potrebbe esserci un altro scenario nel futuro dell’ex premier, soprattutto dopo le dichiarazioni di ieri di Luigi Di Maio, il quale ha detto che pur di andare alle elezioni i Cinque stelle sarebbero disposti ad arrivare al voto con il governo Renzi. Già, si sta parlando della possibilità che il segretario del Pd resti in carica. In quel caso Franceschini dovrebbe accodarsi, anche perché, secondo Renzi, non ha comunque la maggioranza dei gruppi parlamentari, tanto più dopo che Orlando non ha accettato la sua proposta di fare asse per stringere in un angolo il segretario. «Conviene a tutti fare gioco di squadra, sopratutto a chi ora è ministro», commenta il leader con i suoi.
Ma quello della sua permanenza a Palazzo Chigi è uno scenario di cui al momento il segretario non vuole parlare. Eppure c’è.

http://www.corriere.it/la-crisi-di-governo/notizie/faccio-quel-che-serve-colle-f08e188e-bd84-11e6-bfdb-603b8f716051.shtml

Governo Franceschino o Renzi bis?

Con i suoi cento parlamentari, tra cui i due capigruppo Rosato e Zanda, il ministro della Cultura e leader di Areadem ha dalla sua parte la maggioranza dei gruppi: un peso destinato a crescere a vista d’occhio, tanto che qualcuno già ne pronostica 130. Sulla carta dunque, Renzi è in minoranza. L’abbandono è stato repentino come lo era stato l’avvicinamento al nuovo capo, dopo la vittoria alle primarie. I franceschiniani prestati al renzismo sono tornati a essere franceschiniani e basta, lasciando all’inquilino del Nazareno forse meno di cinquanta deputati. Le cronache parlamentari li raccontano attovagliati tre sere fa in un’osteria romanesca tra Camera e Senato, su invito dei due toscani che si spartiscono la guida dei «falchi»: Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Con loro, in ordine sparso, Alessia Morani, Davide Ermini, Alessia Rotta, Francesco Bonifazi. Nel menu tonnarelli cacio e pepe, tiramisù e un bel governo Renzi bis. Sempre a tavola hanno imbastito la linea i seguaci di Bersani e Speranza, tanto che da domenica sera nel Pd si litiga su se e quanto i parlamentari della minoranza abbiano alzato i calici, domenica a casa di Guglielmo Epifani. Bersani era a Piacenza, ma di certo il suo cuore era a Roma con i compagni, che ora guardano a un governo Franceschini senza alzare troppo il sopracciglio.

http://www.corriere.it/la-crisi-di-governo//notizie/valzer-correnti-pd-stringe-leader-17e35e26-bd8f-11e6-bfdb-603b8f716051.shtml

Annunci

Storia italiana: Fanfani, Moro, Segni e la nascita del Centro-Sinistra (1963-1976)


centrosinistra copia

Nell’articolo iniziale sulla Storia della Prima Repubblica avevamo trattato il periodo tra il 1958 ed il 1963, corrispondente alla III Legislatura parlamentare e che vide passare gradualmente il governo italiano dal Centrismo ‘degasperiano’ al CentroSinistra, allargando la compagine di governo al Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni. Oggi diamo una occhiata all’intera stagione del CentroSinistra in Italia, che va dall’ingresso organico del PSI negli esecutivi (1963) alla fine della stagione politica, conclusa nel 1976.

Antefatto. I Governi Fanfani (1960-1963)

Un primo appoggio esterno dei socialisti fu dato ai Governi di Amintore Fanfani, tra il 1960 ed il 1963. Governi importanti per i numerosi provvedimenti varati. Il terzo governo Fanfani (1960-1962), dopo gli scontri di piazza avvenuti durante l’esecutivo precedente di Fernando Tambroni, ottenne la fiducia grazie alla astensione dei socialisti. Si dibattè a lungo se fosse arrivato o meno il momento di un ingresso a pieno titolo del PSI nel governo. Nel frattempo il Presidente del Consiglio ottenne l’appoggio degli Stati Uniti alla nascita del ‘Centrosinistra’, Kennedy infatti non si dichiarò contrario a patto che il PSI ‘rinunciasse al legame con l’Unione Sovietica’. Il segretario DC Aldo Moro pose le basi per avere il consenso da parte del suo partito. La DC, con l’80% dei voti, diede il via libera alla alleanza. Nel febbraio 1962 Fanfani si dimise e varò un nuovo governo. I Socialisti erano ancora fuori, si astennero durante la fiducia ma in realtà il IV Governo Fanfani, in carica per 485 giorni dal febbraio ’62 al giugno ’63 fu, di fatto, il primo governo di CentroSinistra d’Italia. Lo fu nei provvedimenti più che nella compagine governativa. Nessun ministro Socialista ma leggi ‘di Sinistra’. Durante il mandato di questo esecutivo infatti vennero varate riforme importanti, in senso progressista (fonte wikipedia) :

  • 23 marzo 1962. Aumento delle pensioni: un +30% che porta le pensioni medie a circa centomila lire l’anno.

    13 aprile 1962. Viene eliminata la censura sulle opere liriche e di prosa. Rimane su quelle cinematografiche, sui varietà e su quelle televisive.

    14 luglio 1962. Si avvia un‘imponente opera di urbanizzazione del Paese, tramite l’esproprio generale di terre ai Comuni.

    27 novembre 1962. Viene approvata alla Camera la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

    31 dicembre 1962. Viene istituita la scuola media unica ed elevato l’obbligo scolastico a 14 anni di età.

    1º febbraio 1963. Viene ridotta la leva militare: da 18 mesi a 15 mesi.

Elezione di Segni a Capo dello Stato (maggio 1962)

La politica però è fatta di compromessi e proprio per far ‘accettare’ all’ala destra della Democrazia cristiana una formula di governo che vedesse coinvolti i socialisti, Fanfani e Moro, ovvero Presidente del Consiglio e Segretario democristiano, dovettero ‘concedere’ la Presidenza della Repubblica ad un rappresentante della destra, ovvero l’allora Ministro degli Esteri (ed ex Premier) Antonio Segni.  Non fu una impresa facile. Tra il Capo dello Stato uscente, il democristiano di sinistra Giovanni Gronchi, che provò a ricandidarsi, ed altri nomi ‘di disturbo’ votati da parte della Sinistra DC, si arrivò al nono scrutinio ma alla fine Segni fu eletto, anche grazie al sostegno di missini e monarchici. Una elezione sul filo, con il solo 51,9% dei consensi in aula.

2 maggio 1962. Alle elezioni per il Presidente della Repubblica, viene eletto Antonio Segni, col supporto del correntone democristiano, del Msi e dei monarchici.

Segni, moderato e conservatore, avrebbe dovuto essere un Presidente di garanzia per l’avvio del CentroSinistra organico con la partecipazione al governo del PSI. Ma non fu proprio così.

Elezioni 1963

A febbraio del 1963 si concluse la III legislatura ed il 28 aprile si svolsero le consultazioni. Le elezioni politiche videro un calo di 4 punti della DC, passata dal 42 al 38%, probabilmente raccolti in gran parte dal Partito Liberale, che raddoppiò i voti dal 3,5 al 7%, fortemente contrario ad un accordo con i socialisti. Il PCI guadagnò 2,5 punti attestandosi al 25%, stabile il PSI al 13,8%.

Moro e Nenni provarono ad accordarsi per la nascita del Governo ma la corrente di Sinistra dei socialisti, guidata da Lombardi, si oppose al programma contrattato dai due leader e l’accordo di governo sfumò, posticipando il tutto a dicembre ’63. Nei sei mesi successivi si cercò la formula giusta per varare il CentroSinistra. In questo periodo il Governo venne retto da Giovanni Leone, a guida di un monocolore DC, il cosiddetto governo ‘balneare’ che si reggeva sulle astensioni. “ La fiducia ebbe questa votazione: (255 sì, 225 no, ma ben 119 astensioni da Psi, Psdi, Pri ed altri)”

Al 35° congresso del PSI Lombardi e Nenni ricomposero le loro differenze così che il PSI, di strettissima maggioranza, approvò la mozione di partecipazione ad un governo presieduto da Moro.

moro nenni

Il Primo Governo Moro (dicembre 1963- giugno 1964)

Il 4 dicembre nacque il governo Moro con la partecipazione diretta dei socialisti, che tornano al governo dopo diciassette anni. A Pietro Nenni va la vicepresidenza del Consiglio. Il socialista Antonio Giolitti fu messo al Bilancio mentre Lombardi rifiutò incarichi ministeriali. Inizia così il centro-sinistra: una fase fondamentale della storia d’Italia. Nel programma concordato, vi sono: l’adozione della programmazione economica, l’istituzione delle regioni, le riforme per la scuola e quelle per l’urbanistica e per l’agricoltura.

Il PSI pagò caro l’ingresso nell’esecutivo. Al momento di porre la fiducia, infatti, alcuni parlamentari socialisti manifestano il loro disaccordo (25 deputati e 13 senatori escono dall’aula) e fondarono il nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP).

Il Governo Moro durò solo sette mesi. Le tensioni interne tra i due partiti principali aumentarono, il quadro economico critico si scontrava con le ‘riforme costose’ previste dal programma dell’esecutivo, l’asse ‘conservatrice’ tra Ministro del Tesoro Colombo ed il Governatore di Bankitalia Carli ‘contro’ il Ministro del Bilancio socialista Giolitti, la riforma urbanistica concordata dai Socialisti che prevedeva espropri e regolamentazioni dell’edilizia per far fronte alla crescita incontrollata degli anni del ‘boom’, lo scontro sull’istruzione privata:

rumor

Proprio su quest’ultimo provvedimento Moro fu messo in minoranza e cadde: (da wikipedia)

  • 27 maggio 1964. I provvedimenti governativi suscitano la crisi: il ministro socialista del Bilancio, Antonio Giolitti, dice di non essere d’accordo e di prevedere un aggravamento della situazione; anche il collega democristiano del Tesoro, Emilio Colombo, afferma di prevedere un collasso dell’economia a causa dell’eccessivo aumento dei salari rispetto al reddito. Pochi giorni dopo, ad avallare questa situazione è il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, il quale afferma che a pagarne le conseguenze sarebbe stato l’intero sistema produttivo.

  • 25 giugno 1964. Il governo cade su un provvedimento che riguarda l’istruzione privata. Solo 7 voti di scarto determinano il rifiuto del progetto governativo di assegnare fondi per 149 milioni di lire (una cifra irrisoria, ma gli oppositori la prendono come questione di principio). Nel calderone ci sono anche la tassa sulle automobili, l’aumento della benzina e soprattutto il nuovo piano urbanistico pensato dal ministro socialista Giovanni Pieraccini.

  • 26 giugno 1964. Lo scontro è infuocato: socialisti, socialdemocratici, repubblicani, ma anche una parte della stessa Dc non sostengono i provvedimenti. Il governo non può più stare in piedi e Moro si dimette.

de lorenzo espresso

Cade il Moro I, Segni ed il Piano Solo (giugno-luglio 1964)

Nei mesi precedenti e nei giorni successivi alla crisi di Governo, al Quirinale il Presidente Segni, che mal vedeva le continue richieste socialiste e la possibilità di una linea politica governativa sempre più progressista, cercò delle soluzioni alternative. Anche altri settori dello Stato non vedevano di buon occhio la prosecuzione dell’esperienza di CentroSinistra. Tra questi il Capo dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo. Egli progettò un Piano di intervento armato. Il cosiddetto Piano Solo.

Il progetto si proponeva di assicurare all’Arma dei Carabinieri (il cui comandante generale era al tempo il generale Giovanni De Lorenzo) il controllo militare dello Stato per mezzo dell’occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè il prelevamento e il conseguente rapido allontanamento di 731 persone considerate pericolose del mondo della politica e del sindacato

 

Il Presidente della Repubblica, allarmato dalla possibile prosecuzione della politica di CentroSinistra si consultò più volte con De Lorenzo:

Segni, temendo gravi rischi di destabilizzazione per la democrazia italiana, si consultò ripetutamente con i comandanti delle Forze Armate, in particolare con il capo del SIFAR, il generale Giovanni De Lorenzo (comandante dell’Arma dei Carabinieri)[3]. Contemporaneamente, il 15 luglio – fatto inedito ed irripetuto per un comandante militare[senza fonte] – De Lorenzo fu convocato ufficialmente dal Capo dello Stato Antonio Segni, nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo. Immediatamente dopo, venne consultato anche il Capo di Stato maggiore della Difesa generale Aldo Rossi[1].

Durante la crisi, dalla fine di giugno a fine luglio, vi furono forti scontri tra il Presidente del Consiglio ed il Capo dello Stato. Moro riproponeva un governo di CentroSinistra con dentro i Socialisti, Segni arrivò a minacciare un governo di tecnici sostenuto dai militari! L’uomo cui Segni prevedeva di dover far riferimento per l’affidamento delle funzioni di governo sarebbe stato il presidente del Senato Cesare Merzagora. Personalità che aveva il gradimento anche di De Lorenzo, per un esecutivo di emergenza che limitasse la democrazia.

LEspresso_copertine

Accordo con il PSI, Governo Moro II, dimissioni Segni (giugno-luglio 1964)

A metà luglio Moro e Nenni trovarono un accordo per proseguire l’esperienza di collaborazione. Il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie. Il 22 luglio nasce quindi il secondo Governo Moro, i socialisti perdono l’area lombardiana, maggiormente progressista. Anche Antonio Giolitti, non soddisfatto dagli accordi, rinuncia al Ministero del Bilancio e lascia l’esecutivo.

Il 7 agosto, giorno dopo il pieno insediamento del Governo con la fiducia delle due Camere, Moro si recò al Quirinale con il Ministero degli Esteri Giuseppe Saragat. Dopo una accesa discussione, durante la quale sembrò essere rimproverato al Capo dello Stato una inopportuna ingerenza, Antonio Segni venne colto da malore. “La supplenza del Quirinale fu assunta dal presidente del Senato Cesare MerzagoraQualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente e al suo posto fu eletto Giuseppe Saragat”

Il tentativo di golpe, mai palesato, venne fuori nel 1967 grazie ad alcuni articoli L’Espresso diretto da Eugenio Scalfari. De Lorenzo fu rimosso da rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell’Esercito. Ci furono cause tra De Lorenzo ed il giornale, inchieste parlamentari ed indagini. Alla fine la verità ‘processuale’ fu un tentativo maldestro ma illegittimo di De Lorenzo (perché approntato all’insaputa dei responsabili governativi e delle altre forze dell’ordine e affidato unicamente ai carabinieri)

1964-1968. Il CentroSinistra delude le aspettative.

I governi Moro, tra il 1964 ed il 1968, vedono deludere la aspettative e la spinta innovatrice viene meno. Non si ripetono le riforme chiave del periodo 1962-1964. Il PSI, dopo aver subìto la scissione a sinistra del PSIUP, si riunisce all’ala ‘destra’ uscita nel 1947 ovvero al PSDI dando vita al Partito Socialista Unitario. Le elezioni del ’68 sono un emerito fallimento per la riunificazione socialista. La percentuale del 20% data dalla somma di PSI e PSDI del 1963 lascia spazio ad un misero 14,5%. Boom del PSIUP che ottiene nel il 4,5%. Socialisti e socialdemocratici decidono così di dividersi nuovamente, pur rimanendo al governo.

Con il 1968 arrivano anche le proteste studentesche e successivamente della classe operaia:

Nel 1968 esplode la contestazione studentesca. La società del miracolo economico, infatti, ha promesso benessere e successo per tutti, che in realtà non può offrire. Di qui il rifiuto, anche da parte dei giovani di estrazione sociale piccolo e medio borghese, dei valori e dei modelli figli del miracolo stesso. Alla società consumistica di massa i giovani studenti contrappongono l’alternativa del collettivismo, da realizzare attraverso una rivoluzione culturale e l’instaurazione di una controcultura. In questo quadro, l’autorità e i valori della famiglia diventano i principali bersagli dei contestatori. Mentre da un punto di vista ideologico i miti di riferimento sono l’antifascismo, la dottrina marxista (ma solo dopo un’attenta revisione dei tratti originari) e l’antimperialismo (ma non più con riferimento all’URSS, bensì alle rivoluzioni contadine e culturali sul modello cinese o vietnamita).

proteste

Il ’68 e la fine del CentroSinistra. (1968-1976)

Tra il 1968 ed il 1972, anche sulla spinta delle contestazioni esplose nel Paese, vi fu una nuova spinta riformatrice che si concretizzò nell’approvazione dello statuto dei lavoratori, nell’attuazione delle regioni, nei referendum e negli interventi in tema di divorzio. Governi Leone, Rumor e Colombo. Era comunque il crepuscolo del CentroSinistra.

La crisi del modello di società esistente in quegli anni, la tendenza alla lottizzazione e all’accaparramento di fette di potere da parte dei partiti di governo, la fine del periodo di massima espansione dell’economia e l’inizio dei processi inflazionistici, i nuovi temi ‘progressisti’ portati avanti da alcune frange minoritarie della popolazione, la crescente preoccupazione di parte della destra rispetto ad una deriva di Sinistra, l’incapacità di DC, PSI e PCI di intercettare tale malcontento, i conflitti internazionali come la guerra in Vietnam, misero le basi per l’esplosione del terrorismo dando il via agli “anni di piombo”. Stragi, scontri armati tra frange estreme di destra e di  sinistra, schegge impazzite dei servizi segreti.

Ad inizio ’72 i socialisti uscirono dal governo e si andò, per la prima volta dal 1946, ad elezioni anticipate. I risultati furono penalizzanti per il PSI che scendeva sotto il 10%.

20131230_referendum_divorzio-manifesti

PSI e DC tornarono a collaborare tra il 1973 ed il 1976, nei Governi Rumor e Moro. La campagna sul referendum per l’abrogazione del divorzio vide però i due partiti contrapporsi in una lunga e logorante battaglia, vinta poi dal fronte progressista con la vittoria del NO alla abrogazione della legge.

“Il terrorismo nero progrediva nell’attuazione della strategia della tensione con violenze e stragi (in particolare nel 1974 quelle dipiazza della Loggia a Brescia e dell’Italicus). Dall’altra parte cominciarono a seminare terrore anche le Brigate Rosse con sequestri e processi proletari. Oltre a ciò la situazione economica era stagnante, particolarmente gravata dalla crisi petrolifera del 1973″

Nel 1972 Enrico Berlinguer era stato eletto alla segretaria PCI ed i comunisti venivano visti come una nuova forza con la quale interloquire anche dal punto di vista del governo.  Il 1976 avrebbe posto fine alla stagione del CentroSinistra e messo le basi per un nuovo periodo storico politico. Le elezioni anticipate riservarono sorprese e solo grazie al voto ‘utile’ di alcuni elettori missioni e liberali la DC non perse il primato sul PCI.

Stava per profilarsi quel ‘Compromesso Storico’ che avrebbe avuto in Moro e nello stesso Berlinguer i due massimi fautori. Ma questa è un’altra storia.

fonti
https://books.google.it/books?id=WbwvPvkbGUYC&pg=PA135&lpg=PA135&dq=notte+di+san+gregorio+1963&source=bl&ots=Ffh_1wcNq2&sig=sNHk0cips0fv69XoO9FG-aW2VBE&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwity_fJjY7NAhVEwBQKHW5hC0QQ6AEIJzAC#v=onepage&q=notte%20di%20san%20gregorio%201963&f=false

https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Solo

https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_del_1976

http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica6.htm

 

Se Matteo diventa il Divo Giulio, muore


7

Renzi è Renzi perchè fa “il Renzi”. Sembra uno scioglilingua ma non è così. Il sindaco di Firenze è diventato popolare proprio per il suo ‘modo di fare’, per la voglia di rottamare la vecchia politica.

Molti immaginavano che non appena ottenuto l’incarico avrebbe presentato subito la lista dei Ministri. Un esecutivo ricco di novità, una squadra snella e pronta a lavorare per  ‘cambiare verso’ al Paese.

La realtà si è dimostrata ben diversa. I dubbi di Napolitano sui Ministeri chiave. Il tira e molla di Alfano, le richieste dei Popolari e di Scelta Civica, i paletti posti dalla minoranza democratica, i no ricevuti da svariate personalità a cui era stato proposto un ministero. Prudenza, quindi. Ci vorranno alcuni giorni per quadrare tutto e proporre un Esecutivo credibile e che regga alla prova del Parlamento. Poltrone. Alla fine quello è il nodo principale.

Il Renzi decisionista lascia spazio al Renzi mediatore. Qui sta il grosso rischio per il Segretario PD. La sua forza era proprio la novità, l’allergia alle vecchie regole della politica. Oggi invece sta entrando a far parte del ‘sistema’. Se Matteo apparirà come il Divo Giulio perderà tutto il credito accumulato in questi anni.

Conoscendo la persona credo comunque che nella lista dei Ministri troveremo dei nomi ‘non previsti’ e ad effetto. Non può davvero affidarsi al discusso amministratore di Trenitalia Moretti o promuovere Pinotti da sottosegretario a Ministro. Se vuole  rappresentare il cambiamento, pur nelle difficoltà di un governo di coalizione, dovrà imporre novità, competenza e freschezza alla sua squadra.

Giovedì o venerdi la presentazione dell’esecutivo. A breve capiremo quindi quanto Renzi sia rimasto Renzi e di conseguenza quanto la sua ‘mission’ possa avere durata.

Letta in bilico, Renzi a Palazzo Chigi?


lettarenzi5 lettarenzi6

Ma davvero Renzi va a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni? Davvero sta per commettere l’errore fatale che lo porterà alla sconfitta? Vuole fare la fine di D’Alema? Pensa sinceramente di far approvare qualcosa di ‘suo‘ da una maggioranza Alfano-Monti-Pd bersanian-delamian-lettiano? Vuol farsi ‘incastrare’ sul serio dal progetto di Napolitano?

I giornali spingono per quella ipotesi, io non voglio crederci. Non sostengo Renzi e mai credo lo sosterrò ma penso sia una persona intelligente. Se accetta si rivela uno stupido come tanti

Su Renzi aleggiano i ‘fantasmi’ di D’Alema e Veltroni


lettarenzi4

Letta e Renzi. Il due democristiani che fanno impazzire il Pd. Il Governo, dopo 10 mesi di attività, è in piena crisi. I pasticci su Iva, Imu ed altro, l’uscita di Forza Italia ad ottobre, le dimissioni di Fassina, le fibrillazioni all’interno dei democratici dopo l’elezione di Renzi alla segreteria, lo hanno fortemente indebolito. Letta è alle strette. Si fanno sempre più forti le voci di un avvicendamento a Palazzo Chigi proprio con il Sindaco di Firenze.

Nei prossimi giorni si deciderà il fututo dell’esecutivo. Alla Camera è in votazione la legge elettorale, partorita dal patto tra Democratici e  Berlusconi. Non pochi vedono possibili agguati, nel segreto dell’urna, per affossare la legge. Ciò comporterebbe la fine del Governo e possibili nuove elezioni anticipate.

lettarenzi3

Su Renzi aleggiano però due ‘fantasmi’. D’Alema e Veltroni. Il primo salì alla Presidenza del Consiglio tramite manovre di palazzo, senza passare per le urne. In breve fu logorato da beghe di coalizione e la sua stella si eclissò. Il secondo, nel tentativo di riformare la legge elettorale con Berlusconi, accelerò la fine del governo Prodi per essere poi sonoramente sconfitto dal Cavaliere nelle successive elezioni anticipate.

Se Renzi arriverà a Palazzo Chigi nei prossimi mesi, succedendo a Letta, si troverà nel ruolo di D’Alema e dovrà gestire una maggioranza quanto mai eterogenea e poco prevedibile. Cosa potrà mai combinare con Alfano, Casini, Mauro e forse anche Berlusconi? Difficile portare a casa qualche risultato. Più probabile che il Cavaliere, Udc ed alfaniani favoriscano un suo logoramento per poi batterlo alle elezioni.

Nel caso in cui, invece, l’Italicum venisse killerato in Parlamento e si andasse ad elezioni anticipate con la legge vigente, ovvero un sistema proporzionale puro, Renzi non potrà mai vincere e quindi si ritroverà a dover fare un governo di ‘grossa coalizione’ con il Centrodestra berlusconiano, con profonda soddisfazione di Grillo, il quale ne beneficerà sicuramente in termini di consenso.

Un bel dilemma. Napolitano permettendo…

Dialoghi di fine legislatura


3466911538

Renzi: “Ho già in tasca un accordo con Berlusconi sul sistema spagnolo. Voi che volete fare?

Letta: “Fattelo da solo” ” Se vai avanti con Berlusconi e senza la maggioranza, io domenica mi dimetto”

D’Attore (bersaniano): “Renzi sta facendo un regalo gigante a Berlusconi. Tira via il doppio turno e le preferenze, quello che non vuole il Cavaliere. È un suicidio”

Franceschini, Letta, Alfano: “Ti rendi conto Matteo che se salta tutto, vai a votare con il proporzionale e non fai il governo”

Renzi: “E voi vi rendete conto che se non si fa la legge elettorale io vi sputtano davanti al Paese? Siete voi a suicidarvi non io”.

Alfano: “Il mio obiettivo è che questo governo duri un anno. Ma se Matteo mantiene le liste bloccate, lo sbarramento alto, è chiaro che vuole buttare giù il governo”. “Matteo non mi può mettere nelle condizioni di tornare con Berlusconi.Perché io con Berlusconi non voglio tornare, chiaro?”

(Repubblica.it)