#PD e #5Stelle: insieme per forza, anche grazie alle #Sardine


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Malgrado le polemiche di questi mesi, Centrosinistra e 5 stelle dovrebbero necessariamente trovare un accordo di governo per oggi e per il futuro. Perché? Basta vedere cosa è accaduto con la commissione Segre contro razzismo ed antisemitismo. Il centrodestra non c’è più, c’è qualcosa di molto diverso e per certi versi preoccupante.

Non siamo nel 1994, alla vigilia della vittoria di Berlusconi, Fini e Bossi. Quella eterogenea coalizione non poteva spaventare quanto quella omogenea, sovranista, ultra conservatrice che oggi è guidata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il Centrodestra veleggia attorno al 50%, in molti si scandalizzano. Ricordo che nelle elezioni del 2006, il Centrodestra ottenne il 49,7% (Forza Italia e Lega assieme avevano il 28,3%, AN aveva il 12, i centristi il 6,7%) Sono numeri abbastanza simili a quelli di oggi (la Lega al 31-32, FDI al 9-10, Forza Italia al 5-7)

Il problema è nell’altro campo. All’epoca l’Unione prese il 49,8% (l’Ulivo aveva il 31%, Rifondazione il 5,8% ed i piccoli partiti, dai radicali ai comunisti passando per i verdi e di pietro avevano più del 10%). Oggi invece la somma di PD-Italia Viva è circa il 25% e gli altri micropartiti di centrosinistra assieme raccolgono il 5-6%. Tutto il centrosinistra arriva a stento al 30%, stessa cifra a cui sono inchiodati dal 2013 ovvero dal boom grillino, iniziato dopo il 2010.

E’ vero che l’elettorato negli anni è cambiato, i 5 stelle hanno almeno 1/4 dei propri elettori di estrazione conservatrice ma quel 13-14% che manca al fronte progressista è quello pentastellato, che prima si divideva tra verdi, rifondazione, comunisti ed in parte nei DS/PD o che, da sinistra, era passato all’astensione.

Aggiungo che buona parte dell’elettorato forzaleghista che aveva votato 5 stelle fino al 2018 è già tornato all’ovile. Da qui il boom leghista di questi mesi. Ciò che è rimasto del Movimento (tra il 15-17% secondo i sondaggi) è gran parte non molto dissimile all’elettorato progressista. Ha sfumature diverse ovviamente ma non impossibili da far convergere in una proposta unitaria. Ed in questo il neonato movimento delle Sardine può fare da ‘ponte’ per avvicinare le due aree.

Proprio per questo è necessario, vitale e irreversibile cercare una convergenza tra forze progressiste e 5 stelle. Non oggi, non domani ma prima o poi quegli elettori andranno recuperati. Per creare un fronte comune al centrodestra unito. Così come fu nel 2006, ultima vittoria progressista. Almeno fino a quando dall’altra parte vi sarà un centrodestra così conservatore e reazionario.

#Renzi, #DiMaio, #Zingaretti e #Conte, quattro leader per un governo traballante


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Ieri abbiamo analizzato i temi bollenti che il governo giallorosso sarà chiamato ad affontare nelle prossime settimane e che potrebbero mettere a dura prova la sua sopravvivenza. Archiviato il 2019, il governo traballa anche per via delle ambizioni di alcuni partner della maggioranza, i quali rappresentato mine pericolose sulla stabilità e la durata del Conte 2. Due su tutti, Renzi e Di Maio. Mentre Zingaretti e Conte sondano convergenze future.. 

RENZI

Fino a quando il suo neonato movimento avrà poco consenso, il governo andrà avanti. Qualora crescerà di gradimento, Renzi potrebbe voler andare all’incasso. Il dilemma è come potrà crescere? Al PD potrebbe rosicchiare qualche altro punto ma chi è rimasto nei dem non ha idee moderate e quindi difficilmente seguirà Renzi. Forza Italia è ridotta al lumicino e quel 5% di fedelissimi di Berlusconi non credo finiranno a Salvini o all’ex segretario del Pd.

Per accrescere in popolarità quindi, Renzi avrà bisogno di fattori esterni. Il ritiro del Cavaliere, uno scandalo che terremoti Lega 5 stelle o PD o cose simili. Soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi che lo riguardano.

DI MAIO

Il capo politico dei 5 stelle vede il suo movimento in agitazione ed in progressivo disfacimento. Tre senatori sono passati alla Lega, altri parlamentari si vocifera possano formare gruppi autonomi in sostegno diretto del Premier, le dimissioni del Ministro Fioramonti e le polemiche ad esso seguite. Nelle prime settimane di vita dell’esecutivo, l’ex vicepremier aveva aperto diversi fronti di crisi. Ultimamente, complice anche la visita di Grillo a Roma, sembra avere ridotto la rissosità. Forse ha capito che la sua leadership è legata alla sopravvivenza del governo.

ZINGARETTI

Il segretario Dem si gioca tutto nelle regionali emiliano-romagnole. In caso di sconfitta non solo il governo potrebbe cadere ma anche la sua leadership ne risentirebbe. I sondaggi delle ultime settimane danno il PD in calo, complici le scissioni di Renzi e Calenda. E’ possibile quindi che, per evitare di rimanere schiacciato tra le rissosità di Italia Viva e 5 Stelle, non sia lo stesso Zingaretti a staccare la spina dell’esecutivo per poi cercare di creare una coalizione vasta con Sinistra e parte dei 5 stelle per limitare i danni alle elezioni. Da qui si spiegano i numerosi attestati di stima verso Giuseppe Conte.

2020: tutti gli ostacoli sul cammino del Governo



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Arrivato ai 100 giorni, con l’approvazione della manovra completata, il Governo non ha potuto usufruire di una tregua natalizia. Proprio la sera di Natale, sono arrivate le dimissioni del ministro dell’Istruzione Fioramonti, dopo il mancato stanziamento di fondi per il suo dicastero. Polemiche tra l’ex ministro ed i membri del suo partito e si vocifera di un possibile gruppo di ‘contiani’ in uscita dai 5 stelle e guidati proprio da Fioramonti.

Mangiato con fatica il panettone quindi, per arrivare alla colomba pasquale, l’esecutivo dovrà superare non pochi ostacoli, molti dei quali decisivi non solo per il proseguo del governo ma per la sopravvivenza della stessa legislatura. Vediamo di fare un riepilogo:

Prescrizione: 5 stelle e resto della maggioranza sono divisi, la riforma dovrebbe entrare in vigore ad inizio gennaio 2020 ma andava accompagnata da una riforma del processo penale. Da una parte i pentastellati spingono per evitare che la prescrizione vanifichi la richiesta di giustizia, dall’altra il centrosinistra vuole evitare che i processi diventino infiniti, lasciando una spada di damocle sui giudicati per chissà quanto tempo. Le posizioni sono lontane ed è essenziale trovare un compromesso.

Ex Ilva e Alitalia: per la società di AncelorMittal si tratta per evitare troppi esuberi, c’è un preaccordo ma il tutto andrà finalizzato nelle prossime settimane. Nulla è ancora certo per il destino della compagnia e dei lavoratori. Su Alitalia è stato concesso un prestito ponte ma anche qui, entro i primi sei mesi del 2020 andrà finalizzata la vendita ad un compratore e quindi la supervisione del governo sarà decisiva.

Ci sono poi da risolvere le questioni inerenti l’Autonomia regionale, dopo i referendum in Lombardia, Veneto e le richieste dell’ Emilia Romagna. Altra grana sarà il caso della nave Gregoretti, con una eventuale autorizzazione a procedere del Parlamento verso l’ex ministro dell’Interno Salvini.

Infine la legge elettorale e la riforma dei regolamenti parlamentari, due percorsi obbligati, in vista anche del probabile referendum sul taglio di deputati e senatori, in programma in primavera e la sentenza della Consulta sulla proposta di referendum contro il proporzionale organizzata dalla Lega.

Appuntamento cruciale sarà il 26 gennaio: le elezioni regionali in Emilia Romagna ed in Calabria. Qualora il PD perdesse la prima, la vita del governo sarebbe appesa ad un filo.

“Il 2019 sarà un anno bellissimo” disse Conte dodici mesi fa e sappiamo tutti come è andata a finire. Il 2020 si apre a tinte fosche per lui e per il nuovo governo. Sapremo presto come si è evolverà lo scenario.



I #100giorni del governo #giallorosso


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Il governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte ha superato i 100 giorni di vita. E’ il caso di tracciare un piccolo bilancio della collaborazione tra 5 stelle, progressisti e renziani. Un bilancio in chiaro scuro, ovviamente.

Le ultime settimane dell’esecutivo sono trascorse nel trovare la quadra sulla Manovra, con Movimento e ItaliaViva in continua polemica con il governo, lasciando al Premier Conte ed al Ministro dell’economia Gualtieri il compito di mediazione per ricucire i continui strappi. Una finanziaria, peraltro che sì non aumenta l’Iva e propone qualche sgravio ma non contiene alcun provvedimento simbolo capace di catturare l’interesse dell’opinione pubblica, lasciando buon gioco alle opposizioni.

C’è poi il nodo sulla riforma della giustizia e della prescrizione, che vede 5 stelle e PD su fronti opposti e contrapposti. Entro gennaio andrà trovato un compromesso. Sullo sfondo la crisi della ex ILVA ed anche qui le differenze nella maggioranza emergono tutte. E poi Alitalia, Autostrade, ambiente..

Insomma la maggioranza appare fragile ed il governo sembra essere unito solo dalla paura di tornare al voto e vedere il trionfo dei sovranisti Salvini e Meloni.

Il 2019 si chiude quindi con la consapevolezza che il nuovo anno avrà solo due possibili scenari. Un rafforzamento dell’esecutivo, attraverso un patto rinnovato tra i partner di governo, condito magari dalla vittoria del PD in Emilia Romagna. Oppure un definitivo sfaldamento della maggioranza, complice la possibile sconfitta in Emilia Romagna, con crisi di governo e probabili elezioni politiche anticipate, accorpate all’Election Day delle regionali in primavera.



Domani si vota in #Umbria, #Tesei favorita, incognita #giallorossa


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Domani si vota in Umbria, un risultato probabilmente già scritto. Basta vedere la tabella qui sopra. La Lega, alle Europee, ha ottenuto più del 38% dei voti. La tabella qui sotto mostra le zone in cui la Lega è arrivata prima:

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Per Bianconi, il candidato civico PD-5 Stelle, è una sfida quasi impossibile. Il dato da tenere presente non è quindi la vittoria del Centrodestra, scontata ma la dimensione della sconfitta della coalizione giallorossa con un occhio in particolare alla performance dei pentastellati.

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Ieri c’erano tutti a Narni, per la chiusura della campagna elettorale. Di Maio ha preteso fosse presente anche il Premier Conte, per ‘addossare’ anche a lui l’eventuale sconfitta. Con una incognita molto grande. Più pesante sarà la debacle grillina, maggiori saranno le probabilità di ripercussioni sul governo centrale.

A domani sera per tirare le somme.

Manovra, è scontro tra Conte e Di Maio


Volano gli stracci tra i due leader dei 5 Stelle. Giuseppe Conte, grazie alla investitura di Grillo, pensava di essere diventato il vero capo dei pentastellati ma così non è, ancora.

Di Maio è il capo politico dei 5 stelle e non intende rinunciare al potere sul movimento. Ed ecco che nascono gli scontri interni che saranno destinati a logorare i 5 stelle. Più del protagonismo di Renzi. In tutto questo il PD è spettatore. La Manovra è solo lo specchio del periodo di assestamento della maggioranza.

La manovra finanziaria, sulla carta, non sembra avere quella spinta propulsiva utile a combattere il populismo leghista. Ci sono l’abolizione del super ticket sanitario, buste paga leggermente più pesanti per i lavoratori dipendenti, la riduzione delle detrazioni per i redditi alti, provvedimenti interessanti come la lotteria degli scontrini ed il superbonus per chi paga alcuni servizi con carte di credito.

Ma ci sono anche il bonus di 6 euro lordi (lordi!) all’anno per i pensionati (una presa in giro?) ed una serie di mini tasse (da quella sugli imballaggi di plastica a quella sul diesel da trasporto, all’aumento della imposta di registro e del contributo per le banche) che probabilmente graveranno (a cascata) sui consumatori, annullando i benefici delle riduzioni fiscali.

Insomma, una manovra che, almeno ad oggi, non ha alcun provvedimento bandiera facilmente identificabile e che sarà utilizzata da Salvini e soci per fare propaganda facile. Vedremo come sarà modificata in Parlamento.

Alla nascita del governo avevo immaginato un periodo iniziale di fibrillazioni. Al momento tutto va in quella direzione, nessuna sorpresa quindi per gli scontri di questi giorni. Vedremo se la maggioranza giallorossa riuscirà ad aggiustare il tiro, trovando una quadra che possa far gradualmente smussare le differenze e valorizzare le comunanze oppure se l’esperimento andra verso un fallimento, regalando l’italia a Salvini e Casapound…

#Proporzionale unica via per combattere i #Populismi


Su questo blog avete sempre letto affermazioni positive in riguardo al sistema elettorale maggioritario. Ebbene, avevo torto. Almeno oggi, nel periodo storico che stiamo vivendo. Vi spiego il perché. Partiamo dall’inizio.

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In Italia, dal dopoguerra al 1993, abbiamo avuto un sistema elettorale di tipo proporzionale (tranne il tentativo cosiddetto legge truffa), il quale ha “partorito” 52 governi in 48 anni. Non proprio un campione di stabilità. Ma, ce un ma con la M maiuscola. La legge proporzionale fu pensata per permettere la coabitazione di partiti politici che, tra loro, si guardavano con un po’ di sospetto. L’Italia veniva da vent’anni di dittatura fascista, molti esponenti politici avevano ‘combattuto’ il regime da sponde opposte e alla caduta del regime, avevano varato un governo di unità nazionale e quindi avevano necessità di un sistema elettorale che evitasse il dominio di uno sugli altri, i cosiddetti “pieni poteri” come qualcuno dice oggi. Il proporzionale garantiva rappresentanza a tutti e prevedeva necessariamente accordi post-voto tra forze diverse, limitando lo strapotere di un partito solo.

Il panorama politico italiano è degenerato negli anni non solo per la presenza di una legge di voto proporzionale ma soprattutto perché in Italia non tutti i partiti potevano governare. Il Movimento Sociale era inviso dalle forze democratiche per via del suo collegamento con il fascismo e quando tentò di approcciarsi al governo, tramite appoggio esterno, fu caos (governo Tambroni). Le forze di Sinistra Socialista e Comunista, essendo collegate con l’Unione Sovietica, erano fuori gioco.

Restavano solo la Democrazia Cristiana ed i piccoli partiti ‘satellite’ di centrosinistra (PDSI e PRI) e di destra liberale (PLI). Ben poco.

Negli anni ’60 i partiti di maggioranza ‘aprirono’ ai socialisti, in rotta con Mosca. Negli anni ’70 si tentò il dialogo, poi fallito, con i comunisti. Il tutto però vedeva sempre un partito, la DC, al centro della scena, ‘condannata’ al governo e partiti minori alternarsi o coabitare con essa. Un sistema bloccato che, al contrario di altre Nazioni, non avendo una politica della ‘alternanza’, ha visto aumentare la corruzione, le clientele ed accelerato il proprio declino, culminato con Tangentopoli.

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Nel 1993 si passò al Mattarellum, la legge elettorale con il 75 % dei parlamentari eletti in collegi maggioritari ed il restante con il proporzionale. Complice la ‘morte’ di alcuni partiti storici, uccisi dalle inchieste di Mani Pulite, lo scenario cambiò radicalmente, nacque Forza Italia ed il leaderismo prese piede. Nella prima elezione ‘maggioritaria’ la coalizione ‘centrista’ democristiana fu schiacciata tra la destra berlusconiana e la sinistra progressista e ben presto si spaccò in due, una parte si alleò con la Sinistra, dando vita al Centrosinistra. L’altra finì con Berlusconi, Fini e Bossi, dando vita al Centrodestra.

Era il 1995 e per diciotto anni fummo gestiti da un bipolarismo leaderistico. Pro o contro Berlusconi. Coalizioni raffazzonate, create solo per vincere e che, una volta al governo, condannate a governare da una maggioranza fornita dalla legge elettorale, ben presto creavano frizioni tra alleati e crisi inevitabili. Bossi vs Berlusconi nel 1994, Bertinotti vs Prodi nel 1998. Mastella vs Prodi nel 2008. Fini vs Berlusconi nel 2010 etc etc.

Sino al 2013, con l’arrivo del Movimento 5 Stelle e l’implosione del sistema per la presenza di tre ‘poli’. Il resto è storia di oggi, la conferma dei tre poli nel 2018, il boom di Salvini etc.

Nel frattempo il leaderismo nato nel 1994 con Berlusconi, aveva prodotto come risultato l’affermazione di protagonisti “egocentrici” del calibro di Renzi, Grillo ed in ultimo Salvini. Ed ogni coalizione al governo ha prodotto sistemi elettorali via via più instabili e frutto di mero calcolo politico. Il “Porcellum” nel 2005, l’Italicum renziano nel 2015 e per ultimo il ‘Rosatellum”nel 2017. Sistemi spesso abbattuti dalla Consulta per imperfezioni costituzionali.

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Oggi siamo in pieno Leaderismo Populista. Non solo in Italia. Gran Bretagna, Brasile, Stati Uniti hanno lo stesso problema. In un momento così delicato, con movimenti populisti, spesso di matrice radicale, figli del disagio sociale frutto del fallimento dei partiti tradizionali, è lampante come il sistema elettorale debba cambiare in senso proporzionale. Così da evitare che qualcuno possa avere ‘pieni poteri’ e per favorire coabitazioni tra partiti diversi senza che qualcuno prevalga ‘troppo’ sull’altro. Un ritorno alle alleanze post-elettorali. Possibilmente evitando, come accaduto in passato, che un solo partito rimanga sempre nelle stanze del potere.

Vedremo cosa farà il governo Conte in questo senso.

#GovernoGiallorosso: si parte, tra timori iniziali e buoni auspici futuri


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Il secondo Governo Conte ha giurato ed è formalmente in carica. Lunedì e martedì la fiducia alle due Camere. Se è ancora da calcolare il totale di deputati e senatori favorevoli all’esecutivo, i primi provvedimenti del governo fanno sperare in una discontinuità vera e non solo a parole:

La strada sarà comunque lunga e lastricata di ostacoli. Soprattutto perché l’accordo tra Movimento e Democratici nasce dopo sei anni e mezzo di insulti reciproci, alcuni anche gravi. La convergenza ‘giallorossa’ viene da lontano o meglio avrebbe dovuto nascere anni fa. Ne scrissi, proprio su questo blog, subito dopo le elezioni del febbraio 2013, che videro la non-vittoria del CentroSinistra di Bersani:

Nel 2013 avrebbe dovuto nascere un governo civico di CentroSinistra con appoggio grillino ma allora Grillo ed i suoi non vollero. Il PD si alleò con il Centrodestra, Renzi scalzò Letta da Palazzo Chigi e le politiche ‘moderate’ dei Dem in economia e lavoro portarono il partito dal 25% del 2013 al 18% del 2018.

La coalizione giallorossa avrebbe potuto nascere dopo le elezioni del 4 marzo del 2018 ma i tempi non erano ancora maturi. Renzi era fermamente contrario e non se ne fece nulla.

Oggi, dopo un anno e mezzo di governo gialloverde, dopo l’imbarbarimento della nostra società, si arriva ad un patto politico. I dubbi sono molti anche se, almeno il sottoscritto, avrebbe preferito questo epilogo già nel 2013. E non solo. A giugno di quest’anno ho scritto:


Ed ancora:

Insomma, ho scommesso anche io sui giallorossi (e non solo per fede calcistica) sperando in Conte più che in Di Maio. Il primo viene dal Centrosinistra, il secondo da una famiglia storicamente di Destra. E’ normale quindi che l’ex vicepremier abbia stretto legami con la Lega, naturale che il Premier tenti le convergenze con il Partito Democratico. Oggi Conte è più forte, non solo per le discussioni con Salvini ma anche e soprattutto per la benedizione di Beppe Grillo. Di Maio è all’angolo. Ridimensionato. Rancoroso. E quindi in cerca di vendetta. E già la prima uscita da ministro, dopo la querelle sul sottosegretario a Palazzo Chigi, rischia di far inasprire i rapporti con il Presidente del Consiglio:

L’ex vicepremier ha subìto il governo con i Dem e non sembra voler essere elemento di pacificazione. Il periodo di assestamento del nuovo esecutivo quindi non sarà breve ma Conte, Di Maio e Zingaretti devono tener presente una cosa. L’opinione pubblica poco tollera i governi ‘rissosi’. Meno mugugni e più proposte. La manovra finanziaria incombe ed il programma giallorosso sembra essere, almeno in linea generale, ambizioso:

Molti gli ostacoli, interni (rapporti nel Movimento e tra Movimento e PD) ed esterni (crisi internazionali, migranti, Salvini, recessione, Renzi).

Per la prima volta dopo tredici anni mi sento, almeno in parte, rappresentato da un governo. E voglio anche essere ottimista, per una volta. Al contrario del governo gialloverde, che iniziò con una navigazione tranquilla e poi fu travolto dalle onde, credo che il patto demogrillino presenti una alta dose di rischio nella fase iniziale ma se, come spero, verranno superate le diffidenze e si inizierà a lavorare sul serio, forse il PD zingarettiano, la Sinistra ed i 5 Stelle capiranno di non avere una visione così diversa dell’Italia e del futuro.

Sino ad oggi quasi tutte le fosche previsioni scritte in questo blog si sono via via avverate, voglio pensare che sia tempo di una svolta anche qui e che i timidi buoni presupposti si realizzino nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

A presto cari lettori!