571, il ‘magic number’ di Mattarella


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571, il Magic number di Mattarella. 445 Pd, 45 Scelta civica, 34 SEL, 2 del gruppo delle autonomie e i 15 di gal. Potrebbero poi aggiungersi 32 exM5s, per un totale di 603.

da 571 a 603 voti, calcolando una 50ina di franchi tiratori, si parte almeno da 520 voti sicuri. Mattarella sarà eletto quasi sicuramente.

Quirinale, sul ponte sventola la scheda bianca…


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Renzi vuole evitare di bruciare il suo nome nelle prime tre votazioni. Quindi sarà scheda bianca, tranne qualche civatiano e SEL che, forse, voteranno Prodi. Il Centrodestra voterà Martino. La Lega uno tra i nomi proposti, ad esempio Ostellino. I 5 stelle non è ancora dato sapere.

Alla quarta verrà lanciato il nome proposto da Renzi, con quorum a maggioranza assoluta e non piu qualificata. Si parla di un suo ‘avatar’, di un nome ‘minore’ capace di non infastidirlo. Come si era sempre detto, in effetti.

Al momento queste sono le notizie.

I Presidenti: Giovanni Leone (1971-1978), tra ‘corna’ e scandali


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Giovanni Leone
(1908-2001)

Presidente dal 1971 al 1978

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1971, dopo il settennato del socialdemocratico Giuseppe Saragat, iniziarono le nuove manovre politiche per impadronirsi del Quirinale. Il Presidente uscente cercava apertamente la riconferma. Alla fine la spunterà il suo ‘avversario’ di sette anni prima. Ma andiamo con ordine.

“Nano maledetto/ non sarai mai eletto” Con questa frase, scritta in una scheda di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto ‘uccisa’ la candidatura di Amintore Fanfani alla carica più alta dello Stato.

Amintore Fanfani, Presidente del Senato, era il candidato ufficiale della DC. La decisione di appoggiare la sua candidatura veniva da un ‘conclave’ del partito che aveva optato per l’ex Premier preferendolo a Moro, giudicato troppo vicino alle Sinistre. Eppure qualcosa non sarebbe andata per il verso giusto. Nei primi scrutini il suo nome raccolse meno di 400 voti, segno che i franchi tiratori nel suo partito erano numerosi. Dopo il sesto scrutinio ‘negativo’, Fanfani ritirò la candidatura e la Democrazia Cristiana si astenne nei quindici turni successivi. Le sinistre continuarono a votare De Martino cercando in segreto convergenze su Nenni, i socialdemocratici puntarono sulla rielezione di Saragat.

Rimase tutto bloccato fino all’accordo nella Dc. La parte conservatrice, guidata da Andreotti, la spunta e come per Segni nel 1962, viene scelto un uomo della destra democristiana. Giovanni Leone. Ex Presidente del Consiglio di governi ‘balneari’, nati solo per approvare i bilanci e dimissionati dopo pochi mesi, Leone verrà eletto al 23esimo scrutinio con soli 18 voti in più del quorum e grazie all’appoggio determinante del Movimento Sociale.

L’elezione di Leone scatena il pandemonio a sinistra. Il manifesto lo definisce “il Segni napoletano”, per via del determinante appoggio missino. E quando si presenta alle Camere per l’insediamento, i comunisti l’accolgono con lanci di monetine. Pajetta scaraventa un sacchetto pieno di 10 lire addosso a Ugo La Malfa, antifascista ma sponsor di un presidente eletto coi voti decisivi dei fascisti.

Come da lui detto chiaramente Leone sarà un Presidente ‘notaio’, direttamente dipendente dalle decisioni del suo partito e più precisamente eterodiretto da Giulio Andreotti, suo grande elettore. Il suo mandato può riassumersi così:

Sin dal discorso inaugurale, Leone si distanzia da Saragat definendosi un semplice “notaio” delle scelte del Parlamento e del governo. E in effetti per tutto il settennato si adatterà al volere dei vertici Dc, soprattutto di Giulio Andreotti che lo ha fatto eleggere e che proprio in quegli anni raggiunge l’apice del potere. Leone scioglie per ben due volte le Camere (non era ancora mai successo nella storia repubblicana) per volere del suo partito, e avversa esplicitamente i partiti di centrosinistra. Non è amato dal popolo, e lui non fa niente per farsi amare, ostentando superiorità e accentuando il suo accento napoletano per cui è oggetto di satira. Contestato da un gruppo di studenti, reagisce facendo il gesto delle corna, ripetuto in un’altra occasione durante una visita a dei malati.

13 marzo 1978: cerimonia del giuramento per il quarto governo Andreotti nello studio del presidente
13 marzo 1978: cerimonia del giuramento per il quarto governo Andreotti nello studio del presidente

Dal 1975 il Presidente della Repubblica viene fatto oggetto di una violenta (in parte giustificata) campagna stampa.

Sono diverse le cose contestate al Presidente: c’è lo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, per cui Leone era accusato (ma non fu mai provato) di essere “Antelope Cobbler”, il regista della vicenda; ma anche la vita privata della famiglia Leone, con la first lady Vittoria con il suo stile di vita disinvolto e il suo passato controverso (si parlò di dossier riservati); e ancora, accuse di nepotismo e di amicizie discutibili. Un insieme di accuse, tra verità e menzogne, che esplode con la pubblicazione del pamphlet “Carriera di un presidente” della Cederna (che poi sarà condannata per diffamazione).

Accuse gravi, molte delle quali mai provate, che constrinsero il Capo dello Stato, a dimettersi sei mesi prima della scadenza del mandato. Era il 15 giugno 1978.

Il 14 giugno la direzione del PCI decise di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica, un gesto mai avvenuto fino ad allora.

Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recarono da Leone. Qui le ricostruzioni divergono: secondo Andreotti (lo ripeté anche nel corso di una recente intervista per il programma La Storia siamo noi), se Leone avesse chiesto un sostegno la DC glielo avrebbe dato, ma era lui stesso ad aver deciso che la pressione era troppo alta per continuare a mantenere la carica. Secondo molti altri, i leader della DC aggiunsero le loro pressioni a quelle del PCI e della stampa e in sostanza invitarono anche loro Leone a lasciare la presidenza.

Congedando i due ospiti con la frase “Grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i Mondiali di calcio in santa pace”, il Capo dello Stato, oramai abbandonato anche dal suo partito, esaudì la richiesta. E dimissioni furono:

Il 15 giugno del 1978, un giorno in cui a Roma pioveva, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò l’atto ufficiale delle dimissioni – le prime volontarie di un Presidente della Repubblica – e, dopo i saluti dovuti al protocollo, lasciò il Quirinale, rifiutando qualunque cerimonia. Erano in pochi, comunque, ad essere venuti per salutarlo.

“Leone fu presidente della Repubblica durante gli anni più duri del terrorismo e della contestazione. Sotto il suo mandato ci furono la strage di Brescia e quella del treno Italicus” E negli ultimi, contestatissimi, mesi della sua presidenza Aldo Moro fu rapito e poi ucciso dalle Br.

Le statistiche della sua Presidenza:

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Gaffeur di professione, rimase nelle cronache dell’epoca sia per la vita mondana di sua moglie sia per alcuni ‘gesti’ non proprio istituzionali:

Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini. Poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prese per il braccio Andreotti e gli sussurrò: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna

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Fonti:
http://www.polisblog.it/post/75725/i-presidenti-della-repubblica-giovanni-leone-1971-1978
http://www.ilpost.it/2013/06/15/le-dimissioni-di-giovanni-leone/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-leone-giurista-incompreso-che-faceva-corna/562131/

Quirinale: chi dopo Napolitano?


Dimissioni di Giorgio Napolitano

Da oggi il Quirinale è ‘Sede Vacante’. Alle 10.36 di questa mattina Giorgio Napolitano ha rassegnato le dimissioni dopo quasi nove anni di mandato. Ed ora?

Dimissioni di Giorgio Napolitano

Chi sarà eletto al suo posto?

Difficile dirlo, tre settimane fa avevamo fatto dei nomi, nel frattempo alcuni sono tramontati ed altri ne sono spuntati. Le quotazioni di Padoan sono scese anche per via del pasticciaccio del provvedimento fiscale ‘salva-Berlusconi’ . Salgono invece le speranze per Franceschini. New entry, l’ex Ministro Sergio Mattarella, Castagnetti ed il Sindaco di Torino Piero Fassino. Il primo soprattutto. Ancora in ballo i nomi di Prodi, Bersani, Finocchiaro e Veltroni. Meno probabile quello di Pinotti.  Mario Draghi si è defilato. Pietro Grasso, da oggi Presidente provvisorio, potrebbe tornare in gioco in caso di mancata elezione del candidato ‘di Renzi’. Perchè il Premier ha detto chiaro e tondo che il Presidente sarà eletto entro gennaio. La prima votazione è attesa per il 29. Ma il voto è segreto e tutto può accadere.

Con quale numeri sarà eletto?
Dipende. Berlusconi probabilmente si accorderà con Renzi, se non lo ha già fatto. Si punta ad eleggere il Capo dello Stato con una ampia maggioranza, dalla quarta votazione (quella a maggioranza semplice). Cosà faranno però le minoranze PD e FI? L’Ncd convergerà probabilmente sul nome scelto dal Patto Renzi-Berlusconi. La Lega, per bocca di Salvini, farà dei nomi della ‘società civile’. SEL non ancora pervenuta. M5S punta alle Quirinarie 2.0?

I Presidenti: Antonio Segni (1962-1964), un mandato breve e controverso


 

Antonio Segni
(1891-1972)

Presidente dal 1962 al 1964

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Dopo il settennato di un uomo della Sinistra democristiana è il momento di lasciare il passo all’ala destra del partito-nazione. Grazie anche all’appoggio del Premier, e membro della ‘sinistra dc’, Amintore Fanfani, si fa largo la candidatura di Antonio Segni:

“La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat“. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale, a fine aprile del 1962, il segretario democristiano Aldo Moro partorisce una delle sue formule più fumose – la candidatura parallela ma non contrapposta – che fa il paio con le “convergenze parallele” di due anni prima. Quello, d’altronde, è tempo di equilibrismi, politici e verbali. Il 2 marzo è nato il quarto governo Fanfani, formato da Dc, Psdi e Pri con l’appoggio esterno del Psi: l’anticamera del tanto discusso centrosinistra. La destra democristiana, cioè quella vasta palude che i giornali chiamano “dorotea”, è in preda alle convulsioni. Ma in quel partito nessun ostacolo è insormontabile. Basta pagare. E i dorotei, al congresso di gennaio, in cambio del loro assenso alla svolta a sinistra invocata da Fanfani, hanno preteso e ottenuto la candidatura ufficiale al Quirinale del loro leader indiscusso: Antonio Segni.

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Chi era Antonio Segni in quel momento, vediamo di capirne di più:

Conservatore, certo, ma con una vena di riformista. È stato due volte presidente del Consiglio e ora – nel governo Fanfani IV – è ministro degli Esteri. Dopo l’accordo congressuale tra destra e sinistra Dc

Nato nel 1891, si iscrive al PPI dalla sua fondazione e ne diventa consigliere, ma durante il fascismo resta distante dalla politica attiva e preferisce l’attività accademica nelle principali università italiane: nel 1943 fa parte del gruppo fondatore della Democrazia Cristiana e nel 1946 entra nell’Assemblea Costituente. Negli anni successivi ricopre per diverse volte l’incarico di ministro e per due volte quello di Presidente del Consiglio. Fa parte dell’ala conservatrice della Dc ed è gradito alle destre e ai monarchici.

La Sinistra parlamentare converge sulla candidatura del socialdemocratico Giuseppe Saragat. La Dc, dilaniata da divisioni interne, arriva ad un accordo ed alla nona votazione Segni viene eletto, seppur con un margine minimo, 443 voti ed appena il 51,8% dei votanti:

sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare

Al contrario del ‘Presidente interventista’ Gronchi, il nuovo Capo dello Stato, sin dal discorso di insediamento, sembrava voler essere solo un ‘notaio’:

Il messaggio d’insediamento di Segni è l’esatta antitesi di quello gronchiano di sette anni prima. “Non tocca a me – avverte l’11 maggio – determinare gli indirizzi politici nella vita dello Stato, prerogativa questa che spetta al governo e al Parlamento”. A queste parole l’aula si lancia in una corale ovazione, che suona come un addio polemico al settennato di Gronchi, costellato di forzature e deragliamenti costituzionali che avevano trasformato il Quirinale in una sorta di Superpresidenza del Consiglio.

“La sua missione era chiara: traghettare l’Italia verso il centrosinistra nel modo più indolore e vellutato possibile”. La Storia però dirà qualcosa di ben diverso. Il PSI, appoggiando dall’esterno il governo Fanfani, stava per entrare ufficialmente nell’esecutivo con propri ministri. Un cambio di linea politica, mal visto negli Stati Uniti . Le Riforme ‘progressiste’, in parte già attuate, non incontravano il consenso di molti settori dell’economia e della politica italiana. Ed anche il Capo dello Stato si dimostrò ostile a tale progetto:

In particolare Segni si oppone in tutti i modi a un’alleanza tra Dc e Psi, voluta da Moro, per portare avanti riforme largamente condivise sia nel centrosinistra che in buona parte dello scudo crociato. Solo alla fine del 1963 Aldo Moro riuscirà a varare il primo governo di centro-sinistra con l’appoggio del Psi.

Ciò che accadde nei mesi successivi, la caduta del Governo Moro, le trattative politiche durante la crisi politica, sono ancora parzialmente avvolte nel mistero. Una cosa è certa, il PSI fu ‘riportato a miti consigli’ e le sue ambizioni di cambiare il Paese, da Sinistra, furono fortemente ridimensionate. Anche grazie al ‘tintinnar di sciabole’ avvertito nell’estate del 1964:

Pochi mesi dopo, a luglio, l’esecutivo entrò in crisi per un voto sfavorevole, e Segni esercitò pressioni sul Psi di Nenni affinché si ritirasse dal governo e rinunciasse alle riforme che chiedeva. Seguirono giorni di convulse trattative e di minacce velate: solo nel 1967 uno scoop dell’Espresso svelò cosa stava accadendo in quei giorni, e cioè il “Piano Solo”, un tentativo di golpe organizzato dal Comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale De Lorenzo.

Il piano di De Lorenzo prevedeva il confino in Sardegna di 731 esponenti di sinistra, tra politici e sindacalisti, il presidio della televisione, la chiusura dei giornali di sinistra. Una svolta autoritaria organizzata con il consenso del presidente Segni, e che per poco non si concretizzò nell’estate del ‘64: dopo la parata del 2 giugno, infatti, le forze dei Carabinieri (presenti in misura molto maggiore del solito) rimasero a Roma anziché tornare nelle varie caserme. Fiutato il pericolo, molti esponenti di sinistra fecero perdere le loro tracce. Fu probabilmente proprio “il tintinnar di sciabole” agitato da Segni a mettere fine al programma riformista del governo Moro.

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Il Presidente tramò davvero contro lo Stato favorendo un Golpe pur di fermare l’ascesa dei socialisti al governo?

Storici e giornalisti, come Giorgio Galli e Indro Montanelli, si diranno convinti che Segni non avesse alcuna intenzione golpista, ma accarezzasse l’idea di usare il colpo di Stato come spauracchio per indurre i partiti a uscire dall’impasse e retrocedere dal centrosinistra.

Ad agosto il drammatico epilogo. Il giorno 7, Segni ricevette al Quirinale Moro e il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. Non si sa nulla di quell’incontro ma da quel colloquio il Presidente uscì in condizioni critiche:

[…]mentre colloquia burrascosamente al Quirinale con Moro e Saragat, Segni viene colto da un gravissimo malore. Fuori dalla porta, qualche testimone dirà di aver sentito i tre urlare e Saragat minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia. Saragat smentirà, ma quella sera qualcosa di tragico forse accade. Sta di fatto che i commessi, quando si aprono le porte, vedono Segni quasi esanime tra le braccia di Moro e di Saragat. La diagnosi dei medici è: “Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali”. Una trombosi che lo immobilizzerà per il resto della sua vita, lasciandolo in uno stato di parziale incoscienza fino alla morte, avvenuta nel 1972.

Dopo qualche mese, il 6 dicembre, visto il permanere dell’impedimento, Antonio Segni si dimise, ponendo fine al mandato presidenziale più breve e burrascoso della storia repubblicana.

Le statistiche sulla Presidenza Segni:

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Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/
http://www.polisblog.it/post/75465/i-presidenti-della-repubblica-antonio-segni-1962-1964
Statistiche di Repubblica.it

Verso la rielezione di Napolitano, un grande errore che regalerà il Quirinale a Berlusconi


Quando ogni giorno può essere peggiore del primo:
1. Candidano un impresentabile come Marini, viene affondato. Botta per il PD
2. Candidano Prodi, D’Alema e soci complottano, lo affondano. Bersani si dimette, il PD è morto.
3. Ricandidano Napolitano, che resterà in carica al massimo per un paio d’anni dopodiche Berlusconi trionferà e si prenderà pure il Quirinale dando vita ad una repubblica in stile Russia.

Ed il domani sarà ancora peggiore. Si vocifera che Enrico Letta possa essere il prossimo Premier. Cos’altro ci riserverà il futuro?

 

Quirinale: Prodi impallinato, la caporetto del PD, Bersani si dimette


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Prodi impallinato, Bersani annuncia le dimissioni dopo l’elezione del Capo dello Stato. Direi che il PD è morto stasera.

La cosa drammatica è che si pensava fosse morto il 25 febbraio, poi si pensava fosse morto con la debacle di Marini ed invece oggi si è toccato il fondo. Coraggio, però, domani potrà andare ancora peggio.

Grazie Bersani, per la nullità politica dimostrata (e lo dice uno che lo ha votato convintamente). Grazie D’Alema per aver continuato nell’opera di distruzione del partito. Grazie Renzi, per tutto il caos creato nelle scorse settimane, il quale ha contribuito a dividere ancora di più. Grazie a tutti i vecchi boiardi della politica che siedono nei banchi democratici. IL PD non mi aveva mai convinto. Non è mai stato un vero partito. Oggi lo ha dimostrato, sino in fondo.

Ed ora spazio ad un candidato esterno. Non credo Cancellieri, impossibile una convergenza su Rodotà visto lo smembramento del Partito Democratico. Una personalità esterna forse.