Perché ha vinto Donald Trump?


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Hillary Clinton ha vinto il voto popolare ma Donald Trump ha vinto gli Stati chiave ed ha ottenuto la Presidenza. Delle ragioni di una sconfitta non annunciata si sta discutendo molto in queste ore. Personalmente credo la ragione principale sia aver perso alcuni Stati tradizionalmente Democratici come Wisconsin, Pennsylvanya e Michigan.

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Perchè? Per via della crisi economica che ha messo sotto scacco la middle-class e che ha spinto molti a dare fiducia al ‘nuovo’ piuttosto che votare per una rappresentante del sistema che ha tolto loro lavoro e prospettive per il futuro. Gli Usa si scoprono più europei di quello che pensavano. E pensavamo.

Perché ha perso Hillary Clinton? Leggete qui:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-10/perche-hillary-ha-fallito-082845.shtml?uuid=ADUtvasB

Infine qualche parola per Donald Trump. Non è un mostro. Alcuni osservatori affiancano la sua figura a quella di Richard Nixon. Smantellerà le riforme di Obama, soprattutto quelle a tutela dei più deboli e riguardanti i diritti civili. Se il Congresso permetterà, cercherà anche di dare una spinta protezionista. In ambito internazionale potrebbe fare meglio di quel che si crede. La vera incognita arriverà dalle gravi crisi nazionali e non. Cosa farà in caso di attentati sul suolo americano ad esempio?

Avremo quattro anni per capirlo.

 

Elezioni Usa: esistono anche le Primarie democratiche ed Obama le sta stravincendo


Ebbene si, non esistono solo le primarie del Partito Repubblicano. Anche se il Presidente in carica intende ripresentarsi per un secondo mandato, deve comunque concorrere nelle elezioni primarie. Obama le sta stravincendo:

Il Post. Non esistono candidature di diritto alla presidenza, negli Stati Uniti, e chi vuole candidarsi all’interno di un partito deve seguire l’iter prestabilito: prima le primarie, poi la convention, poi la candidatura (le primarie si possono aggirare candidandosi da indipendenti). Barack Obama quindi è candidato alle primarie democratiche, e come lui altri 32 candidati: di questi, 3 sono riusciti a raccogliere firme e documentazioni necessarie a presentare la propria candidatura in cinque stati, Missouri, Oklahoma, New Hampshire, Louisiana e Texas. I tre candidati sono Darcy Richardson, attivista di sinistra, secondo cui la rielezione di Obama sarebbe “un quarto mandato della presidenza Bush”; Vermin Supreme, artista e già candidato alle elezioni del 2004 e del 2008; Randall Terry, attivista antiaborto. Ai caucus democratici dell’Iowa hanno partecipato circa 25.000 persone, il 98 per cento di queste ha scelto Obama, il 2 per cento si è astenuto o ha votato altri candidati. Alle primarie democratiche in New Hampshire sono andate a votare poco più di 50.000 persone: l’81,9 per cento ha scelto Obama, gli altri voti si sono persi tra schede irregolari o bianche e candidati minori. Finora Obama ha conquistato tutti i delegati a disposizione. In questo caso, insomma, le primarie democratiche saranno sicuramente una formalità: lo staff di Obama le sta utilizzando per mobilitare militanti, aprire comitati e raccogliere fondi in vista delle elezioni presidenziali di novembre.

Non sempre, però, per il Presidenti in carica fu facile ‘vincere’ le primarie del proprio partito:

Quattro presidenti uscenti si sono visti negare la nomination dagli elettori del loro partito: il democratico Franklin Pierce, nel 1857; Millard Fillmore, del partito Whig, nel 1853; il democratico Andrew Johnson nel 1868; il repubblicano Chester A. Arthur nel 1885. Di questi quattro, solo Pierce era stato direttamente eletto alla presidenza: gli altri tre erano arrivati alla Casa Bianca a causa della morte del presidente eletto. In altre occasioni le elezioni primarie sono state comunque decisive nella mancata candidatura o rielezione di presidenti uscenti. Lyndon Johnson nel 1968 si era candidato alla rielezione e inizialmente era stato sfidato alle primarie da Eugene McCarthy: dopo una vittoria di stretto margine in New Hampshire e la candidatura di Robert Kennedy, decise di ritirarsi. Ancora: nel 1951 il Congresso americano aveva deciso di porre nella Costituzione un limite di due mandati consecutivi per ogni presidente, esentando però da questa norma il presidente in carica all’epoca, Harry S. Truman. Questo aveva già fatto due mandati e nonostante una grave impopolarità nel 1952 si candidò a un terzo mandato, ritirandosi dopo aver perso le primarie del New Hampshire contro il senatore del Tennessee Estes Kefauver.

Negli ultimi quarant’anni soltanto tre presidenti non sono riusciti a ottenere un secondo mandato: Gerald Ford, Jimmy Carter e George H. W. Bush. E questi tre presidenti hanno qualcosa in comune: tutti e tre per ottenere la nomination hanno dovuto sfidare e sconfiggere avversari piuttosto impegnativi. Gerald Ford nel 1976 fu sfidato dall’allora governatore della California Ronald Reagan. Jimmy Carter nel 1980 fu sfidato da Ted Kennedy e dall’allora e tutt’ora governatore della California Jerry Brown. George H. W. Bush nel 1992 fu sfidato da Pat Buchanan, popolare opinionista ultraconservatore. Queste tre competizioni andarono in modo piuttosto diverso tra loro. Reagan arrivò vicinissimo a strappare la nomination a Ford, che ebbe la meglio solo alla convention. Carter ottenne il 51 per cento dei voti, ma Ted Kennedy non ritirò mai la sua candidatura e soltanto alla convention dette proprio il sostegno al presidente uscente. Bush vinse facilmente contro Buchanan, ma nella sua candidatura confluì un pezzo del malessere diffuso tra i repubblicani. Tutti e tre uscirono dalle primarie vincenti ma logorati, e questo contribuì a far perdere loro la rielezione.

Elezioni Usa, Obama perde la maggioranza alla Camera. Sconfitta ma non disfatta


I seggi totali della Camera dei Rappresentanti
La composizione del Senato, rimasto per un seggio in mano Dems

Come previsto è arrivata la sconfitta. Non è stato lo tzunami che si prevedeva nelle ultime ore prima della chiusura dei seggi. Il Senato è rimasto in mano Democratica. Il partito di Obama ha perso molti governatori, alcuni importanti in chiave rielezione nel 2012, ha però riconquistato la California, da 7 anni anni in mano al repubblicano Schwarzenegger e New York, ora affidata al democratico Cuomo. Tutto sommato poteva andare peggio.

Rampini, per Repubblica, analizza la seconda fase della Presidenza Obama: l’Obama 2

Su Il Post si tenta di dare un quadro futuro:

Aver perso la maggioranza al Congresso è certamente un handicap per i democratici. Ma i repubblicani non potranno fare molti danni: al Senato c’è una qualche maggioranza democratica – vedremo cosa faranno i centristi come Nelson e Lieberman – e comunque in queste condizioni per i repubblicani è impossibile superare un veto presidenziale. Questo vuol dire che nessuna delle riforme fatte da Obama – fra tutte quella sanitaria e quella finanziaria – corrono il minimo rischio nei prossimi due anni, nonostante i proclami. Dall’altro lato per i democratici sarà complicato, per non dire proibitivo, pensare di legiferare sul don’t ask don’t tell, sul matrimonio gay o sulla tassa sulle emissioni. Il paradosso del sistema politico americano è che per un presidente avere il congresso controllato dalla propria parte politica può essere un vantaggio ma anche una grana: basti pensare alle difficoltà incontrate da Obama durante questi due anni e a come invece Clinton, che ha governato sei anni con un congresso repubblicano, abbia ottenuto la rielezione in modo relativamente agevole. Questo succede, tra le altre cose, perché le regole del congresso consegnano alle minoranze parlamentari diversi strumenti per bloccare o rallentare l’iter delle leggi. Quindi uno scenario in cui presidente e congresso pendono dalla stessa parte permette all’opposizione di fare muro contro qualsiasi proposta, che è esattamente quello che hanno fatto in questi due anni i repubblicani. Uno scenario più fluido – presidente di un partito, congresso di un altro – costringe le parti a incontrarsi, e quindi limita le posizioni strumentali dell’una o dell’altra parte. Bisognerà capire, ovviamente, se e in che modo l’amministrazione Obama cambierà tono e agenda nei prossimi mesi

 

Stanotte in America, sarà disfatta per Obama?


Stanotte ci sarà il tracollo. La Camera dei Rappresentati dirà addio alla leadership di Nancy Pelosi. Forse anche il Senato potrebbe passare in mano repubblicana. Le previsioni della vigilia parlano di una debacle totale per il Presidente Obama ed il suo partito. E’ frequente che il Comandante in Capo perda la maggioranza nel parlamento durante le elezioni di metà mandato. Bisogna però vedere di quale portata sarà la sconfitta. Ed i segnali non sono buoni. Si vive di speranza comunque…. vedremo domani i risultati.

Su Il Post sono elencate alcune sfide chiave.

 

 

Elezioni americane: stasera Jon Stewart “motiva” i liberals, mentre i sondaggi sono impietosi verso i Democratici


Questa sera davanti alla Casa Bianca, pomeriggio a Washington DC, si sta tenendo una Manifestazione di una certa importanza. E’ una sorta di “manifestazione contro le manifestazioni”. Organizzata da due comici “liberal” (cioè di sinistra, per dirla all’italiana) Jon Stewart e Stephen Colbert, si prefigge di dare una risposta all’odio politico generato dalla destra estremista del Tea Party. Chi sono i due conduttori in questione:

(Il Post) Parliamo della manifestazione di piazza convocata per domani a Washington da Jon Stewart e Stephen Colbert, in questo momento i più apprezzati e popolari autori satirici degli Stati Uniti. Il primo conduce su Comedy Central un programma che si chiama “The Daily Show”, e l’altro ieri ha avuto come ospite Barack Obama. Il secondo conduce, sempre su Comedy Central, un programma che si chiama “The Colbert Report”, nel quale impersona la caricatura di un commentatore repubblicano modello Fox News, estremista, populista e fuori di testa.

Le speranze dei democratici sono appese anche a questo evento:

Alla vigilia della manifestazione e a due giorni dalle elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti si discute del fatto che Stewart e Colbert possano in qualche modo influenzare le opinioni degli elettori e contribuire alla definizione degli equilibri tra democratici e repubblicani. I primi sperano che questi siano in grado di mobilitare il proprio elettorato più di quanto siano stati in grado di farlo i loro candidati, forti della loro altissima popolarità. Secondo un sondaggio commissionato qualche settimana fa da Askmen.com, infatti, Jon Stewart sarebbe in questo momento “l’uomo più influente d’America”. E si tratta di un’influenza esercitata soprattutto nei confronti degli americani più giovani, proprio quelli che hanno trascinato Obama nel 2008 e ora non sembrano avere altrettanto entusiasmo.

Ovviamente esiste anche il rischio opposto: che una manifestazione del genere in un clima politico del genere finisca per galvanizzare gli elettori democratici contro il proprio partito, convincendoli della necessità di dare una qualche punizione alla maggioranza al Congresso e all’amministrazione Obama

Intanto i sondaggi sembrano non dare scampo al Presidente Obama. RealClearPolitics, sito che si occupa di riportare le numerose rilevazioni demoscopiche sulla politica americana, da il Senato in bilico, la Camera solidamente in mano Repubblicana cosi come pure la maggioranza dei Governatori in “ballo” nelle elezioni di midterm.

Il Grafico:

Nell'immagine sono riportate le previsioni per Camera, Senato e Governatori. Il GOP è il Partito Repubblicano
Alcuni Stati dove ci celebrano le elezioni per il Governatore. D sta per Democratico, R per Repubblicano, I per Indipendente

D’altronde la popolarità del Presidente è colata a picco negli ultimi mesi. Si è passati dal 65% di inizio mandato al 45% di oggi, dove i giudizi negativi hanno oramai superato quelli positivi.

Il grafico che mostra il calo costante della popolarità di Obama. In Rosso i giudizi negativi.

 

Dossier: Elezioni di “Mid-term”, Obama in difficoltà, verso un Congresso Repubblicano…


Nel nuovo appuntamento di “Dossier” lasciamo l’Italia per immergerci totalmente nelle elezioni di medio termine americane.

Il 2 Novembre, infatti,  negli Stati Uniti si celebra “l’Election Day” di Midterm. Le elezioni di metà mandato in cui vengono rinnovate la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e vari Governatori di singoli Stati dell’Unione.

Obama pottrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato, o in entrambi i rami del Congresso. Alcuni osservatori dicono che tale situazione potrebbe avvantaggiarlo, in quanto finirebbe l’ostruzionismo repubblicano, che ha causato tanti problemi al Presidente.

In verità, sintetizzando al massimo, il Presidente americano paga la sua coerenza. Ha voluto portare avanti molte sue riforme considerate troppo “di sinistra” per certi settori dell’opinione pubblica e del suo stesso partito. I Repubblicani hanno fatto ostruzionismo ed hanno fomentato i cittadini dipingendo il Presidente come un “comunista”. Alcuni osservatori affermano che Obama sia stato troppo ingenuo nell’aver pensato di “poter” governare senza fare i conti con “certa politica”.

Se avrete la pazienza di leggere il Dossier qui di seguito forse avrete qualche chiarimento in piu sui due anni della amministrazione Obama. Buona lettura.

Esattamente ecco cosa c’è in gioco:

(Il Post) Il controllo del congresso (ovvero camera e senato insieme). In questo momento i democratici hanno la maggioranza sia alla camera (256 a 179) che al senato (59 a 41), come conseguenza delle vittorie alle elezioni del 2006 e del 2008. L’evoluzione dei cicli elettorali negli Stati Uniti è piuttosto regolare, per non dire matematica: soltanto due volte nella storia recente – l’ultima nel 2002, quando a causa dell’11 settembre la popolarità dei repubblicani era a livelli astronomici – le elezioni di midterm non hanno penalizzato il partito del Presidente, che di norma attraversa qualche difficoltà nella fase centrale del suo mandato. Avere il congresso controllato dalla propria parte politica può essere un vantaggio ma anche una grana: basti pensare alle difficoltà incontrate da Obama durante questi due anni e a come invece Clinton, che ha governato praticamente sei anni con un congresso repubblicano, abbia ottenuto la rielezione e poi lasciato la Casa Bianca con un altissimo indice di popolarità. La ragione è semplice: le regole del congresso statunitense – soprattutto quelle del senato – consegnano alle minoranze parlamentari diversi strumenti per bloccare o rallentare l’iter delle leggi. Quindi uno scenario in cui presidente e congresso pendono dalla stessa parte permette all’opposizione di fare muro contro qualsiasi proposta, che è esattamente quello che hanno fatto in questi due anni i repubblicani. Uno scenario più fluido – presidente di un partito, congresso di un altro – costringe le parti a incontrarsi, e quindi limita le posizioni strumentali dell’una o dell’altra parte.

Per cosa si vota e come si vota:

(Il Post) La prima: si vota per rinnovare tutti i 435 membri della camera dei rappresentanti e un terzo di quelli del senato (quindi 33 o 34, più quelli rimasti vacanti o occupati da membri “provvisori”: quest’anno saranno 37). In più si vota anche per eleggere i governatori di 39 stati…… gli elettori statunitensi che vogliono votare devono iscriversi nelle liste elettorali, e nel farlo devono dichiarare la loro appartenenza partitica: democratici, repubblicani o indipendenti

I sondaggi sono negativi. Il giornale Huffington Post ha pubblicato una rilevazione demoscopica che “condanna” Nancy Pelosi. La Presidente della Camera dei rappresentanti infatti potrebbe non vedersi confermata nel prossimo Parlamento. Sembra infatti che la Camera sarà in mano ai Repubblicani e quindi per lei, Democratica “liberal” non ci sarebbero speranze, dovrà dimettersi cedendo il passo ad un rappresentante del GOP e terminando cosi, dopo quattro anni battaglieri, la sua esperienza da leader del Congresso.

Gli elettori americani potrebbero aver abbandonato il Presidente Obama, spaventati dal troppo assistenzialismo contenuto in alcune delle sue Riforme, quella sanitaria in primis:

Alla vigilia delle elezioni di “midterm”, che si terranno il due di novembre, negli Stati Uniti si assiste a un massiccio voltafaccia di elettori democratici che starebbero emigrando, secondo i sondaggi, verso il partito repubblicano. Sono le donne, i cattolici, gli abitanti delle periferie dove abita la piccola e media borghesia e le persone che si dichiarano indipendenti dai due schieramenti a dire che se si votasse adesso in un’elezione nazionale sceglierebbero senza dubbio il partito repubblicano…

In California e in Florida i candidati democratici sono testa a testa con i loro avversari ma è il cuore dell’America, in stati come l’Ohio e il Michigan, dove ci si aspetta una netta avanzata dei repubblicani. Intanto una legge proibisce alle amministrazioni comunali di indebitarsi. E mentre i repubblicani vogliono vedere tagliate le spese, i democratici pensano che vadano garantiti alcuni servizi essenziali. Resta che a due anni dall’elezione di Obama oggi sono i repubblicani a rappresentare il nuovo che avanza. Presentano candidati giovani, facce nuove e capiscono le paure di chi sta perdendo di più nella crisi: la vasta classe media americana.

Il Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando ad ipotizzare una “cancellazione” dei candidati piu progressisti in favore della destra repubblicana:

Liberals addio. Pare questo uno dei più probabili risultati delle elezioni del 2 novembre: la mancata rielezione dei deputati e senatori più progressisti. Gente come Russ Feingold, Barney Franck, Barbara Boxer, Tom Perriello, identificati con le (presunte) politiche assistenzialiste, spendaccione, “socialiste” di Barack Obama, travolti dall’ondata di nuovi repubblicani che promettono una tra le più clamorose virate a destra dai tempi di Ronald Reagan. Solo due anni dopo la vittoria di Barack Obama, il pendolo della storia americana sembra andare irrimediabilmente indietro, e battere la fine politica dei settori progressisti del partito democratico.

D’altro canto anche a destra ci sono divisioni, i repubblicani piu oltranzisti hanno fondato una serie di movimenti chiamati del “Tea Party” ed incarnati dalla figura della ex candidata vicepresidente Sarah Palin . I movimenti chiedono uno stato “piuma”, meno ingerenze federali e dipingono Obama come un “socialista”, parola che negli Usa ha un significato prettamente negativo. Tuttavia la divisione dei conservatori, tra Repubblicani piu o meno moderati e Tea Party, che in alcuni casi presentano candidati alternativi, potrebbe favorire i Democratici nella corsa ad alcuni seggi di Camera e Senato:

Eppure, come in molti avevano temuto, il loro estremismo ha sì aggregato e coinvolto molti elettori, ma altrettanti pare averne allontanati. E si parla di repubblicani fidelizzati e abituati a votare

Ma perche un uomo che aveva il 65 % dei consensi alla vigilia dell’insediamento ora è ridotto  ad un misero 48% di popolarità? Eppure ne ha fatte di cose, il Presidente:

Il presidente Obama ha mantenuto la maggior parte delle promesse del candidato Obama (riforma sanitaria, ritiro dall’Iraq, riduzione delle tasse per il 95 per cento della popolazione) nonostante si sia trovato a gestire la peggior crisi economica dalla Grande Depressione. La sua amministrazione non è stata colpita da nessun grosso scandalo e si è fatta promotrice di alcune riforme d’avanguardia. Qual è la causa di questo crollo che rischia di far perdere ai democratici la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato?

La risposta, secondo l’Espresso, è la seguente:

Pur venendo dalla sinistra democratica, Obama aveva vinto conquistando gli indipendenti, con un messaggio che travalicava le tradizionali divisioni ideologiche…... Da presidente, però, Obama non ha governato come Reagan o Clinton, rivolgendosi al centro dello schieramento politico, ma da esponente della sinistra democratica. Invece di avanzare proposte moderate e imporle all’ala più estrema dei democratici in Congresso, Obama ha fatto sue le proposte dell’ala più estrema dei democratici, trovandosi poi costretto a ridimensionarle per ottener il sostegno dei democratici moderati. Il risultato è che sulle grandi riforme la maggioranza degli americani (e ancora più la maggioranza degli indipendenti) non lo ha seguito. A cominciare dal massiccio stimolo fiscale approvato appena nominato presidente. I sondaggi indicano che gli americani avrebbero preferito (con un margine di quasi 3 a 1) un pacchetto fiscale più moderato.

Lo stesso vale per la riforma sanitaria. Nonostante che in linea di principio questa riforma fosse voluta dalla maggioranza degli americani, il testo approvato trova il consenso di solo il 45 per cento degli elettori, mentre un 54 per cento è contro. L’ultimo esempio è la riforma del sistema finanziario. La maggioranza degli americani voleva un intervento in questo campo. Ciononostante, l’ultimo sondaggio condotto da Chicago Booth e Kellogg School indica che solo il 12 per cento si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto della legge Dodd Frank approvata in luglio contro un 54 per cento che si dichiara insoddisfatto o molto insoddisfatto.

Obama ha fatto degli errori, nel metodo piu che nel merito. Il Post ne parla in modo chiaro:

Obama ha provato a fare tutto, mostrandosi coerenza rispetto all’impegno a non sprecare la crisi. Ma fare cose grandi e impegnative può avere cattive conseguenze, se l’impatto di queste cose non si verifica nel breve periodo e se nel frattempo non si riescono ad arginare gli effetti della crisi economica sulla vita delle persone. Prendiamo la riforma sanitaria. Tra dieci anni, probabilmente, la considereremo la più grande eredità della presidenza Obama. In questo momento è una legge impopolare che ha richiesto un anno di battaglie per essere approvata, piena di burocrazie complicate da spiegare, e che ha distratto l’amministrazione dall’economia.

Sapeva che i repubblicani avrebbero rallentato ogni sua nomina, ogni sua azione legislativa, ma non si è mai posto il problema di superare questo problema una volta per tutte. L’amministrazione è stata lenta nelle contromisure all’ostruzionismo e ingenua nel non saperne prevedere gli effetti. Per questo Obama ha sprecato il suo capitale politico con questa rapidità. Un esempio di quest’ingenuità è il voto sulla legge sul clima, che avrebbe introdotto un sistema di incentivi e disincentivi fiscali in relazione alle emissioni di anidride carbonica delle imprese. La legge era indigesta ai centristi, indispensabili per il suo passaggio: Obama li ha praticamente costretti a votarla, innervosendoli e inimicandoseli per i mesi a seguire. E poi la legge non è passata, affondata dall’ostruzionismo.

I repubblicani gli hanno teso delle trappole fin dal primo giorno del suo mandato, ed è stato ingenuo pensare che potessero collaborare con lui in qualsiasi modo: Obama non li conosce. È compito della presidenza persuadere le persone, compresi i propri avversari: convincerli a fare quello che loro non vorrebbero fare, se questo è il bene del paese. Davvero Obama pensava di poter fare a meno di tutti i riti e le convenzioni della politica?

Per rimotivare i suoi elettori tradizionali ed i giovani, Barack Obama le ha tentate tutte. Coinvolgendo la first Lady Michelle, iniziando un lungo tour elettorale. Ha anche provato la carta del “Talk show”, sembra con scarsi risultati:

Per oltremezz’ora, nello studio del ‘The Daily Show’, Obama è stato costretto a difendere il suo operato e quello dei democratici a Capitol Hill. E alla fine, un appuntamento tv, che nelle intenzioni della Casa Bianca, doveva essere una grande chance per convincere tanti giovani di sinistra a tornare alle urne, è diventata un’intervista un po’ noiosa di un conduttore ‘liberal’ deluso a un presidente in evidente difficoltà. Pochi i momenti veramente divertenti. Accogliendo il suo ospite, Stewart gli ha offerto del caffè in un tazza, ribattezzata ovviamente ‘Mug Force One’. Ma è stato solo un attimo. Subito dopo il discorso si è fatto serio e a tratti tra i due è emersa una certa tensione, con scambi accesi, senza esclusione di colpi.

Chissà che un Congresso Repubblicano possa invece aiutare Obama. Il Presidente non si troverebbe piu a fronteggiare l’opposizione, pronta a metterlo in difficoltà usando tutti gli strumenti che il Congresso americano permette. Da partito di maggioranza, i Repubblicani avrebbero delle responsabilità maggiori e quindi sarebbero costretti a dialogare con il Presidente. Clinton d’altronde ha passato sei dei suoi otto anni con una maggioranza repubblicana. Ed è tuttora un Presidente molto amato.

Love Story


Ma guardateli, non sono teneri? si tengono mano per la mano, brindano assieme, si baciano e si abbracciano. E pensare che dopo otto anni di Bush gli Stati Uniti sono in ginocchio economicamente e politicamente, dopo cinque anni di Silvio l’Italia era sottoterra. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali per gli americani l’incubo sta volgendo al termine, per noi italiani purtroppo è “appena cominciato”.

Usa 2008, Obama verso la nomination, salvo “ricorsi” di Hillary


Voto a metà per Florida e Michigan
Hillary, la rimonta si fa difficile

Barack Obama si avvicina sempre più al traguardo. Martedì potrebbe essere incoronato
L’ex first lady non getta la spugna, forse contesterà la decisione

 

WASHINGTON – Voto dimezzato per i due stati ribelli, Florida e Michigan, “colpevoli” di aver anticipato le elezioni primarie nonostante il veto del partito democratico. I dirigenti del partito, dopo una lunga trattativa, hanno raggiunto una soluzione di compromesso: i loro delegati andranno alla convention di Denver di fine agosto (come chiesto da Hillary Clinton), ma con diritto di esprimere solo mezzo voto (mentre Barack Obama puntava all’annullamento dei voti). A risentire maggiormente di questa decisione è l’ex first lady, che in entrambe le votazioni ha ottenuto un maggior numero di delegati e, nonostante il costante vantaggio di Obama, non ha mai smesso di sperare nella rimonta.

In Michigan la Clinton si era accaparrata 69 delegati contro i 59 del suo sfidante. In Florida 105 erano a suo favore e 67 hanno scelto Barack. La decisione dei vertici del partito sposta a 2.118 la soglia per ottenere la nomination, con Obama adesso a quota 2.050 (cioè a 68 delegati dalla vittoria) e con Hillary Clinton a quota 1.887.

Lo spostamento dei delegati per lei è quindi minimo e assolutamente non sufficiente ad annullare il vantaggio del senatore nero, che ha già fatto sapere che martedì sera aspetterà i risultati finali a Saint Paul, in Minnesota, nel baluardo del partito repubblicano, dove a settembresi terrà la loro convention per designare ufficialmente la candidatura del senatore John McCain. D’altronde il traguardo è visibile: nel calendario delle primarie sono in ballo ancora tre voti. A Portorico oggi e martedì in Montana e Sud Dakota. Fin da martedì sera Obama potrebbe quindi raggiungere la certezza matematica della candidatura.

Ma la Clinton non molla. Al termine della riunione di Washington i suoi rappresentanti hanno comunicato che la senatrice “intende riservarsi il diritto” di contestare la decisione presa su Michigan e Florida direttamente alla convention di fine agosto a Denver.

 

(1 giugno 2008)

http://www.repubblica.it/2008/01/speciale/altri/2008primarie/michigan-florida/michigan-florida.html