NOW: Ucraina, Thailandia, Egitto, India e Venezuela, zone ad alta tensione


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NOW: New Of the World, una nuova rubrica periodica di Candido che, tramite una breve rassegna stampa, vi darà notizie dalle principali zone critiche del mondo. Si inzia con Ucraina, Thailandia, India e Venezuela.

Chi è il nuovo Presidente ucraino Poroshenko? Un ‘insider Usa’ secondo wikileaks

Il Manifesto. Il «re del cioc­co­lato», l’oligarca, il tycoon, l’uomo del com­pro­messo pos­si­bile tra Usa e Rus­sia, il busi­ness­man capace, forse, di nego­ziare per­fino con Putin. Negli ultimi giorni le defi­ni­zioni dedi­cate al neo pre­si­dente ucraino Poro­shenko si sono spre­cate, ma quella più pecisa, netta e rive­la­to­ria, si trova in un cable del 2006, rila­sciato da Wiki­leaks gio­vedì notte.

A scri­vere è l’allora amba­scia­tore ame­ri­cano a Kiev e nella rela­zione Poro­shenko viene defi­nito come «our insi­der in Ukraine». Nel 2006, quindi, Poro­shenko era già con­si­de­rato «l’uomo ame­ri­cano a Kiev». <

Nel cable in que­stione l’oligarca si pone come media­tore tra i pro­ta­go­ni­sti della rivo­lu­zione aran­cione, Tymo­shenko e Yushenko, spen­den­dosi in par­ti­co­lari sulle vicende poli­ti­che dell’allora governo ucraino.

Intanto la situazione in Ucraina dell’est si avvia sempre più verso uno scontro frontale tra fazioni.

Euronews. I crimini dei nemici del popolo ucraino non resteranno impuniti. Così il neo Presidente Petro Poroshenko all’indomani dell’abbattimento di un elicottero militare da parte dei separatisti filorussi a Sloviansk in cui sono morti almeno 12 soldati di Kiev.

I separatisti di Donetsk si preparano a ricevere l’assalto dell’esercito. I soldati del Battaglione ceceno Vostok hanno smantellato le barricate. Sono uomini addestrati, molti veterani dei campi di battaglia del Caucaso o dell’Afghanistan. La loro presenza, spiegano gli osservatori, è un messaggio alle forze ucraine che assediano la città.

In Egitto si è eletto il nuovo Presidente. Un plebiscito per l’ex generale filo-Mubarak El Sisi, che la scorsa estate depose il capo dello Stato Morsi. Bassa affluenza però.

La Stampa. El Sisi avrebbe percentuali fino al 95% (almeno 23,38 milioni di voti) mentre Sabbahi si fermerebbe a 735,285 voti […] Cosa leggere da questo risultato? Sisi vince (il suo successo personale è lì, gonfiato o meno è certamente schiacciante rispetto a Sabbahi che nel 2012 aveva preso quasi 5 milioni di voti). Ma non stravince. Sebbene il 30 giugno scorso gli egiziani avessero invocato a gran voce l’intervento dell’esercito e dello stesso el Sisi per liberarsi degli odiati Fratelli Musulmani (al giro di boa dopo un anno di governo fallimentare), i consensi di el Sisi sono andati calando nei mesi successivi in maniera direttamente proporzionale alla repressione rivolta non solo contro gli islamisti ma contro tutti i dissidenti.

L’opposizione, come già in passato, ha dimostrato di non saper lavorare su quella differenza. Gli egiziani non hanno votato in massa per Sisi ma neppure per il fronte avversario. E certamente non l’hanno votato i giovani, stimati intorno a 17 milioni.

Ad approfittare della situazione potrebbero essere ora proprio i Fratelli (mussulmani, ndr), che avevano invitato a boicottare il voto e già si accreditano l’astensione come se tra chi non ha votato non ci fossero anche quelli che si sono rallegrati della loro fine (1400 morti, 16000 arrestati, quasi 700 condanne a morte, il partito messo al bando). Il problema è che più o meno popolare che sia, el Sisi ha davanti sfide enormi, a cominciare dall’economia

In Thailandia dopo il golpe arriva la censura per Facebook e gli altri social network:

6gradi. Il ministero thailandese per l’Informazione e le Comunicazioni ha annunciato di aver disposto il blocco di Facebook, con l’obiettivo di fermare le critiche, accuse e proteste scatenato dal colpo di stato militare del 22 maggio. Allo stesso scopo contatti saranno avviati a brevissimo termine con altri social network operanti nel Paese asiatico. «Abbiamo bloccato temporaneamente Facebook, e domani convocheremo una riunione con altri operatori, quali Twitter e Instagram, per chiedere loro di collaborare», ha reso noto Surachai Srisaracam, segretario permanente del dicastero.

India: il nazionalista Modi, dopo aver stravinto le elezionibattendo il Congresso di Sonia e Raul Gandhi, ha giurato da Primo Ministro:

Lettera43. Narendra Modi, l’uomo che vanta il più grande consenso elettorale in India da 30 anni a questa parte, ha giurato il 26 maggio assieme alla sua squadra di ministri nel cortile di Rashtrapati Bhavan, la residenza del presidente indiano Pranab Mukherjee.
È così ufficialmente iniziata l’era Modi, destinata a stravolgere il panorama politico del subcontinente.

Al giuramento importante soprattutto al presenza del primo ministro pakistano Nawaz Sharif, in un unicum storico che ha visto il capo del governo di Islamabad partecipare al giuramento del primo ministro indiano: dal 1947 ad oggi non era mai successo.

CAPOLAVORO DI DIPLOMAZIA. La scelta di invitare i leader coi quali Modi dovrà discutere, nel futuro prossimo, di una serie di problematiche annose (scontri al confine kashmiro e terrorismo islamico col Pakistan; immigrazione, contrabbando e diritti di pesca con lo Sri Lanka; ritiro delle truppe Usa e stabilità del paese con l’Afghanistan) è stata interpretata come un capolavoro di relazioni pubbliche: se da un lato infatti, coinvolgendo i primi ministri dell’area, la cerimonia del giuramento ha dato l’ennesimo respiro internazionale al mandato di Modi, dall’altro il nuovo primo ministro ha voluto sottolineare fin dal primo giorno la propria leadership. Da ora in poi, questo il sottotesto, gli affari della zona si discuteranno con me.

Mentre in Venezuela aumentano le proteste contro il Presidente Maduro, dal governo piovono accuse di tentato golpe ad Usa ed opposizione:

IlVelino.it Il procuratore generale venezuelano, Luisa Ortega Diaz, ha annunciato che il suo ufficio ha in corso un’indagine sui leader dell’opposizione, accusati dal governo di aver ordito un complotto per assassinare il presidente Nicolas Maduro. L’inchiesta sarebbe cominciata lo scorso marzo, ma è stata resa nota solo in queste ore. Sul banco degli accusati ci sono i vertici della protesta antigovernativa, “tra cui Maria Corina Machado, sospettata di essere uno dei principali mandanti, ha affermato Ortega. “Chiunque sia legato a questo caso o sia sospettato di aver partecipato al colpo di stato e al piano per uccidere Maduro – ha aggiunto il procuratore -, sarà accusato e arrestato. O comunque gli sarà vietato di lasciare il paese”.

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La strage in Algeria ed il perchè della guerra francese in Mali


Più di trenta civili morti in Algeria, è la vendetta di AlQaida per il supporto algerino alla guerra francese in Mali. Andiamo per ordine. Le forze militari del governo di Algeri stanno tentando di liberare gli oltre cento ostaggi tenuti prigionieri dai terroristi islamici. Un primo blitz è andato male:

Il Post. A distanza di oltre 12 ore, le notizie sull’operazione militare condotta giovedì in Algeria per liberare decine di persone, tenute in ostaggio nell’impianto per l’estrazione del gas naturale di In Amenas, continuano a essere molto confuse e incomplete. Dopo avere dato numeri molto discordanti tra loro sul numero di persone uccise e sugli ostaggi salvati, i mezzi di comunicazione locali hanno confermato nelle prime ore di oggi che ci sono diversi dispersi tra i militanti islamisti e i prigionieri. Non è però possibile avere una stima precisa e, secondo alcune fonti, l’operazione militare sarebbe tutt’ora in corso nella zona.

I combattenti riconducibili all’organizzazione terroristica di al Qaida avevano occupato l’impianto di In Amenas mercoledì 16 gennaio. Lo stabilimento si trova nel deserto algerino a circa 1300 chilometri a sud di Algeri e a 100 chilometri dal confine con la Libia. È gestito da un consorzio formato dalla multinazionale britannica BP, dalla norvegese Statoil e dalla compagnia nazionale algerina Sonatrach. Vi lavorano quindi persone provenienti da diverse parti del mondo, oltre agli operai e agli altri addetti di origine algerina. Mercoledì i militanti avevano spiegato di avere occupato l’impianto e sequestrato chi vi lavora in seguito all’avvio delle operazioni militari, da parte della Francia, nel Mali.

Dopo un giorno di attesa, giovedì 17 gennaio le autorità algerine hanno avviato un’operazione militare nella zona per riprendere il controllo dello stabilimento e liberare quante più persone possibile. Dalle notizie diffuse fino a ora, l’iniziativa ha però avuto esiti disastrosi e avrebbe causato la morte di decine di persone tra sequestratori e ostaggi.

I terroristi di AlQaida sostengono di aver rapito i civili in Algeria per ‘punire’ il paese arabo per il sostegno alle operazioni militari francesi nel Mali. Perche la Francia ha avviato un conflitto in Africa? Da LINKIESTA un po’ di notizie per capirne di più:

Dopo sei giorni di raid aerei sulle principali città del Nord, gli scopi dell’intervento francese in Mali non sono ancora chiari. Parigi ha parlato di lotta al terrorismo, di ristabilimento dell’integrità territoriale del paese, di ritorno della democrazia, di ragioni umanitarie. Come nel caso della Libia nel marzo 2011

….

Innanzitutto, è necessario capire contro chi sta combattendo la Francia. Già, il nemico, essenziale per costruire nell’opinione pubblica un immaginario di guerra. Come riportato nel precedente post, tre sono i gruppi armati jihadisti che operano nel Nord del Mali dopo il colpo di Stato che il 21 marzo 2012 ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré: le milizie di Ansar ed-Dine, dell’Aqmi (al-Qaida au Maghreb islamique) e del MUJAO (Mouvement pour l’unicité du djihad en Afrique occidentale). Queste sigle raggruppano, secondo gli esperti militari, circa 1.200 combattenti di origine diversa, sia maliani che stranieri, che dispongono di circa duecento veicoli fuoristrada 4×4, equipaggiati con armamenti di provenienza iraniana. Fra di loro si mescolano miliziani tuareg già assoldati da Gheddafi, gruppi armati legati al traffico di droga e al racket dei sequestri internazionali, giovani jihadisti algerini affiliati al “Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento” (GSPC). Il loro raggio d’azione è il cosiddetto “Sahelistan”, entità geopolitica evocata dal ministro degli esteri francese Laurent Fabius per indicare un territorio senza sovranità legale, fatto di dune e di sabbia, dai confini indefiniti modellati dal deserto. In questo territorio, approfittando del vuoto di potere creato dal putsch del marzo 2012, si sono installate le forze jihadiste che la Francia sta combattendo, mescolandosi alla popolazione delle città del Nord del Mali e alle tribù berbere dedite al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere.

E cosi i francesi hanno iniziato un attacco contro questi gruppi:

L’intera operazione è in mani francesi, ma conta su un forte sostegno internazionale, sancito anche dalla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di ieri, e sull’annuncio di un contingente africano atteso nei prossimi giorni.

Sotta la crosta dell’unanimismo, la scelta in solitario di François Hollande sta però cominciando a suscitare sempre più riserve, sia in Francia sia altrove. Innanzitutto in merito alla legittimità dell’intervento, che nella sua ambiguità ricorda il precedente libico

Non solo una ragione umanitaria però, dietro ci sono ‘gli affari‘:

La Francia, unica potenza occidentale ad avere ancora basi militari in Africa (come ad esempio quella di N’Djamena da dove partono i raid di questi giorni), è da sempre in prima linea per assicurare stabilità all’intera regione e per garantire le buone relazioni commerciali con i paesi che ancora gravitano sotto l’antico mantello coloniale. Fra questi, il vicino Niger, che dispone di ingenti giacimenti di uranio. Naturalmente Parigi ribadisce che l’unico scopo dell’operazione è la lotta al terrorismo, ma diversi osservatori parlano ormai apertamente di atteggiamento neocoloniale e di interessi legati allo sfruttamento dell’uranio.

Violenze in Siria, Cina e Russia ‘proteggono’ Assad: il punto della situazione


In Siria la situazione sta lentamente precipitando. Da marzo scorso, sull’onda della ‘primavera araba’ anche nel paese mediorientale sono iniziate rivolte e proteste. Al contrario di Egitto, Libia e Tunisia, qui il regime non ha ceduto ed ha attuato una serie di sanguinose repressioni. Migliaia di morti si contano dalla partenza delle proteste.

Il 29 gennaio scorso si è verificato una delle stragi piu gravi ad opera del Presidente Assad:

Il Post. è stata una delle più sanguinose dall’inizio della rivolta dello scorso marzo. Secondo gli attivisti che si oppongono al presidente in carica Bashar al Assad, sarebbero morte almeno 60 persone in varie città del paese. Di queste, 26 sarebbero state uccise alla periferia della capitale Damasco, nelle zone di Kfar Batna, Saqba, Jisreen e Arbeen, a circa 5 chilometri dal centro. Qui si sono confrontati l’esercito del paese – con circa 2mila soldati e 50 carri armati, si dice – e quello dei disertori “della Siria libera”. Si tratta di una novità, in quanto Damasco è sempre stata una roccaforte di Assad e la situazione era stata più o meno sempre sotto il controllo del regime. Da parte sua, il governo dice che almeno 16 soldati sarebbero morti in “attacchi terroristici”. Secondo gli attivisti, l’Esercito della Siria Libera avrebbe abbandonato strategicamente le sue posizioni nei sobborghi della capitale, ma sembra chiaro che oramai non si accontenta più di controllare buona parte delle città ribelli di Homs e Hama. La battaglia alla periferia di Damasco è giunta poche ore dopo l’annuncio della Lega Araba di sospendere la missione dei suoi osservatori (che però rimarranno nel Paese). Pochi giorni fa il regime aveva lanciato un’altra dura offensiva a Homs, provocando la morte di decine di persone.

Come avete letto, parti del Paese sono in mano ai ribelli. Il regime però cerca in ogni modo di reprimere le rivolte. Ad Homs c’è stata una strage qualche giorno fa:

Il Post. Secondo l’opposizione in Siria, nelle ultime ore nella città di Homs, una roccaforte dei ribelli, sono state uccise almeno 200 persone «durante una violenta rappresaglia dell’esercito siriano». Il numero dei morti secondo alcune fonti potrebbe essere ancora più alto. Alcuni attivisti hanno spiegato a Sky News che le persone uccise sarebbero circa 350, «tra queste molte donne e bambini». Secondo la loro ricostruzione, ieri l’esercito avrebbe cominciato ad assediare la città con i carri armati, in particolare il quartiere Khalidiya, dopo una manifestazione contro il presidente siriano Bashar al Assad. Su YouTube circolano alcuni video cruenti, che mostrano il massacro di diverse persone, tra cui anche bambini. Assad, attraverso l’agenzia di stampa ufficiale SANA, ha smentito categoricamente l’attacco e ha attribuito la colpa a «uomini armati» che non hanno niente a che fare con l’esercito

Di fronte a tanta atrocità dov’è la Comunità internazionale che con tanta solerzia era intervenuta in Libia? Russia e Cina ‘proteggono’ Assad, per ragioni strategiche e quindi non autorizzano missioni Onu:

Aggiornamento 17.58 – Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia e la Cina hanno posto il loro veto alla risoluzione dell’ONU, pianificata dalla Lega Araba, contro il regime siriano di Bashar al Assad. Sono stati tredici i voti a favore della risoluzione con nessuna astensione, ma Cina e Russia hanno confermato le attese e hanno posto il loro veto. La risoluzione prevedeva la condanna delle Nazioni Unite alla repressione di Assad contro i civili e un piano di pace della Lega Araba secondo cui, per fermare le violenze, Assad avrebbe dovuto dimettersi e cedere i poteri al suo vice. Alla luce del veto di Russia e Cina posto alla risoluzione, Susan Rice, ambasciatore americano all’ONU, ha attaccato duramente i due paesi e ha detto che gli Stati Uniti «sono disgustati» dal loro comportamento.

Perche Russia e Cina difedono Assad? Armi e petrolio, ecco il perche. Il Post  ne spiega le ragioni:

Russia e Cina sono da sempre contrarie a ogni intervento militare che vada a interferire con le dinamiche e le crisi politiche di un determinato Paese anche per ragioni interne, come i casi delle repubbliche separatiste per la Russia o il Tibet per la Cina. Da questo punto di vista la Russia, in particolar modo, è risentita con il resto della comunità internazionale dopo la risoluzione 1973 sulla Libia per la quale, insieme alla Cina, non aveva posto il veto perché quella risoluzione in teoria prevedeva solo la difesa della popolazione civile e non, come poi è oggettivamente avvenuto in pratica, il deciso sostegno agli oppositori di Muammar Gheddafi. Inoltre, la Russia sostiene che la caduta di Assad porterebbe al potere in Siria estremisti e fanatici religiosi.

La Siria compra circa il 10 per cento di armi e altro materiale bellico prodotti dalla Russia. Il valore di tutti questi contratti si aggirerebbe intorno ai 4 miliardi di dollari. Solo lo scorso dicembre, tra l’altro, quindi in piena rivolta popolare nel paese, la Russia ha venduto alla Siria 36 aerei da guerra Yakovlev Yak-130 per una spesa di circa 550 milioni di dollari. Inoltre, la Russia in Siria, precisamente a Tartus, ha la sua unica base navale con sbocco nel Mar Mediterraneo. Qui una intera flotta russa è stata ormeggiata l’8 gennaio scorso. È stata una mossa minacciosa e dal grande valore simbolico per dichiarare al mondo che la Russia non abbandonerà Assad.

Anche la Cina ha importanti interessi commerciali con la Siria. Secondo la Commissione Europea, è il terzo paese importatore della Siria per contratti dal valore di oltre 2 miliardi di dollari. La Siria a sua volta, pur importando poco dalla Cina (solo l’1 per cento del suo export totale) resta uno snodo commerciale fondamentale per la Cina in Medio Oriente. La compagnia petrolifera China National Petroleum Corporation (CNPC), inoltre, è in joint venture con la Compagnia nazionale petrolifera della Siria. Dal punto di vista ideologico, invece, la Cina tiene alla Siria anche perché quest’ultima si è sempre espressa a favore della Repubblica Popolare cinese su questioni come Taiwan, Tibet e i diritti umani.

Cosa accade invece in Tunisia ed Egitto?

In Tunisia, secondo Quirico de La Stampa, la vittoria islamica alle elezioni post-dittatura non promette libertà e progresso, anzi:

Post. Domenico Quirico della Stampa è andato nella cittadina di Sejnane per raccontare quello che sembra il «primo emirato salafita» che si è formato in Tunisia dopo la caduta dell’ex dittatore Zine El-Abidine Ben Ali. Qui sono aumentati miseria, furti, violenze, scontri tra clan. Ci sono imam fanatici e guardie salafite che hanno iniziato a pattugliare le strade e ad ammonire gli ubriachi, a chiedere alle donne di indossare il velo integrale “niqab” e c’è chi parla di «punizioni brutali per i “peccatori”».

In Egitto continuano gli scontri:

Il Post.Stanno proseguendo oggi al Cairo e a Suez le manifestazioni di protesta iniziate ieri contro la gestione delle autorità e delle forze di sicurezza del gravissimo incidente successo il 1 febbraio nello stadio di Port Said, quando al termine della partita tra la squadra del Cairo Al-Ahly e la squadra locale El-Masry sono morte almeno 70 persone negli scontri tra i tifosi. Già ieri sera la situazione al Cairo era tesa, con centinaia di persone che erano rimaste intossicate dal lancio di lacrimogeni da parte delle forze di sicurezza intorno al ministero dell’Interno egiziano.

Negli scontri di oggi sarebbero morte alcune persone nella città di Suez e al Cairo, secondo diverse agenzie di stampa.

Merkel in campo per Sarkozy, ma i sondaggi ‘dicono’ Hollande


Angela Merkel ed il suo partito, la CDU, scendono in campo per aiutare l’alleato francese, Nicolas Sarkozy. Le elezioni presidenziali in Francia sono vicine:

La Cdu  –  ha detto Groehe parlando a Parigi al congresso della Ump, il partito conservatore della maggioranza presidenziale  –  “è convinta che Sarkozy sia l’uomo giusto all’Eliseo e lo sarà anche in futuro”. Groehe ha poi continuato lanciando durissime critiche allo sfidante di sinistra di Sarkozy, il leader e candidato del Parti socialiste, François Hollande, che attualmente appare in vantaggio nei sondaggi rispetto al presidente in carica. “Propone concetti vecchi e polverosi e fantasie di sinistra di ridistribuzione della ricchezza”. Repubblica

Peccato che i sondaggi dicano altro:

Primarie Usa: Newt Gingrich vince in South Carolina


Newt Gingrich ha vinto le primarie repubblicane in South Carolina. Ora per Mitt Romney la strada verso la nomination per la Casa Bianca si fa piu difficile:

Il Post. Quando lo spoglio è arrivato all’88 per cento dei collegi, Gingrich è avanti con il 40,4 per cento dei voti, seguono Mitt Romney con il 27 per cento, Rick Santorum con il 17,4 per cento, Ron Paul con 13,4 per cento. Il grande distacco tra Gingrich e gli altri candidati potrebbe permettergli di conquistare tutti i 25 delegati in palio.

Romney:
«Non possiamo battere Obama con un candidato che si unisce ai suoi attacchi contro la ricchezza e la libertà d’impresa. Noi siamo il partito che celebra il successo»

Caucus Iowa: Romney vince di misura, sorpresa Santorum


Nell’immagine, da sinistra, Romney, Paul e Santorum

I risultati dei caucus in Iowa:

Mitt Romney e Rick Santorum quasi pari con il primo che vince per soli 8 voti. Terzo Ron Paul con il 21%,  Newt Gingrich si ferma intorno al 13%, Rick Perry arriva appena al 10, Michelle Bachmann è lontanissima, con il 5%. La Beachmann ha poi annunciato il ritiro.

Una breve analisi de Il Post relativa ai primi tre candidati:

Gli sfidanti di Romney
Che il favorito per la vittoria finale fosse Mitt Romney era noto, per profilo politico, consenso popolare, forza economica e organizzativa. E sappiamo anche che Romney non era obbligato a vincere in Iowa, per la strategia che si è dato, quanto in New Hampshire. Oggi abbiamo anche la conferma di un’altra cosa nota, riguardo Romney, cioè della sua difficoltà a sfondare nell’elettorato più conservatore. Non è detto che sia una cosa negativa, vista la necessità per Romney di attrarre anche indipendenti e democratici delusi, se vorrà battere Obama, ma potrebbe rendere difficoltosa la conquista della nomination. Oggi sappiamo con chi Romney dovrà vedersela: con Rick Santorum, con Ron Paul e – un po’ meno – con Newt Gingrich.

Le speranze di Santorum
Chiunque abbia seguito un minimo Rick Santorum negli ultimi anni probabilmente non si sarebbe mai aspettato di vederlo seriamente in corsa per la nomination. Santorum è un estremista religioso, noto più per le sue sparate contro gli omosessuali che per le sue proposte politiche. A un certo punto i sondaggi lo davano all’ultimo posto, in Iowa. In attesa di capire meglio come si sia distribuito demograficamente il voto, di certo sappiamo che l’elettorato locale gli era favorevole (nel 2008 premiò Huckabee, altro candidato molto religioso e molto conservatore) e che aver battuto nell’ultimo mese tutte le 99 contee dello Stato di certo gli ha dato una mano. Santorum ha intercettato il consenso che nei mesi avevano conquistato e perso Bachmann, Perry, Cain e Gingrich, trovandosi nel posto giusto al momento giusto. Il problema di Santorum è che essendosi concentrato sull’Iowa oggi si trova privo o quasi di strutture e risorse organizzative negli altri Stati, a cominciare dal New Hampshire. Per competere con Romney ha bisogno di trarre il massimo dal buon risultato di stanotte, soprattutto dal punto di vista economico, e cominciare a spendere.

Ron Paul ha già finito?
Viceversa, nel caso di Ron Paul il risultato dell’Iowa potrebbe decretare l’inizio della fine. Già da qualche giorno i sondaggi avevano visto la progressiva erosione dei suoi consensi.

I prossimi appuntamenti: il 10 gennaio in New Hampshire (primarie), il 21 in South Carolina (primarie), il 31 il primo grosso appuntamento in Florida (primarie), il 4 febbraio in Nevada (caucus).

Per gli amanti della statistica e della storia, quattro anni fa in Iowa vinsero Obama per il Dems e Huckabee per il Gop, Romney arrivò secondo. Uno dei primi articoli del Blog, datato 4 gennaio 2008 :

Obama ha ottenuto un risultato strepitoso conquistando il 37,6 per cento dei consensi degli elettori che si sono reacati ai caucus, mentre Edwards e Clinton sono finiti quasi alla pari (29,8 a 29,5).

Nella sfida tra i candidati del partito di Bush ha prevalso nettamente l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee che con il 34 per cento ha staccato il mormone Mitt Romney (25 per cento) e umiliato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, finito soltanto sesto con un misero 4 per cento.

In Ungheria tira una brutta aria, arrestato il leader dell’opposizione


Brutta aria in Ungheria, per i cittadini liberi:

La polizia ungherese ha disperso una manifestazione dell’opposizione fuori dall’edificio del parlamento, a Budapest. La polizia ha arrestato nove parlamentari che stavano partecipando alla protesta, ha detto un portavoce del partito socialista ungherese (MSZP) attualmente all’opposizione. Oltre ai socialisti, anche parlamentari del partito liberale e ecologista LMP (Lehet Más a Politika, “la politica può essere diversa) hanno partecipato alla protesta, incatenandosi insieme all’ingresso del parcheggio del parlamento, per impedire agli altri membri di arrivare in aula. Tra gli arrestati c’è anche il capogruppo dei socialisti in parlamento, Attila Mesterhazy.

Il Governo ungherese da tempo reprime la libertà di espressione:

Il governo è sotto accusa da parte dell’opposizione e di alcune associazioni per la libertà di stampa anche per la recente chiusura dell’unica stazione radio di opposizione con diffusione nazionale, Klubradio, che ha perso le frequenze il 20 dicembre dopo una gara pubblica che è stata accusata di essere pesantemente irregolare. Il Consiglio per i mezzi di comunicazione, interamente composto da membri nominati dal governo, ha anche deciso di impedire l’accesso al parlamento del servizio di notizie online Index. Una nuova legge sui mezzi di comunicazione era stata approvata nei mesi scorsi dal governo, provocando le proteste dell’Unione Europea per i suoi aspetti considerati pericolosi per il pluralismo e la libertà di informazione.

Mi chiedo cosa ci stia a fare l’UE. Altro che proteste, servirebbero interventi incisivi, sino ad arrivare alla minaccia di espulsione dall’Europa. Non possono essere tollerati regimi illiberali.

Fonte: Il Post

Berlusconi e Frattini su Gheddafi, con che coraggio….


Lo «strappo» tra Berlusconi e Gheddafi è stato «terribile: il premier considerava Gheddafi un amico e poi l’ha visto uccidere donne e bambini». «Lo strappo è stato terribile: l’amicizia si è trasformata in rabbia»
(Franco Frattini, spiegando la ‘fine’ dell’amicizia tra Berlusconi e Gheddafi)

Dunque, ripassiamo un pochino i fatti (ringraziando il blog NLQB che è davvero una memoria storica preziosa da cui trarre informazioni) :

Settembre 2010:
(Frattini) I rapporti che l’Italia ha con Gheddafi non li ha nessun altro Paese … puntando il dito contro la Libia non si ottiene nulla. Noi non lo abbiamo mai fatto, e anche per questo possiamo raggiungere risultati. Gheddafi ci apre le porte di tutta l’Africa.

Gennaio 2011:
(Frattini)Credo si debbano sostenere con forza i governi di quei Paesi, dal Marocco all’Egitto, nei quali ci sono regimi laici tenendo alla larga il fondamentalismo … Faccio l’esempio di Gheddafi, un modello per il mondo arabo ... Ha realizzato una riforma dei “Congressi provinciali del popolo”: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader … Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi.

Febbraio 2011:
(sempre lui…) Non dobbiamo dare l’impressione sbagliata di volere interferire, di volere esportare la nostra democrazia ... Vi immaginate un emirato islamico ai confini con l’Europa? Questa sarebbe veramente una seria minaccia … Se tollerassimo che l’economia crollasse in questi paesi saremmo noi i primi a pagarne le conseguenze …

Vogliamo parlare del Premier? Qualche mese fa diceva:

Gheddafi è un leader contraddistinto da una “profonda saggezza“, una persona “intelligentissima, altrimenti non sarebbe al potere da 40 anni“, “un professionista super, che io a confronto sono un dilettante“, uno che solo a vederlo ti viene spontaneo baciargli le mani, e chi lo critica è “prigioniero del passato“, perché il Colonnello Libico è il vero “leader della libertà“.

Qualche giorno fa il Cavaliere, in conferenza stampa a Milano con il rappresentante del Comitato Nazionale Transitorio Libico, ha fatto finta di nulla. I suoi trascorsi con il colonnello sembravano lontani secoli.

Hanno veramente un gran coraggio, Frattini e Berlusconi, o meglio hanno davvero la faccia come il c…