La battaglia di Mosul, la Siria e le tensioni Clinton-Putin


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A Mosul, in Iraq, si combatte una battaglia importante tra ISIS e la coalizione internazionale che li contrasta. Se cade Mosul, lo Stato Islamico perde molto, se non tutto, in Iraq.

Intanto l’Isis ha perso oltre un quarto del territorio che un tempo controllava in Siria e Iraq:

Secondo quanto emerso da uno studio condotto da IHS Conflict Monitor, un gruppo di analisti specializzati in difesa e sicurezza. Il territorio del sedicente Stato islamico si è ristretto del 28 per cento da quando ha raggiunto la sua massima espansione nel gennaio del 2015.

(http://www.tpi.it/mondo/iraq/isis-perso-oltre-un-quarto-del-suo-territorio-siria-iraq)

Novità nella piega che sta prendendo la guerra potrebbero arrivare dalle elezioni americane. Hillary è un ‘falco’ e se sarà eletta non avrà la linea morbida di Obama. Si batterà per istituire una no-fly zone in Siria entrando in diretto contrasto con la Russia di Putin. Contrasto ben evidente già ora, con gli hacker russi che cercano di sabotare l’elezione di Clinton rivelando sue mail segrete e con la stessa candidata alla Casa Bianca che accusa Donald Trump di essere una marionetta in mano a Putin.

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L’elezione della democratica alla Presidenza peggiorerà notevolmente i rapporti russo-americani. Di quanto non è dato sapere ma c’è chi teme sino ad una possibile Guerra. Non mondiale ovviamente ma combattuta su scacchieri internazionali. Ed oggi sono Siria ed Iraq i principali indiziati.

Nel frattempo un ISIS debole come quello odierno potrebbe spingere per nuovi attentati in Europa e nell’Occidente, al fine di destabilizzare ulteriormente i governi democratici. Da tempo le intelligence europee sventano possibili attacchi. Prima o poi però qualche cellula terrorista o qualche ‘lupo solitario’ potrebbe farcela. Le cancellerie di Germania, Italia, Gran Bretagna, Belgio e soprattutto Francia non dormono sonni tranquilli in questo periodo.

Nel dettaglio, tramite Il Post, La Stampa ed il Sussidiario, una analisi sulla situazione irakena:

Cosa è successo a Mosul e Kikuk, in Iraq:

Domenica scorsa è iniziata in Iraq la battaglia per liberare Mosul, la seconda città più grande nel paese che da più di due anni è in mano ai miliziani dello Stato Islamico. Fanno parte della coalizione internazionale che sta cercando di riconquistare Mosul l’esercito regolare iracheno, le milizie appoggiate dall’Iran e i peshmerga del Kurdistan Iracheno. Tutti loro sono appoggiati dagli attacchi aerei americani e di altri paesi. Qualche giorno fa lo Stato Islamico ha invece attaccato a sorpresa Kirkuk, una città irachena a maggioranza curda a circa 170 chilometri da Mosul, probabilmente per distogliere l’attenzione dalla battaglia principale e per dimostrare di poter muoversi con una certa libertà sul territorio iracheno. (http://www.ilpost.it/2016/10/22/cosa-sta-succedendo-in-iraq/)

La controffensiva a Mosul

Trincee riempite di petrolio, sostanze chimiche velenose, bambini e donne usati come “scudi umani” sui tetti della case contro i raid aerei. Sarebbero queste le difese approntate dai seguaci del Califfo al Baghdadi per la battaglia finale per Mosul. Lo riferiscono dalla città fonti concordanti, secondo le quali il fuoco verrà appiccato al greggio nelle trincee, non appena le forze curdo-irachene si dovessero avvicinare alla linee difensive dell’Isis. I jihadisti inoltre avrebbero disseminato la città di ordigni artigianali carichi di sostante chimiche nocive che avrebbero effetti devastanti sia sugli avversari che sulla popolazione civile. Non è possibile verificare in maniera indipendente questo tipo di informazioni che trapelano da Mosul.  (http://www.lastampa.it/2016/10/23/esteri/muri-di-fuoco-e-bombe-chimiche-cos-lisis-prepara-lultima-difesa-a-mosul-pylfiO87nezjqjeEmn2i7I/pagina.html)

Perché è importante la battaglia di Mosul?
Mosul è la città più grande che lo Stato Islamico sia mai riuscito ad occupare, ed è quella dove il califfo Abu Bakr al Baghdadi tenne il suo primo e fino ad ora unico discorso pubblico. Si tratta di un luogo strategicamente e simbolicamente molto importante: la città fu conquistata nell’agosto del 2014 da un piccolo gruppo di un migliaio di miliziani che riuscì a mettere in fuga un contingente dell’esercito iracheno molto più numeroso. Da allora Mosul è diventata una delle principali basi dello Stato Islamico in Iraq, sottoposta a una feroce oppressione religiosa. Senza più il controllo di Mosul, lo Stato Islamico perderà un importante risorsa strategica e, almeno in Iraq, sarà costretta a tornare un movimento clandestino, senza più la legittimità fornita dal controllo su un ampio territorio.

L’intervista Ammar Waqqaf, attivista siriano residente a Londra:

Gli Stati Uniti hanno strategie diverse in Siria ed Iraq

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http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2016/10/23/BATTAGLIA-DI-MOSUL-Waqqaf-in-Siria-e-Iraq-gli-Usa-sono-peggio-dell-Isis/729466/

La battaglia di Aleppo, popolazione allo stremo


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I Russi ed Assad sparano anche sui civili? Per abbattere l’ISIS si abbatte anche la popolazione, affamandola?

Il Post:

La situazione disastrosa e in rapida evoluzione dentro e nei dintorni di Aleppo, in Siria, ha riportato a scontrarsi tutte le principali parti coinvolte nella guerra civile siriana, per quella che potrebbe essere la battaglia più importante del conflitto iniziato cinque anni fa, e che servirà a capire se la speranza che la cooperazione tra Stati Uniti e Russia ponga fine alla guerra è un sogno irrealizzabile o meno. A nord della città – di cui il governo Assad controlla il lato occidentale e l’opposizione moderata, sostenuta dagli Stati Uniti, occupa la parte orientale dal 2012 – a causa dei continui attacchi da parte delle forze aeree e dell’artiglieria russa e siriana, l’opposizione ha perso il controllo dell’unica via di comunicazione attraverso cui otteneva i rifornimenti. La strada verso la Turchia era anche l’unica rotta da cui arrivavano gli aiuti umanitari e la sola via di fuga per almeno 250mila civili intrappolati all’interno di Aleppo, che – stando a quanto detto questa settimana dalle Nazioni Unite – sono rimasti senza cibo, forniture mediche e acqua corrente.

La situazione è così tragica che i colloqui tra Russia e Stati Uniti – avviati quest’estate dall’amministrazione Obama con l’obiettivo di coordinare le operazioni di antiterrorismo in Siria – sono stati sospesi per poter intavolare le trattative urgenti con il governo di Mosca sulla riapertura del passaggio verso la Turchia, stando  a quanto detto dagli Stati Uniti.

Interessi incrociati in Siria, e l’ISIS…


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SIRIA – La Russia bombarda i ribelli anti-ISIS per aiutare Assad. La Turchia bombarda i curdi siriani, anch’essi in lotta contro l’ISIS. Turchia e Russia sono in tensione tra loro. Gli Stati Uniti e l’Occidente sostengono i ribelli e non supportano Assad, pur riconoscendo che senza quest’ultimo non è possibile trovare una soluzione contro lo Stato Islamico. E poi ci sono Arabia Saudita ed Iran. Ogni attore in Siria combatte prima di tutto per difendere i propri interessi. Del popolo siriano, dello Stato Islamico, non interessa a nessuno.

Qui un approfondimento

Quattro cose nuove sulla guerra in Siria

Il 2016 tra crisi internazionali, emergenze ed elezioni (USA in primis)


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Nel 2016 vi saranno molti appuntamenti importanti. Iniziando dalla politica.

Europa e resto del Mondo

La Spagna rappresenta una incognita. Germania ed Unione europea spingono per una grande coalizione PP-PSOE. Gli spagnoli però non sono abituati a tale scenario e non è detto che alla fine prevalgano altre scelte. Un governo di minoranza (popolare o di coalizione centro-destra) o un governo di Sinistra (con socialisti e progressisti sostenuti da Podemos). Il ricorso a nuove elezioni entro l’anno sembra non così scontato.

Dodici mesi di consultazioni. Elezioni presidenziali in Portogallo nel mese di gennaio. A Febbraio si darà il via alle primarie presidenziali negli Stati Uniti. Se la candidatura di Clinton appare solida, sul fronte repubblicano non è ancora chiaro chi potrà realmente prevalere tra il populismo di Trump e gli altri candidati. Sempre a febbraio elezioni parlamentari in Iran. Ad aprile tocca all’Irlanda. A giugno le presidenziali in Islanda. Poi due appuntamenti importanti. Le elezioni della Duma russa daranno il quadro della forza di Putin. A novembre infine la sfida delle sfide, le Presidenziali negli Stati Uniti decideranno il Comandante in Capo per i prossimi 4 anni. Duello Trump-Clinton?

In Europa il fronte anti-sistema sarà messo alla prova. Dal Governo Tsipras (di Sinistra) a quelli di Polonia ed Ungheria (di destra),a chi potrà far pesare i propri voti (Podemos). Gli altri (Le Pen, Salvini, Grillo, Farage) staranno a guardare. Il loro consenso sarà pari all’aumento delle emergenze (finanziaria, migratoria, sul terrorismo). E nel 2017 si vota in Francia.  Anche Angela Merkel potrebbe vivere periodi di tensioni interne, soprattutto in merito al tema immigrazione.

Il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, a 'Porta a Porta', il 21 gennaio 2014 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Italia

Anche l’Italia avrà due appuntamenti elettorali importanti. Le comunali in primavera, con al voto città importanti come Roma, Napoli, Milano e Torino. E poi il referendum confermativo sulla Riforma Costituzionale voluta dal governo. Due banchi di prova importanti per Renzi. Se sul quesito referendario è scontato un ampio successo, le sfide locali potrebbero riservare sorprese, soprattutto sul fronte 5 Stelle. Molti guardano a Roma. Milano sarà probabilmente appannaggio di Sala (qualora prevalga nelle primarie). Napoli altra incognita. A Torino Fassino cerca il bis. Qualora il movimento candiderà personaggi credibili, potrebbe anche averla vinta in almeno un capoluogo.

Renzi, oramai etichettato da molti come ‘neoberlusconiano’ per le politiche liberalconservatrici attuate su Lavoro (Jobs Act), Scuola e Fisco (no tasse sulla prima casa per tutti) dovrebbe aggiustare il tiro ‘coprendosi’ a Sinistra. Sarà forse l’anno delle Unione Civili, dello Ius soli e dell’inasprimento dei provvedimenti contro i reati. Chissà se questo gioverà alla sua popolarità. Una cosa è certa. Il 2016 inizia nel segno del Premier, per mancanza di avversari. Forza Italia è in disfacimento, con Verdini che recluta parlamentari ogni giorno. Berlusconi non sembra poter fare nulla per arrestare la caduta ed insegue il nuovo leader del Centrodestra ovvero Matteo Salvini. Il populismo leghista paga ancora ed i temi nazionali ed internazionali (immigrazione, sicurezza, pericolo attentati) saranno determinanti per accrescerne ulteriormente il consenso. I 5 Stelle sono ancora in fase di ‘maturazione politica’ e le amministrative potrebbero far fare loro un importante salto di qualità o arrestarne il consenso. Il resto è nulla. A Sinistra del PD c’è il vuoto. Sel, ora Sinistra Italiana assieme ad ex PD, non sembra impensierire Renzi, così come Possibile di Civati. Anche il Centro è annichilito dal decisionismo renziano. Le scelte ‘progressiste’ sui diritti civili potrebbero però consegnare qualche elettore in più ad Alfano e soci.

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Fronti caldi nel Mondo

Infine l’instabilità sui fronti caldi del Pianeta. Dalla Siria all’Iraq passando per la Libia, lo Yemen (senza dimenticare l’Egitto). L’ISIS nel 2015, aldilà degli attentati organizzati nel Mondo, ha perso terreno in Siria ed Iraq. Curdi e coalizione internazionale hanno recuperato terreno. C’è da capire come si muoverà Al Baghdadi per conquistare consenso e finanziamenti e se il fronte anti-ISIS riuscirà a trovare un accordo duraturo tra i vari attori in gioco (ribelli, Assad, Curdi, Stati Uniti, Russia, Europa, Turchia etc).

In Europa si temono attentati in Italia, Germania e Gran Bretagna. Il Giubileo potrebbe essere una ghiotta occasione anche se la risposta occidentale sarebbe poi inevitabile ed il tutto potrebbe assumere i contorni di una Guerra Santa tra religioni, cosa che l’ISIS non credo abbia intenzione di intraprendere (dichiarazioni di facciata a parte). Bisogna però considerare anche le schegge impazzite del terrorismo, non controllabili.

Cina e Stati Uniti rischiano di scontrarsi ‘economicamente’ nel fronte asiatico. Le manovre cinesi negli arcipelaghi Spratly e Paracel (ricchi di petrolio, gas e snodo commerciale) indispettiscono Washington che cerca alleanze nei paesi vicini (Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia).

Sul fronte russo, se ancora ci sono tensioni per l’Ucraina e si dialoga in chiave ‘soluzione in mediorente’, nuove fonti di scontro sono in Europa. Il Montenegro aderirà alla Nato e Putin è fermamente contrario. Si profilano tensioni e piccole ripicche. Senza trascurare gli scontri con la Turchia, destinate ad inasprirsi.

In Venezuela, dopo la sconfitta di Maduro nelle elezioni parlamentari, la situazione potrebbe precipitare. Anche il Brasile non se la passa bene, con un procedimento di impeachment per la Presidente.

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Crisi umanitarie

Le crisi umanitarie non saranno assenti. Da quelle dei migranti in fuga dalle guerre (dipenderà dalla evoluzione in Libia, Siria, Iraq, Yemen, Sudan, Africa sub-sahariana) ad una possibile nuova emergenza in Nepal, devastato dal recente terremoto. Vi sono poi le emergenze umanitarie ‘dimenticate’ dai media. (El Salvador, Honduras e Guatemala su tutte, secondo Reuters) e quelle pronte ad esplodere (Congo e Burundi) o a riesplodere (Ucraina)

Accordi internazionali (e crisi finanziarie)

Alcuni accordi importanti stipulati nel 2015 (dal TTIP/TTP al nucleare iraniano, fino ad arrivare all’accordo sul clima) potrebbero avere sviluppi nell’anno appena iniziato o essere clamorosamente smentiti dai fatti o superati dagli eventi. Il prezzo del petrolio continuerà a scendere? Altre crisi finanziarie saranno destinate ad esplodere in Europa o nel resto del Pianeta?

Sport e Società

Il 2016 sarà anche un anno di Sport. A giugno gli Europei in Francia, ad agosto le Olimpiadi in Brasile. Ed a maggio si chiude la Serie A. Sarà una sfida a tre tra Inter, Juve e Napoli?

Per finire gli eventi nostrani. Facile prevedere nuovi scandali, arresti più o meno eccellenti. Inchieste più o meno clamorose. (Pensate a grandi eventi ed aspettatevi grandi casini, Giubileo in primis?). Solita cronaca nera e pollaio nei talk politici. E l’Oscar, Sanremo, Masterchef, Amici, X Factor? Chi vincerà le sfide più attese della Tv e del Cinema? Infine i lutti eccellenti. Chi ci lascerà nel 2016? Tra musicisti, attori, scrittori, economisti e politici la lista sarà composita. Nessuna previsione quest’anno però.

Pezzo lungo il mio, tante parole ma in realtà l’anno è tutto da scrivere (e da vivere). Ed il primo capitolo è già iniziato!

 

Siria, ISIS, Yemen, Al Qaida, un po’ di notizie sul perché è complicato..


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Si vuole combattere lo Stato Islamico? Ottimo, si inizi a capire da dove arrivano armi e finanziamenti. La Stampa di oggi fornisce alcuni dati interessanti che fanno capire come sia complicato: (fonte)

SOLDI
-Il presidente turco Erdogan, intervenendo al summit sull’Energia a Istanbul, ha accusato Bashar al Assad di «acquistare sottobanco petrolio venduto da Isis, pagandolo a peso d’oro». Ciò significa che «Assad sfrutta il terrorismo per rimanere in piedi»

-Vladimir Putin ha consegnato ai leader presenti al G20 una lista di finanziatori privati di Isis: si tratta di cittadini di 40 Paesi, ma spiccano in particolare i turchi, sauditi e qatarini.

ARMI
-Il Centro di ricerche sugli armamenti nei conflitti, di base a Londra, afferma in un rapporto che le armi in possesso di Isis sono prodotte in Cina, Russia, Stati Uniti, Sudan e Iran. Includono almeno 656,4 milioni di equipaggiamento militare che gli Stati Uniti avevano lasciato all’Iraq e Isis ha catturato nelle basi militari così come ingenti forniture russe trovate nelle installazioni del regime di Assad

INTERESSI POLITICI DI SINGOLE NAZIONI
-Fra i diplomatici europei accreditati a Istanbul e Ankara circolano con insistenza sospetti su presunte complicità fra il governo turco e Isis. La tesi prevalente è che Ankara ha consentito a Isis di rafforzarsi al fine di rovesciare il regime di Assad

movimenti iraniani in Iraq: l’offensiva massiccia contro Isis nella provincia di Dyala ha avuto successo grazie al sostegno dei raid aerei di Teheran, ma dopo essere riusciti ad allontanare i jihadisti dalla propria frontiera sono stati sospesi, allentando la pressione militare. Lasciando supporre di voler usare Isis con più obiettivi: spaccare il fronte sunnita, guidato dalla rivale Arabia Saudita, e spingere Washington ad allearsi proprio con Teheran per combattere i jihadisti in Siria.

Ed ancora. Gli Stati Uniti condannano lo Stato Islamico. I Francesi hanno subìto un attentato sanguinoso. Ci sono forti indizi che l’Arabia Saudita finanzi l’ISIS.

Eppure (dati alla mano, fonte Sole24Ore) “Negli ultimi cinque anni i sauditi hanno acquistato sistemi d’arma da Washington per 100 miliardi di dollari, di cui 12 negli ultimi mesi, nonostante il Congresso abbia sottolineato la persistente violazione dei diritti umani e i crimini di guerra in Yemen” (Perché gli Stati Uniti condannano i bombardamenti sauditi in Yemen però poi forniscono le armi ai sauditi per bombardare lo Yemen)

E poi la Francia.La monarchia saudita e la principale cliente degli armamenti francesi che quest’anno, con l’acquisto di reattori nucleari per 12 miliardi di dollari, ha salvato l’Areva dal fallimento”

Capite bene che non se ne esce con il buonsenso se (come sempre) vi sono di mezzo affari ed alleanze.

Ed infine. Si parla molto dello Stato Islamico, della crisi siriana, delle divisioni tra ribelli, fedeli ad Assad e curdi, degli interessi divergenti di Russia e Stati Uniti . Poco si parla della guerra nello Yemen,  ma è determinante anch’essa. Anche lì, come in Siria, si scontrano due ‘fazioni’ e nel mezzo c’è Al Qaida che si rafforza (e sono i qaeidisti yemeniti i responsabili degli attentati francesi di gennaio): (Il Post)

Semplificando parecchio, in Yemen stanno combattendo due schieramenti: da una parte ci sono i ribelli houthi appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh e dall’Iran. Dall’altra c’è una coalizione di paesi guidata dall’Arabia Saudita che appoggia l’attuale presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. Si sta combattendo per il controllo del paese, ma a dei costi molto alti: negli ultimi sei mesi sono rimasti uccisi circa 2mila civili e più di un milione di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Sana’a, una delle città più belle di tutto il Medio Oriente, è in buona parte distrutta.
…..

La guerra in Yemen, hanno scritto diversi analisti nelle ultime settimane, potrebbe anche causare un rafforzamento di al Qaida. Al Qaida in Yemen (il cui nome completo è “al Qaida nella penisola arabica” – AQAP) è la divisione più potente di tutta l’organizzazione, quella che ha rivendicato, tra gli altri, l’attentato alla sede diCharlie Hebdo a Parigi dello scorso gennaio. Attualmente al Qaida controlla diversi territori nel sud-est dello Yemen

Terrorismo, cosa fare ed il prezzo da pagare


Su Limes di oggi c’è un interessante articolo a firma di Mario Giro. Per capire meglio il perché degli attentati e cosa sta realmente accadendo nel mondo islamico. Solo un appunto. Se i leader europei attuassero politiche così lungimiranti , rischierebbero di essere spazzati via dai partiti di estrema destra. Perché ciò che tralascia l’articolo, secondo me, è la Paura presente nelle società occidentali, paura da cui trae linfa vitale il populismo di Marine Le Pen, Matteo Salvini , Alba dorata e soci. Sarà difficile conciliare una strategia efficace nel medio-lungo periodo con un bisogno urgente di ‘segnali’ che rassicurino le popolazioni occidentali e non le facciano virare sempre più verso i movimenti nazionalpopulisti. Di seguito degli estratti dall’articolo di Limes.

Una donna davanti al bar Carillon di Parigi, il 14 novembre (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)
Una donna davanti al bar Carillon di Parigi, il 14 novembre (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

C’è una guerra ma non è la nostra.

Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmanistanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.

Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.

L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente

Una guerra nel mondo islamico per affermarsi politicamente

L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiamafitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.

Cosa fare per combattere il terrorismo senza piegarsi alla logica della guerra?

A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.

La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.

Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie

Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.

In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti

In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: laLibia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…

Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.

Soluzione per la Siria o ritiro totale dal Medio Oriente?

L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.

Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.

Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.

 

 

Ma Assad è ‘meglio’ dell’ISIS?


Mentre si parla di bombardamenti in Iraq ad opera anche dell’Italia, nel ‘dossier’ Siria, molti recentemente si sono schierati con Putin. Assad è ‘meglio’ dell’ISIS, la sintesi. In realtà sembra che sia stato Assad uno dei principali ‘sponsor’ per la nascita dello Stato Islamico. Radicalizzare l’opposizione al suo regime creando uno scontro religioso, l’unico modo per salvare la sua dinastia al potere.. E pare esserci riuscito. La Russia poi, intervenuta con i raid recenti, sembra che non bombardi l’ISIS ma i ‘ribelli’ moderati al regime di Assad. Ovvero l’unica opposizione ‘non estremista’ presente in Siria. Questo perché è interesse di Putin salvare il suo ‘alleato’ economico, ovvero il leader della Siria. Nessun interesse a salvare la popolazione dallo Stato Islamico. Vero anche che l’esodo biblico di siriani verso l’Europa è anch’esso stato favorito da Assad, cosi da lasciare in patria i fedeli al regime, facendo andar via chi si oppone alla sua Siria.

Cosa fare quindi? Schierarsi con Obama? Ma qual è la vera strategia dell’Occidente sulla Siria?

Il Post “Assad perché in fondo il regime siriano è meglio dell’ISIS ed è l’unico che combatte davvero i terroristi. Le cose stanno in maniera molto diversa. Assad e il suo regime hanno contribuito in maniera sostanziale alla nascita dell’ISIS. Assad ha finanziato e aiutato gli estremisti islamici iracheni (i progenitori dell’ISIS) fin dal 2003 e ha appoggiato e finanziato più o meno qualunque altro movimento terroristico comparso in Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.
Il regime di Assad ha sempre fatto tutto quello che era in suo potere per trasformare la guerra civile siriana in uno scontro religioso e nel 2011 arrivò a liberare gran parte gli estremisti religiosi imprigionati nelle carceri siriane nella speranza di radicalizzare l’opposizione al regime. I ribelli siriani denunciano oramai da anni che i comandanti dell’esercito siriano firmano spesso tregue e cessate il fuoco locali con l’ISIS in modo da concentrare i loro sforzi contro i moderati”

L’ISIS avanza in Libia, l’Italia prova a disinnescare la ‘bomba’ immigrazione


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L’ISIS avanza in Libia, il problema immigrazione cresce. L’Italia propone una soluzione interessante. Ovvero identificare i bisognosi di asilo prima che prendano la via del mare, direttamente nei Paesi da cui si dovrebbero imbarcare.

“Gli organismi internazionali, Nazioni Unite, Unhcr, Croce Rossa e i governi locali ci hanno già dato il via libera per allestire campi di identificazione e richiesta di asilo nei cinque paesi della fascia sub sahariana tra cui Niger e Mali. Adesso aspettiamo il via libera di Bruxelles”. La fonte del Viminale va dritta al cuore del problema mentre circola in rosso numeri, emergenze, priorità. “Se è vero, come sostiene la nostra intelligence, che i miliziani dell’Is potrebbero sganciare sull’Italia una bomba-immigrati per creare caos e fare pressione, è chiaro che dobbiamo con urgenza prevedere un sistema di controllo del flusso degli immigrati prima che prendano il mare”.