I Presidenti: Scalfaro (1992-1999), l’uomo dell’emergenza


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Oscar Luigi Scalfaro
(1918-2012)

Presidente dal 1992 al 1999

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Inizio 1992. La maggioranza di governo, un quadripartito formato da democristiani, socialisti, liberali e socialdemocratici, era retta dall’accordo tra il capo dell’esecutivo Giulio Andreotti, il segretario della Dc Arnaldo Forlani ed il segretario del Psi Bettino Craxi. Il cosiddetto ‘CAF‘ (dalle iniziali dei tre), nato qualche anno prima e che avrebbe dovuto portare i tre leader a spartirsi le cariche istituzionali dopo le elezioni di aprile. Andreotti o Forlani sarebbero saliti sul Colle ed a Craxi sarebbe andata la poltrona di Presidente del Consiglio. I progetti del CAF furono però abbattuti dalle inchieste di Mani Pulite che coinvolsero molti esponenti politici di governo. Le elezioni di aprile non consegnarono una maggioranza forte e le dimissioni di Cossiga dalla Presidenza lasciarono il Paese senza guide. In questo clima, si svolgono le elezioni per il nuovo Capo dello Stato.

I partiti di governo, sconvolti da Tangentopoli, sono in preda ad una crisi confusionale e procedono con candidati di bandiera per le votazioni iniziali:

Nei primi tre scrutini, quelli con maggioranza dei due terzi, ciascun partito opta per il suo candidato di bandiera: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). Dalla quarta votazione, scendono in lizza i big. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani prevede che il primo torni a Palazzo Chigi, mentre gli altri due se la vedano fra loro per il Colle. Si parte col segretario Dc Arnaldo Forlani, che al quinto scrutinio prende 479 voti e al sesto sale a 496: manca poco al quorum dei 508.

Poi scendono in campo i ‘big’, Forlani tenta l’elezione ma viene killerato dagli andreottiani. Mentre Andreotti tesse la tela per sua elezione, a cui si oppongono i forlaniani, sulla politica piomba l’attentato di Capaci. Si procede quindi con l’elezione di una carica istituzionale. Tra il Presidente del Senato Spadolini e quello della Camera Scalfaro, si opta per il secondo, su cui converge anche il PDS:

E diventa il nono presidente della Repubblica con 672 voti su 1002, un’amplissima maggioranza di centrosinistra: Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50). Il Msi, che in un precedente scrutinio ha votato per il giudice Borsellino, opta per Cossiga (63).

Così Montanelli sull’elezione di Scalfaro.

“Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo (in realtà 200, ndr) che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”

Novarese, classe 1918, nonostante fosse ininterrottamente in Parlamento dai tempi dell’Assemblea Costituente, Scalfaro non era mai stato un notabile Dc

Scalfaro si ritrova Presidente della Repubblica in un momento in cui la politica è quasi totalmente delegittimata, ogni giorno un avviso di garanzia colpisce qualche esponente politico, di maggioranza o opposizione. E così, in un periodo in  cui le istituzioni traballano l’unica ancora di salvezza sembra essere proprio il Quirinale. Senza influenze da parte dei partiti, oramai impegnati a difendersi da magistratura ed attacchi mediatici, Scalfaro agisce in piena indipendenza:

Perciò Scalfaro farà tutto di testa sua: appena insediato nomina Giuliano Amato presidente del Consiglio. (Nel rispetto della ‘staffetta’ DC-PSI ma evitando di nominare Craxi, in ‘odore’ di avviso di garanzia.

Non mancano i momenti di tensione:

A marzo Amato e Conso tentano il colpo di spugna su Tangentopoli, ma Scalfaro non firma e rimanda il decreto al mittente. Ad aprile, dopo il referendum che abolisce i fondi pubblici ai partiti, Amato si dimette, anche perché ha mezzo governo indagato.

Dopo i referendum del 1993, Amato si dimette e Scalfaro da l’incarico all’allora governatore della Banca d’Italia, un uomo stimato all’estero, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel 1993 scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, che sfiora Scalfaro: il presidente allora appare in tv interrompendo una partita di calcio per pronunciare il famoso discorso del “Non ci sto”.

Antifascista, Scalfaro fu costretto ad accettare Ministri dell’MSI, incaricando Berlusconi dopo la vittoria elettorale del 1994:

Nel 1994 assiste alla vittoria elettorale di Berlusconi, che, parole sue “gli dava fastidio quasi fisico”. Il rapporto tra i due è tormentato sin dall’inizio: il Cavaliere vorrebbe nominare Previti ministro della Giustizia, ma Scalfaro pone il veto.

Molto abile la manovra post-Berlusconi. Un Governo (Dini) il cui esponente viene dal Governo di Berlusconi ma che, settimana dopo settimana, vede cambiare la sua maggioranza venendo di fatto appoggiato dal Centrosinistra e dalla Lega.

Dopo sei mesi di governo di centrodestra la Lega toglie la fiducia: Berlusconi vorrebbe tornare al voto ma Scalfaro propone un governo tecnico, affidato a una personalità gradita al Cavaliere, con un incarico a termine. Berlusconi accettò e nacque così il governo Dini, che però presto spostò il suo asse verso il centrosinistra. Berlusconi non perdonò mai Scalfaro per questo e lo accusò di aver fatto un “ribaltone” antidemocratico.

Nel 1996, la vittoria dell’Ulivo consente a Scalfaro di nominare Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio:

I rapporti con Prodi sono cordiali, non altrettanto quelli con D’Alema: Scalfaro vede con sospetto la Bicamerale con cui il segretario Pds cerca accordi con Berlusconi, e molto a malincuore certificherà la fine del primo governo di centrosinistra per affidare l’incarico proprio a D’Alema.

Nel 1999 una parte del centrosinistra vorrebbe rieleggerlo, e lui non si tira indietro, ma è proprio D’Alema a impedire la ricandidatura, che non avrebbe ottenuto il consenso del centrodestra, e puntare su un nome condiviso.

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Da senatore a vita, Scalfaro è stato attivo fino all’ultimo girando l’Italia per promuovere la Costituzione soprattutto tra i giovani, e ha sostenuto la nascita del Partito Democratico pur senza mai prenderne la tessera. È morto a Roma il 29 gennaio 2012.

Vi lascio con un brano tratto dal primo discorso di fine anno, il 31 dicembre 1992. Con l’Italia sconvolta da tangentopoli, gli attentati mafiosi a Falcone e Borsellino e stretta dalla crisi economica:

Ai Giovani. “Siate ottimisti malgrado tutto. Non gettate la spugna, non arrendetevi. Aprite la finestra: c’ e’ fuori il mondo che attende il vostro saper rischiare”.

“Consentite di dire, a chi ha la mia eta’ , che anche noi abbiamo conosciuto l’ incertezza del domani, abbiamo vissuto il terrore della guerra, abbiamo visto il sangue della lotta di Liberazione che fu anche lotta tra fratelli. Anche noi fummo tentati di perdere la speranza e di gettare la spugna. Ma l’ eroismo di tanti, e il coraggio di molti, ci fu d’ esempio e ci risveglio’ , e la Patria risorse. Anche ora e’ certo, e’ certo, risorgera’ , non ve n’ e’ dubbio alcuno. Volonta’ e responsabilita’ delle forze politiche e sindacali, capacita’ e iniziativa di imprenditori, presenza attiva di tutte le forze economiche, l’ impegno costante di governo e Parlamento ne hanno il potere. L’ Italia risorgera

fonti
http://www.polisblog.it/post/76859/i-presidenti-della-repubblica-oscar-luigi-scalfaro-1992-1999

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-scalfaro-al-quirinale-per-672-elett/566215/

Gli Anni neri della Repubblica: gli omicidi di Falcone e Borsellino, le dimissioni di Craxi, i Referendum del ’93


Riprendiamo il racconto de Gli Anni Neri della Repubblica da dove ci eravamo interrotti. A Febbraio 1992 era scoppiato lo scandalo di Tangentopoli, primi inquisiti nel PSI Milanese, nello stesso periodo veniva ucciso in Sicilia il democristiano Salvo Lima. Le elezioni politiche di aprile 1992 vedevano sconfitti i partiti tradizionali mentre si affermavano la Lega Nord di Umberto Bossi nel settentrione e la Rete di Leoluca Orlando nel Sud italia. Cossiga si dimetteva anticipatamente ed iniziavano le procedure per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Forlani ed Andreotti puntavano al Quirinale, senza successo. Poi, in un sabato pomeriggio di maggio….

Sono le 17,48 quando su una pista dell’aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta, erano stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.
Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa del magistrato sul litorale dell’Addaura. La solita scorta con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della squadra mobile che, appena vede il “suo” giudice scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la pistola.
Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie.
La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti.
Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall’esplosione la Croma marrone non c’è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine.

Il brutale omicidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani ed Antonio Montinaro sconvolse l’Italia intera ma la storia di Falcone era quella di un uomo solo, abbandonato da colleghi ed istituzioni. L’ultimo periodo della sua vita era stato impiegato per mettere appunto leggi e regolamenti che consentissero una maggiore forza di azione antimafia. I suoi progetti però non erano condivisi da molti esponenti politici e giudiziari, compresi quelli di CentroSinistra:

In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l’azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l’appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone.
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Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all’esposto presentato il mese prima (l’11 settembre) da Leoluca Orlando. L’esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario»
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Il ruolo di “Superprocuratore” a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati
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Dopo l’assassinio.. Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi nell’aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Nel suo sfogo il magistrato, che si farà trasferire a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, ricorderà anche il linciaggio subito dall’amico Falcone da parte dei suoi colleghi magistrati
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In particolare, l’opposizione a Falcone dei magistrati vicini al Pds fu fortissima: al Csm, per tre volte il magistrato palermitano subì dei veti. Quando concorse al posto di super-procuratore antimafia, gli venne preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi. Alessandro Pizzorusso, componente laico del Csm designato dal Partito Comunista, firmò un articolo sull’Unità sostenendo che Falcone non fosse “affidabile” e che essendo “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Successivamente, quando al Consiglio superiore della magistratura si dovette decidere se Falcone dovesse essere posto o meno a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, gli venne preferito Antonino Meli; votarono per quest’ultimo e quindi contro Falcone anche gli esponenti di Magistratura democratica, vicini al Pds, Giuseppe Borré ed Elena Paciotti, quest’ultima poi eletta europarlamentare dei Democratici di Sinistra.

Nelle giornate successive alla uccisione di Falcone, il Parlamento elesse il nuovo Capo dello Stato, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro. L’Italia aveva bisogno al piu presto di un Governo nel pieno esercizio dei suoi poteri, al momento infatti era ancora in carica il dimissionario esecutivo Andreotti, nato nella precedente legislatura ed oramai a fine mandato. Il nuovo Parlamento, in piena Tangentopoli, avrebbe dovuto vedere il ritorno di Bettino Craxi alla guida del Governo. Tangentopoli però, che vedeva molti esponenti socialisti coinvolti nelle inchieste, impedì al leader del PSI di tornare a Palazzo Chigi:

Craxi che ebbe già Scalfaro in suoi due governi come Ministro degli Interni, avanza la richiesta di salire nuovamente a Palazzo Chigi, ma l’odor di tangenti spingono Scalfaro a negargli ciò, il “ti massacreranno” che rivolse a Craxi è inequivocabile.
Scelse un socialista nella rosa di tre nomi che Craxi gli propose come sue alternative, De Michelis, Martelli, Amato, venne scelto quest’ultimo, non a caso poco dopo per Martelli e De Michelis partiranno delle indagini.

I mesi successivi furono un calvario. Il 19 luglio del 1992 la mafia uccise anche Paolo Borsellino. L’attacco allo Stato, iniziato con l’omicidio Falcone, era in atto.

Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 kg di esplosivo a bordo (semtex e/o tritolo[40][41][42]) detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta[43].

Il 24 luglio diecimila persone partecipano ai funerali privati di Borsellino (i familiari rifiutarono il rito di Stato, poiché la moglie Agnese Borsellino, accusava il governo di non aver saputo proteggere il marito, voleva una cerimonia privata senza la presenza dei politici), celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, disadorna e periferica, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che diresse l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi». Pochi i politici: il presidente Scalfaro, Francesco Cossiga, Gianfranco Fini, Claudio Martelli. Il funerale è commosso e composto, interrotto solo da qualche battimani. Qualche giorno prima, i funerali dei 5 agenti di scorta si svolsero nella Cattedrale di Palermo, ma all’arrivo dei rappresentanti dello stato (compreso il neo Presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro), una folla inferocita sfondò la barriera creata dai 4000 agenti chiamati per mantenere l’ordine, la gente mentre strattonava e spingeva, gridava “FUORI LA MAFIA DALLO STATO”. Il Presidente della Repubblica venne tirato fuori a stento dalla calca, venne spintonato anche il capo della polizia.

Ogni giorno si susseguivano avvisi di garanzia, arresti perquisizioni. Coinvolti nomi noti e meno noti della Politica e dell’Imprenditoria locale e nazionale, alcuni flash dell’epoca:

” Milano – Anche imprenditori e funzionari dentro “Mani pulite”. – Dopo le ultime misure giudiziarie prese nell’ambito dell’inchiesta, le persone coinvolte sono 73, di cui 61 arrestate o agli arresti domiciliari: 43 politici (17 Psi, 15 Dc, 8 Pds, 2 Pri, 1 Psdi), di cui dieci parlamentari; tre funzionari; 27 imprenditori o dirigenti d’azienda”. (Ib, 12 luglio, ore 17,12)

Alcuni personaggi politici coinvolti nell’inchiesta non ressero alla tensione ed alla vergogna e si suicidarono:

Il 17 giugno 1992 si suicidò Renato Amorese , che era segretario del Psi a Lodi: aveva ricevuto soltanto una informazione di garanzia. Amorese si uccise lasciando una lettera indirizzata a Di Pietro, a cui si rivolse direttamente ringraziandolo per la sensibilità dimostata pur nel giusto rigore delle sue funzioni. Qualche mese dopo si suicidò, il 2 settembre, il deputato Sergio Moroni , che aveva responsabilità nel Psi a livello regionale.

” Roma – Il segretario amministrativo del PSI, VINCENZO BALZAMO, non ha smentito le voci di un’informazione di garanzia per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti”. (Ib 15 ottobre, ore 20.01)
” Roma – BALZAMO colpito da “infarto cardiaco esteso”. E’ stato ricoverato in clinica (Ib. 26 ottobre, ore 20.29).
” Roma – BALZAMO è morto – Il segretario amministrativo del PSI è morto  stamani alle ore 9 nell’ospedale di San Raffaele, dove era ricoverato dal 26 ottobre”. ( Ib. 2 novembre. ore 10.03)

Bettino Craxi, il 3 luglio 1992, con un intervento ‘storico’ in Parlamento, accusò tutto il sistema politico di allora:

Pochi mesi dopo il leader socialista fu coinvolto in prima persona nelle inchieste di Tangentopoli.

” Roma – La segreteria del PSI ha confermato l’invio di una informazione di garanzia all’onorevole BETTINO CRAXI”. (Ib. 15 dicembre, ore 14.01)
” I reati ipotizzati sarebbero concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. A determinare la decisione della magistratura sarebbe stata la testimonianza dell’ex segretario del Psi Giacomo Mancini”. ( Ib. 14.05).

Terminava così la  vita politica di Bettino Craxi e quella del Partito Socialista Italiano, che sarebbe scomparso di li ad un anno.

Il Governo Amato, in carica dal giugno 1992, venne duramente colpito dalle inchieste di Mani Pulite. Ben 5 Ministri furono costretti alle dimissioni perche indagati.

Nel frattempo l’Italia, nell’aprile 1993, votava per i Referendum che avrebbero abolito il sistema elettorale vigente, il proporzionale, lasciando campo libero ad un nuova legge elettorale, il Maggioritario.

Ma soprattutto il primo governo Amato, che tra febbraio e marzo del 1993 perse per strada cinque ministri inquisiti (Martelli, Fontana, Goria, Reviglio, De Lorenzo), più un sesto (Ripa di Meana) sdegnato per una simile compagnia. Dopodiché Amato, rimasto solo, chiuse porte e finestre, spense le luci e salì al Quirinale per dare le dimissioni.

Amato rassegnò quindi le dimissioni. Il suo successore fu il Governato della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Nel Governo, oltre a democristiani, liberali, socialisti e socialdemocratici, entravano anche Pds e Verdi che però ritirarono subito la loro rappresentanza perche il Parlamento rifiutò di concedere l’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi.

La primavera del 1993 vedeva il Paese ancora sconvolto e tramortito dagli eventi, ben presto la situazione sarebbe precipitata a causa degli attentati mafiosi di Milano, Firenze e Roma.

Nei prossimi numeri l’evolversi delle inchieste, le Stragi del 1993, i suicidi eccellenti, le vittorie di Lega e Sinistre alle prime elezioni dirette dei Sindaci e tanto altro ancora.

Numeri precedenti:

Fonti:
http://digilander.libero.it/inmemoria/strage_capaci.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Falcone
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino
http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica8b.htm
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a17.htm
http://wmarcotravaglio.altervista.org/tag/giuliano-amato/
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1992a1.htm

Gli Anni neri della Repubblica: sotto inchiesta il PSI milanese, dimissioni di Cossiga, la strage di Capaci


Nel primo ‘capitolo’ de Gli anni neri della Repubblica abbiamo parlato dell’inizio di Mani Pulite. E’ ora di proseguire con la storia….

A maggio, ad elezioni celebrate, esplose la vera e propria Tangentopoli. Vengono indagati i vertici milanesi del PSI. Avvisi di garanzia per Tognoli e Pillitteri, ex sindaci di Milano, accusati di aver preso soldi da Mario Chiesa, l’uomo che ha fatto scoppiare lo scandalo.

Intanto il Paese si trovava ad affrontare anche un vuoto di potere ai vertici della Repubblica. Il 26 aprile il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, si dimise quando alla scadenza del mandato mancavano due mesi. Iniziava così la corsa al Quirinale, si faceva il nome di Spadolini ma in realtà la poltrona piu ambita era contesa dal segretario Dc Forlani e dal Presidente del Consiglio uscente Giulio Andreotti.

Dalla politica alla cronaca. Il 12 marzo, a Palermo: veniva ucciso dalla mafia Salvo Lima, deputato della Democrazia cristiana al Parlamento europeo, ex sindaco di Palermo e capo della locale corrente andreottiana. Un avvertimento che preludeva una delle piu gravi stragi mafiose d’Italia.

Il 23 maggio, una tonnellata di tritolo sventrava l’autostrada Palermo-Capaci. Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta venivano assassinati. Era la vendetta di Cosa Nostra per le condanne del Maxiprocesso. Iniziava la guerra tra la Mafia e lo Stato.

Gli Anni neri della Repubblica: l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio di Tangentopoli


Dal punto di vista politico, il 1992 iniziava senza grandi novità. La legislatura stava volgendo al termine. Il Governo, presieduto da Giulio Andreotti, si apprestava ad organizzare le elezioni politiche in primavera. Al Quirinale c’era Francesco Cossiga, un democristiano che negli ultimi tempi, complice anche una certa ‘stanchezza’ dell’opinione pubblica verso la classe politica nazionale, aveva iniziato a fare dichiarazioni poco ‘politically correct’. Le famose ‘esternazioni’ , cosi si usava chiamarle in quel periodo.

La maggioranza di governo, un quadripartito formato da democristiani, socialisti, liberali e socialdemocratici, era retta dall’accordo tra il capo dell’esecutivo Giulio Andreotti, il segretario della Dc Arnaldo Forlani ed il segretario del Psi Bettino Craxi. Il cosiddetto ‘CAF‘ (dalle iniziali dei tre), nato qualche anno prima e che avrebbe dovuto portare i tre leader a spartirsi le cariche istituzionali dopo le elezioni di aprile. Andreotti o Forlani sarebbero saliti sul Colle ed a Craxi sarebbe andata la poltrona di Presidente del Consiglio.  Un disegno già scritto nei patti. Un progetto però che non si sarebbe mai realizzato, abbattuto dall’inchiesta giudiziaria che da li a qualche mese avrebbe sconvolto il nostro Paese.

Il 17 febbraio 1992 infatti, a Milano, veniva arrestato il presidente del Pio Albergo Trivulzio, un istituto di degenza per anziani. L’accusa era quella di aver preso una tangente dalla ditta di pulizie, costretta a pagare la ‘mazzetta’ per poter continuare a lavorare. L’arrestato si chiamava Mario Chiesa ed era anche un esponente locale del Partito Socialista.

La notizia dell'arresto di Chiesa, pagina 9 de La Stampa del 18 febbraio 1992

« Tutto era cominciato un mattino d’inverno, il 17 febbraio 1992, quando, con un mandato d’arresto, una vettura dal lampeggiante azzurro si era fermata al Pio Albergo Trivulzio e prelevava il presidente, l’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano con l’ambizione di diventare sindaco di Milano. Lo pescano mentre ha appena intascato una bustarella di sette milioni, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare il suo obolo, il 10 per cento dell’appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni. » (Enzo Biagi, Era Ieri)

L’inchiesta, denominata ‘Mani Pulite‘ era diretta dal magistrato Antonio Di Pietro. Il suo collega, Gherardo Colombo, racconta come nacque il tutto:

Le indagini ebbero inizio il 17 febbraio 1992 , con un arresto da cui scaturì tutto. In realtà, era successa una cosa non eccezionale: uno di quei fatti che ogni tanto capitano, ma che prima di allora non avevano dato origine a risultati delle dimensioni di Mani pulite. Qualche giorno prima del 17, l’imprenditore Luca Magni , titolare di una società di pulizie in rapporti con il Pio Albergo Trivulzio , si era visto chiedere dal presidente del Trivulzio Mario Chiesa dei soldi per poter continuare a lavorare. Magni, invece di pagare, decise di rivolgersi ai carabinieri: Antonio Di Pietro fu incaricato delle indagini perché credo fosse il pm di turno.(…)
Questa fase la conosco di riflesso, perché non sono entrato subito nell’istruttoria. Già ad aprile i dirigenti della Procura, in particolare Gerardo D’Ambrosio , ma anche Saverio Borrelli , vedendo che le inchieste stavano crescendo a vista d’occhio, mi contattarono prevedendo che nel giro di pochi giorni Di Pietro non sarebbe stato in grado di affrontare tutto da solo.
…..
ho risposto «sì» e sono entrato a far parte, insieme con Di Pietro, del «duo» incaricato di investigare. Abbiamo cominciato però a svelare una quantità quasi incredibile di corruzioni e così nel giro di un altro mese decisero di affiancarci anche Pier Camillo Davigo .(…)

Il ruolo di Di Pietro nella svolta delle indagini:

Antonio Di Pietro, (…) conosceva già bene il sistema della corruzione, per aver fatto altre inchieste (sulle patenti facili, sulle “carceri d’oro”, su Lombardia informatica, sulle tangenti Atm…). Lo aveva addirittura descritto, il sistema, un anno prima di pizzicare Mario Chiesa: nel numero del maggio 1991 di un piccolo mensile milanese, Società civile, aveva firmato un articolo in cui lanciava una formula destinata ad avere successo: “dazione ambientale”. Ricordava la distinzione, imposta dal codice penale, tra corrotto (il pubblico ufficiale che accetta la bustarella dall’imprenditore) e concussore (l’amministratore che la bustarella invece la pretende). Sosteneva però che questa distinzione è superata nei fatti: “Più che di corruzione o di concussione, si deve parlare di dazione ambientale, ovvero di una situazione oggettiva in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto; egli, ormai, sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e quindi si adegua”.

Un altro ingrediente: Di Pietro
, quando arresta Chiesa, sa già tutto sul personaggio. Conosce i suoi metodi, i suoi amici, i suoi conti in banca... Aveva infatti indagato, nel corso di un procedimento per diffamazione, su un personaggio molto vicino a Chiesa, Mario Sciannameo, impresario di pompe funebri che, guarda caso, aveva l’esclusiva dei funerali dei poveri vecchietti che morivano al Pio Albergo Trivulzio.

Nel dettaglio, le accuse rivolte a Chiesa erano gravi:

Chiesa era stato colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, aveva chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Magni, d’accordo coi carabinieri e con Di Pietro, fece ingresso alle 17,30 nell’ufficio di Mario Chiesa, portando con sé 7 milioni di lire, corrispondenti alla metà di una tangente richiestagli da quest’ultimo; l’appalto ottenuto dall’azienda di Magni era infatti di 140 milioni e Chiesa aveva preteso per sé il 10%, quindi una tangente da 14 milioni. Magni aveva un microfono e una telecamera nascosti e, appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a “rateizzare” la transazione, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l’arresto. Chiesa, a quel punto, afferrò il frutto di un’altra tangente, stavolta di 37 milioni, e si rifugiò nel bagno attiguo, dove tentò di liberarsi del maltolto buttando le banconote nel water; ma invano.

L’arresto ebbe eco nazionale e la stampa iniziò ad occuparsi delle indagini. Bettino Craxi, leader del PSI, liquidò l’accaduto come un fatto ‘sporadico’ definendo l’arrestato come un mariuolo isolato. Peccato però che Chiesa non fosse ‘uno qualsiasi’ ma appartenesse alla schiera dei fedelissimi di Craxi, in procinto di candidarsi alla poltrona di Sindaco di Milano.

Abbandonato dai suoi colleghi di partito, Mario Chiesa, dapprima reticente, decise di collaborare con i magistrati milanesi ed iniziò a rivelare ciò che molti già immaginavano, un vasto ed articolato sistema di corruzione che legava politica ed appalti:

Così, sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di “tassa”, richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come appunto la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte.

Viste le imminenti elezioni politiche, la Procura di Milano decise di mantenere sulle indagini il più assoluto riserbo anche se la stampa ed alcuni partiti, come la Lega Nord, cavalcarono fin da subito l’inchiesta.

Le elezioni del 5 aprile sancirono la sconfitta dei partiti tradizionali. La Dc perse il 5%, i socialisti che si attendevano un risultato notevole, arretrarono di un punto. Pds e Prc, eredi del Pci, lasciarono sul campo un quarto dei voti.

Subito dopo le elezioni, esplose la vera e propriaTangentopoli‘:

Subito dopo le elezioni, molti industriali e politici furono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni.
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Fondamentale, per questa espansione esponenziale delle indagini, fu la diffusa tendenza dei leader politici a privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di questi si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Coinvolti politici ma anche imprenditori,senza risparmiare società leader del nostro Paese:

Il 22 aprile vengono arrestati otto imprenditori, i primi di una lunga serie: hanno lavorato per il Trivulzio, hanno pagato tangenti a Chiesa. Confessano quasi subito. Sono sollevati, alla fine, si sono liberati da un peso: non solo morale, ma anche economico. Mani pulite esplode. Tanti altri imprenditori corrono a raccontare le loro tangenti. Denunciano i cassieri segreti dei partiti, quelli che facevano il giro a raccogliere mazzette. Tra questi, il democristiano Maurizio Prada, presidente dell’Atm (l’azienda milanese dei trasporti), che fa compiere all’indagine una svolta: ma come, noi politici siamo diventati i cattivi, la gente applaude al nostro arresto; e loro, gli imprenditori, che fino a ieri ci correvano dietro per pagarci e vincere gli appalti senza fatica, ora fanno i concussi, i santerellini obbligati a pagare dai partiti malvagi? Ora li aggiusto io, avrà pensato. E ha cominciato a raccontare le tangenti gentilmente offerte da una azienda che, grande com’è, se avesse voluto, avrebbe certamente potuto non pagare: la Fiat.

Da lì a pochi mesi il palazzo di Giustizia di Milano sarebbe diventato, per i corrotti, il Simbolo della nuova ‘Inquisizione’, un Tribunale in grado di cancellare leader politici ed interi partiti. Per i cittadini invece avrebbe assunto il ruolo di Garante di un rinnovamento invocato da tempo.

Nei prossimi numeri tratteremo l’evolversi dello scandalo e le altre dure prove a cui sarebbe stato chiamato, a breve, il Paese.

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Mani_pulite
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/mani_pulite.html
http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica8b.htm

1992-1994, gli anni neri della Repubblica: nuovo progetto del Blog


Il 17 febbraio 1992 , a Milano, viene arrestato Mario Chiesa, un esponente locale del Partito Socialista. Pochi immaginano che da quell’arresto partirà una mega inchiesta che raderà al suolo l’intera classe politica. Alcuni mesi dopo vengono assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due anni seguenti, tra stragi di mafia, crisi economica, referendum elettorali ed avvisi di garanzia eccellenti, l’Italia si avvierà ad un radicale cambiamento del panorama politico che si concluderà con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Candido, per celebrare i ventanni dell’avvio di Mani Pulite, cercherà di ripercorrere, passo per passo, gli anni che cambiarono la nostra Repubblica.

Appuntamento nei prossimi giorni con il primo numero di ‘1992-1994: gli anni neri della Repubblica‘, un altro importante tassello del Progetto Storia creato per il blog.

Intercettazioni, tutte le inchieste che non si potranno piu fare


 

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Tutta un’altra storia. Se non ci fossero state le intercettazioni, oggi l’Italia sarebbe molto diversa. Se le norme volute dal governo Berlusconi e approvate dalla Camera con il voto segreto di molti deputati dell’opposizione fossero state già in vigore, molti dei grandi scandali dell’ultimo ventennio non sarebbero mai venuti alla luce. Quegli “evidenti indizi di colpevolezza” che diventeranno obbligatori per fare scattare le registrazioni sono tali da renderle un’arma pressoché spuntata. Perché i telefoni sotto controllo sono stati fondamentali per scoprire quegli indizi che interrogatori e perquisizioni hanno poi trasformato in prove. Il limite di 60 giorni per la durata degli ascolti, poi, fa venire i brividi agli investigatori che si occupano di mafie: molte volte ci vogliono anni prima che un vero boss si tradisca e si lasci sfuggire un elemento significativo. Persino i terroristi, islamici o brigatisti, avranno vita più facile, grazie alla barocca disposizione sulle microspie che potrebbe far escludere le intercettazioni ambientali in auto o su yacht. E infine il problema dell’informazione: il divieto di pubblicare qualunque notizia prima del processo in molti casi avrebbe permesso di completare il disegno affaristico criminale di colletti bianchi nelle imprese o nella pubblica amministrazione.

ASCOLTA GLI AUDIO: talpe a Palermo | LEGGI LE TRASCRIZIONI: Camorra e tangenti

Mani Pulite addio
L’inchiesta del pool Mani Pulite, che si è chiusa con oltre 1.400 condanne definitive, era cominciata il 17 febbraio 1992, in apparenza, con l’arresto in flagranza del socialista Mario Chiesa, sorpreso nel suo ufficio con la mazzetta appena consegnatagli da un piccolo imprenditore. Solo in aprile, grazie alla prima proroga delle indagini, si è scoperto che in realtà i telefoni di Chiesa erano sotto controllo dall’ottobre precedente. E proprio quelle intercettazioni rivelarono all’allora pm Antonio Di Pietro che quel politico milanese di seconda fila aveva accumulato miliardi di lire su conti svizzeri battezzati con sigle di fantasia come Fiuggi e Levissima. Sempre quelle telefonate guidarono la perquisizione-chiave che portò a sequestrare, nascosto nel cassetto della scrivania del figlio, l’appunto manoscritto in cui Chiesa aveva annotato i nomi dei big del partito a cui girava le tangenti, con accanto le cifre. Senza le intercettazioni, forse Chiesa sarebbe stato arrestato comunque, ma i magistrati non avrebbero potuto scoprire il sistema. E Tangentopoli sarebbe morta sul nascere, come un singolo caso di concussione addebitabile a un ‘mariuolo’ isolato. Va ricordato che quelle intercettazioni erano state disposte in base a semplici sospetti originati da una querela presentata dallo stesso Chiesa contro un cronista milanese, Nino Leoni. Scontata la condanna definitiva, Mario Chiesa è stato riarrestato quest’anno, questa volta come imprenditore, per uno scandalo di rifiuti scoperto sempre e solo grazie alle intercettazioni.

Il tesoro dei furbetti
Le famose registrazioni dell’estate 2005, probabilmente (ma la nuova legge ha molte incognite applicative), si sarebbero potute fare lo stesso, perché i pm avevano già da fine aprile indizi molto forti. Con le nuove norme, però, l’opinione pubblica avrebbe saputo solo con tre anni di ritardo, cioè dopo il rinvio a giudizio, che il banchiere Gianpiero Fiorani, intercettato dal 24 giugno 2005, aveva l’arbitro dalla sua parte: il governatore Antonio Fazio, registrato a mezzanotte passata, mentre comunicava il via libera di Bankitalia al numero uno della Popolare di Lodi, che lo ringraziava con un metaforico “bacio in fronte”. Se le intercettazioni della scalate fossero rimaste segrete, forse Fazio sarebbe ancora governatore. Di certo i magistrati non avrebbero mai potuto scoprire i tesori dei furbetti. Fiorani, infatti, è finito in carcere solo cinque mesi più tardi, quando i pm hanno scoperto che si era impadronito di almeno 45 milioni di euro. Questa inchiesta-bis sulle appropriazioni indebite di Fiorani e dei suoi complici era partita dalla classica intercettazione in apparenza marginale e su temi privati: Fiorani, al telefono con un’architetta, parlava dei lavori da eseguire nella villa in Sardegna che risultava intestata ai prestanome. Seguendo quell’esile traccia telefonica, i pm hanno scoperto l’intera mole di ruberie personali, attuate da 72 indagati che hanno risarcito allo Stato la cifra record di oltre 360 milioni di euro. “Con una sola indagine abbiamo pagato tutte le intercettazioni milanesi del prossimo decennio”, ride il procuratore aggiunto Francesco Greco, respingendo così la tesi governativa secondo cui i pm spenderebbero troppo per questo strumento d’indagine.

(18 giugno 2009)

Prima Repubblica: un Craxi profetico…


 
Nuova rubrica per gli amici di Candido. Con Prima Repubblica viaggeremo nel mondo del passato, attraverso filmati o articoli di giornale. Sarà una occasione per guardarci indietro e scoprire da dove veniamo, per non dimenticare.
 Oggi vi propongo un Bettino Craxi in vena di “profezie”….