#Europa ad un bivio, tra solidarietà e sovranismo


Articolo lungo ma vi chiedo di leggerlo e commentarlo, se volete.

L’Italia forse non la spunterà e sarà costretta ad accettare gli strumenti già previsti dalla UE, con una leggera rimodulazione delle condizioni. La Germania e l’Olanda cadranno in piedi, calmando i propri elettorati e respingendo le derive populiste casalinghe, restie a pagare per altre nazioni. Qui da noi invece avranno da leccarsi i baffi i sovranisti che probabilmente otterranno nuovi consensi e prenderanno il potere.

La coperta è corta. Se la tiri verso Italia e Spagna, i governi di Germania e Olanda tremano, se la tiri verso tedeschi e olandesi, tremano i governi di Roma e di Madrid. Una brutale semplificazione per dire che la colpa, alla fine, più che dei leader è dei popoli o meglio di una parte dei popoli. Si perché una buona parte di quelli che più pagano i tagli draconiani fatti al welfare europeo negli ultimi vent’anni fanno oramai squadra con gli estremisti anti sistema, spesso razzisti e nazionalisti.

È questa la più grande sconfitta dell’Europa nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Non essere riuscita a tutelare i più deboli. E così crescono i nazionalismi, i populismi di destra. I governi tremano e piantano, uno ad uno, i chiodi nella bara della solidarietà, staccando, a poco a poco, la spina alla Unione. Dalla fine della guerra nacque l’Europa unita, dalla fine della unità europea nasceranno nuove guerre. È inevitabile. È la Storia che lo insegna. E le grandi emergenze di questi anni, crisi economica, migranti ed infine il virus, hanno solo accelerato il processo di disgregazione.

Se solo i governanti mettessero da parte le loro ambizioni di carriera e guardassero oltre forse qualcosa potrebbe essere salvato. È come un comandante con la nave che affonda. Mentre a bordo c’è il panico, il comandante deve avere sangue freddo. Deve mettere in salvo passeggeri ed equipaggio prima di abbandonare.

I leader europei sono su una nave che affonda, l’Europa, ma si comportano da passeggeri più che da comandanti. Pensate ad una nave in difficoltà, senza comandante, magari qualche passeggero si getterà in mare, salvandosi. Ma l’imbarcazione affonderà, portando con se buona parte dei suoi passeggeri.

Ecco, questo sta accadendo alla UE e questo probabilmente accadrà. Lentamente, strappo dopo strappo, rancore dopo rancore. Fino alla guerra tra nazioni un tempo alleate. Guerra per le briciole. Mentre Cina, Russia, Stati Uniti saranno lì a guardare ed a preparare la spartinzione post bellica.

Una citazione famosa recita “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. Fermarsi, un minuto prima della fine. È ancora possibile.

AfD, il partito populista che fa paura in Germania


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Frauke Petry. Donna, populista, alla guida del terzo partito di Germania.  Non solo Marine Le Pen, anche nel Paese di Angela Merkel sta prendendo piede l’estremismo di destra. Ed ha il volto di Frauke Petry, giovane chimica tedesca, da luglio 2015 a capo di Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland), un movimento populista euroscettico nato nel 2013 e dal consenso crescente. Tenetela bene a mente perchè se ne se sentirà parlare molto, tra qualche mese.

Malgrado il benessere diffuso, complice la ‘paura’ dell’invasione dei migranti, AfD oggi è il terzo partito, veleggia attorno al 12%, in continua crescita. No all’Euro, controlli severi alle frontiere, no alla spegnimento delle centrali nucleari. Alcuni dei punti salienti del programma del partito.

‘Cerca di mantere una facciata borghese ma ormai non riesce più a limitare l’influenza dell’estrema destra’ scrive Der Spiegel. ‘Usare le armi per respingere i migranti ai confini’ ha detto la stessa Petry. Le dichiarazioni della segretaria sono state criticate anche da molti esponenti del suo partito. Non nel merito però. L’uscita sui profughi è stata ritenuta un errore tattico. Una idea giusta comunicata nel momento sbagliato. Ciò vuol dire che dentro AfD si cerca di ‘mascherare’ la vera anima razzista. Un pericolo per la Germania e per tutta l’Europa, se si pensa che in Francia il Front National è leader del panorama politico nazionale. Tempi bui si affacciano per il nostro Continente.

 

Il 2016 tra crisi internazionali, emergenze ed elezioni (USA in primis)


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Nel 2016 vi saranno molti appuntamenti importanti. Iniziando dalla politica.

Europa e resto del Mondo

La Spagna rappresenta una incognita. Germania ed Unione europea spingono per una grande coalizione PP-PSOE. Gli spagnoli però non sono abituati a tale scenario e non è detto che alla fine prevalgano altre scelte. Un governo di minoranza (popolare o di coalizione centro-destra) o un governo di Sinistra (con socialisti e progressisti sostenuti da Podemos). Il ricorso a nuove elezioni entro l’anno sembra non così scontato.

Dodici mesi di consultazioni. Elezioni presidenziali in Portogallo nel mese di gennaio. A Febbraio si darà il via alle primarie presidenziali negli Stati Uniti. Se la candidatura di Clinton appare solida, sul fronte repubblicano non è ancora chiaro chi potrà realmente prevalere tra il populismo di Trump e gli altri candidati. Sempre a febbraio elezioni parlamentari in Iran. Ad aprile tocca all’Irlanda. A giugno le presidenziali in Islanda. Poi due appuntamenti importanti. Le elezioni della Duma russa daranno il quadro della forza di Putin. A novembre infine la sfida delle sfide, le Presidenziali negli Stati Uniti decideranno il Comandante in Capo per i prossimi 4 anni. Duello Trump-Clinton?

In Europa il fronte anti-sistema sarà messo alla prova. Dal Governo Tsipras (di Sinistra) a quelli di Polonia ed Ungheria (di destra),a chi potrà far pesare i propri voti (Podemos). Gli altri (Le Pen, Salvini, Grillo, Farage) staranno a guardare. Il loro consenso sarà pari all’aumento delle emergenze (finanziaria, migratoria, sul terrorismo). E nel 2017 si vota in Francia.  Anche Angela Merkel potrebbe vivere periodi di tensioni interne, soprattutto in merito al tema immigrazione.

Il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, a 'Porta a Porta', il 21 gennaio 2014 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Italia

Anche l’Italia avrà due appuntamenti elettorali importanti. Le comunali in primavera, con al voto città importanti come Roma, Napoli, Milano e Torino. E poi il referendum confermativo sulla Riforma Costituzionale voluta dal governo. Due banchi di prova importanti per Renzi. Se sul quesito referendario è scontato un ampio successo, le sfide locali potrebbero riservare sorprese, soprattutto sul fronte 5 Stelle. Molti guardano a Roma. Milano sarà probabilmente appannaggio di Sala (qualora prevalga nelle primarie). Napoli altra incognita. A Torino Fassino cerca il bis. Qualora il movimento candiderà personaggi credibili, potrebbe anche averla vinta in almeno un capoluogo.

Renzi, oramai etichettato da molti come ‘neoberlusconiano’ per le politiche liberalconservatrici attuate su Lavoro (Jobs Act), Scuola e Fisco (no tasse sulla prima casa per tutti) dovrebbe aggiustare il tiro ‘coprendosi’ a Sinistra. Sarà forse l’anno delle Unione Civili, dello Ius soli e dell’inasprimento dei provvedimenti contro i reati. Chissà se questo gioverà alla sua popolarità. Una cosa è certa. Il 2016 inizia nel segno del Premier, per mancanza di avversari. Forza Italia è in disfacimento, con Verdini che recluta parlamentari ogni giorno. Berlusconi non sembra poter fare nulla per arrestare la caduta ed insegue il nuovo leader del Centrodestra ovvero Matteo Salvini. Il populismo leghista paga ancora ed i temi nazionali ed internazionali (immigrazione, sicurezza, pericolo attentati) saranno determinanti per accrescerne ulteriormente il consenso. I 5 Stelle sono ancora in fase di ‘maturazione politica’ e le amministrative potrebbero far fare loro un importante salto di qualità o arrestarne il consenso. Il resto è nulla. A Sinistra del PD c’è il vuoto. Sel, ora Sinistra Italiana assieme ad ex PD, non sembra impensierire Renzi, così come Possibile di Civati. Anche il Centro è annichilito dal decisionismo renziano. Le scelte ‘progressiste’ sui diritti civili potrebbero però consegnare qualche elettore in più ad Alfano e soci.

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Fronti caldi nel Mondo

Infine l’instabilità sui fronti caldi del Pianeta. Dalla Siria all’Iraq passando per la Libia, lo Yemen (senza dimenticare l’Egitto). L’ISIS nel 2015, aldilà degli attentati organizzati nel Mondo, ha perso terreno in Siria ed Iraq. Curdi e coalizione internazionale hanno recuperato terreno. C’è da capire come si muoverà Al Baghdadi per conquistare consenso e finanziamenti e se il fronte anti-ISIS riuscirà a trovare un accordo duraturo tra i vari attori in gioco (ribelli, Assad, Curdi, Stati Uniti, Russia, Europa, Turchia etc).

In Europa si temono attentati in Italia, Germania e Gran Bretagna. Il Giubileo potrebbe essere una ghiotta occasione anche se la risposta occidentale sarebbe poi inevitabile ed il tutto potrebbe assumere i contorni di una Guerra Santa tra religioni, cosa che l’ISIS non credo abbia intenzione di intraprendere (dichiarazioni di facciata a parte). Bisogna però considerare anche le schegge impazzite del terrorismo, non controllabili.

Cina e Stati Uniti rischiano di scontrarsi ‘economicamente’ nel fronte asiatico. Le manovre cinesi negli arcipelaghi Spratly e Paracel (ricchi di petrolio, gas e snodo commerciale) indispettiscono Washington che cerca alleanze nei paesi vicini (Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia).

Sul fronte russo, se ancora ci sono tensioni per l’Ucraina e si dialoga in chiave ‘soluzione in mediorente’, nuove fonti di scontro sono in Europa. Il Montenegro aderirà alla Nato e Putin è fermamente contrario. Si profilano tensioni e piccole ripicche. Senza trascurare gli scontri con la Turchia, destinate ad inasprirsi.

In Venezuela, dopo la sconfitta di Maduro nelle elezioni parlamentari, la situazione potrebbe precipitare. Anche il Brasile non se la passa bene, con un procedimento di impeachment per la Presidente.

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Crisi umanitarie

Le crisi umanitarie non saranno assenti. Da quelle dei migranti in fuga dalle guerre (dipenderà dalla evoluzione in Libia, Siria, Iraq, Yemen, Sudan, Africa sub-sahariana) ad una possibile nuova emergenza in Nepal, devastato dal recente terremoto. Vi sono poi le emergenze umanitarie ‘dimenticate’ dai media. (El Salvador, Honduras e Guatemala su tutte, secondo Reuters) e quelle pronte ad esplodere (Congo e Burundi) o a riesplodere (Ucraina)

Accordi internazionali (e crisi finanziarie)

Alcuni accordi importanti stipulati nel 2015 (dal TTIP/TTP al nucleare iraniano, fino ad arrivare all’accordo sul clima) potrebbero avere sviluppi nell’anno appena iniziato o essere clamorosamente smentiti dai fatti o superati dagli eventi. Il prezzo del petrolio continuerà a scendere? Altre crisi finanziarie saranno destinate ad esplodere in Europa o nel resto del Pianeta?

Sport e Società

Il 2016 sarà anche un anno di Sport. A giugno gli Europei in Francia, ad agosto le Olimpiadi in Brasile. Ed a maggio si chiude la Serie A. Sarà una sfida a tre tra Inter, Juve e Napoli?

Per finire gli eventi nostrani. Facile prevedere nuovi scandali, arresti più o meno eccellenti. Inchieste più o meno clamorose. (Pensate a grandi eventi ed aspettatevi grandi casini, Giubileo in primis?). Solita cronaca nera e pollaio nei talk politici. E l’Oscar, Sanremo, Masterchef, Amici, X Factor? Chi vincerà le sfide più attese della Tv e del Cinema? Infine i lutti eccellenti. Chi ci lascerà nel 2016? Tra musicisti, attori, scrittori, economisti e politici la lista sarà composita. Nessuna previsione quest’anno però.

Pezzo lungo il mio, tante parole ma in realtà l’anno è tutto da scrivere (e da vivere). Ed il primo capitolo è già iniziato!

 

La Consulta tedesca dice Si al fondo salva-Stati, l’Europa oramai ‘dipende’ dalla Germania


Sì tedesco al Fondo salva Stati «Da Berlino non oltre 190 miliardi»

Via libera condizionato della Corte costituzionale. Monti: «Ottima notizia, ora meccanismo europeo di stabilità».
Piazza Affari accelera, spread Btp/Bund in forte calo

Come mai Spagna, Italia, Grecia etc devono ‘piegare’ le loro politiche nazionali alle esigenze europee mentre l’Europa deve ‘attendere’ il pronunciamento della Consulta tedesca per poter tirare un sospiro di sollievo? Questa non è Europa, assomiglia di piu ad una sorta di Quarto Reich!

L’Ue e l’Euro, nati per fermare l’egemonia tedesca, potrebbero trasformarsi nel Quarto Reich?


In tempo di crisi dell’Euro, molti osservano con criticità il ‘rigorismo’ tedesco e non pochi accusano la Germania di tentare una egemonia sull’Europa, non piu fatta con i carri armati ma attuata a suon di ‘spread’, ‘deficit’ e fiscal compact.

Eppure dovremmo analizzare meglio le ragioni della nascita dell’Euro per capire i contrasti odierni tra mezza Europa ed i tedeschi. Il progetto di Moneta Unica, nato nella seconda metà del secolo scorso, fu portato ad attuazione proprio ‘a causa’ della Germania, o meglio a causa della riunificazione tedesca.

Quando, nel 1989, cadde il Muro di Berlino e fu avviato il processo politico verso l’unificazione della Repubblica Federale e la DDR, i principali cancellierati europei vivevano con preoccupazione lo svolgersi degli eventi. Se i leader europei, in pubblico, diffondevano parole di approvazione per il progetto della Germania unita, nei colloqui privati avanzavano forti dubbi se non piena ostilità al piano di Kohl.

In un incontro ufficiale tra il Presidente francese Francois Mitterand  ed il Primo ministro britannico Margaret Thatcher, svoltosi sul finire del 1989, i due affrontarono lo spinono ‘affaire tedesco’ e le loro riflessioni furono alquanto critiche. Si temeva una nuova ‘Grande Germania’ , sulla falsa riga del terzo reich di Hitler:

«Prenderanno più terra di Hitler», dice Francois Mitterrand. «Cantano Deutschland über alles, che orrore», dice Margaret Thatcher.

Era noto che Gran Bretagna e Francia si opposero e poi accettarono con diffidenza la riunificazione della Germania, dopo la caduta del muro di Berlino.

Dicembre 1989. Il muro è caduto da un mese. Il premier britannico e il presidente francese si incontrano a Strasburgo. Mitterrand parla male di Kohl, dice che il cancelliere non capisce la sensibilità di altre nazioni rispetto al passato nazista e alle ambizioni della Germania, lo accusa di strumentalizzare sentimenti «nazionalisti». Gennaio 1990. I due leader pranzano all’ Eliseo. Mitterrand dice che la riunificazione farà riemergere i tedeschi «cattivi» che un tempo dominavano l’ Europa. Se Kohl farà quel che vuole, aggiunge, la Germania potrebbe conquistare «più territorio di quello preso da Hitler, e l’ Europa ne pagherà le conseguenze». La Thatcher, per parte sua, reagisce con «orrore» alla notizia che i deputati del parlamento di Bonn, appresa la caduta del muro, hanno cantato in coro Deutschland über alles; e si dice «allarmata» che l’ ambasciatore britannico a Bonn giudichi con favore la riunificazione.

L’ex Presidente dell’URSS  Gorbaciov ha dichiarato che Francia e Gran Bretagna, ai tempi del crollo del muro, gli chiesero di invadere la DDR pur di impedire la riunificazione tedesca.

Il presidente francese François Mitterrand e la premier britannica Margaret Thathcer chiesero a Mikhail Gorbaciov di impedire con la forza la riunificazione della Germania, occupando militarmente Berlino e dispiegando le divisioni corazzate dell’Armata Rossa nella allora Repubblica Democratica Tedesca, guidata da Erich Honecker.

Francia e Inghilterra, rivela l’ex leader dell’Urss, volevano che Mosca impiegasse la forza militare contro la Germania. «Vennero tutti da me, uno dopo l’altro, a chiederlo apertamente». Pretendevano l’impiego dell’esercito sovietico in Germania, delle «truppe di Gorbaciov». L’ultimo incontro, con Mitterrand, a Kiev. Il capo del Cremlino resistette: «Voleva dire far scorrere molto sangue», vedere «i carri armati fuori dalle caserme, in marcia su Berlino», assistere allo spettacolo dell’Europa «in mano ai militari da oriente a occidente, armati fino ai denti, due milioni per parte».

Alla fine però prevalse il buonsenso ed anzi la Francia, da ‘nemica’ della riunificazione divenne il principale alleato della Repubblica tedesca unificata:

Mitterrand, osserva il quotidiano finanziario, fu più abile: divenne il migliore amico di Kohl, rinsaldò l’ alleanza franco-tedesca e usò l’ appoggio francese alla riunificazione per ottenere la rinuncia della Germania al marco e l’ accettazione dell’ euro. Che, senza la Germania unita, forse non sarebbe mai nato.

Quindi l’Euro è nato proprio per ‘impedire’ alla Germania, nuovamente unita, di dare il via ad una nuova politica espansionistica. Un ‘baratto’ , il Marco in cambio dell’Euro. I tedeschi però ci guadagnano eccome. Alcuni ipotizzano che gli alti costi della riunificazione siano stati pagati proprio da noi cittadini europei, grazie all’Euro. Come? Leggete qui:

Il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino e il potente cancelliere tedesco Helmut Kohl si trova ad affrontare un difficile e costoso processo di riunificazione fra la più moderna Germania Federale e l’arretrata Germania Democratica. Gli squilibri fra questi due paesi sono enormi: basta citare un solo dato per avere un’idea, la disoccupazione nella DDR è al 20% e la sua industria è praticamente ferma in termini di sviluppo e innovazione ai primi anni del dopoguerra. Ci sono città intere da ricostruire da zero come la stessa Berlino Est, Dresda, Lipsia. Secondo alcune stime recenti i costi totali della riunificazione tedesca sono stati circa 1.500 miliardi di euro. Un’enormità
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La Germania Federale può contare su un ottimo tessuto industriale, basato sulla chimica, l’industria pesante, l’automotive, ma malgrado l’indubbia caratteristica di affidabilità e resistenza i prodotti tedeschi risultano ancora molto costosi rispetto ad analoghi prodotti delle industrie italiane, francesi, spagnole, che potendo appoggiare le vendite su una moneta più debole del marco, sono sicuramente più avvantaggiate nelle esportazioni. Italia e Spagna soprattutto, considerati dai tedeschi dei veri e propri stati canaglia per la loro aggressività competitiva, hanno ancora una loro piena sovranità monetaria e possono agire liberamente (tramite il supporto tecnico della propria banca centrale di emissione) sulla leva delle svalutazioni competitive esterne della moneta nei confronti del marco per migliorare il livello delle esportazioni e riequilibrare eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti.
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Il cancelliere Kohl stringe un patto di ferro con il presidente francese Mitterand e il processo di unificazione monetaria europea subisce un’accelerazione impressionante: già nel 1992 vengono firmati a Maastricht i Trattati di Funzionamento dell’Unione Europea. Il proposito del cancelliere Kohl è abbastanza chiaro a chiunque tranne che ai governanti dei paesi coinvolti nell’accordo, spalmare gli enormi costi dell’unificazione tedesca sui paesi della periferia dell’Europa, che a causa delle loro beghe interne politiche (ingovernabilità, corruzione) e di bilancio (elevati debiti pubblici) o per paura di rimanere isolati sono costretti loro malgrado o per interessi particolari ad aderire al progetto franco-tedesco di unificazione monetaria. Paesi più stabili economicamente e politicamente come Gran Bretagna, Svezia e Norvegia non pensano neanche per un attimo ad unirsi a questa grande ammucchiata, in cui era molto prevedibile che prima o dopo la grande Germania avrebbe fatto un massacro.

Quindi la politica espansionistica della Germania, che la Francia ha cercato di fermare tramite la creazione dell’Euro, è stata solo rimandanta. Dopo anni passati a ‘risanarsi’ ed a potenziare la propria economia sfruttando la parziale debolezza dell’Euro, ora forse si è passati alla fase 2, ovvero ‘uccidere’ uno per uno le economie gli stati ad alto debito, quei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che hanno consentito alla Germania di rafforzarsi perche con le loro debolezze strutturali non permettavano all’Euro di poter intralciare le esportazioni tedesche. La Germania ‘campione’ del rigore, tornata ad essere la Locomotiva d’Europa, sta quindi tornando alla sua ‘storica’ politica di espansione. Senza carri armati ma a colpi di ‘spread’.

La storia ci insegna che la Germania ha alternato periodi di forza a momenti di debolezza o comunque di frammentazione politica. Alla fine del Sacro Romano Impero (il Primo Reich) durato quasi mille anni (962-1806) e che aveva visto il popolo tedesco, seppur diviso in centinaia di principati e staterelli,  protagonista nell’egemonia del Continente era seguita una fase di divisioni, ovvero la  Confederazione Germanica creata dal Congresso di Vienna nel 1815, dopo le rivoluzioni napoleoniche e che riuniva 39 piccoli stati sovrani tedeschi.

Ben presto però si arrivò alla creazione dell’Impero tedesco, (il Secondo Reich), nato nel 1871. Un impero forte e combattivo, la cui espansione fu la principale causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, poi persa. Alla fine della guerra la Germania visse un periodo di forte debolezza con la Repubblica di Weimar (1919-1933), nata sulle ceneri del Secondo Reich e che portò il paese alla crisi finanziaria.

Dalle ceneri di Weimar nacque il Terzo Reich di Adolf Hitler con tutta la follìa che ne è seguita, Seconda Guerra Mondiale compresa. Il resto è storia recente, i quarantanni di divisione tedesca terminati nel 1990 con la riunificazione. Poi l’Euro, il ‘rigorismo’ e l’intrasigenza di Angela Merkel nell’impedire il pieno soccorso alle economie europee in difficoltà.

Dopo il Primo Reich del Sacro romano impero, il Secondo Reich di Gugliemo II ed il Terzo Reich di Hitler, l’Unione Europea può diventare il Quarto Reich della Germania? Al momento non è proprio così, anche se le premesse ci sono tutte. E purtroppo il ciclo di espansione tedesca si è sempre concluso con una sanguinosa Guerra.

Tre mesi per salvare l’Euro? Un Dossier per capire che fine faremo


La speculazione non risparmia la Spagna e l’Italia. Tre mesi per salvare l’Euro, ‘grida’ la Presidente del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde:

«Rapidamente, bisogna intervenire rapidamente». Lo ha ripetuto tre volte Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale, ammettendo che mancano meno di tre mesi per salvare l’euro. Il direttore del Fmi, in una intervista a Christine Amanpour, celebre giornalista della Cnn, ha risposto con queste parole a George Soros, il finanziere americano di origine ungherese per il quale «le autorità europee hanno un margine di tre mesi per correggere i propri errori e invertire l’attuale inerzia»

La situazione generale è pessima e per il futuro si fanno ipotesi raggelanti. Potrebbero bloccare a breve il ritiro di contanti dai bancomat e dagli sportelli bancari? Uno scenario apocalittico quello che avanza la Reuters. Per la Grecia, al momento. Non sono escluse Spagna ed Italia, in futuro:

Severi limiti ai prelievi dai Bancomat, rigorosi controlli valutari alle frontiere, radicali limitazioni alle libertà finanziarie. La storia torna indietro: il peggior incubo per gli europei si materializza, la libera circolazione dei capitali diventa un ricordo. Il piano esiste, studiato in tutti i dettagli ed è pronto a scattare. Lo hanno discusso segretamente i dirigenti dei ministeri del Tesoro e delle banche centrali, probabilmente sotto l’avallo della Bce, analizzandone tutti i particolari e le implicazioni. L’ha rivelato ieri l’attendibile agenzia Reuters, con la precisazione che questo scenario worst-case si applicherebbe “almeno alla Grecia” (ovvero a tutte le transazioni da e per quel territorio) se Atene decidesse di lasciare l’euro (o se a ciò venisse spinta da irrecuperabili situazioni di mercato), lasciando però intendere che progetti segreti di emergenza di questo tipo esistono ormai per tutti i Paesi a rischio, e forse non solo per questi. Chi si sgancerà dalla moneta, Spagna o Italia o chiunque altro, incorrerà nello stesso regime.

Già, Italia e Spagna, sempre loro. I due paesi viaggiano assieme lungo il confine tra salvezza e baratro. Chi corre piu rischi tra Madrid e Roma? Su Repubblica si analizza la situazione:

Chi sta peggio, Italia o Spagna? Dal punto di vista economico, la Spagna; politicamente, invece, l’Italia. Ma la risposta potrebbe anche essere rovesciata.Dal momento che le difficoltà politiche spesso danneggiano l’economia e quelle economiche avvelenano la politica. La situazione politica spagnola si può deteriorare e il vantaggio di cui gode in questo momento l’Italia rispetto alla Spagna può svanire in breve tempo. In ogni caso quello che importa è che sia Roma che Madrid se la passano male e che la situazione è molto instabile. In questi momenti l’emergenza è la necessità di salvare le banche spagnole, ma fino a pochi mesi fa c’era la possibilità concreta che l’Italia perdesse la possibilità di finanziarsi sui mercati internazionali, una minaccia che prima aveva allarmato la Spagna. E ancora prima c’era stata la crisi politica in Italia, che aveva paralizzato il Paese e portato alla sostituzione di Silvio Berlusconi con Mario Monti. Le emergenze rimbalzano da un Paese all’altro, provocando sussulti che trasformano stabilità e prevedibilità in un ricordo remoto.
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Come ha sottolineato Uri Dadush, economista del Carnegie Endowment, le radici della crisi europea non nascono dalla situazione dei conti pubblici o dallo stato del settore finanziario, bensì dalla perdita di competitività subita da Paesi come Spagna e Italia, soprattutto in rapporto alla Germania. Dadush ha calcolato che tra il 1997 e il 2007 il tasso di cambio reale in Spagna è cresciuto dell’11 per cento, e del 9 per cento in Italia (significa che le esportazioni di questi due Paesi sono diventate più costose). Nello stesso periodo, in Germania, è calato del 14 per cento (cioè le esportazioni tedesche sono diventate meno costose del 14 per cento). Tutto questo inevitabilmente ha prodotto un calo dell’export di Spagna e Italia e un incremento dell’export tedesco: nel decennio prima della crisi, le esportazioni spagnole sono diminuite (in rapporto al totale dell’economia) del 3,4 per cento e in Italia dell’1 per cento; in Germania invece hanno registrato un aumento spettacolare, del 20 per cento. Nonostante tutto questo l’economia spagnola è cresciuta a un ritmo doppio rispetto a quella italiana: un’espansione economica basata, come sappiamo, sul settore edilizio, il cui peso in Spagna è passato dal 4 al 12 per cento dell’economia fra il 1995 e il 2007. In Italia nello stesso periodo è passato dal 4 al 6 per cento e questo spiega perché le banche spagnole sono più deboli di quelle italiane.
Spagna e Italia devono cercare nuove fonti di crescita economica, e questa crescita non potrà che venire da un settore privato meglio in grado di competere sui mercati mondiali

E la Germania? Alcuni vociferano di una sua possibile uscita dall’Euro per liberarsi della zavorra di una moneta debole, nulla di piu sbagliato. Senza l’Euro la moneta tedesca si rivaluterebbe troppo e ciò impedirebbe le esportazioni facendo piombare l’economia della Germania in una crisi senza ritorno:

Die Welt propone l’ipotesi che il primo luglio del 2012 la Germania possa decidere di abbandonare l’unione monetaria. In questo momento Stato, imprese e cittadini tedeschi hanno crediti in euro per almeno 200 miliardi di euro, secondo i calcoli di un centro studi di politica europea. Da quando il flusso dei capitali ha spostato grandi somme dal Sud Europa verso la Germania, la Bundesbank ha ammassato un’enorme massa di crediti delle altre banche centrali. In questo momento la Buba avrebbe secondo Die Wlet 699 miliardi di crediti Target, una somma pari al doppio del Prodotto interno lordo tedesco. In questo momento praticamente l’export tedesco viene pagato con crediti alla Germania. Se ci fosse un’uscita della Germania dall’euro, gran parte di questa cifra andrebbe polverizzata, perché i crediti Target che sono fatti all’interno del sistema delle banche centrali europee non potrebbero essere rimborsati. Ma anche nel caso in cui quest’operazione fosse possibile, bisognerebbe pensare alla pesante svalutazione dell’euro in caso di addio tedesco. Ecco perché i crediti che ha la Germania in questo momento perderebbero moltissimo valore, con conseguente grave danno per l’economia e i conti pubblici tedeschi.
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La conseguenza più probabile sarebbe dunque un aggravamento della situazione debitoria. Probabilmente la Germania si ritroverebbe in una situazione italiana, con un debito pubblico schizzato al 110 o al 120 per cento, valore che alla lunga diventa insostenibile, come mostra la storia del nostro paese, a meno di avere un’enorme credito con l’estero come ha il Giappone. La forza dell’export tedesco però andrebbe perduta con la nuova moneta, perché vista la situazione attuale, è assai probabile che il marco si apprezzerebbe notevolmente nei confronti dell’euro. Una moneta pesante renderebbe più costose le merci tedesche, così che l’attuale primato mondiale della Germania nell’export, raggiunto anche grazie alla moneta unica, andrebbe sicuramente perduto. Meno export significa meno crescita, meno profitti, salari più bassi, e anche meno entrate per lo Stato, la cui situazione debitoria si farebbe molto preoccupante. Il governo federale rischierebbe di perdere anche i crediti che in questo momento ha nei confronti dei paesi in eurocrisi, concessi con gli aiuti dei mesi scorsi. 330 miliardi che sembrano però noccioline per le perdite che si abbatterebbero su economia reale e finanziaria.

Quindi ‘Schnell, Frau Merkel’, Angela ‘datti una mossa’! Cosi titola oggi un articolo de Il Sole 24 Ore che propone una propria ricetta per uscire dalla crisi speculativa:

Si può sostenere, con un minimo di ragionevolezza, che l’Europa esiste se si consente ai mercati di attaccare e colpire impunemente un Paese dietro l’altro? La risposta è no
….
Signora Merkel, così non può andare avanti. Non farà molta strada se continuerà ad essere indifferente alla rabbia dei greci, distante dall’orgoglio ferito degli spagnoli, dalle paure italiane e dalle angosce francesi. Tirare fuori 100 miliardi europei (di cittadini europei, una buona parte italiani) per difendere le banche spagnole e ritrovarsi con lo spread BTp-Bund a 473 punti (rendimento al 6,03%) e quello con i Bonos spagnoli oltre quota 520 (rendimento al 6,51%) è solo l’ultima spia di un allarme rosso che lei si ostina a volere ignorare. Non esistono vie alternative. Lo abbiamo già detto e scritto ripetutamente. Bisogna dare un messaggio forte ai mercati: l’Europa esiste, non salta, punto
….

Il tempo delle parole è finito, con dieci anni di ritardo, il disegno di integrazione politica va portato a compimento attraverso scelte concrete, immediatamente operative. Almeno tre.

1 – Garanzia unica per i depositi bancari europei. A chi solleva problemi morali, non del tutto infondati, sulla sua introduzione, va spiegato che, in assenza di questo strumento, rischia di pagare di più anche chi si è comportato bene.

2 – Accesso diretto al Fondo salva-Stati (Efsf) da parte degli istituti di credito. Potrà sembrare un dettaglio ma non lo è: le turbolenze di ieri sui mercati sono figlie proprio della convinzione che gli aiuti arriveranno da un secondo fondo di stabilità, Esm, non dall’Efsf, e questo incide sulla qualità e il tasso di rischiosità dei titoli di Stato spagnoli.

3 – Unificazione dei debiti pubblici europei distinguendo (Paese per Paese) il carico degli interessi ma neutralizzando così l’azione della speculazione sui tassi dei titoli sovrani dei Paesi del Sud Europa (e non solo) che si è rivelata molto onerosa.

«Signora Merkel, tocca a lei»


“Per favore, adesso possiamo far partire i motori, signora Merkel?”

L’articolo di copertina dell’Economist chiede al cancelliere tedesco di spiegare ai suoi elettori che bisogna scegliere tra un’idea ripugnante e una dura realtà

La Grecia verso l’uscita dall’Euro con conseguenze gravissime, Merkel va isolata per salvare l’Europa!


Il Presidente Francese che, appena insediato, vola a Berlino per parlare con il Cancelliere tedesco. Un paese europeo che ritorna al voto dopo solo un mese dalle ultime elezioni. Non si era mai visto. Una situazione drammatica per l’Europa intera.

Poco da fare, la Grecia si avvia verso l’uscita dall’Euro. In caso di vittoria della Sinistra radicale nelle immimenti nuove consultazioni elettorali ed il conseguente non proseguimento della politica di rigore, le istituzioni finanziarie non rinnoveranno il prestito di centinaia di miliardi e questo causerà il default greco e l’abbandono dell’euro.

Una decisione storica, grave e che avrà conseguenze imprevedibili per il destino degli altri paesi europei, soprattuto per quelli piu deboli.

Il Sole24Ore ipotizza cosa accadrà quando, tra qualche mese, il paese ellenico avvierà i procedimenti di uscita dalla moneta unica:

Impatto sulla valuta e sull’economia reale
In caso di ritorno alla dracma è largamente condivisa da parte degli economisti l’opinione che ci sarebbe una forte svalutazione della dracma nei confronti dell’euro (svalutazione competitiva). Argentina e Russia, gli ultimi due Paesi ad andare in bancarotta, hanno visto scendere il valore delle rispettive valute del 60-70%. Ciò vuol dire che i cittadini greci si troverebbero a ricevere salari più che dimezzati con una drammatica perdita nel potere d’acquisto.

A ciò vanno aggiunti i rischi di un’inflazione galoppante e di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Banca centrale di Atene (che riacquisterebbe l’autorità monetaria in caso di sganciamento dalla Bce) per arginare un’eventuale esplosione dei prezzi. Alti tassi di interesse impatterebbero anche sul costo del debito per famiglie e imprese.

Il costo medio per cittadino greco
Secondo uno studio di Ubs i greci pagherebbero in media nel primo anno un pedaggio tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa al crac, compresi i soldi necessari per tenere in piedi le banche. Gli anni successivi il costo pro capite sarebbe di 3-4mila euro.

Corsa allo sportello
In molti temono una corsa agli sportelli bancari dei cittadini per ritirare i propri depositi e proteggerli da eventuali intemperie del settore bancario. E per conservare sotto il mattone degli euro (che varrebbero di più di un’eventuale seconda edizione della dracma). Questo sarebbe un problema non da poco, al di là dell’effetto panico correlato che rischierebbe di innescare. Uno dei paradossi su cui si regge il sistema del credito è, infatti, che le banche, in qualsiasi Paese, fallirebbero qualora tutti i correntisti si presentassero contemporaneamente a ritirare i depositi.

Dopo la svalutazione la dracma potrebbe recuperare?
Gli esempi dei Paesi “recentemente” in bancarotta che hanno accusato una svalutazione della propria valuta, ovvero Argentina e Russia, indicano che gradualmente un recupero (tanto della valuta quanto dell’economia) c’è stato. Purtroppo è difficile ponderare paragoni con la Grecia, dato che Argentina e Russia sono forti esportatori di materie prime energetiche mentre la Grecia non ha questa carta da giocare per un rilancio.

Esportazioni e turismo
Anche le esportazioni, che beneficerebbero senz’altro della svalutazione competitiva della dracma, non sono il fiore all’occhiello di un’economia che trae molto vantaggio dal turismo. Certo, il turismo ne sarebbe rilanciato ma è difficile quantificare quanto questo fattore positivo potrebbe riuscire a compensare gli effetti negativi di un’uscita dall’euro.

Bce e prestiti alle banche
Le banche greche potrebbero avere seri problemi di liquidità dato che difficilmente la Banca centrale europea accetterebbe titoli greci come collaterale (garanzia) per offrire prestiti agevolati e dare ossigeno al credito. Va anche detto che allo stato attuale la banche greche, al netto del piano di salvataggio della Bce, sono tecnicamente insolventi. Esse continuano a ottenere prestiti dalla Bce supponendo di aver già ricevuto un pacchetto di salvataggio da 35 miliardi di euro, in quello che viene definito “miglioramento collaterale”, una sorta di protezione attraverso cui la Bce può continuare a prestare soldi alle banche greche. In caso di uscita dall’euro prima che sia compiuto questo processo di ricapitalizzazione è stimato che la Bce possa avere in mano un controvalore di 160 miliardi di euro di titoli o crediti spazzatura, dato che gli istituti di credito greci potrebbero non essere in grado di rimborsarli.

Debito in mano a investitori privati
Oltre al debito delle banche greche verso la Bce c’è anche da considerare il debito greco in mano a investitori privati e alle banche stesse. Un’uscita dall’euro costringerebbe Atene a rinegoziare/ristrutturare il debito con pesanti svalutazioni per i titolari di titoli greci che sarebbero convertiti in dracma.

I costi di uscita
È difficile stimare, considerando le svariate variabili in gioco, un dato sui costi di uscita della Grecia dall’euro. Secondo una nota confindenziale dell’Istituto internazionale di Finanza, rilanciata dal Wall Street Journal, il costo complessivo ammonterebbe a 1 trilone di dollari, ovvero mille miliardi di dollari (1,29mila miliardi di euro).

Mezza europa a rischio downgrade
Secondo l’agenzia di rating Fitch con un ritorno alla dracma mezza Europa rischierebbe il downgrade. In particolare per Italia, Francia, Spagna, Cipro, Irlanda, Portogallo, Slovenia e Belgio.

Effetto contagio
Senza dimentichare che si potrebbe innescare un effetto-contagio su altri Paesi dell’area. Irlanda e Portogallo, gli altri due Paesi che finora hanno fatto ricorso al salvataggio forzato della Troika (Ue-Bce-Fmi) sembrano essere, a giudicare dai rendimenti dei rispettivi bond, quelli a immediato maggior rischio.

Una analisi terrificante. Un costo altissimo per il popolo greco ed un grosso rischio per tutti i paesi Europei. Il Post ha pubblicato un ‘dizionario’ della crisi greca con domande e risposte, lo trovate qui:

In tutto questo, Portogallo e Irlanda?
I due paesi hanno ottenuto una consistente assistenza finanziaria da parte del Fondo Monetario Internazionale e dai paesi della zona euro. L’uscita della Grecia dall’euro porterebbe a nuove forti pressioni nei confronti di questi due paesi. Secondo diversi analisti, se la Grecia lasciasse l’euro l’attenzione degli investitori e la speculazione si sposterebbero su Portogallo e Irlanda, portando a un ulteriore avvitamento della crisi economia europea. Dopo toccherebbe a Italia e Spagna.

Intanto in Grecia il sistema sociale sta collassando, i tagli alla Sanità hanno prodotto danni incalcolabili:

Dopo quattro anni di recessione e due anni di ampi tagli al bilancio statale per ridurre le spese e raddrizzare i conti, in Grecia ormai anche l’assistenza sanitaria sta diventando ogni giorno che passa sempre piu’ un privilegio. Con la spesa sanitaria pubblica a circa 10 miliardi di euro, il 25% in meno rispetto al 2009, star bene “rischia di diventare un privilegio”, dice Haralambos Economou, docente di sociologia all’Università Panteion di Atene.

Ed esperti nel settore sostengono che fino al 10% della popolazione, se ha bisogno di cure, e’ adesso costretta a fare ricorso ai propri risparmi in continua diminuzione. In passato, la maggior parte dei greci si rivolgeva – quando possibile – alle cure private anche se dovevano sborsare di tasca propria quasi il 40% del costo totale del trattamento, uno dei tassi più alti nei Paesi sviluppati. Adesso, pero’, la domanda di assistenza negli ospedali pubblici e’ salita del 20-30% mentre le spese ricadono di nuovo sul sistema statale gia’ sotto forte pressione per il taglio dei costi. Ma, ancora peggio, molte persone cercano di aggirare il sistema (e ridurre le spese) presentandosi al pronto soccorso dell’ospedale come se fosse un caso d’emergenza allo scopo di ottenere cure immediate invece di chiedere un appuntamento in anticipo per il quale e’ necessario pagare.

Nel paese ellenico, però, gli affari sulle armi vanno avanti. Le spese militari sono cresciute del 3% nell’ultimo anno ed indovinate con chi fa affari la Grecia in questo settore? Con la Germania:

Il 3% del Pil del paese se ne va per costi militari. In primis per navi da guerra e carrarmati comprati in Germania

Germania che continua nella politica di ‘rigore’ e contenimento dei conti costringendo i paesi piu deboli dell’eurozona ad incredibili sacrifici. Una  strategia  per indebolire l’Euro e favorire le esportazioni tedesche?

Quest’oggi, senza mezzi termini il Wall Street Journal ha presentato un articolo dove attacca senza esclusione di colpi la Germania, che avrebbe trattato la Grecia come un campo sperimentale in cui verificare le proprie teoria di intransigenza economica e finanzia che stanno portando ormai più nazioni sull’orlo del fallimento.

Tutto questo però ha dei vantaggi, solo ed esclusivamente per la Germania: la crisi di alcuni degli stati dell’Euro garantisce la tenuta di un euro leggermente più debole rispetto al dollaro favorendo così le esportazioni che erano state messe fortemente in crisi quando il rapporto tra euro e dollaro si era rafforzato a favore del primo.

Dunque, la Germania, come sempre, prosegue ostinatamente nella propria politica rischiando per questo di affondare l’intera Europa.

La politica tedesca però sta cominciando a scricchiolare. La vittoria di Hollande, la sconfitta interna in Westfalia, le continue proteste di alcuni paesi europei e le critiche del Presidente Obama, fanno capire quanto Merkel abbia perso credibilità e sia sempre piu isolata in Europa e non solo:

Barack Obama non l’ha nominata, ma il riferimento anzitutto ad Angela Merkel è chiaro. «L’Europa – ha detto a Seattle il presidente Usa – è ancora in una condizione difficile in parte perché non ha preso alcuno dei passi decisivi presi da noi all’inizio di questa recessione». L’allusione è agli stimoli alla crescita, al quantity easing della Federal Reserve e alla moderazione nelle politiche di austerity. Il contrario, in sostanza, del corso imposto dal cancelliere tedesco al resto d’Europa, paesi in difficoltà in primo piano.
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La stampa tedesca comincia a domandarsi preoccupata se non stiano rinascendo vecchi odi verso il paese. «In Germania – dice a chi scrive un diplomatico tedesco – cominciamo a ricordarci con chiarezza che abbiamo bisogno dell’Europa».

Prima ci libereremo di Angela Merkel prima potremo sperare in un futuro migliore. La cancelliera ha posto gli interessi della Germania (euro debole a causa della crisi greca fa esportare di piu ai tedeschi e quindi fa crescere la loro economia a discapito dei paesi piu deboli come Italia e Spagna) sopra quelli dell’Europa.
L’isolamento di Frau Merkel è necessario cosicchè venga defenestrata (magari come accadde alla Thatcher in Gran Bretagna) prima che sia troppo tardi.
Prima che a qualcuno venga in mente di creare un Euro di seria A (riservato a Germania, Francia, Olanda e pochi altri) lasciando ai paesi periferici una moneta di serie B, debole e senza prospettive.
Prima che l’Euro e l’Europa intera cadano sotto l’egoismo di una Nazione che è sempre stata la causa di Guerre sanguinose nel Vecchio continente.