I moti del 1830-31: le insurrezioni di Modena e Parma, Ciro Menotti


Dopo i moti del 1820-21 nati in Spagna e poi propagatisi in Europa, Italia compresa, con le insurrezioni in Piemonte e nel Regno delle due Sicilie, si dovette attendere un decennio esatto per assistere a qualcosa di simile. Il 1830 fu caratterizzato da rivolte e cospirazioni attuate da militari e borghesi contro l’assolutismo dei Sovrani europei.

La prima insurrezione fu quella francese, contro il Re Carlo X, assolutista e tirannico. Al potere da 1824, il sovrano di Francia aveva limitato i poteri del Parlamento sino ad attuare un vero e proprio colpo di stato nel 1830 a causa della vittoria del fronte liberale nelle elezioni della Camera. Anche a causa di una crisi economica grave, il popolo insorse e guidato dai borghesi, cacciò il Carlo X ed elesse ‘l’artistocratico illuminato’ Luigi Filippo d’Orleans come nuovo Re di Francia.

Dopo la novità francesi, arrivarono anche l’indipendenza del Belgio dai Paesi Bassi, aiutata anche dall’intervento della ‘nuova Francia’ di Luigi Filippo, ed il tentativo di affrancamento della Polonia dalla vicina Russia. I polacchi fallirono, anche per la non ingerenza dei francesi. Stessa cosa accadde purtroppo a noi italiani.

La situazione della penisola era la seguente:

Il Sud era dominio dei Borbone con il Regno delle due Sicilie, il Centro era appannaggio del Papa con lo Stato Pontificio, la sola Toscana appariva libera dal controllo di sovrani assolutisti. I ducati di Parma e Modena, sotto influenza austriaca, occupavano la parte restante della zona centro-settentrionale. Al Nord l’impero Austriaco dominava il Lombardo Veneto, infine il Piemonte e la Liguria,  costituivano il Regno di Sardegna, assieme all’omonima isola.

I moti del’30 in Italia furono caratterizzati dalle rivolte nei ducati di Parma e Modena e di alcune città dello Stato Pontificio, uno dei patrioti impegnati nelle rivolte fu Ciro Menotti:

Affiliato alla Carboneria fin dal 1817, maturò fin da giovane un forte sentimento democratico e patriottico che lo portò a rifiutare la dominazione austriaca in Italia. Affascinato dal nuovo corso del re Luigi Filippo d’Orléans, dal 1820 tenne frequenti contatti con i circoli liberali francesi e con gli esuli democratici italiani, come Cristina Trivulzio Belgioioso e sua madre Vittoria dei Gherardini: l’obiettivo era quello di liberare il ducato di Modena dal giogo dell’Austria.

Modena era allora governata dal duca Francesco IV d’Asburgo-Este, arciduca d’Austria. Egli reputava il ducato di Modena troppo piccolo per le sue ambizioni: aveva continui rapporti diplomatici con i diversi stati europei e manteneva una corte sfarzosa come fosse un grande sovrano. Ciò spiega il suo interessamento per i movimenti rivoluzionari che agitavano l’Italia, da un lato temendoli e agendo duramente contro di loro, dall’altro lusingandoli nella speranza di potere sfruttare e volgere la loro azione a vantaggio dei propri interessi personali….

Menotti decise quindi di coinvolgere il sovrano di Modena nei progetti insurrezionali:

Avvicinato da Menotti, inizialmente Francesco IV non reagì al progetto rivoluzionario: forse c’erano accordi precisi fra i due tramite anche un altro liberale, l’avvocato Enrico Misley, frequentatore abituale della corte ducale.

Nel gennaio del 1831 Menotti organizzò nei minimi dettagli la sollevazione, cercando il sostegno popolare e l’approvazione dei neonati circoli liberali che stavano proliferando in tutta la Penisola. Il 3 febbraio 1831, dopo aver raccolto le armi, Menotti radunò una quarantina di congiurati nella propria abitazione, poco distante dal Palazzo Ducale, per organizzare la rivolta.
Francesco IV, tuttavia, con un brusco voltafaccia certamente impostogli dal governo austriaco, decise di ritirare il suo appoggio alla causa menottiana ed anzi chiese l’intervento restauratore della Santa Alleanza.

Il duca fece circondare dalle sue guardie la casa; seguirono alcuni spari e i congiurati cercarono di fuggire, alcuni ci riuscirono, altri no e fra questi Ciro Menotti, che, saltato da una finestra nel giardino retrostante la casa, rimase ferito e fu catturato e imprigionato. Intanto però i disordini erano cominciati soprattutto nella vicina Bologna. Il duca scrisse subito un ordine al Governatore di Reggio: «Questa notte è scoppiata contro di me una terribile congiura. Mandatemi il boia», poi pensò bene di riparare a Mantova, allora facente parte dei domini austriaci in Italia, portando però con sé Menotti.

Fallita la rivolta, il duca, rassicurato, il 9 marzo rientrò a Modena, sempre portandosi dietro il Menotti prigioniero.

Anche nel Ducato di Parma le cose si svolsero allo stesso modo, con la cacciata temporanea della sovrana, Maria Luigia:

Nel 1831, a seguito dei moti rivoluzionari di febbraio e marzo, indirizzati più contro il suo primo ministro, l’odiato barone Joseph von Werklein impostole dal Metternich, la duchessa è costretta ad abbandonare la capitale, che nel frattempo insediava un governo provvisorio affidandolo al conte Filippo Linati. Il 18 febbraio Maria Luigia decretò che fino a nuova disposizione si sarebbe stabilita, con il governo, a Piacenza. In questa città la sovrana viene accolta calorosamente, ma temendo una rappresaglia dei parmensi, si decise di rinforzare la cinta muraria. Maria Luigia chiese rinforzi militari al padre e in agosto le truppe austriache entrarono in Parma e ristabilirono l’ordine con la forza.

Con il mancato sostegno francese, le divisioni tra gli insorti e lo scarso consenso popolare, i moti fallirono. L‘intervento austriaco rimise sui troni di Modena e Parma i rispettivi sovrani, Francesco IV e Maria Luisa. Arrivarono quindi le repressioni contro i rivoluzionari, per Menotti non vi fu scampo:

Nonostante le numerose suppliche che gli pervennero da più parti perché concedesse una commutazione della pena, il duca fu irremovibile e la sentenza venne eseguita nella Cittadella, assieme a quella di Vincenzo Borelli, reo di aver redatto l’atto di decadenza di Francesco IV dopo la sua fuga dal ducato e per questo condannato a morte. Menotti passò la notte prima dell’esecuzione con un sacerdote al quale consegnò una nobilissima lettera per la moglie, lettera che le guardie confiscarono e che fu consegnata alla vedova dai liberatori, solo nel 1848, due anni dopo la morte del Duca e alla cacciata degli Asburgo-Este.
La sentenza di morte venne pubblicata solo dopo l’esecuzione, allo scopo di evitare possibili disordini e rivolte.

Un brano dela lettera che Menotti scrisse alla moglie poche ore prima di essere giustiziato:

……..

Carissima moglie. La tua virtù e la tua religione siano teco, e ti assistano nel ricevere questo foglio. Sono le ultime parole dell’infelice tuo Ciro. Egli ti rivedrà in più beato soggiorno. Vivi ai figli e fa loro anche da padre: ne hai tutti i requisiti. Il supremo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore, studia di vincerlo e pensa chi è che te lo suggerisce e te lo consiglia. Non resterai che orbata di un corpo, che pure doveva soggiacere al suo fine, l’anima mia sarà teco unita per tutta l’eternità. Pensa ai figli e in essi continua a vedere il loro genitore: e quando saranno adulti dà loro a conoscere quanto io amavo la patria. Faccio te interprete del mio congedo con la famiglia. Io muoio col nome di tutti nel cuore: e la mia Cecchina ne invade la miglior parte.

Non ti spaventi l’idea dell’immatura mia fine. Iddio che mi accorda forza e coraggio per incontrarla come la mercede del giusto, Iddio mi aiuterà al fatal momento……..

 

In sintesi i moti insurrezionali del 1830-31 possono essere riassunti in questo schema:

  1. Novità rispetto al 1820-21
    • Base sociale piú ampia; iniziativa dei ceti borghesi e non dei militari;
    • Aspirazioni unitarie, almeno nei programmi dei promotori; deposizione dei sovrani.
  2. Cause del fallimento
    • Il persistere, nonostante l’aspirazione all’unità, di rivalità municipali;
    • Divisione tra democratici repubblicani e moderati;
    • contegno passivo della Francia (“il sangue dei francesi appartiene solo alla Francia”).
  3. Conseguenze e bilancio
    • Dure reazioni, specie a Modena e nello Stato Pontificio (Papa Gregorio XVI, 1831-1846);
    • Gli austriaci a Modena e i francesi ad Ancona fino al 1838;
    • Evidente necessità di non contare sull’aiuto straniero, di superare l’organizzazione settaria e di mirare invece ad una salda organizzazione unitaria

Fonti: Wikipedia, Spinningpolitics.it

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Risorgimento: i moti del 1820, le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte, Guglielmo Pepe e Santorre di Santarosa


Nel secondo appuntamento con il Risorgimento ci occupiamo della fase iniziale dell’epoca storica che nacque dalle ceneri dell’impero napoleonico e terminò con la costituzione dello stato italiano. Siamo nel 1820. Dopo la caduta di Napoleone il Vecchio Continente aveva fatto un salto nel passato. Il Congresso di Vienna , riunitosi qualche anno prima (1815), aveva riconsegnato le varie monarchie europee ai sovrani spodestati dalle rivoluzioni di fine settecento, un processo storico denominato Restaurazione.

Le popolazioni però non avevano gradito ed alcuni cittadini si erano organizzati in moti cospiratori, atti a portare regimi democratici laddove ora vi erano monarchi assolutisti.  La prima fase delle proteste post-Restaurazione avvenne in Spagna, il primo gennaio 1820:

La data di inizio dei moti può considerarsi il 1 gennaio1820: presso il porto della città marittima di Cadice, in Spagna, alcuni reparti militari avevano ricevuto l’incarico di imbarcarsi alla volta delle colonie spagnole, dove alcune di esse si erano date governi indipendenti. Ciò era stato possibile in seguito all’invasione napoleonica della Spagna, alla cacciata dei Borbone e alla mancanza di un governo centrale saldo. Con l’invio dei battaglioni si pensava di sedare così la rivolta guidata da Simón Bolívar.

Gli ufficiali rifiutarono di imbarcarsi e diedero inizio ad una rivolta, detta pronunciamiento.

I rivoltosi contrinsero il Re di Spagna Ferdinando VII a concedere la Costituzione. Il Sovrano spagnolo chiese poi aiuto alla Santa Alleanza, una antesignana della Nato, una associazione delle potenze europee impegnata a difendere i singoli paesi da possibili attacchi interni. La Santa Alleanza autorizzò la Francia ad inviare un esercito in Spagna per aiutare Ferdinando che fu preso prigioniero dai liberali autori dei moti. Il 31 agosto del 1823 l’esercito francese ebbe la meglio sugli insorti e Ferdinando fu rimesso sul trono di Spagna. La rivoluzione liberale era fallita. Ma oramai aveva preso piede in tutta Europa, anche in Italia.

Nel Regno delle Due Sicilie e nel Piemonte, in questi due Stati della penisola si concentrarono principalmente i moti rivoluzionari del 182o.

I moti carbonari di Napoli, Guglielmo Pepe

A Napoli accadde così:

La notte tra il il 1 e il 2 luglio1820, la notte di San Teobaldo, patrono dei carbonari, Morelli e Silvati diedero il via alla cospirazione disertando con circa 130 uomini e 20 ufficiali. Ben presto li raggiunse Minichini che entrò in contrasto con Morelli: il primo voleva procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di aggiungere alle proprie fila quei contadini e quei popolani che credeva attendessero di unirsi alla cospirazione; il secondo voleva puntare direttamente su Avellino dove lo attendeva il generale Pepe. Minichini lasciò lo squadrone allo scopo di seguire il proprio intento, ma dovette far ritorno poco dopo senza risultati. Il giovane ufficiale Michele Morelli, sostenuto dalle proprie truppe, procedeva verso Avellino senza incontrare per le strade l’entusiasmo delle folle che si aspettava.

Il 2 luglio, a Monteforte, fu accolto trionfalmente. Il giorno seguente, Morelli, Silvati e Minichini fecero il loro ingresso ad Avellino. Accolti dalle autorità cittadine, rassicurate del fatto che la loro azione non aveva intenzione di rovesciare la monarchia, proclamarono la costituzione sul modello spagnolo. Dopo di che, passò i poteri nelle mani del colonnello De Concilij, capo di stato maggiore del generale Pepe. Questo gesto di sottomissione alla gerarchia militare, provocò il disappunto di Minichini che tornò a Nola per incitare una rivolta popolare. Il 5 luglio, Morelli entrava a Salerno, mentre la rivolta si espandeva a Napoli dove il generale Guglielmo Pepe aveva raccolto molte unità militari. Il giorno seguente, il re Ferdinando I si vide costretto a concedere la costituzione.

Dopo pochi mesi, le potenze della Santa Alleanza, riunite in congresso a Lubiana, decisero l’intervento armato contro i rivoluzionari che nel Regno delle Due Sicilie avevano proclamato la costituzione. Si cercò di resistere, ma il 7 marzo1821 i costituzionalisti di Napoli comandati da Guglielmo Pepe, sebbene forti di 40.000 uomini, furono sconfitti ad Antrodoco dalle truppe austriache. Il 24 marzo gli austriaci entrarono a Napoli senza incontrare resistenza e chiusero il neonato parlamento.

Dopo un paio di mesi, re Ferdinando revocò la costituzione e affidò al ministro di polizia, il principe di Canosa, il compito di catturare tutti coloro che erano sospettati di cospirazione.

Guglielmo Pepe

 

La rivoluzione fu realizzata grazie alla collaborazione di alcuni alti ufficiali, tra i quali spiccava il generale Guglielmo Pepe, già combattente ai tempi della Repubblica Partenopea nel 1799. Da alcuni suoi scritti possiamo rivivere i momenti concitati della rivoluzione del 1820:

Avevo con me quattro reggimenti di cavalleria, quasi tutte le milizie della provincia di Avellino (circa 5.000), ed un battaglione di bersaglieri*. I carbonari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa ventimila. Da Foggia attendevo il reggimento di cavalleria di Russo: cinquemila militi, e carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettavo istruzioni ai capi dei corpi, e studiavo come ordinare provvisoriamente alla meglio gli insorti, mi giunsero lettere del duca di Calabria e messaggeri del re, che mi assicuravano la concessione della costituzione da parte della Spagna. Quindi non vi era più bisogno di combattere.

Dopo la sconfitta del 1821, che pose fine ai moti di Napoli, Pepe andò in esilio. Fu poi protagonista della Prima Guerra d’Indipendenza, gli fu affidata da Daniele Manin la difesa della Repubblica di Venezia. Anche li ebbe la peggio contro la potente truppa austriaca. Esiliato in Francia, tornò in Italia e piu precisamente a Torino , dove mori nel 1855.

La Rivoluzione Piemontese, Santorre di Santarosa

Santorre di Santarosa

 

Anche il Piemonte si oppose alla Restaurazione. Lo fece tramite alcuni gruppi di idee liberali e borghesi che volevano maggiori libertà per la popolazione. Cercarono di realizzarle tramite il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I, il quale invece era di tutte altre idee. Cercarono quindi una alleanza con un altro Savoia, di un ramo secondario della famiglia regnante, il Principe Carlo Alberto. Carlo Alberto si fece convincere e cosi, assieme ad uno dei principali ispiratori dei moti piemontesi, Santorre di Santarosa, la cospirazione ebbe inizio:

Il 6 marzo1821, durante la notte, Santorre e altri generali si riunirono nella biblioteca del principe, insieme allo stesso Carlo Alberto, per organizzare nei dettagli l’impresa che, secondo un accordo precedente, sarebbe dovuta iniziare nel mese di febbraio: nel corso dell’incontro, Carlo Alberto mostrò alcuni tentennamenti, soprattutto sulla loro intenzione di dichiarare guerra all’Austria, che portarono Santorre ad avere qualche dubbio sul principe e sulle sue vere intenzioni. Tuttavia Carlo Alberto lasciò intendere il suo appoggio, e per questo motivo Santorre e i suoi associati fecero pervenire il messaggio di prossimo inizio della rivolta ai reparti militari di Alessandria, che, il 10 marzo, diedero inizio all’insurrezione, seguiti subito dopo dai presidi di Vercelli e Torino. In quell’occasione fu emesso da parte dei generali insorti il famoso Pronunciamento, un proclama con il quale si decise l’adozione di una costituzione, improntata su quella spagnola di Cadice del 1812, che prevedeva maggiori diritti per il popolo piemontese e una riduzione del potere del sovrano. Ma il re, piuttosto che concedere il documento, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice di Savoia, allora assente dal Piemonte. La reggenza venne così affidata al principe Carlo Alberto che, assunto l’incarico, concesse la Costituzione e nominò Santorre di Santarosa ministro della guerra del governo provvisorio.

Di ritorno nella capitale, il nuovo sovrano revocò la costituzione e impose a Carlo Alberto di rimettersi al suo volere, abbandonando Torino e recandosi a Novara, rinunciando definitivamente alla sua carica e alla guida del movimento di rivolta. Nella notte del 22 marzo, mentre alcuni, tra cui lo stesso Santa Rosa, annunciavano una prossima guerra contro l’Austria, Carlo Alberto fuggì segretamente a Novara abbandonando gli insorti al loro destino. Poche ore dopo Santorre, alla guida di un piccolo reparto, si recò nella città piemontese per tentare di convincere il principe e le sue truppe a tornare dalla sua parte, ma la missione si rivelò del tutto infruttuosa.

Privi di un appoggio, i costituzionali decisero di sciogliersi.

L’Austria inviò quindi delle truppe in Piemonte per ristabilire l’ordine e perseguire gli insorti. Santorre  fu costretto all’esilio, prima in Svizzera poi in Francia. La sua voglia di libertà però ebbe la meglio:

Nel frattempo, cominciò a coltivare l’idea di andare a combattere in Grecia per il movimento indipendentista locale, che mirava all’indipendenza dall’Impero ottomano ed alla creazione di un governo libero e moderno. Dopo lo scoppio della Guerra d’indipendenza greca, Santorre decise di lasciare l’Inghilterra per combattere per la libertà; indipendentemente dalla patria per la quale avrebbe combattuto, voleva morire per quello in cui credeva.

Mori nel 1825 proprio per difendere un’isola greca dall’esercito egiziano, durante la Battaglia di Sfacteria.

Scrisse Santorre di Santorosa:

Per dare un’idea esatta del­le cause che provocarono la ri­voluzione piemontese, e per far­ne cogliere il vero carattere, bisogna ritornare indietro nel tempo, ad un’epoca me­moranda in cui la caduta dell’impero francese ridonò al Piemonte la sua esistenza politica e i suoi principi. Non v’è cuore piemontese che non abbia ser­bato ricordo del 20 maggio 1814: mai Torino  vide spet­tacolo più commovente – quel popolo che si accalcava attor­no al suo re; quella gioventù impaziente di contemplarne le sembianze; quelle grida di gioia, quella cordiale esultanza dipinta in ogni vol­to!

Nobili, borghesi, popolani di città e di campagna, erava­mo allora uniti da uno stesso sentimento: avevamo le stesse speranze. Non più divi­sioni, non più tristi memorie. Il Piemonte non formava che una sola famiglia, di cui Vitto­rio Emanuele era il padre ado­rato.

Ma quel buon principe era attorniato da consiglieri inetti: lo persuasero che bisognava sta­bilire sulle vecchie basi la mo­narchia dei suoi avi. Così facemmo un passo indietro di mezzo secolo.

Fonti: Wikipedia

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