Donald Trump è il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America


US President-elect Donald Trump is sworn in as President on January 20, 2017 at the US Capitol in Washington, DC. / AFP / Mark RALSTON        (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)
US President-elect Donald Trump is sworn in as President on January 20, 2017 at the US Capitol in Washington, DC. / AFP / Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)Donald Trump è il 45esimo Péresidente degli Stati Uit
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Barack, Michelle e Joe. Ci mancheranno.


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Barack, Michelle e Joe. In questi ultimi giorni di Presidenza, Obama sta rendendo omaggio a chi gli è stato più vicino in questi anni. Sua moglie Michelle, non una first lady ‘classica’ ma una combattente, forse più dura del marito a volte. E poi il suo vice, Biden. Una storia personale degna di un film. Esperienza, affidabilità, competenza. Un VicePresidente attivo ed utile. E soprattutto un amico. Alcuni dicono che Michelle Obama in futuro potrà ambire alla Casa Bianca. Quel che è certo è che Joe Biden avrebbe di sicuro ricoperto in modo eccellente il ruolo di Presidente.

Purtroppo però i Democratici hanno dovuto pagare un ‘prezzo’ ai Clinton, alle loro ambizioni, alla voglia di rivalsa di Hillary, sconfitta nel 2008 e poi alleata di Obama a patto di essere Lei la candidata alla fine del mandato del Presidente. Quel prezzo non è stato pagato solo da Obama e dai Democratici. Sarà pagato da tutti gli americani e forse dal resto del Mondo.

Tra sette giorni esatti inizia l’era Trump. Basta leggere i nomi dei membri del suo governo per inorridire. Sotto ogni aspetto e tema.
Trump non è un folle. Non porterà gli Stati Uniti alla terza guerra mondiale. Ma Trump non è un uomo politico e soprattutto è un egocentrico misogino con manie di persecuzione e nessuno stile. L’immagine dell’America ne risentirà, questo è certo. Alcuni dicono che prima poi l’establishment si sbarazzerà di lui affidando le sorti del Paese al suo vice Mike Pence. Potrebbe essere ma non è affatto detto. Di sicuro c’è solo il totale cambio di faccia della Casa Bianca e “dell’essere” Presidente degli Stati Uniti. Se Clinton rischiò di essere cacciato per un pompino, oggi a Trump sarà permesso tutto. Ma proprio tutto. Vista la sua storia e la vittoria alle elezioni suo malgrado.
Negli otto anni di governo, Obama ha commesso molti errori, soprattutto in politica estera. Ma al netto di ogni recriminazione e delusione, credo sarà presto rimpianto. Barack, Michelle e Joe. Ci mancheranno.

#Usa2016, al via le primarie: sarà una sfida Clinton-Trump (o Cruz)?


Journalists speak back stage ahead of the Democratic presidential debate at the Wynn Hotel in Las Vegas, Nevada on October 13, 2015, hours before the first Democratic Presidential Debate. After ignoring her chief rival for months, White House heavyweight contender Hillary Clinton steps into the ring Tuesday to confront independent Senator Bernie Sanders in their first Democratic debate of the 2016 primary cycle. Clinton will take center stage in Las Vegas joined by Sanders and three other hopefuls, and while there is unlikely to be a dramatic clash of personalities as seen in the first two Republican debates, the spotlight is likely to be on the top two candidates. The other three challengers -- former Maryland governor Martin O'Malley, ex-senator Jim Webb and former Rhode Island governor Lincoln Chafee -- will try to generate breakout moments to show they are electable alternatives to Clinton. AFP PHOTO / FREDERIC J. BROWN        (Photo credit should read FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

Tra due settimane, negli Stati Uniti, prenderanno il via le elezioni primarie. Dalle consultazioni popolari usciranno i due candidati principali alla Casa Bianca nelle elezioni di novembre. Clinton sembra in vantaggio netto nel fronte democratico. Il liberal Sanders non appare in grado di insidiare l’ex first lady. Troppo ‘di sinistra’ per una elezione che alla fine si vince al ‘centro’. Anche se Sanders parte quasi in pole, in buona posizione per i caucus di Iowa ed in leggero vantaggio per le primarie del New Hampshire.

Più complicato il versante Repubblicano. Il GOP è diviso. I candidati sono una decina ma quelli con più chance sembrano essere quattro. Jeb Bush, il terzo della ‘dinastia’ (figlio e fratello dei due Presidenti Bush) appariva qualche mese fa come il predestinato alla investitura finale. Ed invece adesso annaspa. Poco consenso. Poi c’è il populista, demagogo ed estremista Donald Trump. Sessista, razzista, islamofobo eppure con sostegni in crescita. Parte davanti a tutti, seppure sino a qualche settimana fa si dicesse che la sua candidatura si sarebbe sgonfiata a ridosso delle primarie. Così non è stato. In realtà gli esperti sono convinti che alla fine non prevarrà e ripiegano su altri due candidati. Marco Rubio e soprattutto Ted Cruz. Due senatori (il primo della Florida, il secondo del Texas), due figli di immigrati.  Rubio è figlio di cittadini cubani, emigrati negli Stati uniti durante gli anni Cinquanta, prima dell’avvento di Fidel Castro.  Cruz di un immigrato cubano e di un’americana di origini italiane.

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Nelle prossime settimane capiremo il peso di ognuno di loro ed eventuali ritiri di altri candidati favoriranno uno piuttosto che l’altro. Si inizia il 1° febbraio in Iowa, poi il 9 con il New Hampshire, il 20 con i caucus dem in Nevada e soprattutto le primarie Gop in South Carolina. Infine il 1° marzo, con il Super Tuesday (in cui votano molti Stati) dovrebbero decidersi i giochi, almeno per i democratici.

A luglio si terranno le Convenzioni dei due partiti. Si sapranno i nomi dei vicepresidenti e si avvierà alla fine il processo che, il primo martedì di novembre, eleggerà il successore di Barack Obama, il prossimo 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. E noi saremo qui a seguire tutto. Con voi.

La differenza tra Caucus e Primarie:

il caucus e le primarie propriamente dette. Il primo è un particolare format che tende a favorire un candidato con un seguito politico organizzato; questo soprattutto a causa di un voto determinato dai rappresentanti locali dei partiti e che avviene solitamente senza sotterfugi (si tiene in genere per alzata di mano). Ai caucus vi possono partecipare solo individui dotati della tessera del partito; è un metodo adottato da Alaska, Colorado, Hawaii, Kansas, Maine, Minnesota, Nevada, North Dakota, Wyoming e Iowa. Tutti gli altri stati, invece, privilegiano le urne con voto segreto, cui prendono parte – a seconda della scelta dei singoli stati – o membri del partito, cui i cittadini possono iscriversi anche il giorno stesso del voto, o tutti gli americani intenzionati ad esprimere la propria preferenza. (fonte)

Chi si elegge con le primarie

Per conquistare la nomination democratica è necessario vincere 2242 delegati sui 4383 complessivi , suddivisi tra delegati e super delegati, che sono i dirigenti di partito ed eletti nelle istituzioni membri di diritto della Convention. Il candidato repubblicano alle presidenziali dovrà invece conquistare almeno 1237 dei 2472 delegati in palio nelle oltre 50 elezioni (primarie) che si svolgeranno da inizio febbraio fino a metà di giugno (fonte)

I candidati principali

DEMOCRATICI

  1. Bernie Sanders, senatore del Vermont dal 2007
  2. Martin O’Malley, governatore del Maryland dal 2007 al 2015
  3. Hillary Clinton, Segretario di Stato dal 2009 al 2013
  1. Jeb Bush, governatore della Florida dal 1999 al 200
  2. Donald Trump, proprietario e presidente del consiglio d’amministrazione della Trump Organization
  3. Marco Rubio, senatore dalla Florida dal 2011
  4. Ted Cruz, senatore dal Texas dal 2013

Jeb Bush

Donald Trump

Marco Rubio

Ted Cruz

PRIMARIE , IL CALENDARIO INIZIALE (Internazionale.it)

1 febbraio
La prima sfida del 2016 riguarderà i caucus (primarie dei partiti) dell’Iowa. Secondo un vecchio adagio, sono solo tre i biglietti di partenza dall’Iowa, il che significa che solo i tre candidati che ottengono più voti nei caucus di ciascun partito avranno la possibilità di ottenere la candidatura alle presidenziali. Ma quest’anno potrebbe andare diversamente: i candidati democratici sono solo tre, ma i repubblicani ancora in corsa sono una decina. Anche se l’Iowa potrebbe segnare la fine delle speranze per i candidati in difficoltà come il democratico Martin O’Malley e i repubblicani Mick Huckabee e Rick Santorum. Questi candidati si giocano il tutto per tutto nel cosiddetto stato dell’occhio di falco, nella speranza di una clamorosa resurrezione.

9 febbraio
Appena nove giorni dopo, le primarie del New Hampshire, le prime in tutto il territorio nazionale, saranno un indicatore fondamentale per capire quanto durerà la competizione tra i diversi candidati all’interno di ciascun partito. Per i democratici, una vittoria del senatore del Vermont Bernie Sanders su Hillary Clinton potrebbe allungare i tempi della campagna elettorale. Una vittoria dell’ex segretaria di stato nel cosiddetto stato del granito potrebbe invece far concludere più rapidamente le primarie democratiche. Nel campo repubblicano, una vittoria dell’imprenditore Donald Trump potrebbe sancire l’inizio di primarie particolarmente caotiche.

20 febbraio
Sono due le competizioni elettorali che si tengono in questa giornata. Il Partito repubblicano organizza le primarie in South Carolina, le prime che si terranno nel sud del paese, mentre in Nevada si terranno i caucus del Partito democratico. Il voto in South Carolina, uno stato da sempre caratterizzato da un clima politico molto acceso, sarà particolarmente interessante: candidati di spicco come Ted Cruz, Marco Rubio e Donald Trump si sfideranno in uno stato meridionale dove vivono molti reduci di guerra, elettori generalmente molto importanti per il Partito repubblicano. Dal canto suo, il Nevada rappresenta un’importante banco di prova per verificare le capacità di Bernie Sanders di conquistare consenso fuori dall’Iowa e dal New Hampshire.

1 marzo
Le primarie cosiddette Sec, chiamate anche “super martedì”, prendono il nome dalla Southeastern Conference, un girone del campionato universitario di football. Prevedono che si tengano le primarie in sei stati del sud e anche in altri stati del nord, tra cui il Massachusetts e il Minnesota. È da molto tempo che candidati come Ted Cruz e Donald Trump fanno campagna elettorale negli stati del sud, perché una prestazione convincente durante il “super martedì” potrebbe proiettare uno dei candidati verso la vittoria alle primarie.

Midterm: trionfo GOP, il lungo tramonto di Obama


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“Gli Stati Uniti vantano il più basso tasso di disoccupazione da sei anni a questa parte, il mercato azionario è a livelli altissimi e circa 10 milioni di persone hanno ottenuto una copertura sanitaria grazie alla sua riforma” Eppure Barack Obama è stato sonoramente sconfitto alle elezioni di medio termine. I repubblicani consolidano la maggioranza alla Camera (248 a 187) con un successo che non si ricordava da decenni. Ottengono infine anche la maggioranza al Senato (53 a 45) e questo significa che il Presidente è oramai una ‘anatra zoppa’ ovvero non potrà far passare alcuna delle sue leggi al Congresso.

Una analisi della disfatta di Obama, da il Post:

Il passaggio di Obama da forte e trionfante eroe Democratico a peso politico sulle spalle del suo partito è il racconto di un presidente al suo secondo mandato costantemente e velocemente distratto da una serie di crisi – alcune generate da lui stesso – e della salda convinzione che la Casa Bianca non le abbia gestite bene. Questa caduta ha portato a farsi domande riguardanti l’efficacia del presidente, sulla sua determinazione e la sua generale capacità di guida, nelle questioni interne come in politica estera.

La lista delle crisi di leadership in questo secondo mandato di Obama è formidabileil lancio fallito di HealthCare.gov; il caso delle lunghe attese agli ospedali per veterani; la divulgazione dei segreti della National Security Agency da parte di Edward Snowden; un enorme numero di bambini stranieri che ha passato il confine cercando ospitalità negli Stati Uniti; i terroristi islamici che saccheggiano la Siria e l’Iraq e decapitano stranieri, inclusi alcuni americani; l’arrivo del virus ebola negli Stati Uniti.

«Si tratta di crisi “normali” nella carriera di un presidente, devono essere affrontate. È il suo lavoro», ha detto il dirigente dei sindacati Michael Podhorzer, un alleato della Casa Bianca che incolpa il partito Repubblicano di bloccare l’agenda economica di Obama. «Questo atteggiamento ha messo in discussione la capacità di Obama di imporsi in altre questioni».

Il Senato ha respinto tutte le proposte di legge sul controllo delle armi nell’aprile del 2013, consegnando a Obama una iniziale sconfitta su un tema molto sentito in tutto il paese. Per quanto frustrante, dentro alla Casa Bianca nessuno pensava che questa sconfitta potesse produrre un’aura di fallimento attorno al secondo mandato di Obama. Il presidente e le persone a lui vicine rimanevano convinte di poter realizzare riforme importanti e bipartisan per assicurare una buona eredità a Obama. Il presidente ha cercato di fare la corte ad alcuni senatori Repubblicani per far passare alcune leggi importanti e mettere pressioni sui Repubblicani, che controllano la Camera con ampio margine. Gran parte dei piani dell’amministrazione sono saltati.

Per i suoi critici, la crisi in Siria ha mostrato la più grande debolezza in politica estera di Obama: la sua determinazione ad affrontare le questioni mondiali in modo opposto al suo predecessore George W. Bush, quasi a ogni costo. Così come Bush si era lanciato avventatamente nella guerra in Iraq, Obama è stato determinato a limitare l’impegno militare degli Stati Uniti cercando di costruire coalizioni diplomatiche. È stato costretto a contraddirsi nell’autunno del 2013, quando propose di lanciare attacchi aerei contro il presidente siriano Bashar al-Assad, finendo per farsi contraddire da alcuni importanti membri del suo staff come Hillary Rodham Clinton, Robert M. Gates e Leon Panetta.

«Bush è un leader a cui non piaceva pensare», ha detto Ian Bremmer, presidente del Gruppo Eurasia, una società globale di gestione del rischio politico. «Obama è un pensatore a cui non piace fare il leader».

Obama, il comunista: aumento salario minimo e scala mobile


OBAMA

Obama il comunista! Rialzo del salario minimo, scala mobile. Proposte che qui neanche Rifondazione….

HP Mentre in Italia la Electrolux propone un taglio di 130 euro al mese per i salari dei propri dipendenti, Barack Obama ha annunciato che, scavalcando il Congresso, emetterà un decreto per alzare dal prossimo anno il salario orario minimo per i nuovi contratti dei lavoratori federali a 10,10 dollari.

Una misura contrastata con forza dai Repubblicani. Nel suo discorso (dell’Unione), anticipa la Casa Bianca, Obama chiederà anche al Congresso di approvare una legge che punti allo steso risultato anche per i contratti in corso e che indicizzi il salario orario all’inflazione. Al momento il salario minimo è di 7,25 dollari.

Siria, si allontana l’attacco ad Assad


Ultime-dalla-Siria

Sembra allontanarsi la guerra in Siria. Russia e Stati Uniti sembrano concordi sulla possibilità di disarmare Assad senza bombardare.

Il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo per mettere al sicuro le armi chimiche in possesso del regime siriano, durante una conferenza stampa a Ginevra, dopo tre giorni di negoziati. L’accordo comprende una tabella di marcia per procedere all’individuazione e alla distruzione dell’arsenale chimico siriano. Se la Siria non si adeguerà alle richieste, Kerry ha dichiarato che Russia e Stati Uniti cercheranno di ottenere una risoluzione ONU che autorizzi anche un’azione militare. La distruzione dell’arsenale siriano dovrà essere completata entro la metà del 2014. [Il Post]

L’attacco alla Siria non da garanzie. Potrebbe finire tutto con qualche obiettivo abbattuto (come nelle intenzioni di Obama) ma questa è solo una delle possibilità.

‘bombe intelligenti’ potrebbero colpire obiettivi civili e quindi essere usate da Assad per ‘infiammare’ tutto il medioriente con ripercussioni in Israele ed in Libano, dove sono presenti soldati italiani.

La Siria potrebbe rispondere all’attacco coinvolgendo Israele o altri paesi ai confini, trascinando anche l’Iran nel conflitto. A quel punto gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi maggiormente. E quale sarebbe la reazione della Russia?

Peraltro il rovesciamento di Assad lascerebbe via libera ad una opposizione divisa ed in cui è fortissima la presenza di estremisti islamici, già responsabili di attacchi verso civili cristiani e non.

L’accordo raggiunto ridimensiona molto l’autorità internazionale di Obama e del segretario di Stato Kerry. La Russia d’altro canto ne esce rafforzata, come vera ed unica potenza del dialogo. I Russi? già.

Chi è John Kerry, il nuovo segretario di Stato americano


Molti in Italia lo ricordano per essere stato lo sfidante, sconfitto per poco, di George W. Bush alle Presidenziali del 2004 ma John Kerry non è solo questo. Il nuovo segretario di Stato americano, che sostituisce Hillary Clinton in una delle poltrone piu importanti della Amministrazione Obama, è un profondo conoscitore dell’Italia. Di seguito un articolo de La Stampa che spiega i legami tra Kerry ed il belpaese:

Con John F. Kerry si insedia a Foggy Bottom un Segretario di Stato con rapporti insolitamente stretti con l’Italia per la sovrapposizione di impegno politico, legami famigliari e passioni personali. Quando nell’aprile 2011 la Nato lancia l’attacco alla Libia e l’Italia esita a sganciarsi dal colonnello, il presidente Obama manda Kerry a Roma con il compito di convincere Berlusconi a cambiare registro. Se Kerry riesce è perché nella Città Eterna si muove con agilità. L’ambasciatore in Via Veneto è David Thorne, con cui era amico all’ateneo di Yale prima ancora di sposare la sorella Julia. Ha contribuito a farlo designare da Obama nel 2009 e ora ha intenzione di riportarlo a Washington nelle vesti di uno dei più stretti consiglieri strategici. Il legame con Thorne spiega perché Kerry conosce di persona tutti i maggiori leader italiani ma è solo uno dei tasselli del mosaico dei rapporti con il Bel Paese: le figlie Vanessa e Alexandra vi vengono spesso, la seconda moglie Teresa Heinz parla la lingua di Dante, la villa sul lago di Como acquistata da George Clooney in precedenza apparteneva a loro e il fatto di provenire da una famiglia cattolica aggiunge anche l’elemento della fede. Nulla da sorprendersi se a metà aprile 2011, durante una sosta degli incontri romani, Kerry accompagna la moglie al Pantheon, concedendosi un gelato da Giolitti, una delle tappe più ambite. A Maranello invece va per salire su una Ferrari guidata da Dario Benuzzi prima di fermarsi a colloquio con Luca di Montezemolo.

Essere riuscito a sganciare Berlusconi da Gheddafi rafforza agli occhi di Obama la fiducia in Kerry sull’Italia. D’altra parte i legami fra i due Paesi passano per il suo ufficio di capo della commissione Esteri del Senato. Quando nel luglio del 2010 Pierluigi Bersani arriva a Washington è qui che si discute di truppe in Afghanistan, così come quando nel febbraio precedente ad arrivare è il presidente della Camera Gianfranco Fini è ancora Kerry a facilitare l’incontro con il vicepresidente Joe Biden. Anche la delicata mediazione sulla foto Napolitano-Obama del maggio 2010, vissuta con un certo malessere da Berlusconi allora premier, lo vede protagonista. Il legame con il centrosinistra risale a quando, nel luglio 2004, Piero Fassino e Francesco Rutelli partecipano a Boston alla Convention democratica che assegna a Kerry la nomination, passa attraverso gli incontri con Massimo D’Alema e arriva fino alla Convention di Charlotte quando, nella cornice del “National Democratic Institute”, incontra la delegazione guidata da Lapo Pistelli e Luca Bader.

 Durante l’ultimo governo Berlusconi, Kerry fa più volte tappa a Roma – anche in maniera informale – andando in Medio Oriente. Quando il nuovo premier Mario Monti arriva a Washington per vedere Obama, nel febbraio 2012, il desiderio di Kerry di incontrarlo è tale che partecipa al gala nella residenza di Villa Firenze a dispetto di vistosi acciacchi fisici che lo affliggono, frutto di una partita di hockey. D’altra parte, nel febbraio 2010, aveva incontrato Fini, accompagnato da Alessandro Ruben, a dispetto di un incidente al piede, sfoggiando con orgoglio il bastone con il pomo d’argento avuto da Ted Kennedy. E per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità è ancora Kerry che sbarca a Roma, a fianco di Biden. Sono tali e tanti precedenti che spiegano perché il ministro degli Esteri Giulio Terzi saluta la nomina di Kerry con un tweet: «È un vero amico dell’Italia». Quando il 15 febbraio Napolitano entrerà nello Studio Ovale, Kerry sarà a fianco di Obama, tentando di scrutare nell’orizzonte bilaterale. Pochi dubbi possono esserci comunque sul fatto che chiunque sarà l’inquilino di Palazzo Chigi avrà in Kerry un interlocutore ferrato sui fatti di casa nostra.