L’alleanza tra Dem e 5 Stelle alla prova di Renzi e delle Regionali


Il segretario PD Nicola Zingaretti apre ai 5 stelle per una coalizione duratura che vada oltre la collaborazione di governo e diventi una vera alleanza politica. “Assieme alle altre forze di Sinistra arriviamo al 45-48%” ha affermato il leader dem. Di Maio risponde freddamente “il rapporto con il PD è ottimo ma ogni ipotesi di alleanza è prematura”. All’orizzonte le elezioni regionali umbre appaiono come un test sulla idea di Zingaretti e sulla tenuta stessa dell’esecutivo giallorosso.

In realtà, a mio avviso, in Umbria sarà difficile ottenere una vittoria per l’alleanza PD-5 Stelle. Basta analizzare i risultati delle Europee di qualche mese fa:

Il Centrodestra in Umbria, poco più di cinque mesi fa, ha ottenuto il 51,2% dei consensi. La coalizione giallorossa arrivava invece al 40.7%. Dieci punti di differenza, difficili da recuperare in così poco tempo. Non è quindi plausibile che il risultato regionale umbro possa essere esiziale per la tenuta del governo.

Assodato che la vittoria umbra sarà molto difficile da portare a casa, il vero banco di prova della maggioranza 5 Stelle -PD arriverà nei prossimi mesi e può essere riassunto in pochi punti.

  1. La manovra finanziaria, dicembre

E’ qui che si misurerà la forza della alleanza tra pentastellati e democratici e soprattutto l’impatto che le misure avranno sul consenso dei cittadini. “Una manovra per i più deboli” così hanno detto, in modo diverso, sia Zingaretti che Conte. Ecco, sarà importante e decisivo il messaggio che lancerà il governo attraverso i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio. Da quell’eventuale consenso potrebbero costruirsi le basi per le prove successive. Ovvero le elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna.

2. Calabria, metà dicembre

L’imprenditore Callipo dovrebbe essere, salvo sorprese, il candidato comune tra PD e 5 stelle per vincere la regione. Qui la maggioranza di governo parte dal 47% delle elezioni europee, il Centrodestra insegue a breve distanza al 46,2%. Le incognite sono ancora molte. Di Maio, ad esempio, potrebbe mandare all’aria l’accordo in caso di debacle in Umbria.

3. Emilia Romagna, gennaio

Le elezioni emiliane sono un test importantissimo per il Partito Democratico. Zingaretti ha offerto Umbria e Calabria ad un candidato vicino ai 5 stelle per ottenere, probabilmente, un tacito assenso alla ricandidatura di Bonaccini in regione. Al momento i pentastellati non intendono affrontare la questione alleanza, oltre quella umbra.

Se il PD riuscirà a strappare un accordo in Emilia Romagna, a fronte di un consenso europeo al 46% (la somma della maggioranza PD-5stelle-Leu), potrebbe riuscire a tenere la regione, altrimenti il solo Centrosinistra, con il 40% allargato a +Europa e Verdi, avrà vita dura. Il centrodestra, sempre dai dati europei, parte con il 44.3% con la Lega primo partito regionale. La sconfitta nella roccaforte rossa innescherebbe un processo di sfaldamento del PD, una sconfitta del solo Centrosinistra darebbe fiato a Renzi ed al suo progetto neocentrista. Una debacle della alleanza giallorossa avrebbe ripercussioni pesanti anche sull’esecutivo.

4. Elezioni regionali di maggio

Si voterà infine anche in Campania, Puglia, Liguria, Marche, Toscana e Veneto. A quel punto, a Finanziaria varata e regionali calabresi ed emiliane svolte, il consenso del governo Conte (qualora sarà ancora a Palazzo Chigi) e dei partiti al proprio interno, avrà risvolti necessariamente anche a livello locale.

5. Incognite, Renzi su tutte

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Oltre maggio non è possibile andare. Troppe incognite. Primo fra tutte Renzi. Già dalla Leopolda della prossima settimana si capiranno meglio le intenzioni dell’ex segretario dem. Il disegno politico appare già sullo sfondo, una polarizzazione tra la sua figura e quella di Salvini per fare ombra a Zingaretti e per contendere a Conte la leadership anti-salvianiana, dettare l’agenda politica al governo per logorare il Premier ed il segretario PD sperando di fare ai Dem ciò che è riuscito a Salvini con i pentestellati ovvero erodere consenso e ribaltare i rapporti di forza. Oggi ItaliaViva parte dal 3-5% con i democratici attorno al 20%, la speranza di Renzi è di ridurre sino ad annullare il distacco per poi prendere il largo, trovandosi magari tra qualche mese ad un rapporto 15-10 a favore di Italia Viva.

Altre incognite sono rappresentate delle emergenze non previste nel programma. Ius culturae ad esempio ma non solo. Anche il procedere delle riforme costituzionali, con il varo di una nuova legge elettorale, potrebbero essere minate da distinguo interni, scissioni grilline, defezioni dem ed altri possibili epiloghi imprevisti. Con il tema dei migranti e della sicurezza ancora in mano alla narrazione salviniana e che presto, dopo l’inverno, potrebbe tornare d’attualità e far tremare il fragile equilibrio su cui si regge la maggioranza.

Una strada difficile insomma. Irta di difficoltà. D’altronde sarebbe stato da irresponsabili lasciare il Paese, da subito, nelle mani di Salvini e soci. Ogni tentativo andava fatto. Saranno gli errori del governo e dei propri attori a decidere le sorti del Paese e degli stessi leader impegnati nel sostenere l’esecutivo.

PD: scissione renziana vicina, totonome sui gruppi


Sono in piena fase di resurrezione politica. Era dal 2010 che vagavo nel deserto alla ricerca di un progetto e di una idea. Il PD preda del renzismo, a sinistra del PD il nulla unito da cartelli inutili.

Ed ora, in un mese soltanto. Salvini fuori dal governo. Alleanza difficile ma possibile con i 5 Stelle per un esecutivo attento alle politiche sociali ed all’ambiente. Renzi che lascia il PD, la possibilità di rendere i Dem un partito progressista capace poi di allearsi anche con il centro liberale ma in modo da avere identità diverse.

Non svegliatemi eh! Grazie.

#GovernoGiallorosso: si parte, tra timori iniziali e buoni auspici futuri


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Il secondo Governo Conte ha giurato ed è formalmente in carica. Lunedì e martedì la fiducia alle due Camere. Se è ancora da calcolare il totale di deputati e senatori favorevoli all’esecutivo, i primi provvedimenti del governo fanno sperare in una discontinuità vera e non solo a parole:

La strada sarà comunque lunga e lastricata di ostacoli. Soprattutto perché l’accordo tra Movimento e Democratici nasce dopo sei anni e mezzo di insulti reciproci, alcuni anche gravi. La convergenza ‘giallorossa’ viene da lontano o meglio avrebbe dovuto nascere anni fa. Ne scrissi, proprio su questo blog, subito dopo le elezioni del febbraio 2013, che videro la non-vittoria del CentroSinistra di Bersani:

Nel 2013 avrebbe dovuto nascere un governo civico di CentroSinistra con appoggio grillino ma allora Grillo ed i suoi non vollero. Il PD si alleò con il Centrodestra, Renzi scalzò Letta da Palazzo Chigi e le politiche ‘moderate’ dei Dem in economia e lavoro portarono il partito dal 25% del 2013 al 18% del 2018.

La coalizione giallorossa avrebbe potuto nascere dopo le elezioni del 4 marzo del 2018 ma i tempi non erano ancora maturi. Renzi era fermamente contrario e non se ne fece nulla.

Oggi, dopo un anno e mezzo di governo gialloverde, dopo l’imbarbarimento della nostra società, si arriva ad un patto politico. I dubbi sono molti anche se, almeno il sottoscritto, avrebbe preferito questo epilogo già nel 2013. E non solo. A giugno di quest’anno ho scritto:


Ed ancora:

Insomma, ho scommesso anche io sui giallorossi (e non solo per fede calcistica) sperando in Conte più che in Di Maio. Il primo viene dal Centrosinistra, il secondo da una famiglia storicamente di Destra. E’ normale quindi che l’ex vicepremier abbia stretto legami con la Lega, naturale che il Premier tenti le convergenze con il Partito Democratico. Oggi Conte è più forte, non solo per le discussioni con Salvini ma anche e soprattutto per la benedizione di Beppe Grillo. Di Maio è all’angolo. Ridimensionato. Rancoroso. E quindi in cerca di vendetta. E già la prima uscita da ministro, dopo la querelle sul sottosegretario a Palazzo Chigi, rischia di far inasprire i rapporti con il Presidente del Consiglio:

L’ex vicepremier ha subìto il governo con i Dem e non sembra voler essere elemento di pacificazione. Il periodo di assestamento del nuovo esecutivo quindi non sarà breve ma Conte, Di Maio e Zingaretti devono tener presente una cosa. L’opinione pubblica poco tollera i governi ‘rissosi’. Meno mugugni e più proposte. La manovra finanziaria incombe ed il programma giallorosso sembra essere, almeno in linea generale, ambizioso:

Molti gli ostacoli, interni (rapporti nel Movimento e tra Movimento e PD) ed esterni (crisi internazionali, migranti, Salvini, recessione, Renzi).

Per la prima volta dopo tredici anni mi sento, almeno in parte, rappresentato da un governo. E voglio anche essere ottimista, per una volta. Al contrario del governo gialloverde, che iniziò con una navigazione tranquilla e poi fu travolto dalle onde, credo che il patto demogrillino presenti una alta dose di rischio nella fase iniziale ma se, come spero, verranno superate le diffidenze e si inizierà a lavorare sul serio, forse il PD zingarettiano, la Sinistra ed i 5 Stelle capiranno di non avere una visione così diversa dell’Italia e del futuro.

Sino ad oggi quasi tutte le fosche previsioni scritte in questo blog si sono via via avverate, voglio pensare che sia tempo di una svolta anche qui e che i timidi buoni presupposti si realizzino nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

A presto cari lettori!

#Conte2: le “grane” principali del futuro governo


Rousseau ha detto Sì, ora il governo Conte 2 può nascere. Probabilmente domani sarà diramata la lista dei ministri e salvo psicosi delle ultime ore, sempre possibili, vista la natura instabile dei grillini, si darà il via alla maggioranza giallorossa. Un avvio che presenta tante difficoltà. Qui di seguito ho elencato quelle che secondo me potrebbero essere le principali:

1.Il fattore Renzi
E’ diventato l’azionista di maggioranza del nuovo esecutivo, avendo dato il là, assieme a Beppe Grillo, ad una possibile alleanza pentadem. Fino a quando sosterrà il governo? Le ambizioni dell’ex premier, sulla via della formazione di un suo partito personale, costituiscono la prima grossa mina vagante sulla maggioranza giallorossa.

2.Regionali rischio per il governo
Alcuni analisti e soprattutto molti esponenti dem, parlano di possibili alleanze demogrilline nelle future elezioni amministrative, partendo magari da quelle regionali. Nei prossimi mesi si voterà in Umbria, Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Veneto, Liguria, Puglia e Campania. Credo sia difficile una alleanza politica locale tra 5 Stelle e PD ed i risultati elettorali di queste regioni (e dei comuni) potrebbero far scricchiolare e di molto la maggioranza.

3. Consensi variabili tra PD e 5 Stelle
I primi sondaggi pre-Conte2 danno i 5 stelle in forte recupero (dal 17 al 21) ed il PD in leggero calo. Come cambieranno i rapporti di forza durante l’esecutivo di Giuseppe Conte? Al PD riuscirà ciò che è riuscito alla Lega, ovvero sottrarre elettori al Movimento? Oppure avverrà il contrario? Una cosa è certa, in caso di crollo di uno dei due partiti, gli scossoni si propagheranno sino a Palazzo Chigi.

4.Immigrazione
Salvini ha monopolizzato il tema per anni e su di esso ha costruito gran parte del proprio consenso. Al primo sbarco di una nave ONG, il leader leghista farà fuoco e fiamme, cercando di mettere in difficoltà il nuovo governo. Ogni cedimento ‘ai migranti’, come ad esempio eventuali revisioni dei decreti sicurezza e la discussione di una nuova legge sulla immigrazione, saranno occasioni per la polemica politica, sempre più alta, come piace all’ex ministro dell’interno.

5. Dossier esteri potenzialmente esplosivi
Uno su tutti la Brexit; che sia ad ottobre, a gennaio o comunque nei mesi successivi, una hard Brexit potrebbe creare una forte turbolenza, non solo finanziaria, in tutta Europa ed il governo italiano dovrà farsi trovare pronto.
La crisi ad Hong Kong non promette nulla di buono. I rapporti tesi tra USA e Cina, quelli tra Turchia ed Iran, il crollo economico in Argentina. Questi gli altri temi spinosi.

6. Recessione europea
La locomotiva tedesca sembra essersi fermata e sull’Europa incombe di nuovo la recessione. L’Italia, già in difficoltà con il debito, è a crescita zero e quindi rischia di pagare caro nei prossimi mesi la turbolenza economica. Il nuovo governo conta di avere margini di manovra più ampi per poter stanziare finanziamenti per innovazione, investimenti e politiche sociali. Vedremo quanto BCE e Commissione Europea concederanno.

7. Di Maio medita vendetta
Luigi Di Maio esce sconfitto da questa crisi. Sconfessato da Grillo. Messo all’angolo da Conte. Con l’immagine ‘ammaccata’ dalla caparbietà con cui ha spinto sino all’ultimo per rimanere a Palazzo Chigi come vicepremier. Senza più la carica di vice presidente del Consiglio, anche se con un ministero ‘di peso’, Di Maio è stato ‘commissariato’ dal Movimento ma resta sempre un ‘capobastone’ con proprie truppe. E potrebbe far scontare tutto durante il governo giallorosso.