#EnricoLetta candidato alla segreteria #PD



Enrico Letta sarà il nuovo segretario del PD, oramai quarto partito dietro Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle. Riuscirà a risollevare le sorti dei Dem? Ed in che modo, privilegiando l’alleanza giallorossa, come fatto da Zingaretti o cercando nuove alleanze al centro? E soprattutto sarà un segretario di transizione oppure si candiderà al prossimo congresso?

E mentre anche il sindaco di Milano Sala abbandona i dem per aderire ai Verdi europei, il PD risente della crisi interna e perde due punti, quasi altrettanti ne guadagna il Movimento. È oramai abbastanza chiaro come i due elettorati siano sempre più amalgamati .In futuro, con una linea centrista i dem potrebbero recuperare voti da Calenda Renzi e Bonino ma ne perderebbero altrettanti a Sinistra, molti dei quali rischiano di andare proprio ai 5 stelle, che probabilmente troveranno una alleanza con LeU, la Sinistra ed i Verdi.

Zingaretti, che oggi apre la giunta ai grillini con Roberta Lombardi assessora, avrebbe dovuto rimanere per traghettare definitivamente i Dem nel nuovo centrosinistra giallorosso, purtroppo l’uscita di scena del governatore del Lazio lascia il PD nel guado. Letta in passato fu aspramente criticato da Grillo e dal Movimento e questo potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla alleanza.

Personalmente sono tra quel 2% in uscita ma non nell’1,4 che vira sui grillini. Torno dove sono stato dal 2013 al 2019, nel limbo.

#Zingaretti si dimette, PD nel caos (di nuovo)


In un mese ha fatto fuori Conte e Zingaretti, la strategia di Renzi per riprendersi il PD allargandolo al centro liberale sembra prendere corpo. Addio giallorossi, addio coalizione progressista. Il futuro è il centrodestra a trazione sovranista o il centro liberale di Bonaccini, Renzi e Gori. Torniamo al 2014.

Fossi stato in Zingaretti però, li sfiderei al congresso. Per mettere tutti davanti alla realtà.

È dal 2007 che si parla di un PD da riformare. In realtà il contenitore c’è, il problema sono i contenuti ed è lì che il centrosinistra latita, diviso tra una corrente liberale che vorrebbe archiviare il socialismo novecentesco ed una anima progressista annichilita dal crollo delle ideologie e dall’avvento di nuove tematiche incapace di ripensarsi e trovare la quadra.

Si va avanti così dal 1989 più o meno. Nel frattempo la forbice tra i ricchi e gli altri è aumentata, i diritti sociali sono stati ridotti, i tagli al welfare ed alla sanità hanno reso più fragili i deboli, nuove emergenze si sono affacciate, altri settori della popolazione sono stati espulsi dal sistema e la situazione non sembra migliorare.

Muovetevi!

#Regionali e #Referendum, si vota: i dati da tenere d’occhio


Oggi e domani in l’Italia si vota per le Regionali (Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia, qui come si vota) le Comunali (tra le città, Aosta, Mantova, Bolzano, Trento, Venezia, Fermo, Macerata, Lecco, Arezzo, Chieti, Matera, Reggio Calabria, Nuoro, Agrigento, Enna) e per il Referendum sul taglio dei parlamentari (qui per cosa si vota). Vi invito a tenere sotto occhio alcuni risultati in particolare:

  • Lista Zaia e Lega. La riconferma di Zaia in Veneto è scontata ovviamente ma a questo punto è interessante capire con quanto consenso vincerà. E soprattutto la lista del Presidente avrà più voti della Lega? Un crollo del partito di Salvini in favore della lista civica di Zaia potrebbe accentuare il dualismo tra i due e favorire l’inizio della parabola discendente dell’ex vicepremier.
  • Meloni vs Salvini. Fratelli d’Italia guida la coalizione di centrodestra nelle Marche ed in Puglia. Eventuali successi ampi dei due Presidenti, con annesso risultato notevole di FDI, potrebbero complicare la ‘convivenza’ serena tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con la prima ad insidiare la leadership del secondo.
  • Toscana e Zingaretti, destini incrociati. Se cade la Toscana, inizierà il processo interno al segretario PD. Bonaccini, che ha già più volte “esternato” in dissonanza dalla leadership dem, potrebbe davvero candidarsi alla segreteria.
  • Il Centro di Renzi, Calenda e Berlusconi. Per comprendere le ambizioni future di Matteo Renzi, Carlo Calenda e Silvio Berlusconi, andranno analizzati anche i risultati dei partiti ‘centristi’, da Italia Viva, in Toscana soprattutto, a Forza Italia. Anche in vista di una legge elettorale proporzionale, il cui livello di sbarramento (3-5%) potrebbe decretare la sopravvivenza o la scomparsa del centro liberale nel prossimo parlamento.
  • Il voto disgiunto. Sarà interessante capire, nelle regioni in bilico, quanto “soccorso” stellato arriverà ai Presidenti dem. Toscana, Puglia e Marche sotto la lente di ingrandimento.
  • Affluenza ed effetto Covid. Altri dati interessanti arriveranno dai risultati del referendum, le proporzioni tra Si e No nelle regioni in cui non vi sono le amministrative rispetto al risultato nelle zone in cui si vota anche per le elezioni locali. Il totale di affluenza e soprattutto di “chi” si recherà ai seggi, in relazione al pericolo derivante dalla emergenza Covid, potrebbe anche favorire questo o quello schieramento, sia nelle elezioni locali che nella consultazione referendaria.
  • Proporzioni vittoria del Si o del No. I 5 stelle scommettono su una ampia vittoria del taglio dei parlamentari. I rumors danno il No in recupero nelle ultime settimane. Di Maio sogna di tornare alla guida del Movimento ma una sconfitta del Si o una vittoria risicata potrebbe mettere la parola fine ad ogni ambizione. Una sconfitta al referendum metterebbe in crisi anche la segreteria Zingaretti, ovviamente. Una bocciatura del quesito avrebbe anche ripercussioni sul governo Conte. Per ridisegnare le regole post-taglio, sarebbe necessario almeno un anno di tempo, tra regolamenti e legge elettorale. In caso di bocciatura della riforma, sarebbe tutto pronto per le elezioni. Anche se il “piatto Recovery fund” è ghiotto e potrebbe far da collante nella maggioranza.

Infine un giochino sui possibili scenari post-voto:

  • 1.Regionali con cdx a valanga, referendum con vittoria del Si. Il governo scricchiola, problemi interni e Mes provocano la crisi subito dopo la finanziaria. Nuovo governo giallorosso con Conte fuori che si ritaglia un ruolo di leadership di un movimento tra PD e 5 stelle.
  • 2. Regionali con vittoria cdx ma il No prevale al referendum. I 5 stelle implodono, in pochi mesi cade il governo e si vota in primavera 2021, vittoria netta di Salvini e Meloni.
  • 3. Pareggio alle regionali e vittoria del Si. Il governo va avanti e si trova in accordo sul Mes. Nuova legge elettorale, elezione di Draghi nel 2022 al Quirinale e poi elezioni con cdx e giallorossi praticamente alla pari ed il centro liberale di Berlusconi, Renzi e Calenda a fare da ago della bilancia nel futuro parlamento snello.
  • 4. 4-2 per il cdx alle regionali, Referendum Si. Lista Zaia doppia la Lega in Veneto, boom Fdi, leadership Salvini in discussione e Meloni guida il cdx alle elezioni politiche. Conte prova la scalata al Quirinale.

Per quanto riguarda il sottoscritto, pur sapendo che il No al referendum mette a serio rischio la sopravvivenza del governo giallorosso, per il quale non ho entusiasmo ma nel quale ho ancora speranze, ho votato secondo coscienza.

In 23 anni di diritto di voto, ho saltato solo il ballottaggio per le provinciali del 1998, per cause di forza maggiore. Nel 2006, pur con una forte insolazione, che in serata mi costrinse ad andare al pronto soccorso, mi recai comunque al seggio.Votare è un diritto ma anche un dovere.

Andate e fate il vostro dovere.

#PD e #5Stelle: insieme per forza, anche grazie alle #Sardine


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Malgrado le polemiche di questi mesi, Centrosinistra e 5 stelle dovrebbero necessariamente trovare un accordo di governo per oggi e per il futuro. Perché? Basta vedere cosa è accaduto con la commissione Segre contro razzismo ed antisemitismo. Il centrodestra non c’è più, c’è qualcosa di molto diverso e per certi versi preoccupante.

Non siamo nel 1994, alla vigilia della vittoria di Berlusconi, Fini e Bossi. Quella eterogenea coalizione non poteva spaventare quanto quella omogenea, sovranista, ultra conservatrice che oggi è guidata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il Centrodestra veleggia attorno al 50%, in molti si scandalizzano. Ricordo che nelle elezioni del 2006, il Centrodestra ottenne il 49,7% (Forza Italia e Lega assieme avevano il 28,3%, AN aveva il 12, i centristi il 6,7%) Sono numeri abbastanza simili a quelli di oggi (la Lega al 31-32, FDI al 9-10, Forza Italia al 5-7)

Il problema è nell’altro campo. All’epoca l’Unione prese il 49,8% (l’Ulivo aveva il 31%, Rifondazione il 5,8% ed i piccoli partiti, dai radicali ai comunisti passando per i verdi e di pietro avevano più del 10%). Oggi invece la somma di PD-Italia Viva è circa il 25% e gli altri micropartiti di centrosinistra assieme raccolgono il 5-6%. Tutto il centrosinistra arriva a stento al 30%, stessa cifra a cui sono inchiodati dal 2013 ovvero dal boom grillino, iniziato dopo il 2010.

E’ vero che l’elettorato negli anni è cambiato, i 5 stelle hanno almeno 1/4 dei propri elettori di estrazione conservatrice ma quel 13-14% che manca al fronte progressista è quello pentastellato, che prima si divideva tra verdi, rifondazione, comunisti ed in parte nei DS/PD o che, da sinistra, era passato all’astensione.

Aggiungo che buona parte dell’elettorato forzaleghista che aveva votato 5 stelle fino al 2018 è già tornato all’ovile. Da qui il boom leghista di questi mesi. Ciò che è rimasto del Movimento (tra il 15-17% secondo i sondaggi) è gran parte non molto dissimile all’elettorato progressista. Ha sfumature diverse ovviamente ma non impossibili da far convergere in una proposta unitaria. Ed in questo il neonato movimento delle Sardine può fare da ‘ponte’ per avvicinare le due aree.

Proprio per questo è necessario, vitale e irreversibile cercare una convergenza tra forze progressiste e 5 stelle. Non oggi, non domani ma prima o poi quegli elettori andranno recuperati. Per creare un fronte comune al centrodestra unito. Così come fu nel 2006, ultima vittoria progressista. Almeno fino a quando dall’altra parte vi sarà un centrodestra così conservatore e reazionario.

#Renzi, #DiMaio, #Zingaretti e #Conte, quattro leader per un governo traballante


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Ieri abbiamo analizzato i temi bollenti che il governo giallorosso sarà chiamato ad affontare nelle prossime settimane e che potrebbero mettere a dura prova la sua sopravvivenza. Archiviato il 2019, il governo traballa anche per via delle ambizioni di alcuni partner della maggioranza, i quali rappresentato mine pericolose sulla stabilità e la durata del Conte 2. Due su tutti, Renzi e Di Maio. Mentre Zingaretti e Conte sondano convergenze future.. 

RENZI

Fino a quando il suo neonato movimento avrà poco consenso, il governo andrà avanti. Qualora crescerà di gradimento, Renzi potrebbe voler andare all’incasso. Il dilemma è come potrà crescere? Al PD potrebbe rosicchiare qualche altro punto ma chi è rimasto nei dem non ha idee moderate e quindi difficilmente seguirà Renzi. Forza Italia è ridotta al lumicino e quel 5% di fedelissimi di Berlusconi non credo finiranno a Salvini o all’ex segretario del Pd.

Per accrescere in popolarità quindi, Renzi avrà bisogno di fattori esterni. Il ritiro del Cavaliere, uno scandalo che terremoti Lega 5 stelle o PD o cose simili. Soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi che lo riguardano.

DI MAIO

Il capo politico dei 5 stelle vede il suo movimento in agitazione ed in progressivo disfacimento. Tre senatori sono passati alla Lega, altri parlamentari si vocifera possano formare gruppi autonomi in sostegno diretto del Premier, le dimissioni del Ministro Fioramonti e le polemiche ad esso seguite. Nelle prime settimane di vita dell’esecutivo, l’ex vicepremier aveva aperto diversi fronti di crisi. Ultimamente, complice anche la visita di Grillo a Roma, sembra avere ridotto la rissosità. Forse ha capito che la sua leadership è legata alla sopravvivenza del governo.

ZINGARETTI

Il segretario Dem si gioca tutto nelle regionali emiliano-romagnole. In caso di sconfitta non solo il governo potrebbe cadere ma anche la sua leadership ne risentirebbe. I sondaggi delle ultime settimane danno il PD in calo, complici le scissioni di Renzi e Calenda. E’ possibile quindi che, per evitare di rimanere schiacciato tra le rissosità di Italia Viva e 5 Stelle, non sia lo stesso Zingaretti a staccare la spina dell’esecutivo per poi cercare di creare una coalizione vasta con Sinistra e parte dei 5 stelle per limitare i danni alle elezioni. Da qui si spiegano i numerosi attestati di stima verso Giuseppe Conte.

PD: scissione renziana vicina, totonome sui gruppi


Sono in piena fase di resurrezione politica. Era dal 2010 che vagavo nel deserto alla ricerca di un progetto e di una idea. Il PD preda del renzismo, a sinistra del PD il nulla unito da cartelli inutili.

Ed ora, in un mese soltanto. Salvini fuori dal governo. Alleanza difficile ma possibile con i 5 Stelle per un esecutivo attento alle politiche sociali ed all’ambiente. Renzi che lascia il PD, la possibilità di rendere i Dem un partito progressista capace poi di allearsi anche con il centro liberale ma in modo da avere identità diverse.

Non svegliatemi eh! Grazie.

#Proporzionale unica via per combattere i #Populismi


Su questo blog avete sempre letto affermazioni positive in riguardo al sistema elettorale maggioritario. Ebbene, avevo torto. Almeno oggi, nel periodo storico che stiamo vivendo. Vi spiego il perché. Partiamo dall’inizio.

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In Italia, dal dopoguerra al 1993, abbiamo avuto un sistema elettorale di tipo proporzionale (tranne il tentativo cosiddetto legge truffa), il quale ha “partorito” 52 governi in 48 anni. Non proprio un campione di stabilità. Ma, ce un ma con la M maiuscola. La legge proporzionale fu pensata per permettere la coabitazione di partiti politici che, tra loro, si guardavano con un po’ di sospetto. L’Italia veniva da vent’anni di dittatura fascista, molti esponenti politici avevano ‘combattuto’ il regime da sponde opposte e alla caduta del regime, avevano varato un governo di unità nazionale e quindi avevano necessità di un sistema elettorale che evitasse il dominio di uno sugli altri, i cosiddetti “pieni poteri” come qualcuno dice oggi. Il proporzionale garantiva rappresentanza a tutti e prevedeva necessariamente accordi post-voto tra forze diverse, limitando lo strapotere di un partito solo.

Il panorama politico italiano è degenerato negli anni non solo per la presenza di una legge di voto proporzionale ma soprattutto perché in Italia non tutti i partiti potevano governare. Il Movimento Sociale era inviso dalle forze democratiche per via del suo collegamento con il fascismo e quando tentò di approcciarsi al governo, tramite appoggio esterno, fu caos (governo Tambroni). Le forze di Sinistra Socialista e Comunista, essendo collegate con l’Unione Sovietica, erano fuori gioco.

Restavano solo la Democrazia Cristiana ed i piccoli partiti ‘satellite’ di centrosinistra (PDSI e PRI) e di destra liberale (PLI). Ben poco.

Negli anni ’60 i partiti di maggioranza ‘aprirono’ ai socialisti, in rotta con Mosca. Negli anni ’70 si tentò il dialogo, poi fallito, con i comunisti. Il tutto però vedeva sempre un partito, la DC, al centro della scena, ‘condannata’ al governo e partiti minori alternarsi o coabitare con essa. Un sistema bloccato che, al contrario di altre Nazioni, non avendo una politica della ‘alternanza’, ha visto aumentare la corruzione, le clientele ed accelerato il proprio declino, culminato con Tangentopoli.

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Nel 1993 si passò al Mattarellum, la legge elettorale con il 75 % dei parlamentari eletti in collegi maggioritari ed il restante con il proporzionale. Complice la ‘morte’ di alcuni partiti storici, uccisi dalle inchieste di Mani Pulite, lo scenario cambiò radicalmente, nacque Forza Italia ed il leaderismo prese piede. Nella prima elezione ‘maggioritaria’ la coalizione ‘centrista’ democristiana fu schiacciata tra la destra berlusconiana e la sinistra progressista e ben presto si spaccò in due, una parte si alleò con la Sinistra, dando vita al Centrosinistra. L’altra finì con Berlusconi, Fini e Bossi, dando vita al Centrodestra.

Era il 1995 e per diciotto anni fummo gestiti da un bipolarismo leaderistico. Pro o contro Berlusconi. Coalizioni raffazzonate, create solo per vincere e che, una volta al governo, condannate a governare da una maggioranza fornita dalla legge elettorale, ben presto creavano frizioni tra alleati e crisi inevitabili. Bossi vs Berlusconi nel 1994, Bertinotti vs Prodi nel 1998. Mastella vs Prodi nel 2008. Fini vs Berlusconi nel 2010 etc etc.

Sino al 2013, con l’arrivo del Movimento 5 Stelle e l’implosione del sistema per la presenza di tre ‘poli’. Il resto è storia di oggi, la conferma dei tre poli nel 2018, il boom di Salvini etc.

Nel frattempo il leaderismo nato nel 1994 con Berlusconi, aveva prodotto come risultato l’affermazione di protagonisti “egocentrici” del calibro di Renzi, Grillo ed in ultimo Salvini. Ed ogni coalizione al governo ha prodotto sistemi elettorali via via più instabili e frutto di mero calcolo politico. Il “Porcellum” nel 2005, l’Italicum renziano nel 2015 e per ultimo il ‘Rosatellum”nel 2017. Sistemi spesso abbattuti dalla Consulta per imperfezioni costituzionali.

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Oggi siamo in pieno Leaderismo Populista. Non solo in Italia. Gran Bretagna, Brasile, Stati Uniti hanno lo stesso problema. In un momento così delicato, con movimenti populisti, spesso di matrice radicale, figli del disagio sociale frutto del fallimento dei partiti tradizionali, è lampante come il sistema elettorale debba cambiare in senso proporzionale. Così da evitare che qualcuno possa avere ‘pieni poteri’ e per favorire coabitazioni tra partiti diversi senza che qualcuno prevalga ‘troppo’ sull’altro. Un ritorno alle alleanze post-elettorali. Possibilmente evitando, come accaduto in passato, che un solo partito rimanga sempre nelle stanze del potere.

Vedremo cosa farà il governo Conte in questo senso.

#GovernoGiallorosso: si parte, tra timori iniziali e buoni auspici futuri


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Il secondo Governo Conte ha giurato ed è formalmente in carica. Lunedì e martedì la fiducia alle due Camere. Se è ancora da calcolare il totale di deputati e senatori favorevoli all’esecutivo, i primi provvedimenti del governo fanno sperare in una discontinuità vera e non solo a parole:

La strada sarà comunque lunga e lastricata di ostacoli. Soprattutto perché l’accordo tra Movimento e Democratici nasce dopo sei anni e mezzo di insulti reciproci, alcuni anche gravi. La convergenza ‘giallorossa’ viene da lontano o meglio avrebbe dovuto nascere anni fa. Ne scrissi, proprio su questo blog, subito dopo le elezioni del febbraio 2013, che videro la non-vittoria del CentroSinistra di Bersani:

Nel 2013 avrebbe dovuto nascere un governo civico di CentroSinistra con appoggio grillino ma allora Grillo ed i suoi non vollero. Il PD si alleò con il Centrodestra, Renzi scalzò Letta da Palazzo Chigi e le politiche ‘moderate’ dei Dem in economia e lavoro portarono il partito dal 25% del 2013 al 18% del 2018.

La coalizione giallorossa avrebbe potuto nascere dopo le elezioni del 4 marzo del 2018 ma i tempi non erano ancora maturi. Renzi era fermamente contrario e non se ne fece nulla.

Oggi, dopo un anno e mezzo di governo gialloverde, dopo l’imbarbarimento della nostra società, si arriva ad un patto politico. I dubbi sono molti anche se, almeno il sottoscritto, avrebbe preferito questo epilogo già nel 2013. E non solo. A giugno di quest’anno ho scritto:


Ed ancora:

Insomma, ho scommesso anche io sui giallorossi (e non solo per fede calcistica) sperando in Conte più che in Di Maio. Il primo viene dal Centrosinistra, il secondo da una famiglia storicamente di Destra. E’ normale quindi che l’ex vicepremier abbia stretto legami con la Lega, naturale che il Premier tenti le convergenze con il Partito Democratico. Oggi Conte è più forte, non solo per le discussioni con Salvini ma anche e soprattutto per la benedizione di Beppe Grillo. Di Maio è all’angolo. Ridimensionato. Rancoroso. E quindi in cerca di vendetta. E già la prima uscita da ministro, dopo la querelle sul sottosegretario a Palazzo Chigi, rischia di far inasprire i rapporti con il Presidente del Consiglio:

L’ex vicepremier ha subìto il governo con i Dem e non sembra voler essere elemento di pacificazione. Il periodo di assestamento del nuovo esecutivo quindi non sarà breve ma Conte, Di Maio e Zingaretti devono tener presente una cosa. L’opinione pubblica poco tollera i governi ‘rissosi’. Meno mugugni e più proposte. La manovra finanziaria incombe ed il programma giallorosso sembra essere, almeno in linea generale, ambizioso:

Molti gli ostacoli, interni (rapporti nel Movimento e tra Movimento e PD) ed esterni (crisi internazionali, migranti, Salvini, recessione, Renzi).

Per la prima volta dopo tredici anni mi sento, almeno in parte, rappresentato da un governo. E voglio anche essere ottimista, per una volta. Al contrario del governo gialloverde, che iniziò con una navigazione tranquilla e poi fu travolto dalle onde, credo che il patto demogrillino presenti una alta dose di rischio nella fase iniziale ma se, come spero, verranno superate le diffidenze e si inizierà a lavorare sul serio, forse il PD zingarettiano, la Sinistra ed i 5 Stelle capiranno di non avere una visione così diversa dell’Italia e del futuro.

Sino ad oggi quasi tutte le fosche previsioni scritte in questo blog si sono via via avverate, voglio pensare che sia tempo di una svolta anche qui e che i timidi buoni presupposti si realizzino nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

A presto cari lettori!