I Presidenti: Giorgio Napolitano (2006-2015), da ‘notaio’ a ‘Re’ rieletto


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Giorgio Napolitano
(1925)

Presidente dal 2006 al 2015

Quirinale - Consultazioni

Ed eccoci arrivati all’ultimo numero della nostra rubrica. L’elezione del nuovo Capo dello Stato, ad inizio 2006, si presenta non semplice e scontata. L’Unione di CentroSinistra guidata da Romano Prodi ha vinto, di poco, le elezioni politiche ed ha una maggioranza quasi inesistente al Senato. Berlusconi ha fatto di tutto per non cedere il potere, dopo cinque anni di dominio, ha gridato ai brogli, al colpo di stato, ha presentato ricorsi. Tra i due poli quindi non c’è un bel clima.

Rifondazione comunista ottiene la Presidenza della Camera, con Fausto Bertinotti. L’ala democristiana il Senato, con Franco Marini. Ai DS non rimane che chiedere il Quirinale. Si parla di Massimo D’Alema. Anche Berlusconi sarebbe disponibile alla sua elezione, contando su un possibile periodo di ‘distensione’. L’opposizione nasce però nell’ala moderata dell’Unione e tra le fila di An e Udc. Ci si allontana quindi da una candidatura condivisa, alla ‘Ciampi’. Proprio il Presidente uscente declina la possibilità, ventilata dal centrodestra, di una rielezione ‘a tempo’ come garante di tutto il Parlamento. Si fa largo così la candidatura di Giorgio Napolitano:

A questo punto il Pdl propone Amato o Marini, ma i Ds si impuntano: se non vogliono D’Alema, devono accettare un altro ex-Pci. Nei primi tre scrutini il centrosinistra vota scheda bianca, il centrodestra per Gianni Letta e poi bianca, inoltre ci sono voti sparsi per Franca Rame (Idv) e Umberto Bossi. Alla quarta votazione, il centrosinistra presenta la candidatura di Giorgio Napolitano, che viene eletto con 543 voti, 38 in più del quorum richiesto.

Chi era Giorgio Napolitano? Ex Presidente della Camera, ex Ministro degli Interni, da sempre rappresentante dell’ala ‘destra’ del PCI:

Napoletano, classe 1925, è l’ultimo in attività tra gli esponenti storici del Partito Comunista italiano, e tra i più stimati anche nello schieramento avversario. Pochi mesi prima dell’elezione, Ciampi lo ha nominato senatore a vita, atto che viene letto come una sorta di investitura. In Parlamento quasi ininterrottamente dal 1953, Napolitano è stato per decenni l’esponente di spicco dell’ala destra del Pci, quella chiamata “migliorista”, che voleva avvicinare il partito alla socialdemocrazia occidentale, togliendolo dal raggio d’influenza dell’Urss e spingendo per un dialogo con il Psi e la Dc. Famosi, su questo punto, i suoi dissensi con Enrico Berlunguer.Per anni è stato il “ministro degli Esteri” del Pci

Il nuovo Presidente nomina Romano Prodi come Premier nel 2006. Assiste alla crisi del 2007, poi rientrata ed infine è costretto ad accettare le dimissioni di Prodi, dopo la sfiducia di inizio 2008 per via della defezione dell’Udeur. Da sempre contro il ‘Porcellum’, Napolitano prova ad affidare un mandato esplorativo al Presidente del Senato Franco Marini proprio per varare un governo che riformi la legge elettorale. Marini fallisce, si va quindi alle elezioni, stravinte da Berlusconi. Per il Presidente inizia così la ‘fase Ciampi‘, ovvero quella della ‘moral suason’ verso il Governo del Cavaliere:

Seguendo l’esempio di Ciampi, Napolitano tenta la strada della moral suasion e proprio come il suo predecessore riesce a irritare il centrodestra senza però frenare le leggi più discusse.

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Il mandato di Napolitano sembra procedere in continuità con quello di Carlo Azeglio Ciampi. Una coabitazione forzata con il Centrodestra ed una attenzione particolare alla Patria, culminata con le celebrazioni per il 150 anniversario della Unità d’Italia, iniziati nel 2011. Proprio sul finire dell’anno però, a causa dell’esplosione della crisi economica e del logoramento della maggioranza di governo, Napolitano imprime una accelerata alla fine dell’esecutivo di Silvio Berlusconi:

il governo Berlusconi è indebolito dalle defezioni e soprattutto dal discredito internazionale e Napolitano riesce a condurre in porto le dimissioni del Cavaliere costruendo un governo tecnico di larghe intese guidato da Mario Monti, che Napolitano ha appena nominato senatore a vita.

Il Capo dello Stato gioca un ruolo molto importante nella nascita e nell’avvio del Governo di Mario Monti tanto che in un editoriale del 2 dicembre 2011, il New York Times attribuisce al Presidente Napolitano il soprannome di “Re Giorgio”, riferendosi a Giorgio VI del Regno Unito, per rimarcare la difesa delle istituzioni italiane durante una delle crisi economiche più gravi dal dopoguerra.

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A fine 2012, Monti viene sfiduciato da Berlusconi ed annuncia la sua candidatura a guida del terzo polo di centro, in parte deludendo gli auspici di Napolitano stesso che avrebbe preferito un ruolo superpartes per il Premier tecnico da lui scelto l’anno prima.

Le elezioni anticipate del febbraio 2013 si concludono senza vincitori ma con una prevalenza del Centrosinistra di Pierluigi Bersani. Napolitano gli affida un incarico ‘esplorativo’ che si rivela infruttuoso. Si avviano quindi le elezioni del nuovo Capo dello Stato.

Il segretario del PD Bersani si accorda con Berlusconi per l’elezione di Franco Marini al Quirinale. Tale decisione spacca il Partito Democratico e nelle prime votazioni Marini non ottiene il quorum necessario per essere eletto. Il ritiro della sua candidatura lascia campo a Romano Prodi, il padre dell’Ulivo e del PD. Anche lui viene però boicottato da parte del partito, provocando le dimissioni di Bersani dalla segreteria e lasciando nel caos l’intero Parlamento.

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Il 20 aprile 2013, vista la difficile situazione, un ampio schieramento parlamentare chiede a Giorgio Napolitano la disponibilità ad essere rieletto come Presidente della Repubblica. Egli accetta e viene così riconfermato, alla sesta votazione, con 738 voti su 997 votanti dei 1007 aventi diritto. Giorgio Napolitano è quindi il primo Presidente della Repubblica rieletto per una seconda volta.

Nel discorso di insediamento, il Capo dello Stato lega la sua permanenza al Quirinale alla realizzazione delle Riforme istituzionali necessarie a far ripartire il Paese. Qualche giorno dopo nomina Enrico Letta, vicesegretaio Pd, alla Presidenza del Consiglio. Nasce un governo di grande coalizione che vede una maggioranza ampia, dal PD al PDL passando per il polo centrista di Scelta Civica. Durerà poco. A fine anno Berlusconi ritirerà la fiducia al governo, l’ala governista del PDL, guidata da Alfano, rimarrà con Letta. Nel frattempo Matteo Renzi viene eletto segretario PD. Ad inizio 2014 il segretario PD sfiducia il Presidente del Consiglio, che si dimette. Napolitano nomina Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio.

Nell’anno di governo di Matteo Renzi, seppur con difficoltà, le Riforme costituzionali procedono e la nuova legge elettorale concordata tra PD e Berlusconi sembra in dirittura d’arrivo. Giorgio Napolitano annuncia le dimissioni nell’ultimo discorso di fine anno, il 31 dicembre 2014. Le formalizzerà il 15 gennaio 2015, lasciando il Quirinale dopo quasi nove anni di mandato.

Le statistiche della Presidenza Napolitano:

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Fonti:
http://www.polisblog.it/post/77197/i-presidenti-della-repubblica-giorgio-napolitano-2006-2013
Wikipedia
Statistiche tratte da L’Espresso

I Presidenti: Sandro Pertini (1978-1985), il più amato dagli italiani


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Sandro Pertini
(1896-1990)

Presidente dal 1978 al 1985

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Settimo appuntamento per la rubrica. Questa volta il protagonista è un uomo molto amato ancora oggi, a venticinque anni dalla sua morte ed a trenta dalla fine del suo mandato. Sandro Pertini.

“Quando mi hanno offerto la presidenza della Repubblica, a 82 anni, io sono diventato pallido come un morto. Questi miei giovani compagni del Psi, invece, quando gli offrono una carica se la prendono senza batter ciglio. Comunque son sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti”.

Questo il commento di Pertini, qualche mese dopo la sua elezione. Ma andiamo per gradi, tornando al giugno del 1978. Il Capo dello Stato, Giovanni Leone, si dimette con sei mesi di anticipo per mettere fine alla campagna denigratoria lanciata da Sinistre e Stampa nei suoi confronti. Ci si prepara quindi alla elezione del nuovo Presidente ed il clima, sociale e politico, non è dei migliori. Tra scandali, inchieste, nervosismo americano per il ‘compromesso storico’ tra PCI e DC, il terrorismo culminato con il rapimento e l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. E proprio Moro sarebbe stato uno dei candidati più probabili per il Quirinale.

Gli schieramenti politici erano i seguenti. La DC proponeva Guido Gonella auspicando Benigno Zaccagnini, il PSI rispondeva con la candidatura di bandiera, Nenni, pensando seriamente alla candidatura dell’ex segretario Francesco De Martino. Il PCI votava Amendola. Uno dei nomi più accreditati però era il repubblicano Ugo La Malfa, uno dei fautori del compromesso storico ed anche per questo malvisto da Bettino Craxi, segretario socialista da due anni. Il PSI propose quindi Antonio Giolitti minacciando, in caso contrario, di ritirare il sostegno al governo di solidarietà nazionale nato durante il rapimento di Moro con l’appoggio di tutti i partiti tranne il MSI.

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Ci vollero 16 scrutini per arrivare ad un accordo, ad un nome condiviso. Sandro Pertini appunto, ex Presidente della Camera e simbolo della Resistenza. Un nome gradito al PCI, non avverso alla DC e che facesse contento il PSI (non Craxi però, che lanciò la candidatura di Pertini per bruciarlo, salvo poi accettarlo suo malgrado). E quindi l’8 luglio 1978, con 832 preferenze, votato da tutti i partiti tranne che dai missioni, l’ex partigiano venne eletto al Colle:

Nato in provincia di Savona nel 1896, Pertini aderì al Partito Socialista nel 1918 e durante il fascismo venne prima arrestato e poi mandato in esilio, esperienza che condivise con Filippo Turati. Tornò in Italia per la lotta di liberazione […]
Dopo la Liberazione, e un primo periodo passato ad aspettare la rivoluzione socialista, venne eletto nell’Assemblea Costituente. Da allora e per molti anni, fu considerato una specie di “monumento a se stesso”, una personalità da riverire ma da tenere lontano da incarichi di governo, e infatti venne eletto presidente della Camera in virtù della sua anzianità

Ma da Presidente della Camera, Pertini riesce ad emergere mediaticamente e politicamente, con il suo modo di fare da ‘cittadino’ e non da ‘politicante’:

Ne ha dato prova nel 1974, da presidente della Camera, prima respingendo l’aumento dell’indennità dei deputati (“Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione… voi date quest’esempio d’insensibilità? ‘Io deploro l’iniziativa’, ho detto. ‘Entro un’ora potete eleggere un altro presidente della Camera . Siete 630, ne trovate subito 640 che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo’…”).

E poi schierandosi dalla parte dei tre giovani pretori della sua Liguria Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – che avevano scoperchiato il primo scandalo dei petroli: i partiti e quasi l’intero Parlamento a libro paga dell’Unione Petrolifera in cambio di leggi fiscali di favore. Mentre politici e grande stampa attaccavano i “pretori d’assalto”, Pertini li ricevette a Montecitorio

L’elezione di Pertini cambia il ruolo del Capo dello Stato nella vita politica italiana. Da quello ‘notarile’ si passa a quello attivo, sulla falsa riga della Presidenza Gronchi di qualche decennio prima.

Il suo settennato non sarà mai sfiorato dall’ombra di uno scandalo e registrerà – tra i non pochi pregi – quello di aver rotto il quarantennale monopolio della Dc su Palazzo Chigi con la nomina dei due primi governi a guida laica: prima quello di Giovanni Spadolini (dopo un vano incarico a La Malfa), poi quello di Craxi (che si presenta al Quirinale in blue jeans, e lui lo rispedisce a casa a cambiarsi: “Vai, vai, ne riparliamo più tardi”).

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre bacia la mano ad una signora nel centro di Nizza
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre bacia la mano ad una signora nel centro di Nizza

E, grazie al suo modo di fare,  fu anche il Presidente ‘più amato dagli italiani’:

Amatissimo dalla gente, non ha mai mancato di partecipare a eventi pubblici e a situazione che potessero portargli simpatie, nello stesso modo in cui si muoveva negli stessi anni Giovanni Paolo II, si cui Pertini era grande amico pur essendo ateo. Notissima la sua partecipazione alla finale dei mondiali del 1982 vinti dall’Italia, e il viaggio di ritorno sull’aereo degli azzurri

Suo malgrado dovette partecipare anche a molti funerali. Da quello del sindacalista di Guido Rossa a quello delle vittime della strage di Bologna, dal presidente egiziano Sadat al suo amico, il segretario del PCI Enrico Berlinguer:

..quando si ritrova a Padova dove Berlinguer s’è appena sentito male nel famoso comizio. Arriva fra i primi in ospedale e, insieme a Tonino Tatò, si fa portare nella stanza dove il leader comunista è intubato alle macchine. Si fa allestire una stanza, ha un lieve malore ma non si muove di lì, ascolta i medici dire che non c’è più niente da fare, piange e conforta i famigliari: “Lo porto a casa io, come un fratello, un amico. Un compagno di lotta”. Si carica la bara del compagno Enrico sull’aereo presidenziale e l’accompagna ai funerali in piazza San Giovanni, il 13 giugno, con un milione di persone, ancora in lacrime.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con il papa Giovanni Paolo II°

Amico anche di Papa Giovanni Paolo II, Pertini si era sempre dichiarato ateo; nonostante ciò, nel suo studio al Quirinale aveva sempre tenuto un crocifisso: sosteneva infatti di ammirare la figura di Gesù come uomo che ha sostenuto le sue idee a costo della morte.

Indro Montanelli disse di lui: Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità

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A fine mandato fece sapere di essere favorevole ad una eventuale rielezione ma il Parlamento gli preferì il ‘notaio’ Francesco Cossiga. Notaio che ben presto avrebbe scoperto l’uso e l’abuso della parola. Ma questa è un’altra storia…

FOnti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-pertini-al-colle-socialista-che-sapeva-resistere/563416/
http://www.polisblog.it/post/76369/i-presidenti-della-repubblica-sandro-pertini-1978-1985
http://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Pertini

I Presidenti: Antonio Segni (1962-1964), un mandato breve e controverso


 

Antonio Segni
(1891-1972)

Presidente dal 1962 al 1964

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Dopo il settennato di un uomo della Sinistra democristiana è il momento di lasciare il passo all’ala destra del partito-nazione. Grazie anche all’appoggio del Premier, e membro della ‘sinistra dc’, Amintore Fanfani, si fa largo la candidatura di Antonio Segni:

“La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat“. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale, a fine aprile del 1962, il segretario democristiano Aldo Moro partorisce una delle sue formule più fumose – la candidatura parallela ma non contrapposta – che fa il paio con le “convergenze parallele” di due anni prima. Quello, d’altronde, è tempo di equilibrismi, politici e verbali. Il 2 marzo è nato il quarto governo Fanfani, formato da Dc, Psdi e Pri con l’appoggio esterno del Psi: l’anticamera del tanto discusso centrosinistra. La destra democristiana, cioè quella vasta palude che i giornali chiamano “dorotea”, è in preda alle convulsioni. Ma in quel partito nessun ostacolo è insormontabile. Basta pagare. E i dorotei, al congresso di gennaio, in cambio del loro assenso alla svolta a sinistra invocata da Fanfani, hanno preteso e ottenuto la candidatura ufficiale al Quirinale del loro leader indiscusso: Antonio Segni.

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Chi era Antonio Segni in quel momento, vediamo di capirne di più:

Conservatore, certo, ma con una vena di riformista. È stato due volte presidente del Consiglio e ora – nel governo Fanfani IV – è ministro degli Esteri. Dopo l’accordo congressuale tra destra e sinistra Dc

Nato nel 1891, si iscrive al PPI dalla sua fondazione e ne diventa consigliere, ma durante il fascismo resta distante dalla politica attiva e preferisce l’attività accademica nelle principali università italiane: nel 1943 fa parte del gruppo fondatore della Democrazia Cristiana e nel 1946 entra nell’Assemblea Costituente. Negli anni successivi ricopre per diverse volte l’incarico di ministro e per due volte quello di Presidente del Consiglio. Fa parte dell’ala conservatrice della Dc ed è gradito alle destre e ai monarchici.

La Sinistra parlamentare converge sulla candidatura del socialdemocratico Giuseppe Saragat. La Dc, dilaniata da divisioni interne, arriva ad un accordo ed alla nona votazione Segni viene eletto, seppur con un margine minimo, 443 voti ed appena il 51,8% dei votanti:

sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare

Al contrario del ‘Presidente interventista’ Gronchi, il nuovo Capo dello Stato, sin dal discorso di insediamento, sembrava voler essere solo un ‘notaio’:

Il messaggio d’insediamento di Segni è l’esatta antitesi di quello gronchiano di sette anni prima. “Non tocca a me – avverte l’11 maggio – determinare gli indirizzi politici nella vita dello Stato, prerogativa questa che spetta al governo e al Parlamento”. A queste parole l’aula si lancia in una corale ovazione, che suona come un addio polemico al settennato di Gronchi, costellato di forzature e deragliamenti costituzionali che avevano trasformato il Quirinale in una sorta di Superpresidenza del Consiglio.

“La sua missione era chiara: traghettare l’Italia verso il centrosinistra nel modo più indolore e vellutato possibile”. La Storia però dirà qualcosa di ben diverso. Il PSI, appoggiando dall’esterno il governo Fanfani, stava per entrare ufficialmente nell’esecutivo con propri ministri. Un cambio di linea politica, mal visto negli Stati Uniti . Le Riforme ‘progressiste’, in parte già attuate, non incontravano il consenso di molti settori dell’economia e della politica italiana. Ed anche il Capo dello Stato si dimostrò ostile a tale progetto:

In particolare Segni si oppone in tutti i modi a un’alleanza tra Dc e Psi, voluta da Moro, per portare avanti riforme largamente condivise sia nel centrosinistra che in buona parte dello scudo crociato. Solo alla fine del 1963 Aldo Moro riuscirà a varare il primo governo di centro-sinistra con l’appoggio del Psi.

Ciò che accadde nei mesi successivi, la caduta del Governo Moro, le trattative politiche durante la crisi politica, sono ancora parzialmente avvolte nel mistero. Una cosa è certa, il PSI fu ‘riportato a miti consigli’ e le sue ambizioni di cambiare il Paese, da Sinistra, furono fortemente ridimensionate. Anche grazie al ‘tintinnar di sciabole’ avvertito nell’estate del 1964:

Pochi mesi dopo, a luglio, l’esecutivo entrò in crisi per un voto sfavorevole, e Segni esercitò pressioni sul Psi di Nenni affinché si ritirasse dal governo e rinunciasse alle riforme che chiedeva. Seguirono giorni di convulse trattative e di minacce velate: solo nel 1967 uno scoop dell’Espresso svelò cosa stava accadendo in quei giorni, e cioè il “Piano Solo”, un tentativo di golpe organizzato dal Comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale De Lorenzo.

Il piano di De Lorenzo prevedeva il confino in Sardegna di 731 esponenti di sinistra, tra politici e sindacalisti, il presidio della televisione, la chiusura dei giornali di sinistra. Una svolta autoritaria organizzata con il consenso del presidente Segni, e che per poco non si concretizzò nell’estate del ‘64: dopo la parata del 2 giugno, infatti, le forze dei Carabinieri (presenti in misura molto maggiore del solito) rimasero a Roma anziché tornare nelle varie caserme. Fiutato il pericolo, molti esponenti di sinistra fecero perdere le loro tracce. Fu probabilmente proprio “il tintinnar di sciabole” agitato da Segni a mettere fine al programma riformista del governo Moro.

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Il Presidente tramò davvero contro lo Stato favorendo un Golpe pur di fermare l’ascesa dei socialisti al governo?

Storici e giornalisti, come Giorgio Galli e Indro Montanelli, si diranno convinti che Segni non avesse alcuna intenzione golpista, ma accarezzasse l’idea di usare il colpo di Stato come spauracchio per indurre i partiti a uscire dall’impasse e retrocedere dal centrosinistra.

Ad agosto il drammatico epilogo. Il giorno 7, Segni ricevette al Quirinale Moro e il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. Non si sa nulla di quell’incontro ma da quel colloquio il Presidente uscì in condizioni critiche:

[…]mentre colloquia burrascosamente al Quirinale con Moro e Saragat, Segni viene colto da un gravissimo malore. Fuori dalla porta, qualche testimone dirà di aver sentito i tre urlare e Saragat minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia. Saragat smentirà, ma quella sera qualcosa di tragico forse accade. Sta di fatto che i commessi, quando si aprono le porte, vedono Segni quasi esanime tra le braccia di Moro e di Saragat. La diagnosi dei medici è: “Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali”. Una trombosi che lo immobilizzerà per il resto della sua vita, lasciandolo in uno stato di parziale incoscienza fino alla morte, avvenuta nel 1972.

Dopo qualche mese, il 6 dicembre, visto il permanere dell’impedimento, Antonio Segni si dimise, ponendo fine al mandato presidenziale più breve e burrascoso della storia repubblicana.

Le statistiche sulla Presidenza Segni:

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Fonti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/
http://www.polisblog.it/post/75465/i-presidenti-della-repubblica-antonio-segni-1962-1964
Statistiche di Repubblica.it

I Presidenti: Luigi Einaudi (1948-1955), l’economista liberale


Luigi Einaudi

(1874-1961)
Presidente dal 1948 al 1955

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Secondo appuntamento con la rubrica I Presidenti. Dopo Enrico De Nicola, oggi approfondiamo la figura di Luigi Einaudi:

É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici (Luigi Einaudi, da Il buongoverno)

Economista, politico e giornalista, il piemontese Luigi Einaudi ricoprì vari incarichi politici e non prima di essere eletto al Quirinale. Antifascista, successivamente Governatore della Banca d’Italia e varie volte Ministro:

Nel novembre del 1924 aderisce all’Unione Nazionale di Giovanni Amendola e, nel 1925, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. […]

Nominato Governatore della Banca d’Italia, ricopre l’incarico dal 5 gennaio1945 all’11 maggio1948. Pur essendo un convinto monarchico [3] (vedere i Diari) viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946.[…]

Viene eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell’Unione Democratica Nazionale e dà un autorevole contributo ai lavori. Nel IV Governo De Gasperi (1947-1948) è Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro delle Finanze e del Tesoro; successivamente (1947), è Ministro del Bilancio (conservando l’incarico di Vice Presidente).

Venne eletto alla Presidenza della Repubblica l’11 maggio 1948, al quarto scrutinio, con una maggioranza di 518 voti su 871. Fu il primo Presidente eletto dal Parlamento italiano, il primo in carica per sette anni.

Alcide De Gasperi aveva candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza, la candidatura era appoggiata anche da una parte del fronte democratico-laico, ma incontrava la netta opposizione delle sinistre. Sebbene sulla carta disponesse di un’ampia maggioranza, Sforza non riuscì a ottenere i voti di tutti i parlamentari democristiani: contraria era in particolare la corrente di sinistra guidata da Giuseppe Dossetti storico fondatore del movimento che appunto prese da lui il nome di «Dossettismo». Dopo i primi due scrutini la dirigenza democristiana prese atto delle difficoltà incontrate da Sforza e decise di candidare Einaudi. La nuova candidatura incontrò la disponibilità dei comunisti a sostenerla.

Einaudi era un liberista, promotore del pensiero liberale sotto ogni forma:

Secondo Einaudi, il liberismo non è semplice economicismo. Rifacendosi ai classici anglosassoni del pensiero liberale (John Stuart Mill e John Locke su tutti), egli esalta l’individualità, la libertà d’iniziativa, il pragmatismo.

La libertà funziona solamente laddove è esplicata nella sua completezza: un liberale “completo” è anche “liberista”, perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera.

Secondo Einaudi, in un regime statalista la vita sociale ed economica è destinata alla stagnazione: l’individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede; il liberalismo educa gli uomini perché insegna loro ad autorealizzarsi. La meritocrazia risulta strettamente connessa a un’economia di mercato: l’individuo più competente o creativo può rendere migliore l’azienda e quindi viene assunto.

Einaudi fu anche un Presidente ‘politico’ sfruttando appieno le prerogative fornite dalla sua carica:

Nel 1953 due fasi critiche con aspre lotte politiche: l’approvazione della legge maggioritaria, da lui promulgata nonostante fosse stata ribattezzata “legge truffa”, e l’incarico a Giuseppe Pella per il primo “governo del Presidente”

Le ‘statistiche’ della sua Presidenza:

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Un curioso aneddoto sulla sua elezione al Quirinale, poteva non entrarci Andreotti?

Quando Andreotti all’alba dell’11 Maggio 1948, alle sei e un quarto di mattina, si recò da Luigi Einaudi per comunicargli che doveva lasciare le sue tre cariche in cambio della presidenza della Repubblica, questo gli rispose: ” Ma De Gasperi lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari ?
Andreotti gli rispose: “Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili”.

Terminò il suo mandato nel 1955. Senatore a vita, morì a Roma nel 1961.

Articoli precedenti:

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Einaudi
http://www.angiolettionline.it/old/costituzione/presidente/aneddotti.htm
http://www.guidafotografia.com/002075_roma-i-presidenti-della-repubblica-nelle-fotografie-al-quirinale/
Statistiche tratte da Repubblica.it

I Presidenti: Enrico De Nicola (1946-1948), un ‘monarchico’ al Quirinale!


 

Enrico De Nicola
(1877-1959)

Presidente dal 1946 al 1948

Il mandato di Giorgio Napolitano volge al termine. I prossimi mesi saranno cruciali per capire chi ricoprirà l’incarico di nuovo Presidente della Repubblica. Iniziamo quindi un viaggio nella Storia dei Presidenti. Un tuffo nel passato, per capire come furono eletti gli inquilini del Quirinale e come si caratterizzò il loro operato.

Primo capitolo. Era il 1946 ed il monarchico Enrico De Nicola veniva nominato ‘Presidente provvisorio’ della Repubblica.

Napoletano, avvocato penalista e politico di area liberale giolittiana, venne eletto in Parlamento per la prima volta nel 1909. Divenne presidente della Camera nel 1920, carica che lasciò nel 1924, dopo il ‘putsch’ fascista. Tornò alla politica attiva nel 1943:

Nel 1943, dopo la caduta del regime, considerato figura autorevole della politica pre-fascista, fu chiamato a mediare fra gli Alleati e la Corona per consentire un più agevole passaggio di poteri. Si deve in particolare a De Nicola l’intelligente soluzione che evitò a Vittorio Emanuele III l’abdicazione: propose di istituire la figura del Luogotenente, da affidare all’erede al trono Umberto. La creazione di questa figura, pur limitando la sovranità monarchica, permise di ridurre l’impatto formale della sconfitta.

La sua elezione alla Presidenza, avvenuta tramite il voto dell’Assemblea Costituente il 28 giugno 1946 con 396 voti su 501, fu frutto di un compromesso tra le principali forze politiche di allora. Le candidature contrapposte di Vittorio Emanuele Orlando, per il centro e le destre e Benedetto Croce, per i liberali e le sinistre, lasciarono il posto ad un nome su cui poter convergere unitariamente:

..per eleggere un presidente capace di riscuotere il maggior gradimento possibile presso la popolazione affinché il trapasso al nuovo sistema fosse il meno traumatico possibile; si convenne perciò che dovesse scegliersi un meridionale, a compensazione della provenienza settentrionale della maggioranza dei leader politici, e che (stante il risicato – e da parte monarchica contestato – scarto dei risultati del referendum istituzionale) dovesse trattarsi di un monarchico.

Di carattere mite, al limite dell’indecisione, De Nicola fu anche un Presidente decisamente umile:

dopo l’elezione, arrivò a Montecitorio da Napoli con la sua auto e senza scorta. Non volle mai dallo Stato una sola lira di stipendio. Pagava di tasca propria persino le telefonate e i francobolli, anche se non era per niente ricco, anzi: è rimasto celebre il cappotto rivoltato col quale affrontò con superba dignità le incombenze ufficiali della carica.
Si stabilì a palazzo Giustiniani, spiegando che il palazzo dei re e dei papi non si addiceva ad un semplice capo provvisorio dello Stato. “Quando andavamo a trovarlo al Quirinale – ricorda Giulio Andreotti, allora giovanissimo sottosegretario – lui ci mostrava un’agenda di pelle nera: lì, spiegava, io sto scrivendo la prassi repubblicana, quello che deve o non deve fare un presidente. Appena arrivò Einaudi, dunque, andammo insieme alla ricerca di quell’agenda: rimanemmo allibiti, scoprendo che De Nicola non vi aveva scritto neppure una riga”.

Dimessosi nel giugno 1947 per motivi di salute, fu subito rieletto. Con il varo della Costituzione, il Primo gennaio del 1948 divenne Presidente della Repubblica a tutti gli effetti. Carica che mantenne sino al 12 maggio dello stesso anno.

De Nicola appone la sua firma sulla Costituzione Italiana, che entrerà in vigore poco dopo

Terminato il mandato presidenziale, De Nicola tornò ad assumere incarichi importanti. Fu Presidente del Senato dal 1951 al 1952, si dimise durante l’iter per l’approvazione della legge elettorale ‘truffa’. Presidente della Corte Costituzionale dal 1956 al 1957, lasciò in forte polemica con il governo italiano che accusò di intralcio nell’opera di democratizzazione e di pulizia dalle norme fasciste del nostro ordinamento.

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_De_Nicola
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/denicola.htm
http://www.angiolettionline.it/old/costituzione/presidente/usi%20e%20costumi.htm

I Presidenti: Luigi Einaudi


Luigi Einaudi

(1874-1961)
Presidente dal 1948 al 1955

Secondo appuntamento con la rubrica I Presidenti. Dopo Enrico De Nicola, oggi approfondiamo la figura di Luigi Einaudi:

É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici (Luigi Einaudi, da Il buongoverno)

Economista, politico e giornalista, il piemontese Luigi Einaudi ricoprì vari incarichi politici e non prima di essere eletto al Quirinale:

Nel novembre del 1924 aderisce all’Unione Nazionale di Giovanni Amendola e, nel 1925, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. […]

Nominato Governatore della Banca d’Italia, ricopre l’incarico dal 5 gennaio1945 all’11 maggio1948. Pur essendo un convinto monarchico [3] (vedere i Diari) viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946.[…]

Viene eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell’Unione Democratica Nazionale e dà un autorevole contributo ai lavori. Nel IV Governo De Gasperi (1947-1948) è Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro delle Finanze e del Tesoro; successivamente (1947), è Ministro del Bilancio (conservando l’incarico di Vice Presidente).

Venne eletto alla Presidenza della Repubblica l’11 maggio 1948, al quarto scrutinio, con una maggioranza di 518 voti su 871. Fu il primo Presidente eletto dal Parlamento italiano, il primo in carica per sette anni.

Alcide De Gasperi aveva candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza, la candidatura era appoggiata anche da una parte del fronte democratico-laico, ma incontrava la netta opposizione delle sinistre. Sebbene sulla carta disponesse di un’ampia maggioranza, Sforza non riuscì a ottenere i voti di tutti i parlamentari democristiani: contraria era in particolare la corrente di sinistra guidata da Giuseppe Dossetti storico fondatore del movimento che appunto prese da lui il nome di «Dossettismo». Dopo i primi due scrutini la dirigenza democristiana prese atto delle difficoltà incontrate da Sforza e decise di candidare Einaudi. La nuova candidatura incontrò la disponibilità dei comunisti a sostenerla.

Einaudi era un liberista, promotore del pensiero liberale sotto ogni forma:

Secondo Einaudi, il liberismo non è semplice economicismo. Rifacendosi ai classici anglosassoni del pensiero liberale (John Stuart Mill e John Locke su tutti), egli esalta l’individualità, la libertà d’iniziativa, il pragmatismo.

La libertà funziona solamente laddove è esplicata nella sua completezza: un liberale “completo” è anche “liberista”, perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera.

Secondo Einaudi, in un regime statalista la vita sociale ed economica è destinata alla stagnazione: l’individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede; il liberalismo educa gli uomini perché insegna loro ad autorealizzarsi. La meritocrazia risulta strettamente connessa a un’economia di mercato: l’individuo più competente o creativo può rendere migliore l’azienda e quindi viene assunto.

Einaudi fu anche un Presidente ‘politico’ sfruttando appieno le prerogative fornite dalla sua carica:

Nel 1953 due fasi critiche con aspre lotte politiche: l’approvazione della legge maggioritaria, da lui promulgata nonostante fosse stata ribattezzata “legge truffa”, e l’incarico a Giuseppe Pella per il primo “governo del Presidente”

Un aneddoto sulla sua elezione al Quirinale:

Quando Andreotti all’alba dell’11 Maggio 1948, alle sei e un quarto di mattina, si recò da Luigi Einaudi per comunicargli che doveva lasciare le sue tre cariche in cambio della presidenza della Repubblica, questo gli rispose: ” Ma De Gasperi lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari ?
Andreotti gli rispose: “Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili”.

Terminò il suo mandato nel 1955. Senatore a vita, morì a Roma nel 1961.

Articoli precedenti:

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Einaudi
http://www.angiolettionline.it/old/costituzione/presidente/aneddotti.htm
http://www.guidafotografia.com/002075_roma-i-presidenti-della-repubblica-nelle-fotografie-al-quirinale/