Altro che ripresa, è recessione


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A chi dice che i ‘gufi’ festeggiano per i dati negativi sull’economia. Non si festeggia, si ribadisce ciò che si era sempre detto ovvero che non bastano 80 euro e qualche pagamento della PA per risollevare un Paese in picchiata. Non eravamo noi a dire ‘ vedrete che tutto andrà bene’… La fuffa non può funzionare in eterno.

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Intendiamoci, Renzi è lì da sei mesi, nessuno può pensare faccia miracoli in 150 giorni di governo. Quel che mi da fastidio è il suo modo di fare. Annunciare cose che poi non fa. Siamo passati dallo zombie mediatico, Bersani, al Jerry Lewis de noantri. Una via di mezzo, ovvero, saper comunicare senza raccontare balle no eh?

Gli Stati Uniti evitano il ‘fiscal cliff’, grazie a Joe Biden


Gli Stati Uniti hanno scongiurato il ‘baratro fiscale’ all’ultimo minuto:

La Camera degli Stati Uniti ha approvato l’accordo sul fiscal cliff, il cosiddetto baratro fiscale, dopo il voto favorevole espresso il primo gennaio dal Senato. Il voto è avvenuto quando negli Stati Uniti erano le 23 di martedì e in Italia erano le 5 del mattino di mercoledì. Hanno votato a favore dell’accordo 257 deputati, mentre hanno votato contro in 167. Hanno votato a favore 172 democratici e 85 repubblicani, hanno votato contro 151 repubblicani e 16 democratici.

L’accordo evita innanzitutto l’entrata in vigore simultanea di una serie mostruosa di tagli alla spesa, soprattutto al welfare, alla difesa e all’istruzione, e l’annullamento di esenzioni fiscali dirette a tutti gli americani: questi meccanismi andavano incontro il 31 dicembre alla loro scadenza naturale e almeno in una circostanza erano stati resi dal Congresso così radicali e potenzialmente dannosi proprio per incentivare democratici e repubblicani a trovare un compromesso. La famiglia media americana avrebbe pagato 3.000 dollari di tasse in più all’anno e gli Stati Uniti, secondo l’ufficio per il budget del Congresso, sarebbero finiti nuovamente in recessione.

(Che cos’è il fiscal cliff, spiegato bene)

Uno dei principali artefici dell’accordo è stato il Vicepresidente Joe Biden. Non molto conosciuto qui in Italia, Biden è un vero ‘idolo’ per gli americani. La sua storia politica e personale è davvero singolare. (Vi invito a leggerla qui di seguito, grazie ad un interessante articolo de Il Post) Tra gioie e dolori, vittorie politiche e tragedie private, il senatore democratico del Delaware è arrivato alla seconda carica più importante del Stati Uniti d’America:

12  cose da sapere su Joe Biden

1. Biden non ha mai perso un’elezione. È stato eletto al Senato degli Stati Uniti a trent’anni, nel 1973, l’età minima per fare il senatore, diventando il sesto senatore più giovane nella storia del paese e ottenendo un seggio storicamente in mano ai repubblicani. È stato rieletto per sei volte consecutive. Quando ha lasciato il suo seggio, nel 2009, è diventato il più giovane senatore ad arrivare a sette mandati consecutivi.

2. Biden era balbuziente. Ha balbettato per tutta la sua infanzia e fino ai vent’anni. Ma prendiamo la storia da un altro lato. Il 5 settembre del 1994 uno studente americano di nome Branden Brooks partecipò a un incontro pubblico con Biden in Delaware. Alzò la mano, prese la parola, fece la sua domanda balbettando parecchio. Alla fine dell’incontro Biden lo andò a cercare e lo prese da parte: gli disse che anche lui balbettava, da ragazzo, ma che non aveva mai permesso a questo problema di interferire con i suoi sogni e quindi cercava sempre occasioni per parlare in pubblico, così da forzarsi a superare l’imbarazzo e il suo problema. Una settimana dopo Branden Brooks ricevette una lettera di Biden, scritta il giorno successivo al loro incontro. Nella lettera, pubblicata qualche anno fa da Letters of note, Biden scriveva:

Caro Branden —

è stato un piacere conoscerti ieri. Sei un ragazzo bravo e brillante, se continuerai a lavorare sodo ti aspetta un grande futuro. Tieni a mente quello che ti ho detto riguardo la balbuzie. Puoi sconfiggerla così come l’ho sconfitta io. Quando lo farai, sarai una persona più forte: avrai vinto. Un’altra cosa: ogni volta che hai la tentazione di prendere in giro qualcuno per via di un suo problema, ricorda come ti senti quando sei tu a essere preso in giro. Tratta tutti con rispetto e sarai rispettato.

Il tuo amico
Joe Biden

Branden seguì il consiglio di Joe Biden: si candidò all’incarico di rappresentante degli studenti, venne eletto e rieletto tutti gli anni, alle scuole superiori e all’università. Approfittò di ogni occasione possibile per parlare in pubblico. Oggi fa il pubblico ministero in Delaware.

3. Biden ha studiato Giurisprudenza a Syracuse ma ha detto che studiare legge gli sembrava «la cosa più noiosa al mondo» e durante il suo primo anno fu accusato di aver copiato un terzo di un saggio che aveva scritto per un esame. Biden disse che aveva citato un brano di un altro testo ma si era dimenticato di indicarlo, e gli fu consentito di ripetere l’esame. Il particolare è significativo per via di quello che leggerete nel punto 9.

4. La sua prima candidatura al Senato è una gran storia. Nel 1972 Caleb Boggs, senatore repubblicano di lunghissimo corso, voleva andare in pensione ma fu convinto dal presidente Nixon a ricandidarsi. Nessun democratico lo sfidò: erano tutti sicuri di perdere. A parte Biden, che si fece avanti a 29 anni avendo alle spalle solo due anni da rappresentante locale nella sua contea. Si candidò praticamente senza soldi. La campagna elettorale fu diretta da sua sorella Valerie e i suoi principali collaboratori furono i suoi familiari. In estate i sondaggi lo davano in svantaggio di 30 punti. Alla fine vinse di 1,3 punti, secondo molti grazie al suo carisma, le sue innumerevoli iniziative organizzate in giro per il Delaware e la sua capacità di attirare i voti dei giovani.

(il resto lo trovate qui)

La Germania verso la recessione…


Riporto un articolo interessante di Yes, Political! sulla situazione economica tedesca. A quanto sembra anche la locomotiva d’Europa sta per fermarsi. La Germania potrebbe infatti avere presto un Pil negativo.

L’articolo:

I dati sul PIL tedesco relativi al secondo trimestre non lasciano scampo a dubbi: prima della fine dell’anno la Germania conoscerà un trimestre di recessione. Nonostante i titoli dei siti italiani tendano ad enfatizzare il fatto che la Germania abbia un PIL (nelle immagini GDP) positivo, la tendenza di medio periodo non lascia scampo ad altre ulteriori conclusioni, soprattutto in assenza di risposte da parte del governo Merkel.

Questo il grafico del tasso di crescita del GDP della Germania su base annua:

Se poi non ci sarà alcuna reazione da parte del governo tedesco, né ci sarà una inversione di tendenza sul mercato comune – sì, è l’interdipendenza fra i paesi europei, ovvero i legami economici e commerciali e finanziari fra la Germania e l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, la Francia e così via, a spingere verso il basso il PIL tedesco – allora si verificherà un -1%, fatto che sancirà l’apertura della crisi economica anche in casa Merkel, proprio nel tremendo 2013, anno horribilis delle elezioni italiane e tedesche (si comincia già a gennaio in Bassa Sassonia, 8 milioni di abitanti, con capitale Hannover).

L’unico modo per invertire questa pericolosa tendenza è smetterla con le politiche mortifere della Trojka e della BCE e pompare denaro per finanziare la crescita. Null’altro.

La crisi della Spagna fa paura


Leggetevi questo articolo tratto da Giornalettismo. La Spagna rischia di diventare la ‘nuova Grecia’. Migliaia di cittadini in coda agli uffici di collocamento, imprese che falliscono, banche in difficoltà, tasse ed auterità crescenti.

La situazione sembra precipitare e dopo la Spagna ci siamo noi...

Jose Manuel Garcia-Margallo, che ha dichiarato: “I dati sono terribili per tutti e per il governo… la Spagna è in una crisi dalle proporzioni enormi”. Una crisi che ovviamente non aiuta l’Unione Europea e che si rivela dannosa anche per gli altri paesi partner, come nel caso dell’Italia che in seguito alle ultime pessime notizie dalla Spagna ha faticato a piazzare gli ultimi cinque miliardi di bond decennali.

SPREAD E RATING – Lo spread dei titoli spagnoli su quelli tedeschi è risalito a 420 punti-base e  i dati sulla disoccupazione nel primo quadrimestre sono stati un’altra doccia fredda: 24%, record storico per il paese iberico. Inutile dire che la situazione ha provato un abbassamento del rating da parte si Standard and Poor’s (ora BBB+). Come sempre in casi del genere, la spirale degli eventi si tracina verso il basso.

L’ESECUTIVO – Il governo, alla ricerca disperata di soldi, ha annunciato un aumento dell’IVA (ancora bassa rispetto alla media europea) e di alcune tasse indirette, ma il piatto piange, anche perché .. il governo è dovuto intervenire per salvare le banche spagnole nel 2008, quando lo scoppio della bolla immobiliare ne aveva portate molte sull’orlo del fallimento

ANCHE LE BANCHE IN CRISI – Salvataggi che ora non appaiono sufficienti, ma il governo è a secco e ha già stabilito che non impiegherà i fondi europei in ulteriori soccorsi ai banchieri, contribuendo così ad abbassarne ulteriormente il rating.

SPIRALE AL RIBASSO –Con l’esplodere della disoccupazione calano le tasse incassate dal governo e aumentano le richieste di sussidi, l’unica speranza resta quindi quella di far ripartire l’economia.

AUSTERITA’ A OLTRANZA – il premier Rajoy però sembra insensibile alle grandi proteste popolari come alle ricette alternative e ha già fatto sapere che  non intende derogare alla politica di austerità e tagli, che proprio nelle ultime settimane sta finendo ovunque sul banco degli imputati come il miglior modo di deprimere definitivamente l’economia e di ritardare la ripresa e il ritorno alla mitica crescita.

L’EUROPA – L’Unione Europea per parte sua sembra indecisa sul da farsi. Se le società di rating come S&P chiedono una ricapitalizzazione delle banche e interventi più decisi a loro sostegno, i governi nazionali sembrano più inclini alla prudenza e ad allargare i cordoni della borsa solo se e quando si manifestino pericoli imminenti per i singoli istituti.

Dieci balle sulla Crisi


Dal sito “il barbiere della sera” riporto un interessante articolo sui “falsi miti” relativi alla crisi economica mondiale€

Dieci balle sulla Crisi
di Paul Olden

Slogan assurdi, falsi miti, castelli in aria e altre amenità sulla crisi economica globale. Ovvero, per capire certe cose non serve essere un economista: basta non raccontarsi le frottole da soli

1) La crisi è dovuta ai mutui subprime e agli altri strumenti finanziari “tossici” messi in giro dalle banche.

Falso. La crisi sarebbe arrivata comunque, anche senza la cartastraccia prodotta dall’industria finanziaria. Anzi, è possibile che la bolla finanziaria abbia contribuito per qualche mese a camuffare la crisi già in atto.

2) Una volta ripulito il sistema finanziario, assicurato nuove regole agli operatori e ripristinata la fiducia nel sistema, tutto tornerà come prima.

No, non succederà. La crisi è strutturale. Ma davvero qualcuno credeva che fosse possibile un mondo dove da una parte si produce senza consumare e dall’altra si consuma senza produrre? Anche un bambino di quinta elementare messo di fronte ad uno schema che spiega la struttura del sistema produttivo-commerciale globalizzato di oggi potrebbe facilmente dedurre che non sta in piedi.

Se poi uno degli economisti liberisti a caso spiegasse al bambino che il sistema regge perchè il consumatore che non produce continua a consumare grazie ai prestiti e alla messa in circolo di denaro prima fermo in pensioni, liquidazioni e welfare, il bimbo avrebbe bisogno di un po’ piu’ di tempo per capire che questi sono solo modi per ritardare la rottura di un sistema che non puo’ funzionare. Ma ci arriverebbe comunque e concluderebbe ridendo in faccia all’economista.

3) La crisi sono cicliche. Tra qualche mese, massimo uno o due anni, passerà.

L’economia non è come la climatologia. Le previsioni economiche non si fanno come le previsioni del tempo, non puoi pensare che dopo la pioggia torna sempre il sereno, perchè in economia ci vogliono buoni motivi ed eventi causati dall’uomo , non dai venti o dalle correnti marine, per cambiare le cose.

Una crisi economica puo’ durare molti anni, nulla lo vieta: se il popolo che ne soffre è abbastanza stupido e/o i parametri economici sono particolarmente sfavorevoli nel periodo, anche decenni o secoli.
Una volta una crisi durò oltre quattro secoli, e la chiamarono Medio Evo.

4) Le grandi crisi sono sempre passate, quindi passerà anche questa.

Sì, ma bisogna chiedersi come se ne è usciti. E’ risaputo che dalle grandi crisi del sistema capitalista si esce rapidamente e facilmente in due soli modi:

a) Accedendo a nuovi territori e risorse da sfruttare

b) Facendo una grande guerra che azzera tutto e si riparte sul pulito.

Be’, sta di fatto che oggi entrambe le soluzioni sono difficiline da praticare: nuove terre non ce ne sono in vista (Luna a parte, ma è piuttosto arida), poichè tutte le terre del globo sono già parte integrante del sistema economico globalizzato che è in crisi.

Una grande guerra oggi sarebbe nucleare e autodistruttiva, inoltre, il sistema economico occidentale ormai pervade tutta l’economia globale, quindi fare una grande guerra non sarebbe mai contro un vero nemico ma, in qualche modo, sarebbe sempre e comunque un danno al sistema stesso. Le guerre che rendono sono quello contro i sistemi economici alternativi, contrapposti e chiusi, quindi niente da fare, non ce ne sono in giro. Aspetteremo i marziani?

5) Questa crisi è globale ed è disastrosa ovunque nel mondo.

Questa è la solfa del “mal comune mezzo gaudio”, sempre utile come anestetico locale. Purtroppo però questa affermazione è falsa: la crisi colpisce soprattutto gli stati occidentali, in particolar modo i satelliti degli USA. Certo c’e’ una contrazione della domanda mondiale, e ne risentono tutti, ma noi andiamo in recessione a -2% di PIL annuo, i cinesi scendono da un +9 a un +7. Definire in crisi un’economia che cresce del 7% l’anno è tecnicamente errato, quindi concludiamo dicendo chiaro che NOI siamo in crisi, i Cinesi invece no.

6) La crisi colpisce le fasce più deboli della popolazione.

Questo, almeno per il momento, non è del tutto vero. Un operaio o un impiegato semplice precario spendevano tutto il loro stipendio per campare prima della crisi e lo spendono tutt’ora. Anzi, essendoci una leggera deflazione , se preservano il posto di lavoro, stanno meglio di prima.

I problemi più grossi al momento li hanno i borghesi, che hanno economie famigliari ben più complicate (imprese in proprio, immobili che si svalutano, soldi investiti in borsa che evaporano eccetera).
Inoltre questa crisi non è una crisi del necessario ma piuttosto una crisi del superfluo: non c’e’ crisi dei consumi perchè si tira la cinghia privandosi di cose necessarie, c’e’ crisi perchè si è meno disposti a buttare soldi in cazzate e a farsi debiti facili. Questo è appunto un comportamento che investe le abitudini soprattuto dei piccolo-borghesi, non degli operai!

Ora , quando si parla di “stimolare i consumi” dobbiamo parlarci chiaro e guardarci allo specchio: per uscire dalla crisi i borghesi non devono tornare a consumare il giusto, non basterebbe: devono tornare a consumare TROPPO come facevano fino a pochi mesi fa. Ora capite perchè è così difficile convincere la gente a consumare in questo momento?

7) Se i governi daranno gli aiuti e le spinte necessarie, si uscirà presto dalla crisi.

Forse. Ma se tutti tirano gli stati per la giacchetta, le finanze pubbliche possono esplodere causando una crisi ancora più grave. Ragioniamo: gli industriali chiedono soldi allo stato per produrre merci, i consumatori chiedono soldi allo stato per comperarle. Inoltre, tutti insieme chiedono sgravi fiscali allo Stato per consentire nuovi investimenti e rilancio economico.

Ma lo stato non è una mamma ricca con la borsa sempre piena: i soldi dello stato sono soldi degli stessi che li chiedono. Se tutti chiedono soldi allo Stato è come se tutti chiedessero soldi a sè stessi. Capiamo che non può reggere? Inoltre, se lo stato taglia i servizi di cui si occupa perchè ha usato i soldi per aiutare consumatori e imprenditori, ci saranno altre categorie come dipendenti pubblici e ditte appaltatrici di lavori pubblici che chiederanno aiuto allo stato perchè senza lavoro. Ecco che abbiamo il nostro bel circolo vizioso concentrico ed esplosivo da incorniciare come esempio di follia collettiva all’ennesima potenza.

8) La globalizzazione comunque ha creato molta ricchezza ed è stata una cosa buona finchè qualche spregiudicato banchiere speculatore non ha rovinato tutto.

Falso. La Globalizzazione è stata la più grande operazione di trasferimento di ricchezza verso le classi alte che la storia abbia mai conosciuto. Era vero, come dicevano, che i mercati si regolano da sè, peccato però che si fossero dimenticati di spiegare quanto è doloroso per i comuni mortali quando i mercati si danno i colpi di assestamento.

Inoltre, l’inondazione di merci cinesi a basso costo e la facilità di accesso al credito, uniti ad una sempre maggiore penetrazione del marketing aggressivo nella società hanno creato una mega-illusione nella classe media, la quale ha avuto la sensazione di stare meglio.

In realtà si stava impoverendo costantemente, nel livello di risparmio, nelle proprietà immobili e nel potere d’acquisto reale. (sarebbe interessante che qualcuno si mettesse a conteggiare la gigantesca quantità di danaro delle eredità dei vecchietti borghesi morti negli anni della globalizzazione, polverizzate in quattro e quattr’otto dagli eredi scialacquoni finto-ricchi).

9) In ogni caso la globalizzazione era inevitabile: non si può fermare la storia.

Certo. Ma quello che era assolutamente evitabile era questo tipo di globalizzazione! A Genova, nel 2001, un mucchio di gente protestò chiedendo una globalizzazione graduale, che subordinasse l’apertura dei mercati alla concessione di diritti ai lavoratori dei paesi poveri produttori. Una globalizzazione più lenta e più umana, che avrebbe messo al riparo i posti di lavoro occidentali, rallentando il flusso delle merci a basso costo, dando nel contempo una spinta per condizioni di lavoro più umane (e quindi costi più alti e meno concorrenza sleale) ai paesi emergenti.

Avremmo avuto meno telefonini in offerta speciale, meno pantaloni da 5 euro al paio ma meno fabbriche in crisi e posti di lavoro persi. I ricchi sarebbero stati un po’ meno ricchi, i borghesi sarebbero stati bene come prima, gli operai, insomma, se la sarebbero cavata meglio.

Probabilmente la proposta era troppo intelligente per essere accettata, infatti coloro che la portarono avanti furono picchiati a sangue nelle vie di Genova con il beneplacito di una bella fetta dell’opinione pubblica italiana. La stessa opinione pubblica che oggi piange disperata chiedendo aiuto a mamma-stato.

10) L’importante è essere ottimisti.

E’ una frase senza senso, buona per tutte le occasioni, ma pericolosa di per sè. “L’importante è essere ottimisti” puoi dirlo anche mentre sfrecci in contromano a 200 all’ora in autostrada di notte coi fari spenti. Oppure puoi fermarti, accendere le luci e fare inversione di marcia.

Concludendo, non si esce dalla crisi aspettando che passi come se fosse un temporale. Scordatevelo. Da sola non passerà. La crisi va guardata in faccia. Magari bisogna anche farsela amica, imparare a conviverci, starci dentro e incamerarla.

Il tempo di uscita dalla crisi è dato dalla nostra capacità di affrontare il problema con schemi mentali diversi da quelli che abbiamo usato per generarla.

Forse il tempo di uscita si accorcerà se impareremo che non tutta la felicità è nelle merci. E che le merci che contengono sfruttamento valgono meno e non è bene comperarle, perchè sono tristi prive di vero valore. Che le merci che contengono felicità perchè chi le produce è trattato bene hanno più valore e possono aiutarci.

Che se viviamo solo per le merci, produrremo merci che parlano della nostra ossessione nel produrre merci per avere soldi ed acquistare merci e così via. Se impariamo a produrre merci che parlano del meglio di noi stessi, si venderanno meglio, ma per farlo dobbiamo tornare a pensare che non tutto nella nostra vita è legato alle merci.

E finiamola con le merci che fanno finta di essere felici, perchè magari le hanno progettate designer felicissimi, e poi le hanno prodotte ragazzine indonesiane di tredici anni comandate con la frusta.
In fondo, i bisogni essenziali sono soddisfatti da tempo: oggi tutto gravita intorno al surplus, quindi scegliamolo bene questo surplus, sia quando lo comperiamo che quando lo produciamo. Scegliamo la qualità (nel senso più profondo del termine) anzichè la quantità. (anche il nostro ambiente e le nostre risorse naturali limitate ci ringrazieranno).

Potrebbe essere questa la via d’uscita per la crisi. Chissà. Non ho certezze, ma nemmeno paure troppo grandi che mi impediscano di pensarci. L’importante, in fondo, è esplorare nuove strade, perchè quella vecchia, ormai, è piena di buche che nessuno può riparare. Per fortuna.

Paul Olden

http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=17034

I Presidenti del Cambiamento: F.D.Roosevelt


Franklin Delano Roosevelt

“Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese” (F.D.Roosevelt, 1933)

Questo era Franklin Delano Roosevelt. Questa frase fu pronunciata durante il discorso di presentazione del National Industrial Recovery Act, una delle leggi facenti parte del cosiddetto “New Deal”. Un progetto di investimento in infrastrutture ed opere pubbliche nato per combattere la Crisi economica seguente al “crollo del 1929”. Con questo importante provvedimento veniva creata anche una struttura per predisporre ferree regole al mercato, tali da tutelare i lavoratori. Molte di queste norme furono però respinte dalla Corte Suprema, di stampo conservatore. Roosevelt e la Corte instaurarono una dura battaglia politica e ben otto leggi del “New Deal” furono bocciate. Alla fine però il Presidente, scaduti i mandanti dei giudici, riuscì a nominarne molti a lui non ostili.

Roosevelt fu l’unico “Comandante in Capo” a presentarsi (e vincere) per quattro volte consecutive le elezioni Presidenziali, nel 1932, 1936, 1940 e 1944. Rimane tutt’oggi una delle figure piu amate dagli americani. Contro di lui, poco dopo l’elezione, alcuni gruppi economici americani tentarono di organizzare un colpo di stato.

Fra le più importanti innovazioni portate dal Presidente Democratico va ricordato il Social Security Act ,con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti l’assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia .

Per capire meglio cosa abbia rappresentato FDR per gli Stati Uniti è bene tornare indietro nel tempo, agli anni della Grande Depressione seguita al crollo di Wall street del 1929 snocciolando brevemente i provvedimenti contenuti nel New Deal.

Grande Depressione e New Deal (tratto da Wikipedia)

Una violenta sproporzione tra crescita reale e speculazione borsistica, il collasso del credito al consumo, la riduzione dei consumi stessi e il conseguente aumento del tasso di disoccupazione crearono le premesse per una rapida e profonda crisi che investì tutti i campi delle attività economiche, constringendo il paese alla recessione. Il crollo del 24 ottobre e del 29 ottobre (giovedì nero) 1929 e delle quotazioni azionarie alla borsa di New York non fu altro che l’evento simbolo di un processo di grandi dimensioni che investiva un paese minato paradossalmente dalla grande fiducia e dalla speranza nel futuro.

Le conseguenze sul piano economico, sociale e politico furono immediatamente tangibili. Il prepotente aumento della disoccupazione costituì alle soglie del nuovo decennio una vasta piaga sociale. Il sistema venutosi a creare consisteva dunque in un circolo vizioso di progressivo aumento del numero di disoccupati e dunque una diminuzione della domanda, alla quale faceva fronte una successiva diminuzione del numero dei lavoratori.

Milioni di lavoratori (esclusa la pubblica amministrazione) tra gli anni anni ’20 e ’40 .

È apprezzabile per la prima volta quell’effetto domino che sarà poi una costante nella storia economica del Novecento. La crisi in America, scatenatasi per una sovrapproduzione agricola (con conseguente deprezzamento delle merci), investì altri paesi legati agli Usa da vincoli di tipo strettamente economico. Ecco dunque la grande crisi in Germania, paese nel quale gli aiuti del piano Dawes vennero a mancare in un momento topico della storia della neonata repubblica.

La situazione apparve dunque disperata agli inizi del 1932, anno di campagna elettorale. Proprio in questo clima di profonda sfiducia però il democratico Roosevelt, facendo leva sui valori tradizionali dell’etica del lavoro e della capacità tutta americana di ripresa nei momenti più duri della propria storia, ottenne una robusta maggioranza. A quel punto il programma del neoeletto presidente focalizzò la propria attenzione sul tema della ripresa, affidandosi ad un brain trust (letteralmente “gruppo di fiducia di cervelli”) che basò la propria strategia sulle teorie dell’economista britannico John Maynard Keynes, già autore delle “Conseguenze economiche della pace” (1919).

Il New Deal

Una serie di lavori pubblici assorbirono tra i 2 e i 3 milioni di lavoratori disoccupati. L’opera di Keynes e del suo gruppo, poi elegantemente sintetizzata in Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della moneta, penetrò sensibilmente nei reticolati della cultura economica liberale americana, dando luogo ad un lungo dibattito protrattosi negli anni. L’opera dell’economista inglese infatti, che pure si trovava in disaccordo con “maestri” quali Smith o Ricardo, sosteneva l’incapacità del mercato di autoregolamentarsi, secondo le regole già enunciate dallo scozzese in An Inquiry into the nature and Causes of the wealth of Nations. In una situazione di inflazione galoppante ed evidente recessione, l’intervento da parte dello stato nell’attività produttiva e nel processo economico diveniva determinante per risollevare le sorti del paese e ridistribuire verso il basso la ricchezza, evitando dunque la sproporzione evidente nel dato periodo.

L’intervento dello Stato nell’economia attraverso la realizzazione di infrastrutture, creazione di un Welfare State (stato assistenziale) in grado di poter sostenere la forza lavoro disoccupata, conseguente aumento della domanda per riavviare il processo produttivo furono i cardini dell’opera del primo mandato roosveltiano. La Tennessee Valley Authority, il NIRA (National Industrial Recovery Act) promossero la creazione di grandi opere pubbliche, linfa per il settore privato e per la forza lavoro. L’Agricultural Adjustement Act, la Civil Work Administration, nonché il Wagner Act (importante riconoscimento dei sindacati) furono alcune delle misure stabilite per tamponare il fenomeno e restituire vitalità ad un settore vessato dalla stagnazione.

Avevamo già riportato la vita dello statista nella sezione “Biografie” di Candido, per consultarla andate pure QUI.

Obama vara il New Deal 2.0


Dopo aver varato gran parte della sua squadra di governo (uno speciale di Candido di prossima pubblicazione tratterà piu approfonditamente i membri della nuova Amministrazione) il Presidente Eletto Barack Hussein Obama annuncia un Nuovo Corso, un New Deal del Terzo Millennio, per superare la crisi economico- finanziaria. Il governo americano, non appena insediato, provvederà a varare un programma di investimenti in infrastrutture. Costruire ponti, strade ed edifici per dare lavoro ai milioni di disoccupati e permettere all’economia di tornare a girare. Un programma simile a quello varato da Franklin Delano Roosevelt negli anni 30 per combattere la grande depressione. Ma dove prenderà il danaro necessario per realizzare questo piano? Spero che una parte sia ricavata dalla riduzione delle spese militari. Una America meno “padrona” del mondo puo solo far bene, all’america stessa ed al mondo intero.

WASHINGTON – A poche ore dal suo precedente intervento, in cui ha ribadito che “la crisi sarà lunga”, il presidente eletto degli Stati Uniti torna a parlare di economia. O, meglio, di ricette per uscire dall’attuale emergenza. Nel discorso radiofonico settimanale del partito democratico, annuncia infatti che metterà in atto un maxipiano di investimenti nelle infrastrutture americane.

Secondo Obama, milioni di posti di lavoro verranno dal “maggior singolo nuovo investimento nelle nostre infrastrutture nazionali, dalla creazione della rete federale delle autostrade negli anni Cinquanta”. Sulla base di questo progetto, i singoli Stati perderanno i fondi federali se non agiranno rapidamente per costruire o riparare strade e ponti. Un vero e proprio New Deal, insomma. “Metteremo una regola semplice – spiega – usali o li perdi”.

Il presidente eletto, che entrerà in carica il 20 gennaio, ha chiesto al suo staff un piano per creare almeno 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro nel 2011: una necessità, visto che ieri il governo ha reso noto che in novembre sono stati tagliati 533 mila posti (la riduzione maggiore degli ultimi 34 anni). La recessione negli Stati Uniti ha già spinto il tasso di disoccupazione al 6,7% e potrebbe portarlo sopra l’8% alla fine del prossimo anno.

Sempre oggi, Obama manifesta anche l’impegno ad accrescere le possibilità di ingresso in internet grazie alla banda larga. “Rinnoveremo la nostra autostrada informatica – assicura – è inaccettabile che gli Stati Uniti siano solo al quindicesimo posto nell’adozione della banda larga. Ogni bambino dovrà avere la possibilità di accedervi”. In generale, la modernizzazione della istruzione si baserà infatti su due essenziali punti, l’efficienza energetica e la installazione di computer in ogni aula scolastica.

http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/economia/crisi-5/obama-6dic/obama-6dic.html

La Crisi mondiale si avvicina, prezzo di grano e petrolio alle stelle, povertà diffusa


Continua l’impennata del prezzo del Greggio sui mercati internazionali. Un balzo di ben 11 dollari in un giorno ha portato il barile a sfiorare i 140 dollari. Tutto questo si ripercuote nell’aumento alla pompa ma anche nell’innalzamento dei prezzi di beni e servizi collegati al petrolio, come per esempio gli alimentari. Se a questo uniamo il caro-pane possiamo ben capire a cosa stiamo per andare incontro nei prossimi mesi ed anni. C’è chi parla di recessione mondiale, al vertice FAO si è discusso dell’emergenza “fame” senza trovare accordi precisi, sempre a causa di egoismi nazionali.  Vi invito a leggere qui di seguito un articolo di Eugenio Scalfari che prova ad analizzare le “cause” di questa crisi Mondiale.

Greggio: per benzina, aerei e bollette
un nuovo salasso da 1200 euro

All’inizio di luglio si stima che il petrolio arrivi a 150 dollari al barile. La bolletta energetica italiana 2008 sarà pari a 75 miliardi, 25 in più dell’anno scorso. Il governo: contro la stangata aiuti a pesca e trasporti

Prezzo del petrolio alle stelle
Poche speranze, molta paura

di EUGENIO SCALFARI

VENERDI’ scorso in un’ora di contrattazioni il prezzo del greggio a New York è aumentato di dieci dollari arrivando al record di 139. Nelle stesse ore le Borse di tutto il mondo sono crollate, il tasso interbancario è salito al 5,6 (massimo mai raggiunto prima) il dollaro è ulteriormente precipitato rispetto all’euro.Due giorni prima altre banche d’affari e istituti di credito immobiliare americani e inglesi avevano annunciato deficit pesantissimi. I consumi ristagnano o retrocedono, gli investimenti languono, la domanda globale è ferma. L’inflazione in Europa ha raggiunto il 3 per cento e in molti paesi l’ha superato. Infine il presidente della Banca centrale europea, Trichet, ha detto che a luglio i tassi aumenteranno di un quarto di punto, agitando ulteriormente i mercati già sotto choc.

La cosa singolare è che, mentre questi dati negativi coinvolgono sia la finanza sia l’economia reale, banchieri centrali e ministri del Tesoro dei paesi occidentali continuano a ripetere che “i fondamentali” sono positivi e che quindi si tratta di turbolenze transitorie. Quali siano i fondamentali rimasti integri è ignoto poiché sono invece tutti pericolanti. Se ne deduce che le Autorità monetarie hanno deciso all’unisono di truffare la pubblica opinione con la complicità di gran parte degli osservatori indipendenti. Oppure nessuno è più indipendente e tutti si sono rassegnati a svolgere il ruolo dei pompieri?

Le ragioni dell’impennata del prezzo del greggio sono due. La prima è l’aumento costante della domanda dei grandi paesi emergenti, soprattutto asiatici, mentre l’offerta è notevolmente più rigida. La seconda dipende dalla perdita di valore del dollaro.

 


Poiché gran parte delle transazioni sul greggio avvengono in dollari, si è instaurato uno strettissimo rapporto tra il tasso di cambio della moneta Usa e il prezzo del barile di greggio: il dollaro cade, il prezzo del greggio aumenta in conseguenza.Cause analoghe spingono in alto i prezzi dei cereali e delle materie prime e derrate di base: aumento della domanda, rigidità dell’offerta, ribasso del dollaro sul mercato dei cambi.

Per alcune di quelle derrate si aggiungono elementi specifici. Il prezzo del mais per esempio rincara perché gli Stati Uniti ne consumano larghe quantità in funzione di energia attraverso il ciclo dell’etanolo. Si chiama bio-energia, usata al posto della benzina. Non basta a far diminuire il prezzo del greggio ma è più che sufficiente a portare alle stelle quello del granturco.

L’insieme di questi fenomeni ha come conseguenza l’aumento del tasso di povertà in tutto il mondo. Alla conferenza mondiale della Fao, conclusa lo stesso venerdì nel quale i fatti sopra ricordati sono avvenuti, le statistiche diffuse tra le migliaia di congressisti e di giornalisti hanno documentato che i poveri (cioè quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno) sono ormai 900 milioni di persone. Saranno un miliardo nel 2010.

Nel frattempo le disuguaglianze di reddito hanno toccato ovunque dislivelli mai raggiunti prima. La conseguenza è un aumento delle tensioni sociali e una guerra tra poveri per disputarsi le briciole del lauto banchetto dei ricchi.

La conferenza della Fao ha documentato questa situazione preoccupante ma si è conclusa con un “flop” totale: nessuna strategia, nessun programma, nessun provvedimento. Tutti contro tutti, ballando sul crinale di un abisso energetico, alimentare, climatico, sociale, demografico. Nessuna “leadership”. Barbara Spinelli ha descritto l'”impasse” mondiale che si sta verificando dopo la vittoria del cosiddetto “pensiero unico” in un articolo sulla Stampa di due giorni fa. Una voce nel deserto. Per tutti gli altri “i fondamentali” sono solidi, perciò è inutile preoccuparsi. A me sembrano matti.