Post-regionali: il Governo cerca la quadra, eventi permettendo


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La settimana post elezioni regionali è passata velocemente, con l’emergenza Coronavirus che ha stravolto anche i piani del Governo, CDM straordinari e decisioni draconiane per evitare l’aumento dei casi di infezione in Italia.

Detto questo è interessante tornare sul risultato delle elezioni, che ha visto prevalere il centrodestra in Calabria ed ha riconsegnato l’Emilia Romagna al CentroSinistra. Un esito non scontato fino alla vigilia del voto, visti i sondaggi che davano la leghista Borgonzoni in vantaggio sul governatore uscente, il democratico Bonaccini.

Conte può tirare un sospiro di sollievo, solo un sospiro però perché, analizzando i dati elettorali si nota chiaramente il tracollo dei Movimento 5 Stelle, arrivato al 4,7% in ER dopo aver avuto risultati superiori al 20-30% in passato. Segno che i pentastellati proseguono nello sfaldamento, già in atto dal 2019. Il Governo, dopo la finanziaria e la ‘pausa elettorale’ sta cercando quindi di trovare energia e temi per ripartire e proseguire il cammino sino al 2023. Un cammino sempre difficile e pieno di ostacoli. Riassumiamoli qui di seguito:

Il referendum sul taglio dei parlamentari, a fine marzo. Risultato scontato. Un cavallo di battaglia dei 5 stelle, abbracciato in extremis anche dalla Lega e che potrebbe quindi rimettere in partita i pentastellati, in caso di affluenza notevole.

Stati Generali dei 5 Stelle, ad inizio aprile. Di Maio, dimessosi la settima scorsa, punta ad arrivare al ‘congresso’ pentastellato forte del successo al Referendum per cercare l’eventuale riconferma come Capo politico. Altri nomi che si fanno sono quelli di Patuanelli, Taverna, Di Battista ma personalmente credo che il ministro degli Esteri abbia molte chance di tornare a sedersi sulla poltrona di leader, probabilmente con una direzione più collegiale. C’è da capire cosa farà dopo. Soprattutto come si relazionerà con il Premier e con il PD.

Congresso PD, da programmare. Anche i Dem andranno a Congresso. Zingaretti, dopo la vittoria in Emilia Romagna, cerca un mandato forte per poter tessere la tela di una alleanza strategica tra PD e ciò che resta dei 5 stelle, cercando un campo più largo possibile per il CentroSinistra. Da vedere cosa ne uscirà fuori.

Elezioni regionali ed alleanze. Non è finita il 26 gennaio. A maggio si vota in tante regioni ed in alcune PD e 5 stelle stanno cercando delle convergenze. Sopratutto in Liguria, dove si tenta l’opzione Sansa. Il Centrodestra rischia di vincere ovunque e quindi è necessario che il Centrosinistra scelga bene candidati ed alleanze. In Puglia ad esempio la candidatura di Emiliano ha spaccato i progressisti, con Italia Viva che correrà da sola assieme a Calenda e Bonino. In Campania l’ingombrante figura di De Luca si frappone ad una alleanza PD 5 Stelle. In Toscana c’è stata polemica su Giani, poco gradito dall’area del segretario. Il sindaco di Pesaro ha invece aperto la giunta ai 5 stelle e questo fa ipotizzare una manovra di avvicinamento per una candidatura ‘giallorossa’ nelle Marche.

Le ‘date importanti’ appena citate si aggiungono all’ordinario ovvero ai tanti temi, alcuni dei quali spinosi, che sono sul piatto in questo periodo ed a cui il governo dovrà necessariamente trovare una risposta. Dalla prescrizione all’ILVA, da Alitalia a Whirpool. Senza contare la gestione dell’emergenza Coronavirus, dalle conseguenze impossibili da prevedere. In primavera poi torneranno ad aumentare gli sbarchi dei migranti ed anche lì c’è da capire se e come saranno modificati i decreti sicurezza, che PD e LeU vogliono cambiare ma che 5 Stelle e Premier non intendono stravolgere.

C’è poi il capitolo dedicato alle “nomine di stato”. Tra marzo e aprile il governo deve procedere al rinnovo dei vertici e dei cda di colossi come Enel, Poste, Eni, Leonardo. Rinviate allo stesso periodo anche le due Authority, Privacy e Agcom. Un ghiotto piattone dove molti vorranno dire la loro.

Il Premier cita spesso l’Agenda2023 come punto di sintesi per la stesura di un programma di legislatura. E’ prioritario, per la sopravvivenza del governo, mettere mano a lavoro e sicurezza sociale, andando oltre i buoni provvedimenti già presi in finanziaria. E’ merito dei giallorossi non aver aumentato l’IVA ed aver anche stanziato fondi per rendere più pesante la busta paga dei lavoratori dipendenti. Non basta. I dati su occupazione e crescita sono preoccupanti. Serve un colpo di reni, Europa permettendo, per investimenti importanti. Non sarà facile trovare la quadra tra i tanti ‘attori’ in scena e la crisi è sempre in agguato. Tra ambizioni renziane e sfaldamenti pentastellati.

Stay tuned

Politica italiana, chi vincerà le elezioni di marzo?


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Novembre 2017. Mancano poco più di quattro mesi alle elezioni politiche in Italia ed è arrivato il momento di fare il punto della situazione, anche alla luce della approvazione del Rosatellum bis, la legge elettorale che reintroduce i collegi uninominali dopo ben dodici anni.

Di politica scrivo poco ultimamente quindi il primo interrogativo è: dove eravamo rimasti? L’ultima grande novità nel panorama politico italiano è datata dicembre 2016. Un anno fa il governo Renzi veniva abbattuto dalla bocciatura del Referendum costituzionale. La riforma voluta dal Premier veniva chiaramente respinta dai cittadini. Renzi aveva quindi rassegnato le dimissioni ed era nato il governo Gentiloni, un Renzi bis senza il segretario PD.

Oggi Gentiloni governa una maggioranza sempre più rissosa, Bersani ed altri big del PD hanno lasciato il partito mentre ex forzisti come Verdini fanno oramai parte integrante della maggioranza.

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Infografica sul Rosatellum bis, la nuova legge elettorale 1/3 maggioritaria e 2/3 proporzionale

I sondaggi vedono il Centrodestra avanti. Berlusconi, Salvini, Meloni e frattaglie varie raccolgono il 35-36% dei consensi. Mancano 2-3 punti % per avere una maggioranza assoluta nel prossimo parlamento. La nuova legge elettorale assegna 1/3 dei seggi in base maggioritaria e visti gli schieramenti di oggi, il cdx potrebbe vincere buona parte di questi seggi, ottenendo un cospicuo premio di maggioranza. Una coalizione che arrivasse al 39-41% dei voti potrebbe avere quindi i numeri per governare senza altro sostegno. E l’unica parte politica, al momento  in grado di arrivare a tale obiettivo, è appunto il centrodestra a trazione Salvini-Berlusconi.

L’ex Cavaliere ha recuperato un po’ di consenso e viaggia attorno al 14-15%, più o meno quanto la Lega. E Berlusconi non ha calato ancora gli assi nella manica, ovvero la lista Animalista della Brambilla e le decine di liste civetta che si apparenteranno alla coalizione di destra per raccimolare quel 2-3% necessario ad avere più seggi.

Poi ci sono i 5 Stelle. Grillo sempre meno frontman del gruppo. Di Maio, eletto leader e capo politico del Movimento, sarà il volto dei grillini nella campagna elettorale. Malgrado la brutta figura fatta a Roma, i 5 stelle continuano ad avere un consenso stabile che li proietta come primo partito nazionale, un 26-27% che però da solo è politicamente sterile e non garantirà alcuna maggioranza in parlamento. Cosa che, secondo me, è il vero obiettivo dei pentastellati. Continuare a fare opposizione nella prossima legislatura, senza assumersi responsabilità.

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Risultati delle elezioni regionali siciliane. Voto disgiunto del csx su Cancelleri.

Veniamo al CentroSinistra. Una parola fuori luogo, per il momento. Non c’è infatti alcuna coalizione da poter essere definita di centrosinistra. Il PD renziano, sempre più spaccato al proprio interno, appare debole e destinato alla sconfitta. I sondaggi danno i dem attorno al 25%. Renzi continua ad essere ‘silente’, più o meno. Viaggia in treno per fare campagna elettorale ma il consenso del 2014 è oramai un ricordo. Un terzo del PD è fuori dal partito. Da Bersani a D’Alema passando per tanti altri semplici elettori. Circoli chiusi, feste dell’Unità semideserte. La ‘ditta’ è defunta ed anche big come Veltroni, che avevano appoggiato l’ascesa di Renzi, oggi si dimostrano perplessi. L’ultima batosta è arrivata dall’addio del Presidente del Senato Grasso, che si è dimesso dal gruppo PD accusando chiaramente la leadership renziana di aver snaturato il partito. Eppure Renzi tira dritto, convinto di poter risollevare le sorti del partito, anche dopo l’ennesima sconfitta in Sicilia, dove il candidato PD Micari ha perso male contro Cdx e 5 Stelle.

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A sinistra del PD c’è, come sempre, poca chiarezza e scarseggiano le offerte politiche. Pisapia sembra intenzionato a creare una lista con i radicali di Emma Bonino, i socialisti ed i Verdi per allearsi in coalizione con Renzi. Una sorta di ‘stampella’ liberalprogressista che bilanci il centrismo renziano e del probabile alleato Alfano.

MDP, gli ex dem Bersani e soci, flirtano con Sinistra Italiana e Civati per creare un listone progressista, magari guidato da Pietro Grasso, capace di intercettare i delusi del PD e qualche grillino di centrosinistra. Obiettivo superare il 3% di sbarramento, arrivando magari al 5-6%.

Infine c’è la galassia centrista. Dall’Udc di Casini ad Alfano, a Verdini ed altri. Quelli che reggono ancora il governo Gentiloni e che, probabilmente, finiranno alleati di Renzi se non torneranno all’ovile Berlusconiano.

Chi vincerà quindi la sfida di marzo 2018? Forse il centrodestra, forse sarà necessaria l’ennesima ‘grossa coalizione’ o forse saranno i populismi di Salvini, Meloni e Di Maio ad avere una maggioranza post-voto?

Mancano ancora alcuni tasselli nel puzzle elettorale, programmi, candidati, strategie, ‘colpi di scena’. E non è detto che le prossime elezioni diano un parlamento con una maggioranza chiara. Si potrebbe tornare a votare entro poco e forse Renzi conta proprio su quello. Perdere le elezioni di marzo per vincere quelle successive, dopo il caos.

Appuntamento qui su Candido per seguire la prossima campagna elettorale. Stay tuned…

 

Il NO è il frutto avvelenato del renzismo..


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Era una riforma pasticciata. Fatta da un Premier arrogante che ha personalizzato la sfida pensando di vincere facile. Come tutti gli egocentrici però non ha calcolato il dissenso crescente al suo operato. È una sconfitta pesante.

Riforma costituzionale bocciata quindi. Renzi si dimette. Oggi non è un buongiorno per l’Italia. E lo dico da votante del No. Costretto ad esprimere quel voto dalla poca chiarezza della riforma. Non per antipatia o opposizione al Premier. Ho provato sinceramente a farmela piacere perché avevo bene in mente che poteva essere una occasione di cambiamento. Ho intravisto cose buone ma quelle importanti erano davvero onestamente poco chiare. Il Paese si è espresso. Hanno votato a favore solo gli over 54. Tutte le altre fasce d’età e di reddito e di istruzione hanno detto No. Persino due elettori PD su 10 si sono opposti.

Fossi in Renzi mi chiederei il perché. E la risposta non può solo essere quella del ‘voler opporsi a tutto’. Una riforma più chiara e limpida, fatta di pochi punti, capace di creare consenso e non contrapposizione avrebbe tolto voce a molti nel fronte populista e convinto tanti indecisi come me che questa volta, sinceramente, a parte il giudizio sul governo, una occasione a Renzi volevano davvero darla.

Qui di seguito due schemi che dimostrano come il NO al referendum sia stato trasversale. Con Renzi solo gli ultra 50enni ed i pensionati.

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#Referendum, oggi si decide il futuro della Costituzione (e di Renzi)


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Stasera si decide. Gli italiani dovrebbero scegliere se approvare o meno la riforma voluta dal Governo e dal Parlamento. In realtà la consultazione ha assunto il valore di un Referendum pro o contro Renzi. Il Premier stesso ha cercato questo epilogo, almeno inizialmente, quando era sicuro di vincere. Poi ha cambiato strategia sino a tornare, nel finale, a drammatizzare lo scontro.

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il Referendum ha avuto anche il merito, o il demerito, di far tornare in auge personaggi ‘dimenticati’ dai media, come D’Alema e Bersani. Ha coalizzato tutte le opposizioni populiste, dalla lega di Salvini a Fratelli d’Italia di Meloni, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle. Infine ha dato voce anche alla Sinistra minoritaria, quella ridotta al lumicino negli ultimi anni, frammentata e divisa da rivalità ed alla ricerca principamente di singole rivalse piuttosto che impegnata a trovare un percorso unitario e soprattutto credibile. Tutti uniti da un unico nemico. Renzi.

Dalle 23 di oggi sapremo chi “vincerà”. Gli scenari sono vari, provo a fare delle ipotesi:

VINCE IL SI

Renzi ed il governo sono rafforzati. Davanti a se il Premier ha due opzioni. Continuare la legislatura sino all’epilogo naturale, febbraio 2018, provando a correggere l’Italicum come promesso oppure andare al voto nel 2017 per capitalizzare la vittoria. Molto dipenderà, in questo caso, dall’ampiezza del SI (come risultato e come affluenza al voto). Più alto sarà il consenso alla Riforma, più alte saranno le possibilità di ricorso alle urne anticipatamente. Possibili dimissioni post finanziaria per dare vita ad un governo ancor più renzi-centrico.

VINCE IL NO

Renzi si dimette, molto probabile. Anche qui le opzioni sono diverse. Con la bocciatura della riforma, la Camera verrebbe eletta con l’Italicum, con maggioranza a chi vince il ballottaggio mentre il Senato avrebbe il ‘Consultellum’ ovvero il proporzionale. Questo renderebbe impossibile avere una maggioranza certa in tutte e due i rami del Parlamento, obbligando Mattarella a cercare di varare un governo di ‘scopo’ per approvare la ‘finanziaria’ e varare una legge elettorale armonica per le due camere.

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Chi potrebbe essere il Premier di un governo del genere? La prima opzione è Renzi stesso. Un bis della durata di qualche mese o poco più. La durata però potrebbe arrivare anche a fine legislatura, mancando solo 14 mesi alla scadenza. Anche qui molto dipenderà dalle proporzioni della vittoria del NO. Una vittoria ‘risicata’ con bassa affluenza potrebbe dare maggiore spazio a Renzi. Sia per far sopravvivere questo stesso governo, magari dopo un passaggio in parlamento con nuova fiducia. Sia per un Renzi bis o Renzi II, allargato all’ALA di Verdini o ad altri singoli parlamentari, che usasse il tempo rimasto per correggere l’Italicum e fare provvedimenti ‘pre-elettorali’, un po’ come anticipato nelle ultime settimane.

In caso di affermazione netta del NO allora Renzi potrebbe decidere di ribaltare il tavolo. Dimissioni ed indicazione di andare a votare immediatamente, ad inizio 2017, con questa legge elettorale o al massimo con una correzione per il Senato, essendo però indisponibile a ricoprire il ruolo di Premier ‘traghettatore’. In quel caso potrebbe nascere un esecutivo tecnico al solo scopo di guidare il Paese alle urne.

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RENZI

Dato per scontato il rafforzamento della sua leadership se vince il SI, mi soffermo ad analizzare eventuali sviluppi dopo una possibile ampia vittoria del NO.

Decisamente improbabili le dimissioni di Renzi anche da segretario PD. Non penso lo farà mai ed anzi, in caso di rivolta interna futura che riuscisse ad estrometterlo dalla segreteria, egli molto probabilmente provvederà a creare un nuovo movimento incamerando i centristi e chi vorrà collaborare.

Renzi è nato per il potere e non lo lascerà molto facilmente. Ma ha capacità strategiche che i leader del centrosinistra non hanno mai avuto. Silvio è il suo esempio, con la differenza che non ha ‘zavorre’ come aziende o interessi economici personali da difendere. Berlusconi è ‘sceso’ in politica perché obbligato dalla situazione delle sue aziende e dal rischio di problemi giudiziari. Renzi fa politica per il potere. E quindi, forse, è anche più pericoloso del Cavaliere.

#Referendum, Si o No?


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Una brutta campagna, quella per il Referendum. Davvero brutta. Se ne sono lette di tutti i colori. Al netto di dichiarazioni allarmistiche, se vince il Si non sarà dittatura della maggioranza e se vince il NO non sarà crisi senza ritorno. Ed in entrambi i casi probabilmente avremo Renzi a Palazzo Chigi per i prossimi mesi. Basta convincersi di questo per decidere serenamente come votare domenica al referendum costituzionale.

serraUna bella analisi di Michele Serra. Abbastanza lucida. Se vincerà il NO non sarà un giudizio reale sulla riforma ma su Matteo Renzi, il suo governo e la sua presunzione. Dopo il terrorismo psicologico pro-Si degli ultimi dieci giorni, dalle dichiarazioni allarmate degli organi internazionali alle dichiarazioni di voto di persone come Prodi, distanti molto da Renzi ma comunque a favore della riforma, io credo che il Si possa farcela. Di poco. Qualora vinca il NO comunque non sarà solo per Salvini e Grillo ma anche perché questa riforma non convince ed il premier ha fatto di tutto per farne una questione personale. Renzi contava sul credito che aveva ad inizio anno ma poi il malcontento è cresciuto ed il quadro internazionale è cambiato.

Referendum Costituzione: le ragioni del SI e del NO


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Riforma Costituzionale. Ho letto questo articolo con le ragioni del SI e del NO e sono ancora più confuso di prima sul referendum. Chi dice che con la Riforma sarà abbattuta la lunghezza dell’iter legislativo avendo una sola Camera legiferante, chi invece dice che in effetti le Camere saranno sempre due. Chi dice che diminuiranno i conflitti tra Stato e Regioni, chi sostiene che aumenteranno. Chi dice che sarà messo freno ai decreti legge, chi dice che le leggi governative avranno un iter ‘primario’ rispetto a quelle parlamentari mettendo di fatto un bavaglio al Parlamento in favore del Governo. Chi dice che ci sarà un risparmio netto nei costi della politica, chi sostiene che il taglio sarà minimo.

Insomma, se prima ero confuso, ora ancora di più…

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Referendum flop, affluenza sotto il 32%


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Flop referendum. Lontanissimo dal quorum. Anche questo risultato va rispettato. Gli italiani non sono interessati al tema. Sorvolo sulla solita spocchia del Premier. Prima o poi andrà a sbattere contro un muro. Non sarà oggi o domani ma arriverà quel momento.

Come da previsioni, il quorum del referendum sulle trivelle è rimasto lontano. Più di quanto si aspettassero i promotori del sì, che pure nel corso della giornata, nonostante i poco incoraggianti dati parziali sull’affluenza, non avevano mancato di esercitarsi in appelli ottimistici sull’esito della consultazione. Che invece ha visto l’affluenza fermarsi al 31,18 per cento, 19 punti sotto la soglia di validazione del referendum.(Il Messaggero)