#ElectionDay, vincitori e vinti


Doveva essere un 7-0, come aveva pronosticato Matteo Salvini qualche giorno fa. E’ finita 3-3, un pareggio che ha il sapore di vittoria per Zingaretti e Conte e di parziale “sconfitta” per la Lega ed il centrodestra.

Numericamente il centrodestra strappa le Marche alla Sinistra, dopo decenni di amministrazione “rossa”. Nei fatti però il PD non crolla, tiene la Toscana e quasi sorprendentemente anche la Puglia, data quasi per persa sino a pochi giorni fa. I 5 Stelle, evaporati nelle amministrative, si consolano con il successo del SI al Referendum sul taglio dei parlamentari.

Qui di seguito alcune considerazioni in “pillole”:

Zinga ed il fattore C. La fortuna del segretario Dem continua a colpire. Le vittorie in Toscana, Campania e Puglia rafforzano la sua posizione, sia nel partito che nel governo. Ora Zingaretti potrà spingere sui temi cari al PD, il MES ed i decreti sicurezza, sui quali i 5 Stelle e Conte nicchiano da troppo tempo.

Salvini, tra Zaia e Meloni. Salvini non esce del tutto sconfitto, la Lega però perde consensi rispetto alle tornate precedenti, in favore di Fratelli d’Italia, il cui candidato vince nelle Marche. Anche in Veneto la Lega esce appannata, con la lista Zaia oltre il 40%. Il Presidente Veneto non intende infastidire il leader leghista. Giorgia Meloni guadagna consensi ma non convince in Puglia. Il Centrodestra resta la prima coalizione italiana. Sono dati da tenere conto per il futuro.

Di Maio, tra Referendum e Stati Generali. L’ex leader pentastellato si intesta il merito del risultato del referendum ma critica la gestione delle alleanze nelle regionali. Presto, agli Stati Generali del Movimento, si capirà la sua strategia per continuare ad egemonizzare la leadership dei 5 Stelle.

Renzi. ItaliaViva non ne esce bene. Campania a parte, risulta residuale. Perché residuale è il fronte liberale nel Governo. E questo potrebbe anche portare future frizioni tra l’ex Premier e gli altri componenti della maggioranza.

Conte. Il Premier esce rafforzato dal voto, che non penalizza la maggioranza giallorossa. D’altro canto troverà uno Zingaretti più agguerrito, un Movimento in piena fase di rinnovamento nella leadership ed un Renzi indebolito dal voto e quindi ancora più determinato nel piantare qualche bandierina “liberale”. Ingredienti per una vita agitata. Sullo sfondo la nuova emergenza Covid, il dramma della crisi economica e le strategie per il Recovery fund.

#Regionali e #Referendum, si vota: i dati da tenere d’occhio


Oggi e domani in l’Italia si vota per le Regionali (Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia, qui come si vota) le Comunali (tra le città, Aosta, Mantova, Bolzano, Trento, Venezia, Fermo, Macerata, Lecco, Arezzo, Chieti, Matera, Reggio Calabria, Nuoro, Agrigento, Enna) e per il Referendum sul taglio dei parlamentari (qui per cosa si vota). Vi invito a tenere sotto occhio alcuni risultati in particolare:

  • Lista Zaia e Lega. La riconferma di Zaia in Veneto è scontata ovviamente ma a questo punto è interessante capire con quanto consenso vincerà. E soprattutto la lista del Presidente avrà più voti della Lega? Un crollo del partito di Salvini in favore della lista civica di Zaia potrebbe accentuare il dualismo tra i due e favorire l’inizio della parabola discendente dell’ex vicepremier.
  • Meloni vs Salvini. Fratelli d’Italia guida la coalizione di centrodestra nelle Marche ed in Puglia. Eventuali successi ampi dei due Presidenti, con annesso risultato notevole di FDI, potrebbero complicare la ‘convivenza’ serena tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con la prima ad insidiare la leadership del secondo.
  • Toscana e Zingaretti, destini incrociati. Se cade la Toscana, inizierà il processo interno al segretario PD. Bonaccini, che ha già più volte “esternato” in dissonanza dalla leadership dem, potrebbe davvero candidarsi alla segreteria.
  • Il Centro di Renzi, Calenda e Berlusconi. Per comprendere le ambizioni future di Matteo Renzi, Carlo Calenda e Silvio Berlusconi, andranno analizzati anche i risultati dei partiti ‘centristi’, da Italia Viva, in Toscana soprattutto, a Forza Italia. Anche in vista di una legge elettorale proporzionale, il cui livello di sbarramento (3-5%) potrebbe decretare la sopravvivenza o la scomparsa del centro liberale nel prossimo parlamento.
  • Il voto disgiunto. Sarà interessante capire, nelle regioni in bilico, quanto “soccorso” stellato arriverà ai Presidenti dem. Toscana, Puglia e Marche sotto la lente di ingrandimento.
  • Affluenza ed effetto Covid. Altri dati interessanti arriveranno dai risultati del referendum, le proporzioni tra Si e No nelle regioni in cui non vi sono le amministrative rispetto al risultato nelle zone in cui si vota anche per le elezioni locali. Il totale di affluenza e soprattutto di “chi” si recherà ai seggi, in relazione al pericolo derivante dalla emergenza Covid, potrebbe anche favorire questo o quello schieramento, sia nelle elezioni locali che nella consultazione referendaria.
  • Proporzioni vittoria del Si o del No. I 5 stelle scommettono su una ampia vittoria del taglio dei parlamentari. I rumors danno il No in recupero nelle ultime settimane. Di Maio sogna di tornare alla guida del Movimento ma una sconfitta del Si o una vittoria risicata potrebbe mettere la parola fine ad ogni ambizione. Una sconfitta al referendum metterebbe in crisi anche la segreteria Zingaretti, ovviamente. Una bocciatura del quesito avrebbe anche ripercussioni sul governo Conte. Per ridisegnare le regole post-taglio, sarebbe necessario almeno un anno di tempo, tra regolamenti e legge elettorale. In caso di bocciatura della riforma, sarebbe tutto pronto per le elezioni. Anche se il “piatto Recovery fund” è ghiotto e potrebbe far da collante nella maggioranza.

Infine un giochino sui possibili scenari post-voto:

  • 1.Regionali con cdx a valanga, referendum con vittoria del Si. Il governo scricchiola, problemi interni e Mes provocano la crisi subito dopo la finanziaria. Nuovo governo giallorosso con Conte fuori che si ritaglia un ruolo di leadership di un movimento tra PD e 5 stelle.
  • 2. Regionali con vittoria cdx ma il No prevale al referendum. I 5 stelle implodono, in pochi mesi cade il governo e si vota in primavera 2021, vittoria netta di Salvini e Meloni.
  • 3. Pareggio alle regionali e vittoria del Si. Il governo va avanti e si trova in accordo sul Mes. Nuova legge elettorale, elezione di Draghi nel 2022 al Quirinale e poi elezioni con cdx e giallorossi praticamente alla pari ed il centro liberale di Berlusconi, Renzi e Calenda a fare da ago della bilancia nel futuro parlamento snello.
  • 4. 4-2 per il cdx alle regionali, Referendum Si. Lista Zaia doppia la Lega in Veneto, boom Fdi, leadership Salvini in discussione e Meloni guida il cdx alle elezioni politiche. Conte prova la scalata al Quirinale.

Per quanto riguarda il sottoscritto, pur sapendo che il No al referendum mette a serio rischio la sopravvivenza del governo giallorosso, per il quale non ho entusiasmo ma nel quale ho ancora speranze, ho votato secondo coscienza.

In 23 anni di diritto di voto, ho saltato solo il ballottaggio per le provinciali del 1998, per cause di forza maggiore. Nel 2006, pur con una forte insolazione, che in serata mi costrinse ad andare al pronto soccorso, mi recai comunque al seggio.Votare è un diritto ma anche un dovere.

Andate e fate il vostro dovere.

Si vota per #Referendum, #Regionali e #Amministrative: incognita #Covid19


Si vota. Fuga degli scrutatori per paura del #Covid, la vera incognita di queste consultazioni è l’affluenza. Soprattutto nelle regioni non interessate dalle amministrative. Una bassa affluenza potrebbe ribaltare i pronostici per il referendum?

Questa la possibile situazione delle regioni italiane, domani sera:



Il cdx è compatto attorno al 45%, dal 94 in poi. L’elettorato progressista è diviso dal 2013 tra csx e 5 stelle. Ecco spiegato il perché. Zingaretti e Conte stanno provando, con il governo giallorosso, a ricompattare il fronte ma non è facile.

In molti vedono il voto di oggi e domani come ultimo appello per la segreteria Zingaretti nel PD. Qualora cadrà la Toscana, per il segretario si aprirà la fase di logoramento che porterà ad un cambio di vertice e probabilmente di linea (Bonaccini potrebbe riproporre il PD maggioritario, porre fine alla alleanza con i 5 stelle e provare a battere le destre da solo). Zingaretti però ha avuto dalla sua, sino ad oggi, una piccola dose di fortuna, quella con la C maiuscola.

Nel 2008 vinse alla Provincia di Roma dopo che il PD veltroniano era stato duramente sconfitto da Berlusconi e mentre Roma cadeva nelle mani di Alemanno.

Nel 2013 avrebbe dovuto guidare il Csx nella corsa al Campidoglio ma, causa caduta della giunta Polverini, fu dirottato in Regione dove riportò alla vittoria il fronte progressista.

Nel 2018 si riconferma in Regione Lazio mentre il PD renziano viene abbattuto nelle politiche che danno più del 30% ai 5 Stelle e segnano la nascita della leadership leghista nel cdx.

Nel marzo 2019 diventa segretario del PD e solo sei mesi dopo riporta il partito al Governo.

Zingaretti, in pratica, si è sempre trovato nel posto giusto al momento giusto e grazie alla sue doti diplomatiche, ha costruito alleanze e consolidato vittorie.

Pur votando NO al referendum, confido che Zingaretti resti a lungo alla guida del PD per favorire un rimescolamento nello spazio progressista e che riporti una parte di elettorato (ed anche di militanza) dei 5 Stelle proprio a Sinistra.

Fermo restando che nulla potrà accadere senza una legge interamente proporzionale.

Per quanto riguarda il referendum, io voto No. Tra le ragioni, una mi preme di più ed è riassunta bene in questa vignetta

Comunque vada, buon voto a tutti!

Post-regionali: il Governo cerca la quadra, eventi permettendo


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La settimana post elezioni regionali è passata velocemente, con l’emergenza Coronavirus che ha stravolto anche i piani del Governo, CDM straordinari e decisioni draconiane per evitare l’aumento dei casi di infezione in Italia.

Detto questo è interessante tornare sul risultato delle elezioni, che ha visto prevalere il centrodestra in Calabria ed ha riconsegnato l’Emilia Romagna al CentroSinistra. Un esito non scontato fino alla vigilia del voto, visti i sondaggi che davano la leghista Borgonzoni in vantaggio sul governatore uscente, il democratico Bonaccini.

Conte può tirare un sospiro di sollievo, solo un sospiro però perché, analizzando i dati elettorali si nota chiaramente il tracollo dei Movimento 5 Stelle, arrivato al 4,7% in ER dopo aver avuto risultati superiori al 20-30% in passato. Segno che i pentastellati proseguono nello sfaldamento, già in atto dal 2019. Il Governo, dopo la finanziaria e la ‘pausa elettorale’ sta cercando quindi di trovare energia e temi per ripartire e proseguire il cammino sino al 2023. Un cammino sempre difficile e pieno di ostacoli. Riassumiamoli qui di seguito:

Il referendum sul taglio dei parlamentari, a fine marzo. Risultato scontato. Un cavallo di battaglia dei 5 stelle, abbracciato in extremis anche dalla Lega e che potrebbe quindi rimettere in partita i pentastellati, in caso di affluenza notevole.

Stati Generali dei 5 Stelle, ad inizio aprile. Di Maio, dimessosi la settima scorsa, punta ad arrivare al ‘congresso’ pentastellato forte del successo al Referendum per cercare l’eventuale riconferma come Capo politico. Altri nomi che si fanno sono quelli di Patuanelli, Taverna, Di Battista ma personalmente credo che il ministro degli Esteri abbia molte chance di tornare a sedersi sulla poltrona di leader, probabilmente con una direzione più collegiale. C’è da capire cosa farà dopo. Soprattutto come si relazionerà con il Premier e con il PD.

Congresso PD, da programmare. Anche i Dem andranno a Congresso. Zingaretti, dopo la vittoria in Emilia Romagna, cerca un mandato forte per poter tessere la tela di una alleanza strategica tra PD e ciò che resta dei 5 stelle, cercando un campo più largo possibile per il CentroSinistra. Da vedere cosa ne uscirà fuori.

Elezioni regionali ed alleanze. Non è finita il 26 gennaio. A maggio si vota in tante regioni ed in alcune PD e 5 stelle stanno cercando delle convergenze. Sopratutto in Liguria, dove si tenta l’opzione Sansa. Il Centrodestra rischia di vincere ovunque e quindi è necessario che il Centrosinistra scelga bene candidati ed alleanze. In Puglia ad esempio la candidatura di Emiliano ha spaccato i progressisti, con Italia Viva che correrà da sola assieme a Calenda e Bonino. In Campania l’ingombrante figura di De Luca si frappone ad una alleanza PD 5 Stelle. In Toscana c’è stata polemica su Giani, poco gradito dall’area del segretario. Il sindaco di Pesaro ha invece aperto la giunta ai 5 stelle e questo fa ipotizzare una manovra di avvicinamento per una candidatura ‘giallorossa’ nelle Marche.

Le ‘date importanti’ appena citate si aggiungono all’ordinario ovvero ai tanti temi, alcuni dei quali spinosi, che sono sul piatto in questo periodo ed a cui il governo dovrà necessariamente trovare una risposta. Dalla prescrizione all’ILVA, da Alitalia a Whirpool. Senza contare la gestione dell’emergenza Coronavirus, dalle conseguenze impossibili da prevedere. In primavera poi torneranno ad aumentare gli sbarchi dei migranti ed anche lì c’è da capire se e come saranno modificati i decreti sicurezza, che PD e LeU vogliono cambiare ma che 5 Stelle e Premier non intendono stravolgere.

C’è poi il capitolo dedicato alle “nomine di stato”. Tra marzo e aprile il governo deve procedere al rinnovo dei vertici e dei cda di colossi come Enel, Poste, Eni, Leonardo. Rinviate allo stesso periodo anche le due Authority, Privacy e Agcom. Un ghiotto piattone dove molti vorranno dire la loro.

Il Premier cita spesso l’Agenda2023 come punto di sintesi per la stesura di un programma di legislatura. E’ prioritario, per la sopravvivenza del governo, mettere mano a lavoro e sicurezza sociale, andando oltre i buoni provvedimenti già presi in finanziaria. E’ merito dei giallorossi non aver aumentato l’IVA ed aver anche stanziato fondi per rendere più pesante la busta paga dei lavoratori dipendenti. Non basta. I dati su occupazione e crescita sono preoccupanti. Serve un colpo di reni, Europa permettendo, per investimenti importanti. Non sarà facile trovare la quadra tra i tanti ‘attori’ in scena e la crisi è sempre in agguato. Tra ambizioni renziane e sfaldamenti pentastellati.

Stay tuned

Politica italiana, chi vincerà le elezioni di marzo?


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Novembre 2017. Mancano poco più di quattro mesi alle elezioni politiche in Italia ed è arrivato il momento di fare il punto della situazione, anche alla luce della approvazione del Rosatellum bis, la legge elettorale che reintroduce i collegi uninominali dopo ben dodici anni.

Di politica scrivo poco ultimamente quindi il primo interrogativo è: dove eravamo rimasti? L’ultima grande novità nel panorama politico italiano è datata dicembre 2016. Un anno fa il governo Renzi veniva abbattuto dalla bocciatura del Referendum costituzionale. La riforma voluta dal Premier veniva chiaramente respinta dai cittadini. Renzi aveva quindi rassegnato le dimissioni ed era nato il governo Gentiloni, un Renzi bis senza il segretario PD.

Oggi Gentiloni governa una maggioranza sempre più rissosa, Bersani ed altri big del PD hanno lasciato il partito mentre ex forzisti come Verdini fanno oramai parte integrante della maggioranza.

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Infografica sul Rosatellum bis, la nuova legge elettorale 1/3 maggioritaria e 2/3 proporzionale

I sondaggi vedono il Centrodestra avanti. Berlusconi, Salvini, Meloni e frattaglie varie raccolgono il 35-36% dei consensi. Mancano 2-3 punti % per avere una maggioranza assoluta nel prossimo parlamento. La nuova legge elettorale assegna 1/3 dei seggi in base maggioritaria e visti gli schieramenti di oggi, il cdx potrebbe vincere buona parte di questi seggi, ottenendo un cospicuo premio di maggioranza. Una coalizione che arrivasse al 39-41% dei voti potrebbe avere quindi i numeri per governare senza altro sostegno. E l’unica parte politica, al momento  in grado di arrivare a tale obiettivo, è appunto il centrodestra a trazione Salvini-Berlusconi.

L’ex Cavaliere ha recuperato un po’ di consenso e viaggia attorno al 14-15%, più o meno quanto la Lega. E Berlusconi non ha calato ancora gli assi nella manica, ovvero la lista Animalista della Brambilla e le decine di liste civetta che si apparenteranno alla coalizione di destra per raccimolare quel 2-3% necessario ad avere più seggi.

Poi ci sono i 5 Stelle. Grillo sempre meno frontman del gruppo. Di Maio, eletto leader e capo politico del Movimento, sarà il volto dei grillini nella campagna elettorale. Malgrado la brutta figura fatta a Roma, i 5 stelle continuano ad avere un consenso stabile che li proietta come primo partito nazionale, un 26-27% che però da solo è politicamente sterile e non garantirà alcuna maggioranza in parlamento. Cosa che, secondo me, è il vero obiettivo dei pentastellati. Continuare a fare opposizione nella prossima legislatura, senza assumersi responsabilità.

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Risultati delle elezioni regionali siciliane. Voto disgiunto del csx su Cancelleri.

Veniamo al CentroSinistra. Una parola fuori luogo, per il momento. Non c’è infatti alcuna coalizione da poter essere definita di centrosinistra. Il PD renziano, sempre più spaccato al proprio interno, appare debole e destinato alla sconfitta. I sondaggi danno i dem attorno al 25%. Renzi continua ad essere ‘silente’, più o meno. Viaggia in treno per fare campagna elettorale ma il consenso del 2014 è oramai un ricordo. Un terzo del PD è fuori dal partito. Da Bersani a D’Alema passando per tanti altri semplici elettori. Circoli chiusi, feste dell’Unità semideserte. La ‘ditta’ è defunta ed anche big come Veltroni, che avevano appoggiato l’ascesa di Renzi, oggi si dimostrano perplessi. L’ultima batosta è arrivata dall’addio del Presidente del Senato Grasso, che si è dimesso dal gruppo PD accusando chiaramente la leadership renziana di aver snaturato il partito. Eppure Renzi tira dritto, convinto di poter risollevare le sorti del partito, anche dopo l’ennesima sconfitta in Sicilia, dove il candidato PD Micari ha perso male contro Cdx e 5 Stelle.

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A sinistra del PD c’è, come sempre, poca chiarezza e scarseggiano le offerte politiche. Pisapia sembra intenzionato a creare una lista con i radicali di Emma Bonino, i socialisti ed i Verdi per allearsi in coalizione con Renzi. Una sorta di ‘stampella’ liberalprogressista che bilanci il centrismo renziano e del probabile alleato Alfano.

MDP, gli ex dem Bersani e soci, flirtano con Sinistra Italiana e Civati per creare un listone progressista, magari guidato da Pietro Grasso, capace di intercettare i delusi del PD e qualche grillino di centrosinistra. Obiettivo superare il 3% di sbarramento, arrivando magari al 5-6%.

Infine c’è la galassia centrista. Dall’Udc di Casini ad Alfano, a Verdini ed altri. Quelli che reggono ancora il governo Gentiloni e che, probabilmente, finiranno alleati di Renzi se non torneranno all’ovile Berlusconiano.

Chi vincerà quindi la sfida di marzo 2018? Forse il centrodestra, forse sarà necessaria l’ennesima ‘grossa coalizione’ o forse saranno i populismi di Salvini, Meloni e Di Maio ad avere una maggioranza post-voto?

Mancano ancora alcuni tasselli nel puzzle elettorale, programmi, candidati, strategie, ‘colpi di scena’. E non è detto che le prossime elezioni diano un parlamento con una maggioranza chiara. Si potrebbe tornare a votare entro poco e forse Renzi conta proprio su quello. Perdere le elezioni di marzo per vincere quelle successive, dopo il caos.

Appuntamento qui su Candido per seguire la prossima campagna elettorale. Stay tuned…

 

#Referendum, oggi si decide il futuro della Costituzione (e di Renzi)


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Stasera si decide. Gli italiani dovrebbero scegliere se approvare o meno la riforma voluta dal Governo e dal Parlamento. In realtà la consultazione ha assunto il valore di un Referendum pro o contro Renzi. Il Premier stesso ha cercato questo epilogo, almeno inizialmente, quando era sicuro di vincere. Poi ha cambiato strategia sino a tornare, nel finale, a drammatizzare lo scontro.

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il Referendum ha avuto anche il merito, o il demerito, di far tornare in auge personaggi ‘dimenticati’ dai media, come D’Alema e Bersani. Ha coalizzato tutte le opposizioni populiste, dalla lega di Salvini a Fratelli d’Italia di Meloni, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle. Infine ha dato voce anche alla Sinistra minoritaria, quella ridotta al lumicino negli ultimi anni, frammentata e divisa da rivalità ed alla ricerca principamente di singole rivalse piuttosto che impegnata a trovare un percorso unitario e soprattutto credibile. Tutti uniti da un unico nemico. Renzi.

Dalle 23 di oggi sapremo chi “vincerà”. Gli scenari sono vari, provo a fare delle ipotesi:

VINCE IL SI

Renzi ed il governo sono rafforzati. Davanti a se il Premier ha due opzioni. Continuare la legislatura sino all’epilogo naturale, febbraio 2018, provando a correggere l’Italicum come promesso oppure andare al voto nel 2017 per capitalizzare la vittoria. Molto dipenderà, in questo caso, dall’ampiezza del SI (come risultato e come affluenza al voto). Più alto sarà il consenso alla Riforma, più alte saranno le possibilità di ricorso alle urne anticipatamente. Possibili dimissioni post finanziaria per dare vita ad un governo ancor più renzi-centrico.

VINCE IL NO

Renzi si dimette, molto probabile. Anche qui le opzioni sono diverse. Con la bocciatura della riforma, la Camera verrebbe eletta con l’Italicum, con maggioranza a chi vince il ballottaggio mentre il Senato avrebbe il ‘Consultellum’ ovvero il proporzionale. Questo renderebbe impossibile avere una maggioranza certa in tutte e due i rami del Parlamento, obbligando Mattarella a cercare di varare un governo di ‘scopo’ per approvare la ‘finanziaria’ e varare una legge elettorale armonica per le due camere.

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Chi potrebbe essere il Premier di un governo del genere? La prima opzione è Renzi stesso. Un bis della durata di qualche mese o poco più. La durata però potrebbe arrivare anche a fine legislatura, mancando solo 14 mesi alla scadenza. Anche qui molto dipenderà dalle proporzioni della vittoria del NO. Una vittoria ‘risicata’ con bassa affluenza potrebbe dare maggiore spazio a Renzi. Sia per far sopravvivere questo stesso governo, magari dopo un passaggio in parlamento con nuova fiducia. Sia per un Renzi bis o Renzi II, allargato all’ALA di Verdini o ad altri singoli parlamentari, che usasse il tempo rimasto per correggere l’Italicum e fare provvedimenti ‘pre-elettorali’, un po’ come anticipato nelle ultime settimane.

In caso di affermazione netta del NO allora Renzi potrebbe decidere di ribaltare il tavolo. Dimissioni ed indicazione di andare a votare immediatamente, ad inizio 2017, con questa legge elettorale o al massimo con una correzione per il Senato, essendo però indisponibile a ricoprire il ruolo di Premier ‘traghettatore’. In quel caso potrebbe nascere un esecutivo tecnico al solo scopo di guidare il Paese alle urne.

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RENZI

Dato per scontato il rafforzamento della sua leadership se vince il SI, mi soffermo ad analizzare eventuali sviluppi dopo una possibile ampia vittoria del NO.

Decisamente improbabili le dimissioni di Renzi anche da segretario PD. Non penso lo farà mai ed anzi, in caso di rivolta interna futura che riuscisse ad estrometterlo dalla segreteria, egli molto probabilmente provvederà a creare un nuovo movimento incamerando i centristi e chi vorrà collaborare.

Renzi ha capacità strategiche che i leader del centrosinistra non hanno mai avuto. Silvio è il suo esempio, con la differenza che non ha ‘zavorre’ come aziende o interessi economici personali da difendere. Berlusconi è ‘sceso’ in politica perché obbligato dalla situazione delle sue aziende e dal rischio di problemi giudiziari. Renzi non ha questa zavorra.

#Referendum, Si o No?


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Una brutta campagna, quella per il Referendum. Davvero brutta. Se ne sono lette di tutti i colori. Al netto di dichiarazioni allarmistiche, se vince il Si non sarà dittatura della maggioranza e se vince il NO non sarà crisi senza ritorno. Ed in entrambi i casi probabilmente avremo Renzi a Palazzo Chigi per i prossimi mesi. Basta convincersi di questo per decidere serenamente come votare domenica al referendum costituzionale.

serraUna bella analisi di Michele Serra. Abbastanza lucida. Se vincerà il NO non sarà un giudizio reale sulla riforma ma su Matteo Renzi, il suo governo e la sua presunzione. Dopo il terrorismo psicologico pro-Si degli ultimi dieci giorni, dalle dichiarazioni allarmate degli organi internazionali alle dichiarazioni di voto di persone come Prodi, distanti molto da Renzi ma comunque a favore della riforma, io credo che il Si possa farcela. Di poco. Qualora vinca il NO comunque non sarà solo per Salvini e Grillo ma anche perché questa riforma non convince ed il premier ha fatto di tutto per farne una questione personale. Renzi contava sul credito che aveva ad inizio anno ma poi il malcontento è cresciuto ed il quadro internazionale è cambiato.