Foto, Porta Pia 1870


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20 settembre 1870, Roma torna all’Italia.

“..Era il venti settembre der mese
suonava le cinque l’orologio francese
e se sentiva da Porta Pia
le cannonate che annaveno via
e se sentiva un bombardamento
che anche ar bon dio metteva spavento

bombardamento a grossa mitraglia
pare un campo de vera battaglia
A San Pietro…

Chi gridava Gesù e la madre pietosa
chi scappava all’Acqua Acetosa
dopo scappato chi ha destra e chi a manca
arzata fu la bandiera bianca
quanno che furno a Santa Agnese
allegri italiani che Roma l’è presa
quanno che entrorno a Porta Pia
li caccialepre scapporno via

A San Pietro e ar Vaticano
mo’ c’è Cadorna che fa er guardiano”
(Settimelli Leoncarlo, Falavolti Laura, Canti satirici anticlericali, Roma, Savelli, 1976)

TeleVisione: Roberto Benigni, l’esegesi dell’Inno d’Italia


Apriamo la rubrica di frammenti tv parlando Roberto Benigni e della sua ‘storica’ performance al Festival di Sanremo di quest’anno. Una Esegesi dell’Inno d’Italia, in cui il comico toscano ci spiega il nostro Risorgimento. Da vedere e conservare, come da titolo.

Prima Parte

Seconda Parte

Risorgimento: L’Unità d’Italia, i Padri della Patria


Siamo arrivati alla fine della nostra Storia sul Risorgimento. Ci eravamo fermati ai Plebisciti del 1860, con i quali buona parte del Nord e del Centro Italia aveva scelto l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

All’inizio del 1860, quindi,  l’Italia del Nord, tranne Veneto, Trentino e Friuli, era stata unificata sotto il Regno di Sardegna. Il Meridione e parte dell’Italia centrale rimanevano divisi tra Stato della Chiesa e Regno delle due Sicilie.

Il Regno delle Due Sicilie era oramai isolato a livello internazionale, non aveva ‘protettori’ e quindi fu facile preda del Regno di Sardegna che, però, non dichiarò mai guerra allo stato borbonico. Ci pensò Garibaldi, foraggiato dai Savoia,  a fomentare le rivolte popolari nel Regno di Francesco II. La spedizione dei mille infatti ha rappresentato uno degli atti finali e pure simbolici per la realizzazione dell’Unità.

La spedizione de I Mille e l’Unità d’Italia

Ulteriore passo verso l’unità fu la spedizione “dei Mille” garibaldini in Sud Italia.[60] Quest’ultima era formata da poco più di un migliaio di volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l’unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all’epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura di classe della società, si rivolgeva contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti»[61].

Dopo la battaglia di Calatafimi, dove fu determinante per la vittoria la partecipazione dei contadini siciliani[62], e la conquista di Palermo mentre le truppe regie si ritirano verso Messina, «con la metà di giugno si spezza definitivamente l’alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all’alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati»[63] Ma nel frattempo continuava anche la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invasero i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciarono gli archivi dove erano custoditi i titoli del loro servaggio. «I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è nota la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente.»[64].[65]

Mentre Garibaldi avanzava da sud, in agosto insorse la Basilicata arrivando ad avere un governo provvisorio che rimase in carica fino all’ingresso di Garibaldi a Napoli. Le truppe di Vittorio Emanuele II entravano nello Stato della Chiesa scontrandosi il 18 settembre con l’esercito pontificio nella Legazione delle Marche, a Castelfidardo, dove ottennero la vittoria che portò poi all’annessione di Marche ed Umbria. Solo dopo questa vittoria si poté pensare alla proclamazione del Regno d’Italia in quanto fu possibile unire politicamente le regioni del nord e del centro, confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra d’indipendenza (e le conseguenti annessioni), alle regioni meridionali conquistate da Garibaldi e definitivamente sottratte ai Borbone, dinastia che in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano[66], ma che «…ormai rappresentava, nella vita dell’Italia Meridionale, la peior pars…», cioè la parte peggiore, come scrisse Benedetto Croce[67].

Dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell’imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, non pose ostacoli all’unione dell’ex Regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, che già si profilava all’epoca sotto l’egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860.

Garibaldi, conquistatore del Sud, e Vittorio Emanuele II, rappresentante del Regno di Sardegna, si ‘incontrarono’ a Teano per accordarsi sulla fine della ‘campagna d’Italia’ dei Mille:

Lo storico incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, avvenuto il 26 ottobre del 1860, è un episodio della storia risorgimentale, con il quale si concluse la spedizione dei Mille.

Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II aveva occupato i territori pontifici nelle Marche e nell’Umbria ed era andato incontro a Giuseppe Garibaldi, che aveva respinto il tentativo di controffensiva dell’esercito borbonico nella battaglia del Volturno e aveva completato la conquista del Regno delle Due Sicilie, con lo scopo di impedire che la spedizione continuasse fino alla conquista di Roma, che avrebbe provocato l’intervento di Napoleone III e messo a repentaglio le conquiste effettuate. Garibaldi ottenne che i volontari garibaldini entrassero, dopo una selezione, nell’esercito regolare sardo, con il medesimo grado rivestito nella spedizione e si ritirò a Caprera. L’incontro ebbe il significato di una adesione del generale alla politica di Casa Savoia, deludendo le aspettative di coloro che auspicavano la fondazione di una repubblica meridionale di stampo mazziniano, che avrebbe dovuto in seguito estendersi anche ai domini papali, conquistando Roma.

Con l’accordo tra Garibaldi e Vittorio Emanuele non ci sono piu ostacoli per la nascita dell’Italia Unita.

Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d’Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione». Non “primo”, come re d’Italia, ma “secondo” come segno distintivo della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato la «conquista regia» della unificazione italiana[69]; tre mesi dopo moriva Cavour che, nel suo primo discorso al Parlamento dopo la proclamazione del Regno d’Italia, aveva suggerito la linea politica di Libera Chiesa in libero Stato come soluzione al problema della persistenza del potere temporale in Italia, che impediva una soluzione pacifica affinché Roma, proclamata capitale del Regno, ma di fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la capitale del nuovo Stato e che conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni di Pio IX, alla vita politica nazionale.

Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946.

Le annessioni successive, la terza Guerra d’indipendenza, la presa di Roma

la breccia di Porta Pia, ovvero la presa di Roma da parte del Regno d'Italia

L’Unità sostanziale del Paese venne definitivamente completata negli anni successivi. La prima tappa si realizzò con l’annessione di Veneto e Friuli, nel 1866:

L’unificazione fece un ulteriore passo in avanti con la Terza Guerra d’Indipendenza contro l’Austria-Ungheria, scoppiata in seguito alla partecipazione dell’Italia alla Guerra austro-prussiana del 1866. La Terza Guerra d’Indipendenza portò all’annessione del Veneto e del Friuli.

Roma fu annessa il 20 settembre 1870, quando  lo Stato Pontificio cessò di godere della protezione della Francia:

Seppure alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861 fosse stata indicata Roma come “capitale morale” del nuovo Stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio.[91] Alcune terre papali (la Romagna) erano già state annesse con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d’Indipendenza; altre (Marche ed Umbria) erano state perse dal papa in seguito alla Battaglia di Castelfidardo, ma lo Stato della Chiesa, ridotto al solo Lazio, rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi che continueranno a difenderlo dai due tentativi falliti di Garibaldi (giornata dell’Aspromonte e battaglia di Mentana), con la connivenza del governo italiano di Urbano Rattazzi. Solo dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana, le truppe italiane con Bersaglieri e Carabinieri in testa, il 20 settembre 1870 entrarono dalla breccia di Porta Pia nella capitale.

Con la Prima Guerra Mondiale arrivò l’ultima tappa, l’annessione di Trentino ed Alto Adige, assieme ad Istria e Dalmazia, poi cedute alla Jugoslavia dopo la Seconda Guerra Mondiale:

Il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria, la città di Zara (costituita come exclave italiana sulla costa dalmata), l’isola di Lagosta e l’arcipelago di Pelagosa entreranno a far parte del Regno d’Italia con la vittoria nella Prima guerra mondiale (1915-1918), considerata dalla storiografia e, allora, da gran parte degli italiani[92] come la quarta guerra d’indipendenza per liberare Trento, Trieste e le altre terre irredente

I Padri della Patria

Concludendo questa rubrica che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi, dal giorno della Festa dell’Unità (17 marzo) al giorno della Festa della Repubblica (2 giugno) non posso non ricordare le Quattro Figure Storiche che hanno caratterizzato il Risorgimento. Mazzini, Garibaldi, Re Vittorio Emanuele II e Cavour.

Giuseppe Mazzini, uno degli ‘ideologi’ dell’Unità. Repubblicano, fondatore della associazione patriottica “Giovine Italia”, Mazzini ha rappresentato per molti patrioti la speranza di realizzare uno stato italiano unitario:

La patria è la fede nella patria. Dio che creandola sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna forza e dell’eterno moto, l’Alpi e il mare. Dalla cerchia immensa dell’Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l’unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d’abbraccio amoroso ovunque l’Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d’anime parlan d’Italia. (da La Patria, ne I Pensieri, 1859)

Giuseppe Garibaldi, ‘l’eroe dei due mondi’, l’uomo che ha conquistato il Sud Italia e lo ha ‘regalato’ a  Vittorio Emanuele II. Un combattente animato dal principio ferreo di realizzare la libertà del popolo italiano:

O Mille! in questi tempi di vergognose miserie – giova ricordarvi – l’anima si sente sollevata pensando a voi – rivolta a voi – quando, stanca di contemplar ladri e putridume pensando che non tutti – perché la maggior parte di voi ha seminato l’ossa su tutti i campi di battaglia italiani – non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera – restante – avanzo superbo ed invidiato – pronto sempre a provare ai boriosi nostri detrattori, che tutti non son traditori e codardi – non tutti spudorati sacerdoti del ventre in questa terra dominatrice e serva! (da I Mille)

Vittorio Emanuele II, il Re di Sardegna proclamatosi poi Sovrano del Regno d’Italia:

 Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi! (al Parlamento di Sardegna, 1859, vigilia della Seconda Guerra d’indipendenza)

Camillo Benso Conte di Cavour, l’abile Primo Ministro Piemontese che con manovre, sotterfugi, accordi piu o meno segreti, riuscì ad espandere il Regno di Sardegna e contribuì alla nascita dell’Italia Unita:

La nostra stella polare, o signori, è di fare che la città eterna sovra la quale venticinque secoli accumularono ogni genere di gloria diventi la splendida capitale del Regno italico. (11 ottobre 1860)

Se Mazzini ha rappresentato le nobili idee, Garibaldi è stato ‘il braccio armato’ animato da quelle idee. Cavour e Vittorio Emanuele II hanno invece avuto un ruolo politico, pragmatico, anche opportunista, comunque utile all’obiettivo ultimo. L’Unità.

L’Unità non risolse tutti i problemi, molteplici furono le sfide da portare a termine dopo la nascita dello Stato Italiano, alcune ancora non pienamente realizzate.

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana, nata il 2 giugno 1946 dalle ceneri del Regno d’Italia. Piero Calamandrei, nel ‘Discorso sulla Costituzione‘  riuscì ad unire in un solo concetto le due fasi istituzionali della nostra Nazione. Spiegando la Costituzione, disse:

Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo,
all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Onore al merito di chi, piu di un secolo e mezzo fa, morì per realizzare un ‘sogno’ bramato da molti, una Patria comune. Onore a chi, durante il Fascismo prima e l’occupazione Nazista poi, lottò per Liberare la Patria restituendola al Popolo Sovrano.

Viva l’Italia, Viva il Risorgimento, Viva la Repubblica!

Fonti: Wikipedia

Articoli precedenti:

Risorgimento: la Seconda Guerra di Indipendenza (1859) ed i Plebisciti, verso l’Unità…


Nei dieci anni che vanno dalla fine della prima guerra di indipendenza (1849) e l’inizio della seconda (1859) i patrioti italiani continuarono la lunga battaglia verso l’unificazione. Vi furono insurrezioni, azioni di protesta, ispirate soprattutto dal movimento repubblicano mazziniano, molte delle quali represse nel sangue.

Non si possono non ricordare i martiri di Belfiore (1852) a Mantova:

Cinque pali piantati in una valletta alle porte di Mantova: a questi pali, all’alba del 7 Dicembre 1852, vennero impiccati dagli austriaci il sacerdote Enrico Tazzoli, il medico mantovano Carlo Poma, il pittore ritrattista Zambelli ed altri due patriori veneziani Angelo Scarsellini e Bernardo De Canal. Per tutti l’accusa che li aveva portati al patibolo era di cospirazione segreta di stampo mazziniano. Nello stesso processo finirono sul tavolo degli imputati ben 110 cittadini di Mantova e di altre città del Lombardo-Veneto.

La repressione austriaca non si placò con le prime cinque esecuzioni. Pochi mesi più tardi, il 3 Marzo del 1853, su quegli stessi pali furono impiccati anche altri tre patrioti: Tito Speri (protagonista delle Dieci Giornate di Brescia), Scarsellini ed un altro sacerdote don Grazioli arciprete di Revere.
Mentre in tempi successivi salirono sul patibolo anche lo stampatore clandestino Pietro Frattini (19 Marzo 1853) e l’ex capitano Pier Fortunato Calvi (1855). Le altre condanne a morte vennero invece commutate in lunghe pene detentive.

Altri eventi da sottolineare furono la rivolta socialista di Milano (1853) e la spedizione di Sapri attuata da Carlo Pisacane, per ‘liberare il mezzogiorno (1857)’:

Carlo Pisacane

La spedizione di Sapri fu una impresa tentata da Carlo Pisacanee da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal proprio punto di riferimento…

Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, nel salernitano, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergostolani evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83.

Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858. Condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo.

….La spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Infine il tentativo di Pisacane sembrava riproporre la possibilità di un’alternativa democratico-popolare come soluzione al problema italiano: era un segnale d’allarme che costituì per il governo di Vittorio Emanuele II uno stimolo ad affrettare i tempi dell’azione per realizzare la soluzione diplomatico militare dell’unità italiana

Mentre il popolo ed i patrioti provavano a realizzare l’Unità con la forza, in Piemonte i politici erano impegnati a preparare le basi per una possibile Unione. Dal 1852 Camillo Benso di Cavour era divenuto primo ministro ed aveva cominciato a tessere amicizie a livello internazionale al fine di perorare la causa piemontese. Nel 1858 arrivò la svolta: Gli accordi di Plombiers:

gli Accordi di Plombières, intesa verbale stipulata segretamente il 21 luglio 1858 tra l’Imperatore di Francia, Napoleone III e il Primo Ministro del Piemonte, Camillo Benso Conte di Cavour. Accordi rafforzati e modificati nel gennaio del 1859 con l’Alleanza sardo-francese, con la quale l’Impero di Francia si impegnava a combattere a fianco al Regno di Sardegna in caso di attacco austriaco.

Ora non rimaneva che ‘provocare’ l’attacco austriaco cosi da chiamare in causa i francesi e dare il via alla guerra:

Dall’inizio del 1859 il governo piemontese adottò un comportamento smaccatamente provocatorio nei confronti dell’Impero Austriaco, operando una politica di forte riarmo e, quindi, contravvenendo agli impegni assunti il trattato di pace del 6 agosto 1849. Condizione necessaria dell’accordo franco-sardo, infatti, era che fosse l’Austria a dichiarare guerra.

In previsione degli eventi, erano tornati in Italia Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi:a quest’ultimo fu affidato il compito di organizzare un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, consentendo l’arruolamento di fuoriusciti dal Lombardo-Veneto, posto sotto il dominio dell’Impero Austriaco.

Quest’ultimo, non informato degli accordi di Plombières , decise di fare la prima mossa, con l’intento di replicare la operazione così ben riuscita al maresciallo Josef Radetzky contro Carlo Alberto, a Novara nel 1849. Il 30 aprile l’Austria (dopo aver imposto un ultimatum di disarmo, non rispettato dai piemontesi) dichiaròguerra al Regno di Sardegna: la Francia era impegnata a un’alleanza difensiva che Napoleone III, non senza resistenze interne, decise di onorare.

Seconda Guerra di Indipendenza (26 aprile-12 luglio 1859)

L’Austria invase il Piemonte, ebbe inizio la Seconda Guerra di Indipendenza, era il 26 aprile 1859:

Il 26 aprile 1859 scoppiava così la guerra. Gli eserciti regolari piemontese e francese, dei quali prese il comando lo stesso Napoleone III, furono subito affiancati dai volontari di Garibaldi, i “Cacciatori delle Alpi”. A Magenta, a Solferino e San Martino l’Austria fu battuta dagli eserciti franco – piemontesi.

Mentre l’Italia settentrionale era impegnata nelle vittoriose operazioni di guerra, nell’Italia centrale si riaccendeva la miccia delle rivoluzioni democratiche. In Toscana, a Parma, a Modena, nelle Legazioni pontificie si formarono governi provvisori che offrivano a Vittorio Emanuele la reggenza degli Stati liberati. Ma i legami con la Francia (gli accordi di Plombières) impedivano al re sabaudo di procedere nella politica delle annessioni.

Malgrado la prudenza piemontese, la situazione italiana preoccupò a tal punto Napoleone III da spingerlo ad una precoce, e, sul piano militare immotivata, chiusura della guerra contro l’Austria, con la quale si affrettò a firmare l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859). L’armistizio e i preliminari di pace, discussi all’insaputa dei Piemontesi, prevedevano che l’Austria cedesse la Lombardia (con l’esclusione di Mantova e Peschiera) a Napoleone che a sua volta la consegnava al Piemonte; il Veneto restava all’Austria e la Francia garantiva il ritorno dell’ordine e delle antiche dinastie regnanti in Italia centrale; la Francia, infine, rinunciava a pretendere Nizza e la Savoia, non essendo stati rispettati gli accordi di Plombières.

Con questo gesto l’imperatore dei Francesi rispondeva alle proteste che l’opinione pubblica cattolica aveva levato in Francia contro di lui, temendo per l’incolumità dello Stato Pontificio; d’altro lato egli tentava di bloccare il processo unitario italiano che, come sappiamo e come era stato sancito a Plombières, era ben lontano dagli interessi francesi.

Il 12 luglio 1859 si concluse la Guerra, la Lombardia passò al Regno di Sardegna ma nel frattempo in Italia Centrale c’erano state altre insurrezioni che ben presto sancirono l’annessione dei ducati e di parte dei territori pontifici al Regno di Vittorio Emanuele II:

Ma la rivoluzione nazionale italiana non si fermò per questo. I governi provvisori dell’Italia centrale resistettero, forti dell’iniziativa popolare che li sorreggeva. Ancora una volta la presenza e lo stimolo di Mazzini, l’abilità militare di Garibaldi, si rivelarono essenziali. Moderati e democratici costituirono un fronte comune di difesa dei territori liberati, questa volta risoluti a portare fino in fondo l’unità d’Italia. Le decisioni di Villafranca furono inattuabili nella situazione italiana. Anche in questo caso l’abilità politica di Cavour gestì e portò a compimento un processo di iniziativa popolare e democratica. Egli infatti riuscì ad ottenere da Napoleone il consenso alle annessioni al Piemonte dei Ducati di Modena e di Parma, del Granducato di Toscana, e delle Legazioni pontificie (i plebisciti si svolsero l’11 e il 12 marzo 1860) in cambio di Nizza e della Savoia cedute ai Francesi (con plebiscito del 15’aprile 1860).

L’Italia centrale e l’Italia settentrionale erano così unificate.Il Veneto ancora sotto il dominio austriaco, lo Stato Pontificio con la città di Roma, sede del papato, e l’Italia meridionale sotto i Borboni costituivano i problemi che il movimento risorgimentale doveva ancora risolvere.

Il processo di unificazione era iniziato e si sarebbe concluso un anno dopo con la nascita, formale, del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861.

Fonti: Wikipedia; http://www.letteratu.it/2011/04/26/la-seconda-guerra-di-indipendenza-italiana/; http://www.homolaicus.com/storia/moderna/ottocento/2_guerra_indipendenza.htm

Articoli precedenti:

Risorgimento, Prima Guerra d’Indipendenza (3): La Repubblica di San Marco, Daniele Manin


Il 1848 fu un anno di rivolte in tutta Europa, come abbiamo già visto negli articoli precedenti. L’Italia non mancò l’appuntamento:

E cosi anche nella Penisola arrivò il ’48′. La rivoluzione liberale sopraggiunta in Austria scosse gli animi dei patrioti italiani e provocò da subito numerose insurrezioni.

Per concludere il capitolo relativo alla Prima Guerra di Indipendenza è fondamentale parlare della Repubblica di San Marco, nata dalla rivolta dei veneziani contro gli austriaci. Venezia insorse per prima tra le “repubbliche risorgimentali”. Era il 17 marzo 1848.

A scatenare le proteste a Venezia  fu la notizia della rivoluzione di Parigi (con la nascita della Seconda Repubblica e la cacciata di Luigi Filippo) ma la goggia che fece traboccare il vaso fu soprattutto la rivolta di Vienna, scoppiata il 13 marzo, questa notizia provocò l’insurrezione non solo a Venezia ma in tutto il Veneto e in Lombardia.

Il popolo veneziano si diresse verso la residenza del governatore filoaustriaco che, per paura, fece rilasciare Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, due patrioti imprigionati anni prima per attività sovversive.

La proclamazione della Repubblica di San Marco (Marzo 1848)
La proclamazione della Repubblica di San Marco (Marzo 1848)

Manin e Tommaseo si posero alla guida della rivolta e proclamarono la nascita della Repubblica di San Marco, con il varo del nuovo Governo Provvisorio, proclamato il 22 marzo:

La nuova Repubblica di San Marco richiamava nel nome l’antica Serenissima, scomparsa mezzo secolo prima.

Manin proclamava:

Noi siamo liberi, e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue né di quello dei nostri fratelli; perché io considero come tali tutti gli uomini.
Ma non basta aver abbattuto l’antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto.
Viva dunque la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!”

Il 23 marzo si ebbe una prima organizzazione del governo, ripartendolo in otto ministeri: Esteri e Presidenza; Culto ed Istruzione; Giustizia; Finanze; Guerra; Marina; Interno e Costruzioni; Commercio.

Il 5 luglio l’Assemblea dei Deputati della provincia di Venezia decideva l’annessione della repubblica al regno di Sardegna. Nell’occasione, si ebbe una nuova riforma del potere esecutivo, articolato ora in sei dipartimenti: Presidenza, Giustizia e Culto; Interno, Costruzioni e Istruzione; Finanze; Marina; Guerra; Commercio; Arti ecc. Il 7 agosto furono nominati, in vece di re Carlo Alberto, tre regi commissari (Vittorio Colli di Felizzano, Luigi Cibrario e Iacopo Castelli) con un’ulteriore riforma del potere che ridusse a tre i dipartimenti: Guerra, Marina, Porto, Relazioni politiche ecc.; Finanze, Commercio, Industria, Poste ecc.; Culto, Grazia e Giustizia, Interno, Costruzioni ed Istruzione.

Per i veneziani si mise subito male, i piemontesi infatti ben presto furono costretti al ritiro dal fronte veneto e quindi abbandonarono la Repubblica al proprio destino:

Il Piemonte, già provato dalla battaglia di Custoza del 27 luglio, ritirò il suo sostegno dopo l’armistizio di Salasco del 9 agosto. L’11 agosto, ad appena quattro giorni dalla nomina, i commissari regi lasciarono Venezia e, nel frattempo, se ne andava la flotta sarda. In questa situazione disperata, Manin assunse la dittatura per quarantotto ore e, il 13 agosto, il potere venne affidato ad un triumvirato formato, oltre che dallo stesso Manin (questioni civili), da Giovanni Battista Cavedalis (Guerra) e Leone Graziani (Marina).

Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all’ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell’esercito che difendeva la città.

Frattanto, nonostante l’eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall’esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d’accordo col governo, Ulloa dovette dare l’ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia ma, trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta.

Come per Roma, anche a Venezia le truppe degli invasori usarono i bombardamenti di massa:

L’episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente, accanto all’artiglieria, gli austriaci impiegarono per la prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L’uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin dal 1794 i francesi avevano costituito una Compagnia aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere l’esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo tentativo di bombardamento aereo della storia risultò fallimentare.

Alla lunga comunque la situazione della città divenne insostenibile (a complicare le cose si aggiunse anche un’epidemia di colera), ed ai primi di agosto lo stesso Manin, vista l’impossibilità di resistere ad oltranza, iniziò a parlare di resa, e offrì anche di farsi da parte se invece si fosse deciso di combattere fino all’ultimo. L’Assemblea confermò la fiducia al Manin, e gli affidò pieni poteri per trattare la resa, che venne firmata il 22 agosto 1849 a villa Papadopoli. Il 27 gli austriaci entravano a Venezia, mentre Manin, Tommaseo, Pepe e molti altri patrioti prendevano la via dell’esilio.

Dopo un anno  e mezzo di Repubblica, Venezia tornò sotto gli austriaci e vi rimase ancora per molti anni.  In quel periodo  vennero represse tutte le rivolte, alcune delle quali rimasero nella Storia, come le Dieci giornate di Brescia:

Le dieci giornate di Brescia furono un movimento di rivolta popolare della popolazione bresciana contro l’oppressione austriaca che ebbe luogo dal 23 marzo (il giorno della sconfitta piemontese a Novara) al 1º aprile 1849. La fierezza dimostrata dagli insorti nei combattimenti valse alla città di Brescia il titolo di “Leonessa d’Italia

Terminavano quindi le battaglie di libertà del popolo italiano. L’appuntamento con la Storia era però solo rimandato.

Parlando della esperienza dei Veneziani non si può non ricordare il principale fautore del nuovo Stato libero di Venezia, Daniele Manin:

Daniele Manin


Avvocato, fu imprigionato nelle carceri austriache per la sua attività patriottica, fu liberato a furor di popolo il 17 marzo 1848 assieme all’altro patriota Nicolò Tommaseo. Alla successiva proclamazione della Repubblica di San Marco ne fu eletto Presidente, e durante l’assedio della città nel 1848-49 diede prova d’intelligenza, coraggio e fermezza. Contribuì a fondare la Società nazionale italiana. Costretto all’esilio dal ritorno degli austriaci, visse poi a Parigi dando lezioni di lingua italiana e conservando l’amore per la patria. Morirà il 22 settembre 1857 a Parigi.

La salma rientrò a Venezia il 22 marzo 1868, circa due anni dopo la liberazione della città al termine della Terza guerra di indipendenza, ove venne salutata con una festa funebre in Piazza S. Marco, preceduta da una processione funebre, lungo la Riva degli Schiavoni.

Il figlio Giorgio (1831-1884) sarà anch’egli patriota: uno dei “Mille” di Garibaldi, ferito a Calatafimi.

In uno degli ultimi discorsi ai veneziani disse:

«Voi non potrete sventuratamente ormai fare più assegnamento sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, morali o intellettuali, ma sopra la mia affezione per voi, profonda, ardente, imperitura, contatevi pur sempre, quali che siano le prove che la provvidenza ci riserva. Voi potrete dire forse “quest’ uomo si è ingannato”, ma giammai direte “quest’ uomo ci ha ingannato”»

Fonti: wikipedia.it; http://users.libero.it/pierobort/;

Articoli precedenti:

Risorgimento: Prima Guerra d’Indipendenza (2), la Repubblica Romana, l’Inno, Goffredo Mameli


Per parlare della Repubblica Romana , nata e sciolta nel 1849, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo di circa tre anni. Nel 1846 venne infatti eletto, a Roma, il nuovo Papa Pio IX, un uomo di istanze liberali. In pochi mesi, complici anche le pressioni dovute alle rivolte nella penisola, il Papa attuò riforme democratiche e liberali, concedette la libertà di stampa, formò un governo aperto ai moderati liberali, concedette la Costituzione. Allo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza Pio IX si schierò con il Piemonte dei Savoia e contro gli austriaci, fornendo anche un contingente armato:

La notizia delle Cinque Giornate di Milano causò un vero e proprio sconvolgimento politico nell’intera penisola: il 21 marzoLeopoldo II di Toscana, dichiarò guerra all’Impero Austriaco ed inviò l’esercito al comando del generale Cesare De Laugier verso il Quadrilatero, mentre due giorni dopoCarlo Alberto passò il Ticino e si mise in (lenta) marcia verso Verona.

Il 24 marzo Pio IX permise la partenza da Roma per Ferrara di un Corpo d’Operazione al comando del generale Giovanni Durando. Si trattava di un ben completo corpo di spedizione, in assetto da campagna, per un totale di 7 500 uomini,[1] seguiti, due giorni dopo, da un corpo di volontari, la Legione dei Volontari Pontifici, formato da uomini provenienti dal centro Italia, affidato al generale Andrea Ferrari.

Dopo poco piu di un mese però il Papa cambiò idea e ritirò l’appoggio a Carlo Alberto ed al Piemonte:

Il 29 aprile in una famosa allocuzione Pio IX fa marcia indietro e Rifiuta ogni partecipazione alla guerra contro l’Austria.

“Ai nostri soldati, mandati ai confini del dominio pontificio, non volemmo che s’imponesse altro, sennonché difendessero l’integrità e la sicurezza dello Stato pontificio. Ma conciossiacosaché ora alcuni desiderino, che Noi altresì con altri popoli e principi d’Italia prendiamo guerra contro gli Austriaci, giudicammo conveniente di palesar chiaro… che ciò si dilunga del tutto dai nostri consigli, essendoché Noi…abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari studio e paternale amore”

Le truppe pontificie andate in soccorso dei Piemontesi e guidate da Giovanni Durando, avvertite del voltafaccia del Papa, decisero di rimanere sulle loro posizioni, coprire le città libere del Veneto, appoggiandosi alla solida roccaforte di Venezia, governata da Manin.

A Roma la situazione precipitò in pochi mesi. Pio IX, con il rifiuto a sostenere la causa italiana, si era inimicato buona parte degli ambienti liberali e democratici, molti ministri del suo governo, tra i quali Marco Minghetti, si dimisero e nuove proteste popolari si verificarono. L’estate del 1848 trascorse velocemente tra cambi di Primi Ministri ed agitazioni varie. A settembre il Papa nominò Pellegrino Rossi come nuovo Primo Ministro. Nessun cambiamento decisivo verso l’Unità:

Egli non negava l’esigenza della rigenerazione nazionale, ma riprendeva, in pratica, il programma moderato, spazzato via all’improvviso dalle cinque giornate di Milano. Nei termini del dibattito dell’epoca, Rossi si diceva sostenitore di una lega di principi, mentre i piemontesi Rosmini e Gioberti miravano ad una confederazione. Ciò voleva dire affermare la piena autonomia dello Stato della Chiesa e negare ogni sostegno a piemontesi e toscani, nel caso di un’eventuale ripresa della guerra all’esercito di Radetzky.

Il 15 novembre 1848 la svolta, Rossi venne assassinato dai rivoltosi e la situazione precipitò:

Il 15 novembre riaprì il Parlamento e Rossi venne accoltellato da un gruppo di cui faceva parte un figlio del capopopolo democratico Ciceruacchio. In serata lo stesso Ciceruacchio, insieme a Carlo Luciano Buonaparte, inscenò sotto il Quirinale, una tumultuosa manifestazione, per chiedere “un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La folla portò anche un cannone, che puntò contro il palazzo: si venne allo scontro a fuoco con gli Svizzeri e restò ucciso un monsignore addetto ai Sacri Palazzi.Pio IX convocò il corpo diplomatico e dichiarò che cedeva alla violenza e che considerava nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto. Dopodiché assecondò le pressioni popolari, incaricando il democratico Bartolomeo Galletti di formare un nuovo ministero. La scena si ripeté due giorni più tardi, la sera del 17, quando la stessa folla armata si ripresentò davanti al Quirinale, chiedendo l’allontanamento degli Svizzeri. Ancora una volta Pio IX preavvisò il corpo diplomatico e cedette.

La sera del 24 novembre il Papa fuggì da Roma, vestito come un semplice sacerdote, in carrozza chiusa ed accompagnato da un suo collaboratore segreto. Raggiunse il conte Spaur, ambasciatore di Baviera e, la sera del 25, era già al sicuro nella fortezza napoletana di Gaeta, sotto la protezione del Re delle Due Sicilie.

Il Papa lascò Roma ‘da sola’ affidando i poteri ad una commissione  Governativa che però non si riunì mai. Il Consiglio dei Deputati (la Camera) non approvò l’ordine dato dal Papa in riguardo alla Commissione e cercò di avviare una trattativa con lui per il ritorno a Roma. I Borbone negarono ogni contatto con il Ponteficie, rifugiato a Gaeta e quindi si arrivò alla creazione di una Giunta di Stato ed alla prolcamazione di elezioni per il gennaio 1849:

Il Consiglio rifiuta di cedere il potere alla Commissione governativa e decide di avviare delle trattative con il papa e convincerlo a tornare a Roma. Vengono inviati due membri del Consiglio dei deputati, due membri dell’Alto Consiglio e tre membri del municipio di Roma.

L’esercito borbonico blocca i delegati al confine ed impedisce ogni contatto diretto con il pontefice. Il principe Corsini, senatore di Roma, scrive al cardinale Antonelli, che risponde il 6 dicembre rifiutando ogni trattativa. I delegati rientrano a Roma.

L’11 dicembre il Consiglio dei deputati, per superare il vuoto di poteri, nomina una Giunta di Stato, costituita da tre membri: il principe Tommaso Corsini, senatore di Roma, il conte Gaetano Zucchini, senatore di Bologna, il conte Francesco Camerata, gonfaloniere di Ancona. Ma Zucchini rinuncia. Viene sostituito da Giuseppe Galletti. Il 17 dicembre un motu proprio di Pio IX dichiara sacrilega la costituzione della Giunta

Il Papa minacciò la scomunica per tutti i cittadini che avessero partecipato alle elezioni. Le consultazioni popolari , svoltesi il 21 e 22 gennaio 1849, decretarono la vittoria dei democratici (legittimisti e moderati si erano astenuti). Vennero eletti, fra gli altri, Garibaldi, Mazzini, Enrico Cernuschi.

La Repubblica Romana


L’Assemblea costituente approvò il 9 febbraio 1849 con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti  la nascita della Repubblica Romana:

«Decreto fondamentale della Repubblica Romana

  • Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.
  • Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.
  • Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
  • Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. »

Come bandiera fu adottato il Tricolore.

Il Tricolore, Bandiera della Repubblica Romana

Mentre Roma cacciava il Papa e proclamava la Repubblica, nel Regno delle Due Sicilie il Re Ferdinando II di Borbone reprimeva le insurrezioni in Sicilia e teneva ben saldo il potere. A Firenze invece il Granduca Leopoldo II era stato costretto a fuggire ed a riparare anch’egli, come Pio IX, sotto la protezione del Sovrano delle Due Sicilie. E proprio qui, il Papa, tramite il cardinale Antonelli, chiese infine aiuto alle potenze europee per ‘riprendersi Roma’:

il 18 febbraio, inviò ad Austria, Francia, Regno delle Due Sicilie e Spagna una nota diplomatica: «avendo il Santo Padre esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, spinto dal dovere che ha al cospetto di tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa, così indispensabile a mantenere, come Capo Supremo della Chiesa stessa … si rivolge di nuovo a quelle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche … nella certezza che vorranno con ogni sollecitudine concorrere … rendendosi così benemerite dell’ordine pubblico e della Religione».

A Marzo del 1849 il Regno di Sardegna venne definitivamente sconfitto dagli Austriaci a Novara e deve rinunciare ad ogni ambizione di ‘influenza’ nella penisola. La Lombardia tornò agli austriaci, che poi invasero Ferrara, Firenze, Livorno e riportarono sul trono della Toscana il Granduca Leopoldo II. Arrivarono anche le capitolazioni di Bologna (16 maggio) ed Ancona (21 giugno).

A Roma intanto, dopo aver appreso della sconfitta Piemontese di Novara, il 29 marzo l’esecutivo venne affidato ad un Triumviro formato da Mazzini, Saffi e Armellini:

Nel frattempo, anche a Roma, alla notizia della disfatta di Novara venne nominato un triumvirato plenipotenziario, composto da Saffi, deputato di Forlì, Armellini, deputato di Roma, e da Giuseppe Mazzini, deputato eletto nei collegi di Ferrara e Roma: era evidente lo sforzo di tenere unite le due principali province dello Stato della Chiesa, come si vede anche dal fatto, ad esempio, che di Forlì era pure il Ministro di Grazia e Giustizia, Giovita Lazzarini, mentre quello delle Finanze, Giacomo Maria Manzoni, era di Lugo di Romagna.

I francesi ed i borbonici stavano per attaccare Roma, la battaglia sarà dura ed eroica. Garibaldi guiderà le truppe romane contro gli invasori:

Le battaglie e la capitolazione

Un corpo di spedizione francese forte di 7000 uomini guidato dal gen. Oudinot sbarcò a Civitavecchia. A difesa della Repubblica affluirono in Roma giovani da ogni parte d’Italia e d’Europa. Garibaldi vi portò i suoi volontari.
Il comando del settore più esposto, individuato nel Gianicolo, fu affidato a Garibaldi, che poteva contare solo su 4300 uomini, e per giunta male armati. Ma era forte in tutti la determinazione di difendere ad ogni costo la democrazia, la libertà, la Repubblica.
Il 30 aprile i Francesi giungevano alle porte di Roma. Ritenendo di incontrare scarsa resistenza, i Francesi avanzarono allo scoperto attaccando le mura vaticane, ma furono prima fermati dall’intenso fuoco dei difensori, e poi vennero aggrediti sul fianco da Garibaldi, che uscito da Porta S.Pancrazio guidava un furioso assalto alla baionetta.

 I Francesi furono costretti a ritirarsi.
Venne concordata una tregua d’armi. L’esercito repubblicano si volse allora contro le truppe borboniche, che avevano invaso il territorio della Repubblica arrivando sino ai Castelli Romani. Garibaldi li sconfisse a Palestrina e a Velletri, ricacciandoli oltre il confine.
Nel frattempo Oudinot aveva ricevuto ingenti rinforzi, portando i suoi effettivi a 30.000 uomini. Il 1°giugno denunciò la tregua, comunicando che avrebbe attaccato il 4 giugno. Attaccò invece nella notte tra il 2 e il 3 giugno, cogliendo di sorpresa i difensori. Riuscì ad impossessarsi di punti chiave della difesa esterni alla città. Particolarmente grave era la perdita di Villa Corsini detta “dei Quattro Venti” che, situata su di una piccola altura fuori Porta S.Pancrazio, dominava le mura. Le truppe di Garibaldi si lanciarono in una serie di sanguinosi contrattacchi. La Villa fu presa e persa più volte, ma infine restò in mano ai Francesi.

Roma venne stretta d’assedio e bombardata. La popolazione sopportava con coraggio i sacrifici e contribuiva alla difesa.
La Repubblica aveva ormai i giorni contati. Pure continuò a combattere e a resistere con tenacia nonostante la schiacciante superiorità delle forze nemiche. I Francesi aprirono le prime brecce il 21 giugno; il 29 e 30 giugno sferrarono l’attacco finale, sfondando le difese. Mentre Garibaldi riuniva i suoi uomini per l’estrema difesa, in città si correva alle barricate. Ma l’Assemblea per non sottoporre Roma a inutili distruzioni decretò la fine della resistenza. Garibaldi non accettò la resa, e con un contingente di armati iniziò la ritirata verso Venezia, portando con sé la moglie Anita, incinta e malata. Mazzini riprese la via dell’esilio.

Il 3 luglio, mentre le truppe francesi entravano in Roma, dal balcone del Campidoglio veniva proclamata la Costituzione della Repubblica Romana, mai entrata in vigore ma che rappresenta la piu alta richiesta democratica dell’epoca. Modello utilizzato dai padri costituenti per la Carta della nostra Repubblica.

Si tratta di uno dei documenti costituzionali più democratici e laici per i tempi in cui fu scritto. L’innovazione più importante e significativa è quella che sopprime la condizione privilegiata della religione cattolica come religione di Stato, e afferma il principio per cui la fede religiosa è irrilevante per l’esercizio dei diritti civili e politici. …Si tratta dunque di un testo breve, di principi e norme di carattere generale, formulati per lo più in modo limpido e con termini semplici: una costituzione in gran parte valida per il secolo successivo almeno nelle sue linee essenziali. Infatti la Costituzione della Repubblica Romana del 1848 è molto simile alla costituzione della Repubblica Italiana del 1948

Qui potete leggere tutta La Costituzione

La Costituzione Romana scritta sul muro del Belvedere al Gianicolo

Il Papa tornò a Roma il 12 aprile 1850 e revocò la Costituzione concessa nel 1848.

La Repubblica Romana del 1849 visse per 5 mesi.

Il popolo romano la fece nascere.

Mazzini ne fu l’anima politica.

Garibaldi il difensore.

Mameli, Manara, Dandolo e tanti altri gli eroi che morirono per essa.

Gli eserciti di Austria, Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie, per volontà di Pio IX, ne decretarono la morte.

Mentre l’invasore entrava in Roma per distruggere la nuova Repubblica Romana,
in Campidoglio si dava lettura al popolo della Costituzione che non sarebbe mai entrata in vigore.
Un comportamento degno dell’antica Repubblica Romana.

“Fede in Dio, nel diritto e in noi.

W la Repubblica Romana.

W l’Italia”

(Dal proclama dei triumviri)

La Lettera di Mazzini ai Romani:

5 luglio 1849

Romani!

La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato lla lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuoleche per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.

Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …

Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …

I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.

In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.

La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.

Tre giorni dopo lo scioglimento della Repubblica, il 6 luglio moriva a Roma, in seguito ad una ferita di guerra,  Goffredo Mameli, l’autore dell’Inno d’Italia, patriota e combattente per la Repubblica Romana.

Goffredo Mameli

Nato nel Regno di Sardegna nel 1827, istruito nelle Scuole Pie di Genova, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all’età di quasi 20 anni, delle parole del Canto degl’Italiani (1847), più noto in seguito come Inno di Mameli, adottato un secolo dopo come inno nazionale provvisorio della Repubblica Italiana nel 1946, musicato da Michele Novaro. Ma già ai tempi della scuola dimostrò il suo talento letterario componendo versi d’ispirazione romantica, intitolati Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante.

Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta che ancor oggi vengono ricordate, come ad esempio l’esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata degli Austriaci nel 1847.

Nel marzo 1848 organizzò una spedizione di trecento volontari per andare in aiuto a Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell’esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. In questo periodo compose un secondo canto patriottico, intitolato l’Inno militare musicato da Giuseppe Verdi.[1]

La sua opera di patriota venne anche svolta: a Roma, nell’aiuto a Pellegrino Rossi e per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi; e in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana. Nel suo continuo vagabondaggio si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto La Marmora, quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso di Papa Pio IX (che nel frattempo aveva lasciato la città).

La sua morte avvenne in seguito a delle circostanze accidentali: nella difesa della Villa del Vascello durante la breve Repubblica romana del 1849 fu ferito in maniera non particolarmente grave da un commilitone, con la baionetta alla gamba sinistra, che dovrà però essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Morì per la sopravvenuta infezione il 6 luglio 1849, alle 7.30 del mattino, a soli 22 anni

Scrisse Mameli : (da Il Diario del Popolo, 26 ottobre 1848):

Per Dio, l’uomo che ha il nemico nella sua casa e chiama questo la pace, e va domandando se si deve combattere, quello è l’ultimo degli uomini! E intanto l’alba d’una nuova èra del mondo biancheggia allo sguardo dell’Umanità, l’Europa si dibatte nel gran parto convulsa, e i popoli della terra sono schierati in battaglia, e si domandano se una penisola fu ingoiata dall’onde del Mediterraneo, perché un popolo manca nelle loro file, e chiamano gl’Italiani in rango e gl’Italiani non rispondono. Che quanti credono nei destini dell’Italia e della Democrazia, ascoltino la nostra parola. Ella è sacra perché è sacra la parola che sgorga dal cuore: fratelli, affilate le vostre spade, caricate i vostri fucili perché siamo alla vigilia della battaglia.

L’Inno d’Italia:

Il testo autografo di Mameli con le parole dell'Inno d'Italia

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?!
Le porga la chioma
Ché schiava di Roma
Iddio la creò

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi
Raccolgaci un’Unica
Bandiera una Speme
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci
L’unione e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore
Giuriamo far Libero
Il suolo natio
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può!?

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

Son giunchi che piegano
Le spade vendute
A l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute
Il sangue d’Italia
Bevé col cosacco
Il sangue Polacco
Ma il cor le bruciò

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

Fonti: Wikipedia.it; http://it.wikisource.org; http://www.maat.it/livello2/1849-repubblica-romana.htm; http://cioccolatablu.interfree.it/il_1848_in_italia_-_la_prima_guerra_d%27indipendenza.htm

Articoli precedenti:


‘Il Gattopardo’ e ‘La messa è finita’, cosi La7 si occupa del “Primo Maggio sacro e profano”


Un 1°Maggio all’insegna della Storia, del Cinema e della qualità con ‘Q’ maiuscola. Alle 21.00 la7 propone il film “Il Gattopardo” diretto da Luchino Visconti, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d’oro come miglior film al 16º Festival di Cannes.

Alle 14.00 poi un omaggio a Goffredo Lombardo, storico presidente della Titanus, casa di produzione tra le piu note del cinema italiano del passato. L’Ultimo Gattopardo, un documentario di Tornatore:

“il regista mischia con intelligenza le testimionianze di Verdone, Squitieri, Loren, Lancaster, Scola, Argento e moltissimi altri assieme alle immagini dei film da loro realizzati per la Titanus che scorrono sullo sfondo.
Ma anche lo snodarsi delle testimonianze, diviso per temi (la personalità, i film, la famiglia, l’affaire Gattopardo…), sembra essere un percorso di ricostruzione dell’identità debitore di quelle ricostruzioni umane tipiche dei film di Orson Welles. Lombardo come mr. Arkadin o come Charles Foster Kane, un uomo su cui si sa poco e su cui si indaga a partire da mille piccoli indizi, racconti, oggetti e misteri”

Domani invece, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II e poco dopo l’uscita di Habemus Papam, la rete di Telecom omaggia Nanni Moretti mandando in onda un suo film sul ‘tema’, La messa è finita, girato nel 1985 , in concorso al Festival di Berlino del 1986, il film si è aggiudicato l’Orso d’argento.

Risorgimento: La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte, Silvio Pellico ed i Fratelli Bandiera


I moti rivoluzionari continuavano a ‘smuovere’ buona parte d’Europa. In Italia, dopo la tragica conclusione dei movimenti del 1830-31, i patrioti poterono leggere gli scritti di un prigioniero politico italiano: Silvio Pellico, catturato dagli austriaci nel 1820 a Milano ed accusato di cospirazione. Pellico era membro della setta carbonara dei ‘Federati’, assieme ad altri cospiratori catturati fu condotto nel carcere dello Spielberg a Brno in Moravia, dove restò per oltre dieci anni. La prigionia fu raccontata nel libro Le mie prigioni, pubblicato nel 1832 il quale smosse le coscienze di molti italiani tanto da far dire  (forse, non è dato sapere con certezza) al primo Ministro austriaco Metternich ‘ che il libro danneggiò l’Austria più di una battaglia perduta’.

Silvio Pellico

Pellico nacque a Saluzzo, in Piemonte, ma si trasferì presto a Milano.

Interessato alla poesia del periodo neoclassico, conobbe Vincenzo Monti ed Ugo Foscolo e scrisse alcune tragedie in versi.  Strinse relazioni con personaggi della cultura stranieri come Madame de Stael e Friedrich von Schlegel e italiani come Federico Confalonieri, Cesare Romagnosi e Giovanni Berchet. In questi circoli venivano sviluppate idee tendenzialmente liberali e rivolte alle possibilità di indipendenza nazionale: in questo clima nel 1818 viene fondata la rivista Il Conciliatore.

Pellico e gran parte degli amici fanno parte della setta segreta di tipo carbonaro dei cosiddetti “Federati”; questa viene scoperta dalla polizia austriaca nel 1820, Pellico e altri vengono arrestati e dopo una sentenza vengono rinchiusi della fortezza dello Spielberg a Brno. Dopo la liberazione e la pubblicazione de Le Mie Prigioni, Pellico scrisse altre tragedie come Gismonda da Mendrisio”, “Leoniero”, “Erodiade”, “Tommaso Moro” e “Corradino”. Pubblicò anche il libro morale “I doveri degli uomini” e “Cantiche” di genere romantico.  Morì nel 1854 dopo svariati problemi fisici che gli impedirono di proseguire la sua attività letteraria.

L’incipit  Dei doveri degli Uomini appare illuminante:

All’idèa del dovere l’uòmo non può sottrarsi, ei non può non sentire l’importanza di questa idea. Il dovere è attaccato inevitabilmente al nòstro essere; ce n’avvèrte la coscienza fin da quando cominciamo appena ad avere uso di ragione; ce n’avvèrte più fòrte al crescere della ragione, e sèmpre più fòrte quanto più questo si svòlge. Parimenti tutto ciò ch’è fuòri di noi ce ne avvèrte, perché tutto si règge per una legge armoniosa ed etèrna: tutto ha una destinazione collegata ad esprimere la sapiènza e ad eseguire la volontà di quell’Ènte che è causa e fine d’ogni còsa.

La Giovine Italia, le Insurrezioni a Genova ed in Piemonte

Il fallimento dei moti del 1830-31 impose alcune riflessioni ai Carbonari, Mazzini in Primis:

Si concordò sul fatto che le sette carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro programmi e per l’eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com’era accaduto nei moti di Torino del 1821 quand’era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli lombardi. Infine bisognava desistere, come nel 1821, dal ricercare l’appoggio dei principi e, come nei moti del ’30-31, l’aiuto dei francesi.

Tali analisi sfociarono nella creazione di una nuova società segreta. La Giovine Italia:

Con la fondazione della Giovine Italia nel 1831 il movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici: indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l’azione di pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni concorso esterno per la rivoluzione: «La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l’ora e il carattere dell’insurrezione»

Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l’educazione e l’insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda, un’«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno»

Il programma della Giovine Italia ebbe un notevole successo tra i giovani del Nord Italia. In Liguria, Piemonte, Emilia e Toscana vi furono diverse insurrezioni ‘mazziniane’ tra il 1833 ed il 1834. Tali movimenti furono purtroppo repressi nel sangue, con condanne a morte ed innumerevoli arresti:

Nel 1833 fu organizzato il primo tentativo insurrezionale che aveva come focolai rivoluzionari Chambéry, Torino, Alessandria e Genova dove contava vaste adesioni nell’ambiente militare. Ma prima ancora che l’insurrezione iniziasse la polizia sabauda a causa di una rissa avvenuta fra i soldati in Savoia, scoprì e arrestò molti dei congiurati, che furono duramente perseguiti poiché appartenenti a quell’esercito sulla cui fedeltà Carlo Alberto aveva fondato la sicurezza del suo potere.

Il fallimento del primo moto non fermò Mazzini, convinto che era il momento opportuno e che il popolo lo avrebbe seguito. Si trovava a Ginevra, quando assieme ad altri italiani e alcuni polacchi, organizzava un’azione militare contro lo stato dei Savoia. A capo della rivolta aveva messo il generale Gerolamo Ramorino, che aveva già preso parte ai moti del 1821, questa scelta però si rivelò un fallimento, perché il Ramorino si era giocato i soldi raccolti per l’insurrezione e di conseguenza rimandava continuamente la spedizione, tanto che quando il 2 febbraio 1834, si decise a passare con le sue truppe il confine con la Savoia, la polizia, ormai allertata da tempo, disperse i volontari con molta facilità.

Nello stesso tempo doveva scoppiare una rivolta a Genova, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, che si era arruolato nella marina da guerra sarda per svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi. Quando giunse sul luogo dove avrebbe dovuto iniziare l’insurrezione però, non trovò nessuno, e così rimasto solo, dovette fuggire. Fece appena in tempo a salvarsi dalla condanna a morte emanata contro di lui, salendo su una nave in partenza per l’America del Sud dove continuerà a combattere per la libertà dei popoli.

Altri tentativi pure falliti si ebbero a Palermo, in Abruzzo, nella Lombardia austriaca, in Toscana. Il fallimento di tanti generosi sforzi e l’altissimo prezzo di sangue pagato fecero attraversare a Mazzini quella che egli chiamò la tempesta del dubbio da cui uscì religiosamente convinto ancora una volta della validità dei propri ideali politici e morali.

Nel sud Italia , in quegli anni, non vi furono movimenti insurrezionali degni di nota. Solo negli anni ’40, nel 1844, i pensieri ‘mazziniani’ guidarono l’azione di due ufficiali della marina militare austriaca: Attilio ed Emilio Bandiera:

I Fratelli Bandiera

Nobili, figli dell’ammiraglio Francesco Bandiera e, a loro volta, ufficiali della Marina da guerra austriaca, aderirono alle idee mazziniane e fondarono una loro società segreta, l’Esperia[22] e con essa tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud Italia.

Il 13 giugno 1844, i fratelli Emilio e Attilio Bandiera partirono da Corfù (dove avevano una base allestita con l’ausilio del barese Vito Infante) alla volta della Calabria seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e dal corso Pietro Boccheciampe.

Il 15 marzo dello stesso anno era loro giunta infatti la notizia dello scoppio di una rivolta a Cosenza che essi credevano condotta nel nome di Mazzini. In realtà non solo la ribellione non aveva alcuna motivazione patriottica ma era già stata domata dall’esercito borbonico. Il 16 giugno 1844 quando sbarcarono alla foce del fiume Neto, vicino Crotone appresero che la rivolta era già stata repressa nel sangue e al momento non era in corso alcuna ribellione all’autorità del re.

Il Boccheciampe, appresa la notizia che non c’era alcuna sommossa a cui partecipare, sparì e andò al posto di polizia di Crotone per denunciare i compagni.

I due fratelli vollero lo stesso continuare l’impresa e partirono per la Sila.

Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle guardie civiche borboniche, aiutate da comuni cittadini che credevano i mazziniani dei briganti; dopo alcuni scontri a fuoco, vennero catturati (meno il brigante Giuseppe Meluso, buon conoscitore dei luoghi, che riuscì a sfuggire alla cattura) e portati a Cosenza.

Il re Ferdinando II ringraziò la popolazione locale per il grande attaccamento dimostrato alla Corona e la premiò concedendo medaglie d’oro e d’argento e pensioni generose.

I fratelli Bandiera con altri sette compagni, Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli, vennero fucilati nel Vallone di Rovito nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844[2]. Le salme dei nove fucilati, prima furono seppellite nella chiesa di Sant’Agostino e poi nel Duomo di Cosenza. Quelle dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono a Venezia il 18 giugno 1867, circa un anno dopo la liberazione della città al termine della Terza guerra di indipendenza. Le tre salme sono sepolte nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo[3]

Mazzini, accusato di ‘mandare a morire i giovani’ inutilmente scrisse ne ‘I ricordi dei Fratelli Bandiera’:

Fonti: Wikipedia, zam.it, carboneria.it, books.google.it

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