Da Huffington Post: “La fine del berlusconismo e l’impasse dei movimenti sociali”


Una interessante visione della situazione odierna dell’Italia ‘commissariata’ dall’Europa. Dopo la fine della seconda repubblica siamo entrati in una nuova fase ‘conservatrice’ che sta abbattendo i diritti dei lavoratori nel nome del rigore e della austerità?  Cosi Francesco Raparelli su Huffington Post

Rompere il blocco. La fine del berlusconismo e l’impasse dei movimenti sociali

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l’austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l’afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell’Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l’attacco speculativo dei mercati finanziari dell’estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un’epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell’anomalia berlusconiana. L’agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova “costituente neoliberale”, che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell’uomo di Arcore e dei suoi “sgherri”, quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l’Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il “modello sociale europeo” è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente – che è fino in fondo conservatrice – è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l’idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l’investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l’Europa e l’euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale.

Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa “forma” dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall’università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall’odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l’anomalia, l'”effetto moltiplicazione” si è dissolto. Ancora, non c’è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all’opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini. Salvo la felice parentesi dell’autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l’affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d’Europa, né l’abolizione dell’articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L’incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

PDS, rimpianti per un partito che non c’è più….


In una domenica di inverno come questa, dando uno sguardo al panorama politico odierno, non posso non abbandonarmi allo “spleen”, alla malinconia di chi, seppur da bambino, aveva respirato un clima diverso. Sia nei modi di fare dei politici, sia nei movimenti politici stessi.

Nell’anno in cui si celebrano i 70 anni dalla nascita (1921) ed i ventanni dalla morte (1991) del PCI la mia memoria viaggia all’indietro e mi riporta ai primi personali “istinti” politici. Correva l’anno 1991 appunto e la Sinistra Italiana era in fermento perche, dopo la dipartita del Partito Comunista, tanti uomini e donne potevano finalmente “sognare” lasciandosi alle spalle cinquantanni di opposizione  e sperando per un futuro ruolo di primordine nella vita politica del Paese. Nel 1991 nasceva infatti il Partito Democratico della Sinistra. Sul Congresso che ne sancì la creazione c’è molto da dire e già in quella prima assise potevano essere evidenziate le disgraziate divisioni tra “primedonne” che avrebbero poi caratterizzato tutte le reincarnazioni del principale partito Post-Comunista.

Per quel che mi riguarda invece, da teeneger “innocente” ed ingenuo, vedevo l’avvenimento come una nuova ed entusiasmante avventura, una grande opportunità per poter finalmente aspirare al governo del Paese, contro la vecchia classe politica corrotta del pentapartito guidato da democristiani e socialisti. Negli anni in cui crollava l’Urss, saltavano in aria Falcone e Borsellino e l’Italia veniva sconvolta da Tangentopoli, il progetto del PDS appariva, ai miei occhi, una delle poche sicurezze per il futuro.

Ai tempi non era richiesta una “presenza mediatica” dirompente e quindi anche un “mediocre” come Occhetto poteva “passare” come un leader credibile.

E cosi fu sino alla discesa in campo di Lui, l’Unto. Ricordo i sondaggi di Deaglio a “Milano, Italia” che davano Forza Italia al 6%. Fu la disfatta. Fascisti, Leghisti e Berlusconiani presero il potere. Era il 1994, avevo sedici anni e guardando lo speciale Tg1 condotto da Piero Badaloni avevo le lacrime agli occhi. Non potevo credere che l’Italia avesse scelto Lui, lo sdoganatore dei fascisti e di quelli di “Roma Ladrona”. (Pensate ora a Fini e Bersani che quasi vanno a braccetto…)

Ricordo ancora la battaglia per la segreteria PDS del 1994, il “tifo” per il direttore de L’Unità Walter Veltroni ed invece la vittoria del numero 2 Massimo D’Alema, già da allora da me detestato. (una delle poche certezze che ho ancora oggi).

E poi il crollo del governo Berlusconi, il Governo Dini e la vittoria di Prodi. La felicità di quella notte del 21 aprile 1996, la canzone Popolare di Fossati, le speranze di aver finalmente raggiunto l’obiettivo: il Governo del Paese, per il bene dei cittadini.

Inutile andare avanti parlando dei colpi di mano di Bertinotti, dei Governi D’Alema  e della fine del PDS, confluito nei DS, nel 1998. Oramai ero già piombato nel disincanto, nella disillusione, nella delusione, sentimenti che in parte uso oggi per esprimere il mio giudizio sulla Politica attuata dalla Sinistra del nostro paese.

Quel che invece mi piace ricordare con questo articolo è il periodo piu “bello”, quello della speranza, della illusione di aver finalmente trovato un partito in cui identificarsi. Malgrado tutto, comunque, il PDS rimane il mio partito ideale. Niente a che vedere con quella accozzaglia di idee, personaggi e burocrati che risponde al nome di Partito Democratico.

 

 

La Battaglia Finale: Il CentroSinistra, una Armata Brancaleone che Bersani sta cercando di ricomporre


In questa “Puntata” si parla del Centrosinistra. Al momento non esiste una vera e propria coalizione. Dal collasso del governo Prodi, avvenuto oramai tre anni fa, le forze Riformiste e quelle Antagoniste hanno seguito strade diverse. Il risultato è stato comunque il medesimo, indebolimento collettivo delle forze progressiste.

La storia politica degli ultimi tre anni può essere riassunta cosi:

Nel  2008 Veltroni si allea con Di Pietro per risucchiare voti alla Sinistra di Bertinotti e soci. Il PD in parte ci riesce ed ottiene il 33% causando l’estromissione dal Parlamento della Sinistra Arcobaleno. Il segretario democratico aveva però fatto i conti senza l’oste, cioè il suo alleato Di Pietro che non appena in Parlamento utilizza la debolezza del PD per dettare l’agenda politica delle opposizioni.

Il piano dell’ex Pm riesce ed i consensi della Idv aumentano a scapito del Pd che capitola nelle elezioni regionali in Sardegna provocando le dimissioni di Veltroni. Franceschini, vicesegretario, prende la reggenza del partito affrontando le Europee, che vedono un calo di circa il 7% e cedendo lo scettro del comando a Pierluigi Bersani nell’ottobre 2009. Bersani porta il Pd ad un risultato deludente nelle regionali 2010, che vedono tornare al Centrodestra Lazio, Piemonte e Campania.

Nel frattempo l’area centrista dei Democratici perde pezzi. Rutelli ed altri lasciano e fondano l’Alleanza per l’Italia. Binetti passa all’Udc. Calearo, voluto fortemente da Veltroni, sembra in procinto di aderire al Pdl.

Intanto la Sinistra antagonista fa i conti con la disfatta. Rifondazione va a congresso con Vendola il pole position per la segreteria. L’ex ministro Ferrero però, grazie ad una alleanza con tutte le correnti antivendoliane, riesce a mettere in minoranza il governatore pugliese e viene eletto segretario del Prc. Vendola abbandona il partito fondando “Rifondazione per la Sinistra”, movimento che poi confuirà assieme a Sinistra Democratica ed ai Verdi in “Sinistra Ecologia e Libertà“. Rifondazione invece prosegue la linea isolazionista alleandosi con il Pdci fondando la Federazione della Sinistra.

Ad oggi il fronte progressista è quindi costituito da quattro partiti. Pd, Idv, SEL e Federazione della Sinistra. Da qualche parte giacciono i Verdi, una parte dei quali è entrata nel movimento di Vendola ed un’altra, capitanata dal kamikaze Bonelli, ancora prova a “farcela da sola”. I Radicali infine, eletti nelle liste democratiche, strizzano l’occhio a Berlusconi.

Alleanze

Questi i partiti. Il grosso problema però sono le alleanze. Se nel passato il CentroSinistra aveva quasi sempre trovato un modo per far convivere le proprie anime, oggi le cose sono diverse. La variabile impazziata si chiama Udc. Il partito di Casini, ancora isolato dal Centrodestra, fa gola a molti nel Pd. D’Alema in primis. L’alleanza con i centristi è stata sperimentata nelle passate amministrative, con alterne fortune. La convergenza con l’Udc è promossa anche dall’area centrista del Partito, capitanata da Veltroni.

In mezzo sta il segretario Bersani, il quale vorrebbe ricostruire un “Nuovo Ulivo” assieme a Di Pietro e Vendola per poi stipulare una “alleanza tecnica” con l’Udc in chiave antiberlusconi. Casini non è d’accordo e vuole una scelta tra Udc e Sinistra e Libertà.Vendola dal canto suo sarebbe favorevole ad imbarcare anche i centristi. Di Pietro naturalmente poco “ci azzecca” con Casini e soci.

Poca chiarezza come potrete capire. I Comunisti di Ferrero e Diliberto, che propongo un accordo antiberlusconi di tutte le opposizioni, stanno a guardare, ben sapendo che “cacciando” Vendola nel 2008, hanno perduto ogni attrattiva verso il loro storico elettorato, schiacciati anche dalla presenza ingombrante del movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, il quale ha già detto che si presenterà da solo.

Strategie

Quale strategia viene tenuta in questa fase di crisi politica del Centrodestra? Si parte dal “Governo tecnico” o di “transizione”. L’imperativo è mettere mano alla legge elettorale per scardinare il potere berlusconiano. Con un proporzionale puro, che fa gola ai piccoli partiti ed all’Udc, Berlusconi non sarebbe piu in grado di vincere da solo o con la sola Lega. I numeri in parlamento potrebbero essere raggiunti solo tramite accordi post-voto. Con l’Udc, con Fini o con il Pd. Fine della Repubblica Bipolarista. Fine di Berlusconi, forse.

I numeri per un governo tecnico però ancora non ci sono e B. farà del tutto per impedire un tale scenario. E quando dico tutto, intendo “Tutto”.

Non tutti però, nel Partito Democratico, sono per il proporzionale. I veltroniani, tanto per fare un dispetto ai bersaniani, continuano a propendere per il maggioritario anche se sanno bene che in questo parlamento non vi sono numeri per una riforma di quel genere. L’Idv poi è favorevole solo ad un governo di tre mesi, non vuole inciuci ribaltonisti con Fini e Casini.

Per non farsi mancare nulla i Democratici hanno anche perso le primarie di Milano con il candidato Vendoliano Pisapia che ha prevalso su quello del PD Boeri. E già una parte del partito di Bersani minaccia di appoggiare Albertini e di non votare per il candidato uscito dalle primarie di coalizione. I sondaggi poi sono impietosi ed inchiodano il PD al 23%, con Vendola in forte ascesa. La mancanza di chiarezza su idee e alleanze sta danneggiando il Partito che perde voti al centro in favore di Casini e Rutelli ed a Sinistra verso Vendola. Si sta tornando a quel 21% preso dal solo Pds nel 1996. Fare una fusione con i Dc, snaturare il proprio Dna per ritrovarsi poi con le stesse percentuali di 15 anni fa non è il massimo.

Nel momento in cui B. è debolissimo, l’opposizione appare quindi ancora piu in bambola. Chi per mancanza di identità, chi per voglia di distinguersi e di mettere in difficoltà l’alleato. Difficile capire come evolverà la situazione, molto dipenderà da cosa farà la Destra.

 

PD = Psichiatria Democratica. Luca Telese per “Il Fatto”


Il Partito Democratico continua nella sua linea schizofrenica. I dalemiani attaccano Veltroni, lui reagisce duramente e si parla già di appoggio esterno al partito, di una “Mirabello” del PD. Sulle alleanze Bersani corteggia Ferrero, che smentisce ed attacca Vendola. Pensi al PDL e ti sale la rabbia e l’indignazione. Pensi al PD e vieni colto da tristezza e depressione. Vi prego di leggere questo interessante articolo di Luca Telese su “Il Fatto Quotidiano”:

Antefatto iconografico. Guardate per un attimo la foto di questa pagina. Pier Luigi Bersani chiude la festa di Torino. In piedi, solo. Per la prima volta un leader del Pd parla senza angeli custodi, senza alfieri, senza l’abbraccio dei due principali dirigenti del partito, immancabilmente vicini a lui. Quanta distanza dal rituale di tutti gli altri anni: il segretario sul palco, e tutti i leader, simbolicamente stretti intorno. Magari ipocritamente, stretti, ma tutti, almeno una volta l’anno, lì, come nella foto della classe all’inizio dell’anno. Ora abbandoniamo la foto, e passiamo al calvario della cronaca, dalle faide dei giovani turchi ai rumors di scissione, ai motivi per cui Orvieto potrebbe diventare una “Mirabello” di centrosinistra.

Retroscena redazionale. Per una volta vale la pena di raccontarvi come si può decidere un articolo nella riunione di questo giornale. Eravamo appena tornati dalla meravigliosa festa della Versilia, e già i nostri telefoni trillavano su un unico tema: il Pd. Un veltroniano ti dice peste e corna di un dalemiano e viceversa (fin qui nulla di nuovo); poi arrivano aggiornamenti, ritrattazioni, agenzie, colpi di scena. Quindi la girandola della rassegna stampa. In due giorni, dal documento dei quarantenni anti-veltroniani, alle correnti storiche, un fermento criptato e indecifrabile per chi non possiede i codici delle faide antiche. A questo punto il direttore si mette a solfeggiare e a parafrasare: “Pi…. Di…., Pi… Dì… Psichiatria Democratica”. Ovvero: ci sono chiari segni di distorsioni dell’ego e di alterazione delle percezioni dell’io, in quel partito. Lettere para-psicanalitiche ai giornali, mezze verità, indiscrezioni pilotate, colpi bassi. Per dire. Secondo Il Corriere della sera, la settimana scorsa Bersani avrebbe stretto un patto con Paolo Ferrero per eleggere dieci parlamentari nelle liste del partito, con una “ospitata” tecnica stile radicali. Cerco il segretario di Rifondazione al telefono per capire se le sue smentite siano rituali o credibili. Lui è furibondo: “Se stiamo dialogando con Bersani? Certo! Lo dico da mesi. Se è vero che abbiamo stretto un accordo per eleggere i nostri dirigenti? Assolutamente no – si indigna – è una follia paranoica, messa in giro con malizia dai veltroniani, magari per far piacere a Vendola”. Chiedi: in che senso? E lui: “È una cosa che non sta nè il cielo nè in terra – rincara la dose Ferrero – ma che punta a farci apparire come dei dirigenti all’asta che vanno da Bersani per farsi garantire con il piattino in mano. Beh – ruggisce il segretario – non è così!”. In fondo basta questo sfogo per capire che la situazione è incandescente, e che la frattura interna influenza anche i rapporti con gli altri. Però restano dei fatti: le dichiarazioni entusiastiche di Ferrero e Oliviero Diliberto sul “Nuovo Ulivo” bersaniano, e gli editoriali dei giornali amici (ad esempio quello di Stefano Menichini su Europa) che la settimana scorsa davano già per certo l’accordo. Frammenti di schizofrenia?

Endorsing fagiolino. La nostra riunione finisce così, e l’articolo, è commissionato. Ore 13.15 (non è uno scherzo), sulle agenzie arriva l’endorsement di Massimo Fagioli, psichiatra e ricercatore della mente, che ufficializza la fine del rapporto con l’ex leader presidente della Camera Fausto Bertinotti: “Attualmente la simpatia è per Bersani”. Le ironie sono fuori luogo. Sembra piuttosto un segno, la spia di un disagio, il turbinare di un cortocircuito fra politica e psiche. Come è noto Fagioli era stato un fan accanito di Bertinotti, fino a che non era apparsa sulla scena Nichi Vendola. Dopo di allora lo psichiatra non aveva fatto mistero di considerarlo “deviante” per la sua omosessualità. Ora Fagioli spiega la sua nuova predilezione per Bersani: “È il solo in grado di provare a rimettere insieme la sinistra, l’unico che ancora mantiene laicità e saggezza”. Ma davvero c’è una crisi di identità nel Pd?
L’ultima crisi di identità, è la grottesca storia dei cosiddetti “Giovani Turchi”, un gruppo di quarantenni vicini a D’Alema, che scrivono un documento caustico contro il fondatore del Pd convocando una riunione ad Orvieto: “La politica interpretata come Hollywood, come un tour promozionale per propagandare se stessi”. La vera accusa a Veltroni è, ancora una volta, psicanalistica: quella di essere inconsapevolmente berlusconiano, affetto da protagonismo e bisogno di leadership. Però “i giovani turchi” non hanno la tempra di Ataturk. Basta il pronunciamento di due ex veltroniane bersaniane, Stella Bianchi e Annamaria Parente perchè sia annullata l’iniziativa, prevista per il 25. Una indubbia vittoria dei veltroniani. Ma Orvieto è la città dove è nato il Pd, e dove Veltroni in un celebre discorso parlò per la prima volta della vocazione maggioritaria: “Non so quando saranno, so che alle prossime elezioni andremo da soli”. Lo disse il sabato, il lunedì Mastella abbandonò la maggioranza, il giovedì cadde Prodi. Il 25, a Orvieto, si tiene anche un convegno di Libertà eguale (la componente ex riformista del partito) con Veltroni e Sergio Chiamparino.

I gruppi autonomi. Ma cosa c’è di vero nell’ipotesi avanzata ancora una volta dal Corriere, che i veltroniani vogliono fare un gruppo autonomo”. Una follia? O un inconfessabile desiderio inconscio? Walter Verini, braccio destro di Veltroni sorride: “Balle”. E in serata Veltroni interviene: “Niente gruppi: c’è bisogno che il Pd recuperi forza, si deve lavorare per fare del Pd”. Ma a Orvieto Veltroni potrebbe meditare un nuovo strappo. Magari un appoggio tecnico al sindaco di Torino, già con un piede fuori dal partito, all’insegna dello slogan: “Oltre il Pd per tornare a vincere”. Fini torna nella “sua” Mirabello per costruire un’altra destra. Veltroni nella “sua” Orvieto per un altro centrosinistra.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 settembre 2010

PD, una Alleanza Costituzionale per battere Berlusconi. Finalmente aggiungo io!


Pian piano anche il Partito Democratico sta arrivando alla unica ipotesi possibile per tentare di sconfiggere definitivamente il Berlusconismo in questo paese. Un Comitato di Liberazione Nazionale o Alleanza Costituzionale, come la chiama Franceschini:

“Il voto non ci fa paura, vinceremo
nascerà l’Alleanza Costituzionale”

Franceschini: patto con chi cista, da Vendola All’Udc. Il capogruppo Pd alla Camera tiene fuori Fini: “Conduce la sua battaglia nel centrodestra”

E cioè?
“La nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”.

Chi ne farebbe parte?
“Chi ci sta. Partendo naturalmente dal Pd, da Di Pietro, dalla sinistra che è fuori dal Parlamento”.

Casini?
“Casini è all’opposizione, e dunque è evidente che si tratta di un nostro interlocutore naturale”.

…..

La futura alleanza costituzionale imbarcherebbe pure Fini?
“Fini sta conducendo la sua battaglia all’interno del campo di centrodestra”.

Niente finiani, ma un fronte allargato da una parte a Casini e dall’altra a Vendola non significa fine della vocazione maggioritaria del Pd?
“Assolutamente no. Quella scelta è stata il più grande tentativo di modernizzazione della politica italiana ma a situazione di emergenza democratica, risposta di emergenza. Sarebbe un passaggio necessario per fermare la svolta autoritaria e arrivare alla costruzione di un bipolarismo moderno nel nostro paese”.

E se nasce il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli?
“Vedremo, ma in ogni caso a chi toglierebbe voti? Certamente al centrodestra. Ecco un’altra buona ragione per prevedere una vittoria elettorale del centrosinistra”.

Chi sarebbe chiamato a guidare l’Alleanza, come si sceglie la leadership?
“Dipende dall’evolversi della situazione. Se la legislatura va avanti, abbiamo le primarie. Ma se la crisi si avvita, e rapidamente scatta la corsa alle urne, lo schema di gioco per forza cambia. Anche per ragioni di tempo, saremmo costretti a scegliere il nostro candidato premier magari solo in un mese”.

Il Pd per quale scenario lavora?
“Se ci sarà un’apertura formale di una crisi, ad un governo di transizione con al primo punto la modifica del Porcellum. Però se non dovesse andare così, non abbiamo alcuna paura di affrontare la prova delle urne anche con questa legge elettorale”.

Pare molto difficile trovare i numeri nell’attuale Parlamento per cambiare il Porcellum.
“Parliamone il giorno dopo l’apertura vera di una crisi di governo… Le carte si rimescolano, in tanti a quel punto non avrebbero più voglia di legarsi mani e piedi ad un Berlusconi dimissionario”.

Qui su Candido se ne parlava da tempo:

14.09.2009, Scontro Berlusconi-Fini, nuovi scenari, nuove paure

L‘unico modo per fermare Berlusconi è un governo di Unità Nazionale, una sorta di CLN, che unisca tutto l’arco parlamentare non berlusconian-leghista. Anche in caso di elezioni anticipate. Il problema è che le varie anime della opposizione, nelle quali metto anche Fini, non sono disposte a tale “alleanza”. Mentre Berlusconi è pronto a tutto, pur di vincere e conservare i suoi privilegi….

14.11.2009: Berlusconi braccato, forzerà la mano?

A quel punto però starebbe all’intelligenza di Fini, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro e degli altri il dover varare un COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE, una alleanza tecnico-politica che si proponga di battere Berlusconi e di avviare poi quel processo di riforma di leggi come il conflitto di interessi ed il mercato tv tali da impedire in futuro la nascita di un “nuovo Berlusconi” di qualsiasi area politica. Riusciranno i nostri “eroi” a capire la gravità del pericolo berlusconi?

Ancora non includono i finiani, ma arriveranno anche ad accettare tale ipotesi. Meglio tardi che mai 😀

10 parole per il PD


Repubblica.it ha aperto un sondaggio sulle priorità del PD: 10 “parole” per il Partito Democratico. Votate le vostre QUI.

Io ho votato le seguenti:

  1. Lavoro e lotta al precariato
  2. Soldi per scuola, università e ricerca
  3. Legalità
  4. Lotta all’evasione fiscale
  5. Laicità
  6. Innovazione tecnologica
  7. Green economy
  8. Identità definita
  9. Sul territorio
  10. Legge sul conflitto di interessi

La “nuova Lega” ed il rischio che, per il dopo-Berlusconi, tra Fini e Casini la spunti Bossi


Mentre Berlusconi si prepara a “parlare” agli italiani ed i suoi sodali progettano una nuova legge per “salvarlo” dai processi, vorrei soffermarmi sull’azionista di maggioranza del Governo, la lega Nord.

Proprio l’altra sera parlavo con alcuni giovani del mio circolo politico. Tra i tanti argomenti trattati ho proposto una riflessione sul ruolo della Lega Nord, dal passato al presente ed al futuro. La Lega nasce verso la fine degli anni 80 come risposta a “Roma Ladrona”, alla corruzione imperante nella politica centralista che impediva al Nord di crescere. Questa versione “regionalista” è stata portata avanti per anni ed ha costituito la base dei successi degli ultimi decenni del partito di Bossi.

Negli ultimi tempi però, se ci fate caso, la lega è andata oltre il regionalismo, federalismo o “nordismo”. Non basa piu i suoi slogan su Roma Ladrona, sui meridionali scansafatiche etc. I leghisti ora parlano dei “nuovi temi”, immigrazione, sicurezza sociale, criminalità , sino ad arrivare ad attaccare la Chiesa perche troppo permissiva verso gli immigrati ed a proporre di inserire una Croce nella bandiera italiana per “salvare” l’identità cristiana del paese. Sembra un controsenso vero? attaccare la chiesa e poi pretendere la cristianizzazione del tricolore.. eppure non è cosi strano. Eh si perche la Lega prende dal cristianesimo tutto ciò che è “conservatore”, a livello etico e di valori, e ripudia ciò che del cristianesimo è “progressista” cioè la tolleranza e la solidarietà.

I seguaci di Bossi, Castelli e soci stanno ridisegnando il proprio DNA varando una Lega 2.0 che supera “il nordismo” e guarda a tutta l’Italia, quell’italia impaurita dalla società che cambia, dall’aumento della immigrazione, dal diffondersi della povertà. La lega 2.0 ottiene risultati dignitosi nelle regioni rosse ed arriva ad avere il 2% nel Lazio, percentuali impensabili sino 4-5 anni fa.

Oggi su Repubblica c’è un interessante articolo di Ilvo Diamanti che fa riflettere e che, indirettamente, collima con il ragionamento che propongo da tempo. Oramai la Lega non è piu il partito del Nord ma sta diventando a pieno titolo un Partito Nazionale, un partito populista xenofobo e ultraconservatore degno di altri movimenti europei di estrema destra che hanno avuto un notevole successo alle ultime elezioni europee. Ne scrissi tempo fa anche su questo blog:

La Lega Nord attraversa il “rubicone” ed ottiene risultati sorprendenti in regioni come Emilia Romagna, Umbria, Marche ed anche nel Lazio supera l’1%. La politica razzista portata avanti da Bossi,che è gradualmente passato dall’odio verso i meridionali all’odio verso gli immigrati, sta avendo successo .

Il fenomeno immigrazione, assieme alla crisi economica ed all’aumento della povertà, è la chiave di volta per poter leggere i risultati elettorali anche a livello europeo. I partiti nazionalisti xenofobi avanzano in tutta europa, dal British National Party inglese ai neonazisti tedeschi, dalla Lega Nord ai partiti xenofobi olandesi. In tutto il continente poi la Sinistra appare in crisi. Cede Zapatero in Spagna, ridotti ai minimi termini il Partito Socialista Francese (al 16%), l’SPD tedesca (20%) ed i Laburisti inglesi (16%), tanto che il risultato del PD non appare poi cosi negativo se confrontato con i grandi partiti progressisti europei.

La sintesi è breve, crisi delle sinistre, boom per la destra xenofoba, stabile il fronte conservatore. D’altronde il vecchio continente da anni fa i conti con un diffuso aumento della povertà, con la diminuzione dei diritti sociali, sempre piu a rischio in un sistema capitalistico cosi orientato al liberismo. Allo stesso tempo sono in continuo aumento le ondate migratorie delle popolazioni africane, asiatiche e dell’est europeo. Gli immigrati poi, avendo spesso un basso reddito, fanno “concorrenza” nella cosiddetta “guerra dei poveri” alle popolazioni autoctone nella richiesta di tutele sociali, spesso usufruendone a spese dei nativi, che avendo un reddito maggiore non riescono ad accedere a tali risorse. Se a questo aggiungiamo un fisiologico incremento della criminalità, che cresce esponenzialmente al degrado sociale il quale, nelle situazioni appena descritte, non puo non lievitare, ed ecco che si spiega bene il risultato di queste consultazioni.

In tutto questo contesto la Sinistra continua ad essere assente sui “nuovi temi”, tanto cari alla lega. Ad esempio “il fenomento dell’immigrazione” non viene affrontato come lo si dovrebbe perche vi è ancora, a sinistra, un complesso di inferiorità su questo tema. Non c’è nulla di male nel dire che noi non possiamo accettare tutti, che ci devono essere delle quote di ingresso, che il tasso di criminalità relativo agli immigrati è piu alto di quello degli italiani SOLO PERCHE IN ITALIA LA GIUSTIZIA NON FUNZIONA E GARANTISCE L’IMPUNITA’ a chi commette i reati, favorendo quindi l’arrivo di criminali da tutto il mondo. Non ho ancora sentito dire queste parole da un segretario del PD.

Se la Sinistra non prenderà di petto certi temi, facendoli suoi e rielaborandoli solo come una forza progressista sa fare, la Lega avrà sempre piu potere in questo paese e quando, Dio la Natura o la Giustizia vogliano, Berlusconi abbandonerà la scena politica.. il vuoto creato a destra potrebbe c0ncretamente essere occupato  da questo movimento che cavalcherà sempre di piu le NUOVE PAURE degli italiani.

E forse arriveremo a rimpiagere il Cavaliere ed i suoi conflitti di interesse.