#Smartphone: dal boom degli ultimi dieci anni alle ipotesi sul futuro


L’approfondimento di oggi è dedicato al mondo degli smartphone ed a come, nel medio periodo, sia cambiato totalmente il mercato relativo alla vendita dei dispositivi mobili. Dieci anni che hanno modificato radicalmente il settore.

L’anno cruciale è stato il 2008, un anno rivoluzionario per la telefonia: iPhone ed Android, ‘lanciando’ gli smartphone,  tolsero le tastiere dai telefonini e diedero inizio al mondo delle App, che hanno generato un mercato miliardario in pochissimi anni e che hanno mandato in pensione colossi della telefonia del calibro di NOKIA, BlackBerry e Motorola.

Nel grafico qui sotto potete vedere come dal 2008 in poi vi sia stato un vero e proprio boom della vendita di dispositivi mobili ( da 100 milioni di unità del 2007 al miliardo e mezzo odierno) ed è interessante osservare la crescita esponenziale di brand come Apple e Samsung ed il conseguente crollo di NOKIA. Dal 2010 si osserva poi lo sviluppo crescente di Huawei.

Analizzando le vendite del terzo trimestre 2018 possiamo vedere come le compagnie Cinesi siano le vere e proprie dominatrici del mercato:

Se la coreana Samsung guida ancora il mercato con una quota del 19% e gli americani di Apple mantengono il terzo posto al 12%, la Cina con Huawei, Xiaomi, Oppo, Vivo e Lenovo, arriva al 43%! 

Il mercato in Europa è un leggermente diverso, con Samsung ed Apple al 50% contro i cinesi attorno al 30%:

In Italia è la Cina a farla da padrone, con Huawei leader delle vendite (aprile 2018) rispetto alle coreane Samsung ed LG, agli americani di Apple ed alla francese Wiko:

Negli Stati Uniti invece Apple e Samsung sono i padroni assoluti con il 72% (36% a testa, dati di giugno 2018):

Dando uno sguardo al mercato relativo ai sistemi operativi è impressionante vedere come in pochi anni Android ed Apple (iOS) abbiano ‘divorato’ tutti gli altri operatori (Windows e BlackBerry in testa)

Confronto tra le vendite del 2010 e del 2017

Negli ultimi anni le vendite di smartphone stanno rallentando, anche a causa dell’aumento dei prezzi e dell’aumento della vita media dei dispositivi ma c’è da dire che si sono aperti nuovi mercati e quindi Samsung non dormirà sogni tranquilli nel prossimo futuro, soprattutto a causa del boom delle cinesi Huawei, Xiaomi e Oppo:

Anche se le vendite di smartphone stanno rallentando per la maggior parte dei produttori di cellulari, Huawei ha visto la domanda crescere del 43%  (come si può vedere nella tabella che pubblichiamo). Huawei rimane il marchio di smartphone numero uno nella Grande Cina e tra i primi tre nella maggior parte dei mercati europei. “Il divario tra Samsung e Huawei continua a ridursi, in quanto Huawei si espande aggressivamente investendo in brand e distribuzione nei mercati emergenti del Medio Oriente, Asia/Pacifico e Africa”, ha affermato Gupta. “Huawei sta, per esempio, posizionando i suoi smartphone della serie Honor a prezzi accessibili per guidare il passaggio dai telefoni cellulari agli smartphone in quei mercati“. (Cellulare Magazine)

«Le future opportunità di crescita per Huawei risiederanno nella conquista di maggiori quote di mercato nei paesi Apac emergenti e negli Stati Uniti», ha affermato ancora Gupta. «Il più grande mercato di Xiaomi al di fuori della Cina è l’India, dove è presumibile che si continuerà a vedere crescita elevata. L’aumento delle vendite in Indonesia e in altri mercati emergenti della zona Apac dovrebbe posizionare Xiaomi come un marchio forte a livello globale». (Dagospia)

Il calo delle vendite dei nuovi dispositivi è anche frutto della notevole crescita del mercato relativo agli smartphone ‘ricondizionati’: 

Quella dei ricondizionati è la fetta di mercato che sta crescendo più in fretta nel mondo smartphone, conta circa il 10% dei nuovi telefoni venduti secondo i numeri di Counterpoint Technology. (IlSole24Ore)

Senza contare che nella fascia più ‘bassa’ del mercato si stanno sviluppando i feature phone, telefoni che possono fare tante cose ma non sono veri e propri smartphone:

In molti, a Barcellona, hanno ascoltato con sorpresa annunciare da Florian Seiche, ceo di Hdm Global, il marchio finlandese che ha ottenuto le licenze per vendere telefoni con marchio Nokia «oggi siamo i numeri uno nei feature phone». Vuol dire che l’ex leader Nokia oggi per far parlare di sé deve puntare sull’operazione nostalgia di rimettere sul mercato modelli celebri, come il 3310 e l’8810, riaggiornandoli. E andando a favorire la sua presenza sulla fascia più “povera” del mercato. (IlSole24Ore)

Il futuro degli smartphone, ad oggi, sembra essere quello delle nuove tecnologie come il 5G e delle nuove tipologie di dispositivi, come i pieghevoli:

“Mentre il 2019 segnerà un anno importante per ulteriori attività di ricerca e sviluppo e per i test sul 5G, è improbabile che il 5G arrivi con volumi significativi prima del 2020“, ha affermato Roberta Cozza, research director di Gartner. “Prevediamo che le vendite di telefoni cellulari 5G raggiungeranno 65 milioni di unità nel 2020“.

Inoltre, diversi fornitori, come Samsung, Huawei e LG, dovrebbero lanciare nuovi smartphone pieghevoli nel 2019. “Questi dispositivi saranno inizialmente costosi e dovranno cedere a qualche compromesso sul fronte dell’usabilità”, continua Cozza. “Ci vorrà del tempo perché i vendor costruiscano un forte ecosistema di software e gli sviluppatori generino esperienze utente attraenti e innovative“. (Cellulare Magazine)

Spero l’articolo vi abbia interessato, appuntamento al prossimo approfondimento!

Fonti:
Telefonino.net
Mobileworld.it
Infodata de IlSole24Ore.it
IlSole24Ore
Cellulare Magazine
Dagospia
Corriere.it
Macitynet.it

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#Usa2016, al via le primarie: sarà una sfida Clinton-Trump (o Cruz)?


Journalists speak back stage ahead of the Democratic presidential debate at the Wynn Hotel in Las Vegas, Nevada on October 13, 2015, hours before the first Democratic Presidential Debate. After ignoring her chief rival for months, White House heavyweight contender Hillary Clinton steps into the ring Tuesday to confront independent Senator Bernie Sanders in their first Democratic debate of the 2016 primary cycle. Clinton will take center stage in Las Vegas joined by Sanders and three other hopefuls, and while there is unlikely to be a dramatic clash of personalities as seen in the first two Republican debates, the spotlight is likely to be on the top two candidates. The other three challengers -- former Maryland governor Martin O'Malley, ex-senator Jim Webb and former Rhode Island governor Lincoln Chafee -- will try to generate breakout moments to show they are electable alternatives to Clinton. AFP PHOTO / FREDERIC J. BROWN        (Photo credit should read FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

Tra due settimane, negli Stati Uniti, prenderanno il via le elezioni primarie. Dalle consultazioni popolari usciranno i due candidati principali alla Casa Bianca nelle elezioni di novembre. Clinton sembra in vantaggio netto nel fronte democratico. Il liberal Sanders non appare in grado di insidiare l’ex first lady. Troppo ‘di sinistra’ per una elezione che alla fine si vince al ‘centro’. Anche se Sanders parte quasi in pole, in buona posizione per i caucus di Iowa ed in leggero vantaggio per le primarie del New Hampshire.

Più complicato il versante Repubblicano. Il GOP è diviso. I candidati sono una decina ma quelli con più chance sembrano essere quattro. Jeb Bush, il terzo della ‘dinastia’ (figlio e fratello dei due Presidenti Bush) appariva qualche mese fa come il predestinato alla investitura finale. Ed invece adesso annaspa. Poco consenso. Poi c’è il populista, demagogo ed estremista Donald Trump. Sessista, razzista, islamofobo eppure con sostegni in crescita. Parte davanti a tutti, seppure sino a qualche settimana fa si dicesse che la sua candidatura si sarebbe sgonfiata a ridosso delle primarie. Così non è stato. In realtà gli esperti sono convinti che alla fine non prevarrà e ripiegano su altri due candidati. Marco Rubio e soprattutto Ted Cruz. Due senatori (il primo della Florida, il secondo del Texas), due figli di immigrati.  Rubio è figlio di cittadini cubani, emigrati negli Stati uniti durante gli anni Cinquanta, prima dell’avvento di Fidel Castro.  Cruz di un immigrato cubano e di un’americana di origini italiane.

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Nelle prossime settimane capiremo il peso di ognuno di loro ed eventuali ritiri di altri candidati favoriranno uno piuttosto che l’altro. Si inizia il 1° febbraio in Iowa, poi il 9 con il New Hampshire, il 20 con i caucus dem in Nevada e soprattutto le primarie Gop in South Carolina. Infine il 1° marzo, con il Super Tuesday (in cui votano molti Stati) dovrebbero decidersi i giochi, almeno per i democratici.

A luglio si terranno le Convenzioni dei due partiti. Si sapranno i nomi dei vicepresidenti e si avvierà alla fine il processo che, il primo martedì di novembre, eleggerà il successore di Barack Obama, il prossimo 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. E noi saremo qui a seguire tutto. Con voi.

La differenza tra Caucus e Primarie:

il caucus e le primarie propriamente dette. Il primo è un particolare format che tende a favorire un candidato con un seguito politico organizzato; questo soprattutto a causa di un voto determinato dai rappresentanti locali dei partiti e che avviene solitamente senza sotterfugi (si tiene in genere per alzata di mano). Ai caucus vi possono partecipare solo individui dotati della tessera del partito; è un metodo adottato da Alaska, Colorado, Hawaii, Kansas, Maine, Minnesota, Nevada, North Dakota, Wyoming e Iowa. Tutti gli altri stati, invece, privilegiano le urne con voto segreto, cui prendono parte – a seconda della scelta dei singoli stati – o membri del partito, cui i cittadini possono iscriversi anche il giorno stesso del voto, o tutti gli americani intenzionati ad esprimere la propria preferenza. (fonte)

Chi si elegge con le primarie

Per conquistare la nomination democratica è necessario vincere 2242 delegati sui 4383 complessivi , suddivisi tra delegati e super delegati, che sono i dirigenti di partito ed eletti nelle istituzioni membri di diritto della Convention. Il candidato repubblicano alle presidenziali dovrà invece conquistare almeno 1237 dei 2472 delegati in palio nelle oltre 50 elezioni (primarie) che si svolgeranno da inizio febbraio fino a metà di giugno (fonte)

I candidati principali

DEMOCRATICI

  1. Bernie Sanders, senatore del Vermont dal 2007
  2. Martin O’Malley, governatore del Maryland dal 2007 al 2015
  3. Hillary Clinton, Segretario di Stato dal 2009 al 2013
  1. Jeb Bush, governatore della Florida dal 1999 al 200
  2. Donald Trump, proprietario e presidente del consiglio d’amministrazione della Trump Organization
  3. Marco Rubio, senatore dalla Florida dal 2011
  4. Ted Cruz, senatore dal Texas dal 2013

Jeb Bush

Donald Trump

Marco Rubio

Ted Cruz

PRIMARIE , IL CALENDARIO INIZIALE (Internazionale.it)

1 febbraio
La prima sfida del 2016 riguarderà i caucus (primarie dei partiti) dell’Iowa. Secondo un vecchio adagio, sono solo tre i biglietti di partenza dall’Iowa, il che significa che solo i tre candidati che ottengono più voti nei caucus di ciascun partito avranno la possibilità di ottenere la candidatura alle presidenziali. Ma quest’anno potrebbe andare diversamente: i candidati democratici sono solo tre, ma i repubblicani ancora in corsa sono una decina. Anche se l’Iowa potrebbe segnare la fine delle speranze per i candidati in difficoltà come il democratico Martin O’Malley e i repubblicani Mick Huckabee e Rick Santorum. Questi candidati si giocano il tutto per tutto nel cosiddetto stato dell’occhio di falco, nella speranza di una clamorosa resurrezione.

9 febbraio
Appena nove giorni dopo, le primarie del New Hampshire, le prime in tutto il territorio nazionale, saranno un indicatore fondamentale per capire quanto durerà la competizione tra i diversi candidati all’interno di ciascun partito. Per i democratici, una vittoria del senatore del Vermont Bernie Sanders su Hillary Clinton potrebbe allungare i tempi della campagna elettorale. Una vittoria dell’ex segretaria di stato nel cosiddetto stato del granito potrebbe invece far concludere più rapidamente le primarie democratiche. Nel campo repubblicano, una vittoria dell’imprenditore Donald Trump potrebbe sancire l’inizio di primarie particolarmente caotiche.

20 febbraio
Sono due le competizioni elettorali che si tengono in questa giornata. Il Partito repubblicano organizza le primarie in South Carolina, le prime che si terranno nel sud del paese, mentre in Nevada si terranno i caucus del Partito democratico. Il voto in South Carolina, uno stato da sempre caratterizzato da un clima politico molto acceso, sarà particolarmente interessante: candidati di spicco come Ted Cruz, Marco Rubio e Donald Trump si sfideranno in uno stato meridionale dove vivono molti reduci di guerra, elettori generalmente molto importanti per il Partito repubblicano. Dal canto suo, il Nevada rappresenta un’importante banco di prova per verificare le capacità di Bernie Sanders di conquistare consenso fuori dall’Iowa e dal New Hampshire.

1 marzo
Le primarie cosiddette Sec, chiamate anche “super martedì”, prendono il nome dalla Southeastern Conference, un girone del campionato universitario di football. Prevedono che si tengano le primarie in sei stati del sud e anche in altri stati del nord, tra cui il Massachusetts e il Minnesota. È da molto tempo che candidati come Ted Cruz e Donald Trump fanno campagna elettorale negli stati del sud, perché una prestazione convincente durante il “super martedì” potrebbe proiettare uno dei candidati verso la vittoria alle primarie.

Siria, ISIS, Yemen, Al Qaida, un po’ di notizie sul perché è complicato..


yemen

Si vuole combattere lo Stato Islamico? Ottimo, si inizi a capire da dove arrivano armi e finanziamenti. La Stampa di oggi fornisce alcuni dati interessanti che fanno capire come sia complicato: (fonte)

SOLDI
-Il presidente turco Erdogan, intervenendo al summit sull’Energia a Istanbul, ha accusato Bashar al Assad di «acquistare sottobanco petrolio venduto da Isis, pagandolo a peso d’oro». Ciò significa che «Assad sfrutta il terrorismo per rimanere in piedi»

-Vladimir Putin ha consegnato ai leader presenti al G20 una lista di finanziatori privati di Isis: si tratta di cittadini di 40 Paesi, ma spiccano in particolare i turchi, sauditi e qatarini.

ARMI
-Il Centro di ricerche sugli armamenti nei conflitti, di base a Londra, afferma in un rapporto che le armi in possesso di Isis sono prodotte in Cina, Russia, Stati Uniti, Sudan e Iran. Includono almeno 656,4 milioni di equipaggiamento militare che gli Stati Uniti avevano lasciato all’Iraq e Isis ha catturato nelle basi militari così come ingenti forniture russe trovate nelle installazioni del regime di Assad

INTERESSI POLITICI DI SINGOLE NAZIONI
-Fra i diplomatici europei accreditati a Istanbul e Ankara circolano con insistenza sospetti su presunte complicità fra il governo turco e Isis. La tesi prevalente è che Ankara ha consentito a Isis di rafforzarsi al fine di rovesciare il regime di Assad

movimenti iraniani in Iraq: l’offensiva massiccia contro Isis nella provincia di Dyala ha avuto successo grazie al sostegno dei raid aerei di Teheran, ma dopo essere riusciti ad allontanare i jihadisti dalla propria frontiera sono stati sospesi, allentando la pressione militare. Lasciando supporre di voler usare Isis con più obiettivi: spaccare il fronte sunnita, guidato dalla rivale Arabia Saudita, e spingere Washington ad allearsi proprio con Teheran per combattere i jihadisti in Siria.

Ed ancora. Gli Stati Uniti condannano lo Stato Islamico. I Francesi hanno subìto un attentato sanguinoso. Ci sono forti indizi che l’Arabia Saudita finanzi l’ISIS.

Eppure (dati alla mano, fonte Sole24Ore) “Negli ultimi cinque anni i sauditi hanno acquistato sistemi d’arma da Washington per 100 miliardi di dollari, di cui 12 negli ultimi mesi, nonostante il Congresso abbia sottolineato la persistente violazione dei diritti umani e i crimini di guerra in Yemen” (Perché gli Stati Uniti condannano i bombardamenti sauditi in Yemen però poi forniscono le armi ai sauditi per bombardare lo Yemen)

E poi la Francia.La monarchia saudita e la principale cliente degli armamenti francesi che quest’anno, con l’acquisto di reattori nucleari per 12 miliardi di dollari, ha salvato l’Areva dal fallimento”

Capite bene che non se ne esce con il buonsenso se (come sempre) vi sono di mezzo affari ed alleanze.

Ed infine. Si parla molto dello Stato Islamico, della crisi siriana, delle divisioni tra ribelli, fedeli ad Assad e curdi, degli interessi divergenti di Russia e Stati Uniti . Poco si parla della guerra nello Yemen,  ma è determinante anch’essa. Anche lì, come in Siria, si scontrano due ‘fazioni’ e nel mezzo c’è Al Qaida che si rafforza (e sono i qaeidisti yemeniti i responsabili degli attentati francesi di gennaio): (Il Post)

Semplificando parecchio, in Yemen stanno combattendo due schieramenti: da una parte ci sono i ribelli houthi appoggiati dalle forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh e dall’Iran. Dall’altra c’è una coalizione di paesi guidata dall’Arabia Saudita che appoggia l’attuale presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. Si sta combattendo per il controllo del paese, ma a dei costi molto alti: negli ultimi sei mesi sono rimasti uccisi circa 2mila civili e più di un milione di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Sana’a, una delle città più belle di tutto il Medio Oriente, è in buona parte distrutta.
…..

La guerra in Yemen, hanno scritto diversi analisti nelle ultime settimane, potrebbe anche causare un rafforzamento di al Qaida. Al Qaida in Yemen (il cui nome completo è “al Qaida nella penisola arabica” – AQAP) è la divisione più potente di tutta l’organizzazione, quella che ha rivendicato, tra gli altri, l’attentato alla sede diCharlie Hebdo a Parigi dello scorso gennaio. Attualmente al Qaida controlla diversi territori nel sud-est dello Yemen

Siria, si allontana l’attacco ad Assad


Ultime-dalla-Siria

Sembra allontanarsi la guerra in Siria. Russia e Stati Uniti sembrano concordi sulla possibilità di disarmare Assad senza bombardare.

Il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo per mettere al sicuro le armi chimiche in possesso del regime siriano, durante una conferenza stampa a Ginevra, dopo tre giorni di negoziati. L’accordo comprende una tabella di marcia per procedere all’individuazione e alla distruzione dell’arsenale chimico siriano. Se la Siria non si adeguerà alle richieste, Kerry ha dichiarato che Russia e Stati Uniti cercheranno di ottenere una risoluzione ONU che autorizzi anche un’azione militare. La distruzione dell’arsenale siriano dovrà essere completata entro la metà del 2014. [Il Post]

L’attacco alla Siria non da garanzie. Potrebbe finire tutto con qualche obiettivo abbattuto (come nelle intenzioni di Obama) ma questa è solo una delle possibilità.

‘bombe intelligenti’ potrebbero colpire obiettivi civili e quindi essere usate da Assad per ‘infiammare’ tutto il medioriente con ripercussioni in Israele ed in Libano, dove sono presenti soldati italiani.

La Siria potrebbe rispondere all’attacco coinvolgendo Israele o altri paesi ai confini, trascinando anche l’Iran nel conflitto. A quel punto gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi maggiormente. E quale sarebbe la reazione della Russia?

Peraltro il rovesciamento di Assad lascerebbe via libera ad una opposizione divisa ed in cui è fortissima la presenza di estremisti islamici, già responsabili di attacchi verso civili cristiani e non.

L’accordo raggiunto ridimensiona molto l’autorità internazionale di Obama e del segretario di Stato Kerry. La Russia d’altro canto ne esce rafforzata, come vera ed unica potenza del dialogo. I Russi? già.

Dossier siriano, punto per punto cosa accade nel Paese


siria copia

Cosa accade in Siria? Gli Stati Uniti e parte dell’Occidente accusano Assad di aver usato armi chimiche sui ribelli siriani. E’ di oggi la notizia che la Russia avrebbe prove del contrario, ovvero dell’utilizzo di tali armi da parte dei ribelli. Una cosa è certa, centinaia di persone, nel mese di agosto, sono state sottoposte al contatto di gas e sostanze chimiche nocive.

Obama ha in mente un attacco ‘limitato’ per punire Assad. La Francia appoggia la linea americana. La Gran Bretagna si è invece dovuta ritirare per via del voto contrario del Parlamento alla proposta interventista del Premier Cameron. La Germania è contraria, cosi come l’Italia.

In Siria è in atto una guerra civile che prende il via ai tempi della ‘primavera araba’, quando molti regimi mediorientali e mediterranei crollarono sotto le proteste popolari.  Tensioni si registrano anche ai confini del Paese ovvero in Turchia, in Libano ed in Israele.

Le iniziali vittorie sul campo da parte di ribelli sono state respinte successivamente dalle truppe leali ad Assad. La stessa opposizione al regime è divisa tra laici ed estremisti islamici, questi ultimi sempre piu forti rispetto ai primi.

L‘Onu è bloccato dai veti di Russia e Cina, contrari ad una condanna di Assad. Si sono susseguite conferenze, incontri, piani di pace, senza che nessuno arrivasse a conclusione e venisse attuato, sempre a causa di divisioni tra le nazioni coinvolte. Anche la Lega Araba ha provato, fallendo, a pacificare il Paese. Nel frattempo l’economia siriana è crollata, dal 2011 ad oggi sono state uccise più di 100 mila persone  e più di due milioni di profughi hanno lasciato la Siria per sfuggire alla guerra rifugiandosi nelle nazioni vicine.

Questa una brevissima sintesi. Qui di seguito alcuni approfondimenti divisi per punti.

100 mila morti, 2 miioni di profughi

Più di 100mila morti da quando è iniziata la guerra civile in Siria. I dati sono stati divulgati dall’Onu: ogni mese perdono la vita circa 5mila persone.

L’Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh) indica un bilancio comprendente 36.661 civili, 18.072 combattenti ribelli e 25.407 membri delle forze governative, ha indicato questa ong.

LA MAPPA DEI RIFUGIATI SIRIANI RICOSTRUITA DALLA BBC

Più di 700mila profughi nel solo, piccolo e fragile, Libano. 500 mila in Giordania ed altrettanti in Turchia.

Le fazioni in lotta. Il regime, i ribelli laici e quelli islamisti

Il regime siriano continua a mietere successi militari e recupera nuove parti del territorio, spera di aprire l’incontro dopo aver riconquistato Homs, una forte base sunnita. L’opposizione ritarda perché è divisa su chi deve rappresentarla: se membri del Free Syrian Army (Fsa), laico, o rappresentanti di gruppi islamisti legati ad Al Qaeda. Nelle scorse settimane vi sono state lotte intestine, con l’assassinio di alcuni capi dell’esercito siriano libero da parte di gruppi musulmani radicali.

Lo Fsa combatte per un regime laico e cerca di avere l’appoggio dell’occidente; i jihadisti vogliono distruggere ogni regime laico (“bahatista”) e imporre la legge islamica.

Le divisioni nell’opposizione – e il timore di vedere rafforzata l’ala islamista – sta raffreddando anche le potenze occidentali finora desiderose di applicare uno schema “libico” alla Siria (approntare un “canale umanitario”; colpire l’esercito di Assad; garantire zone di rifugio per profughi e ribelli).

Danni economici, il crollo dell’economia vicino al 40-50%

Due anni di conflitto armato hanno portato l’economia siriana sull’orlo della bancarotta. I danni inflitti alle infrastrutture economiche in Siria arrivano ai 15 miliardi di dollari (secondo altre fonti, arrivano invece a 27,3 miliardi di dollari).

Il PIL è diminuito di oltre un terzo, del 35- 40%. La disoccupazione è aumentata di 5 volte. La moneta si è deprezzata di 6 volte. I prezzi nel paese sono aumentati del 36%.

Le riserve valutarie della Banca Nazionale siriana sono scese da 18 miliardi di dollari a 2 miliardi di dollari.

La perdita di sanzioni internazionali è stata di 4 miliardi di dollari, il che ha portato ad una carenza dei beni essenziali. Senza i crediti dall’Iran, la Russia e la Cina, il governo non ha risorse per acquistare cibo e carburante.

La produzione di petrolio e le entrate dalla sua vendita sono diminuite di tre volte.

Come si è arrivati a tutto questo. Breve cronologia di due anni di guerra civile

Il 24 marzo 2011 il “Giorno della Dignità”, a Damasco si radunano migliaia di manifestanti per chiedere la liberazione dei numerosi detenuti politici. Un mese dopo, il 28 aprile, è il “Giorno della Rabbia”. Proteste si tengono a Dara’a. Le forze dell’ordine sparano sulla folla radunatasi tra le vie della città. Il regime decreta il rilascio di alcuni prigionieri, mentre annuncia misure concilianti per tentare di calmare la protesta.

Due mesi dopo il regime reprime le proteste in modo violento. L’esercito entra con i carri armati a Dara’a, Banyas, Homs e nei sobborghi di Damasco per reprimere le incessanti proteste contro il regime

Tra luglio ed agosto 2011 iniziano i primi veri attacchi dei ribelli verso il regime. Si costituisce una vera e propria opposizione ad Assad.I rappresentanti dei ribelli si ritrovano a Istanbul per creare un organo per unificare la voce delle fazioni di opposizione: è il Consiglio Nazionale Siriano. Parallelamente, viene fondato l’Esercito libero siriano per contrastare militarmente le forze del regime.

Tra ottobre  e novembre mentre all’Onu Russia e Cina bloccano la risoluzione contro le violenze di Assad, la Lega Araba espelle la Siria per ‘incapacità ad elaborare un piano di pace’. La stessa Lega presenta un piano che prevede la deposizione di Assad e decide di sanzionare economicamente Damasco. Nel frattempo migliaia di profughi siriani si dirigono in Turchia.

Ad inizio 2012 la Lega Araba manda suoi osservatori nel Paese per verificare gli accadimenti, si susseguono attentati e scontri tanto che la Lega ritira gli osservatori.

Nei mesi successivi L’esercito siriano riconquista la città di Baba Amr, nel distretto di Homs, precedentemente occupata dai ribelli; in risposta, vengono condotti massacri tra i civili che sostenevano l’opposizione. In molti decidono di rifugiarsi in Libano. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU annuncia di sostenere il piano di pace elaborato dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria Kofi Annan.

Maggio-Giugno 2012: Le Nazioni Unite inviano una missione di osservatori. Il Consiglio di Sicurezza condanna la violenza del regime nei confronti degli oppositori politici per il massacro di Hula, vicino Homs. Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Canada e Australia espellono in segno di protesta gli ambasciatori siriani presenti nei rispettivi paesi in segno di protesta. La Russia continua a sostenere il regime siriano e il Piano Annan. Sul piano interno assistiamo a un’escalation di violenze: il 6 giugno vi è una nuova strage di civili ad opera dell’artiglieria governativa e delle milizie lealiste alla periferia di Hama.
Parallelamente, sul piano diplomatico, la Francia avanza un’ipotesi – subito rientrata – di intervento armato delle Nazioni Unite; gli Stati Uniti aumentano le pressioni su Mosca affinché cessi di supportare il regime siriano con armamenti ed elicotteri nella repressione dei ribelli: il ministro degli Esteri russo Lavrov, in visita a Teheran, respinge ogni accusa, asserendo che Mosca fornirebbe a Damasco esclusivamente armamenti difensivi, confermando la propria opposizione a ogni ipotesi di ricorso all’intervento armato in Siria e accusando a Washington di fornire armamenti ai ribelli siriani.
Intanto si verificano scontri ai confini tra Turchia e Siria, i due paesi rischiano di precipitare in guerra ma alla fine si riesce ad attuare un cessate il fuoco. Le opposizioni al regime iniziano a compattarsi sotto il cartello della Coalizione Nazionale Siriana che nel dicembre ottiene il riconoscimento ufficiale come “unico e legittimo rappresentante del popolo siriano” da parte di USA, Regno Unito, Francia, Turchia e monarchie del Golfo.
Ad inizio 2013, mentre rimane teso il confine turco-siriano ed Israele torna a colpire la Siria con due raid per distruggere stock di missili iraniani diretti a Hezbollah. Alcuni ‘ribelli’ vengono addestrati in Giordania con la collaborazione degli Stati Uniti.
Maggio Giugno 2013: Le forze armate del regime e gli alleati libanesi di Hezbollah circondano la città di confine di Qusair in mano ai ribelli. Le truppe di Bashar al Assad e i miliziani libanesi di Hezbollah riconquistano il nodo strategico di Quasayr, «la Stalingrado siriana», vincendo una battaglia chiave nella guerra civile. Ora il territorio che va da Damasco al Libano e ai porti siriani sul Mediterraneo è nelle mani delle forze fedeli ai lealisti, i quali si preparano a dare l’assalto ad Aleppo e Homs.
A luglio Intanto il fronte dei ribelli è sempre più diviso: dopo le dimissioni di Moaz al-Khatib, il 6 Luglio scorso è stato eletto il nuovo presidente della coalizione. Esponente della confederazione tribale degli Shammar, e vicino all’Arabia Saudita, Ahmad al-Jarba ha vinto di misura sull’industriale Mustafa Sabbagh, sostenuto dal Qatar. Il primo ministro della Coalizione, Ghassan Hitto rassegna le sue dimissioni l’8 Luglio.Sempre i ribelli chiedono un maggiore supporto di forniture ed equipaggiamento armi alle potenze che appoggiano la loro attività contro il regime di Assad. Ma Stati Uniti e Regno Unito frenano gli insorti temendo che un possibile invio di armi in loro favore possa finire nelle mani degli estremisti islamici. Infatti diventano sempre più temibili e rilevanti militarmente i gruppi jihadisti legati alla galassia qaedista come Jabhat al-Nusra, attivi soprattutto nel nord del paese e autori di numerosi attentati verso gli sciiti e gli stessi ribelli sunnitiAgosto. Ribelli siriani e governi occidentali accusano le forze pro-Assad di aver usato armi chimiche contro i civili. Sotto accusa l’attacco del 21 agosto a Ghouta, periferia est di Damasco, nella quale sarebbero state uccise più di 300 persone.I paesi vicini e le conseguenze della crisi siriana:

Libano, tra emergenza profughi e paure di stabilizzazione

Il ministro degli esteri libanese, simpatizzante di Assad, si dice preoccupato per un possibile attacco alla Siria. n intervento militare contro la Siria, ha avvertito Mansour, inasprirebbe le tensioni in Libano (dove è presente Hezbollah, organizzazione paramilitare sostenuta dal regime siriano) e aumenterebbe in misura drammatica il numero di rifugiati siriani nel Paese dei cedri. Il Libano, che ha una popolazione di 4,5 milioni di abitanti, ospita attualmente quasi un milione di profughi siriani.

Israele, bombardamenti mirati di obiettivi siriani

E’ di oggi il test missilistico congiunto tra Israele e Usa condotto da una base dell’aviazione nel centro di Israele. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu è tornato  ad ammonire sulle conseguenze di un attacco ad Israele: “La realtà intorno a noi sta cambiando. Voglio dire a chiunque intenda farci del male: non è consigliabile”.

Turchia, un anno di scontri al confine con la Siria

Il 22 giugno 2012 il confine turco-siriano diventa infuocato: un velivolo militare turco viene abbattuto dall’aviazione siriana mentre si trovava in volo, secondo Damasco, nello spazio aereo siriano. Il governo di Ankara dichiara quello siriano un atto ostile e chiede una convocazione d’urgenza della NATO per discutere del caso.

Ottobre. La tensione tra Siria e Turchia sale nuovamente alle stelle quando alcuni colpi di mortaio sparati dal confine siriano colpiscono un villaggio turco di confine uccidendo cinque civili. La Turchia risponde al fuoco e intercetta un aereo siriano che trasportava armi dalla Russia. Entrambi i governi vietano il rispettivo spazio aereo all’avversario.

A luglio 2013 uno degli ultimi episodi di violenza al confine. In Turchia al confine la Siria sono morti due adolescenti che martedì erano stati raggiunti da pallottole vaganti provenienti dal territorio siriano, dove sono in corso combattimenti tra i curdi siriani e le milizie ribelli di matrice islamista. La morte dei due giovani ha innescato la rabbia di familiari e amici delle vittime che hanno attaccato un ospedale turco dove sono ricoverati membri dell’opposizione siriana. E proprio vicino al valico con la Turchia, intanto proseguono i combattimenti tra i comitati di protezione del popolo curdo e gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda. Al momento si contano almeno 9 vittime

I paesi pro e contro l’intervento.

Stati Uniti e Francia si dicono pronti a varare una coalizione internazionale per bombardare alcuni obiettivi siriani. La Gran Bretagna ha dovuto ritirarsi per il voto contrario del Parlamento alla proposta interventista del Premier Cameron.

La Germania è contraria. La cancelliera Angela Merkel ha ribadito il no tedesco a un eventuale intervento militare in Siria, sottolineando al tempo stesso la necessità di una reazione internazionale di fronte a un impiego di armi chimiche da parte del regime di Damasco. “Faremo il possibile per arrivare a una azione comune” e avviare un “processo politico”, ha detto intervenendo a un dibattito al Bundestag.7

L’Italia dice No alla guerra ma ‘arma’ le fazioni in lotta

L’Italia che ora, nelle parole del premier Letta e del ministro degli Esteri Bonino, caldeggia una soluzione pacifica sotto le insegne dell’Onu ha contribuito ad armare il regime di Damasco e i ribelli che si fronteggiano
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Il meglio, si fa per dire, l’Italia l’ha dato vendendo partite di armi leggere, più facili da piazzare e smerciare ma anche “le più pericolose tra le armi di distruzione di massa”, come ha denunciato Kofi Annan. Siamo tra i primi produttori al mondo. Quante ne abbiamo vendute nella regione del conflitto nei tre anni d’embargo ancora non si sa. Secondo le fonti ufficiali, come le relazioni del governo sull’export, nessuna. Da alcune prove empiriche, su tutte il boom di ordini e fatturati delle aziende italiane verso la regione, la realtà è molto diversa.

Danni alla cultura

Nel 2012 i ribelli hanno usato degli esplosivi per far saltare la fortezza di Aleppo.

Il mercato coperto di Souq el- Medina ad Aleppo era un monumento unico nel suo genere, il più grande mercato coperto del mondo, e dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, è stato semidistrutto da un incendio.

La Moschea degli Omayyadi, una costruzione risalente al 706 d.C., è stata distrutta e saccheggiata. Si trattava di un patrimonio mondiale dell’UNESCO. Sul terreno della moschea si trovavano monumenti storici e religiosi di inestimabile valore.

Fonti:

Un giorno nella Storia: 4 luglio 1776, la Dichiarazione d’Indipendenza americana


un giorno nella storia1776

Noi consideriamo le seguenti Verità evidenti di per sé:  che tutti gli uomini sono creati eguali,   che essi sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili dal loro Creatore,   che tra questi diritti ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità (dalla ‘Dichiarazione di Indipendenza’ americana, 4 luglio 1776)

‘Perseguire la felicità‘, ogni Costituzione che si rispetti dovrebbe contenere una frase del genere. Il diritto alla felicità. Oggi è il 4 luglio, negli Stati Uniti si festeggia l’Indipendenza dal Regno Unito. Una storia di duecento e passa anni fa. Se volete saperne di più:

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Tutto inizia nella seconda metà del diciottesimo secolo. Le colonie americane mal gradiscono la politica dell‘Inghilterra, nazione che possiede i territori d’oltreoceano:

Nella seconda metà del ‘700 inizia a montare insoddisfazione nei confronti delle tasse che l’Inghilterra impone alle sue 13 colonie. Insoddisfazione che venne esasperata dall’emanazione, da parte della Corona, dello Stamp Act (il pagamento di un bollo per giornali, atti legali, documenti commerciali, ecc.). È in questa occasione che nasce la formula “no taxation without representation” (nessuna tassa senza rappresentanza), con la quale i coloni si rifiutano di pagare la tassa senza una rappresentanza delle colonie nel Parlamento inglese. Siamo nel 1765, e la strada per l’indipendenza è ancora lunga.

Lo Stamp Act viene abolito, ma sostituito con le tasse sulle merci che i coloni importavano dall’Inghilterra, nel 1770 sopravviveva solo quella sul the. E proprio il the è al centro di uno delle azioni più famose: il Boston Tea Party. I commercianti americani assalirono le navi che portavano il the negli Stati Uniti e gettarono il carico in mare, nel 1773.

Da qui la ‘famosa’ rivoluzione del the e la conseguente escalation bellica:

La guerra vera e propria scoppia nel 1775, quando ci fu il primo scontro tra le milizie volontarie delle 13 colonie (New Hampshire, Massachussetts, Rhode Island, Connecticut, New Jersey, New York, Pennsylvania, Maryland, Delaware, Carolina del Nord e del Sud, Virginia e Georgia) e le truppe inglesi.

È dunque nel pieno della guerra d’indipendenza che si tiene il secondo congresso continentale, il 2 luglio 1776 a Philadelfia, in cui viene approvata una risoluzione d’indipendenza dalla Gran Bretagna, che viene tramutata in Dichiarazione d’Indipendenza e redatta da Thomas Jefferson, John Adams, Robert R. Livingston, Roger Sherman e Benjamin Franklin. Il 2 luglio è quindi il giorno la dichiarazione viene stilata, riveduta e firmata dai delegati. Mentre il 4 luglio è il giorno in cui questa viene resa pubblica.

Ci vorranno però ancora degli anni perché i nascenti Stati Uniti d’America si liberino una volta per tutte dell’Inghilterra: la guerra finisce nel 1781 e l’indipendenza vera e propria arriva nel 1783 con il Trattato di Versailles.

Ma il giorno simbolo resta il 4 luglio 1776.

Curiosità

Come festeggiano gli americani? Più dell’80% delle famiglie organizza gustose grigliate e poi tutti con la testa all’insù per vedere i fuochi artificiali:

Festeggiamenti :

Durante la giornata del 4 luglio, tutti gli americani seguono un rituale preciso, che solitamente si realizza con la partecipazione alle parate mattutine proposte dalle grande città. Per questa ricorrenza, gli uffici federali, le poste e le banche restano chiuse, mentre nelle basi militari, a mezzogiorno in punto, vengono sparati tanti colpi di pistola quanti sono gli Stati appartenenti agli USA: in questo modo si realizza il saluto militare cosiddetto Salute to the Union, che ricorda le primissime celebrazioni dell’Independance Day del 1777, quando vennero sparati tredici colpi di pistola (all’epoca erano solo 13 le colonie facenti parti del neonato Stato Americano ndr), una volta al mattino ed un’altra al tramonto, a Bristol, nel Rhode Island. La sera, invece, c’è grande attesa per gli irrinunciabili fuochi d’artificio che illuminano la notte di tutte le città americane, dove seguendo le note dell’inno americano The Star – Spangled Banner, partono le batterie luminose fra i canti commossi intonati con la mano sul cuore. – See more at:
Infine ecco qui l’elenco di tutti i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza americana.

Firmatari della Dichiarazione:

Fonti:
http://www.polisblog.it/post/132213/4-luglio-la-festa-indipendenza-degli-stati-uniti
http://scienzepolitiche.uniroma3.it/dfiorentino/?page_id=131
http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_d%27indipendenza_degli_Stati_Unitiun
http://www.tuttoamerica.it/feste-negli-stati-uniti/festa-indipendenza-americana/#sthash.ckTcpBny.dpuf

Gli Stati Uniti evitano il ‘fiscal cliff’, grazie a Joe Biden


Gli Stati Uniti hanno scongiurato il ‘baratro fiscale’ all’ultimo minuto:

La Camera degli Stati Uniti ha approvato l’accordo sul fiscal cliff, il cosiddetto baratro fiscale, dopo il voto favorevole espresso il primo gennaio dal Senato. Il voto è avvenuto quando negli Stati Uniti erano le 23 di martedì e in Italia erano le 5 del mattino di mercoledì. Hanno votato a favore dell’accordo 257 deputati, mentre hanno votato contro in 167. Hanno votato a favore 172 democratici e 85 repubblicani, hanno votato contro 151 repubblicani e 16 democratici.

L’accordo evita innanzitutto l’entrata in vigore simultanea di una serie mostruosa di tagli alla spesa, soprattutto al welfare, alla difesa e all’istruzione, e l’annullamento di esenzioni fiscali dirette a tutti gli americani: questi meccanismi andavano incontro il 31 dicembre alla loro scadenza naturale e almeno in una circostanza erano stati resi dal Congresso così radicali e potenzialmente dannosi proprio per incentivare democratici e repubblicani a trovare un compromesso. La famiglia media americana avrebbe pagato 3.000 dollari di tasse in più all’anno e gli Stati Uniti, secondo l’ufficio per il budget del Congresso, sarebbero finiti nuovamente in recessione.

(Che cos’è il fiscal cliff, spiegato bene)

Uno dei principali artefici dell’accordo è stato il Vicepresidente Joe Biden. Non molto conosciuto qui in Italia, Biden è un vero ‘idolo’ per gli americani. La sua storia politica e personale è davvero singolare. (Vi invito a leggerla qui di seguito, grazie ad un interessante articolo de Il Post) Tra gioie e dolori, vittorie politiche e tragedie private, il senatore democratico del Delaware è arrivato alla seconda carica più importante del Stati Uniti d’America:

12  cose da sapere su Joe Biden

1. Biden non ha mai perso un’elezione. È stato eletto al Senato degli Stati Uniti a trent’anni, nel 1973, l’età minima per fare il senatore, diventando il sesto senatore più giovane nella storia del paese e ottenendo un seggio storicamente in mano ai repubblicani. È stato rieletto per sei volte consecutive. Quando ha lasciato il suo seggio, nel 2009, è diventato il più giovane senatore ad arrivare a sette mandati consecutivi.

2. Biden era balbuziente. Ha balbettato per tutta la sua infanzia e fino ai vent’anni. Ma prendiamo la storia da un altro lato. Il 5 settembre del 1994 uno studente americano di nome Branden Brooks partecipò a un incontro pubblico con Biden in Delaware. Alzò la mano, prese la parola, fece la sua domanda balbettando parecchio. Alla fine dell’incontro Biden lo andò a cercare e lo prese da parte: gli disse che anche lui balbettava, da ragazzo, ma che non aveva mai permesso a questo problema di interferire con i suoi sogni e quindi cercava sempre occasioni per parlare in pubblico, così da forzarsi a superare l’imbarazzo e il suo problema. Una settimana dopo Branden Brooks ricevette una lettera di Biden, scritta il giorno successivo al loro incontro. Nella lettera, pubblicata qualche anno fa da Letters of note, Biden scriveva:

Caro Branden —

è stato un piacere conoscerti ieri. Sei un ragazzo bravo e brillante, se continuerai a lavorare sodo ti aspetta un grande futuro. Tieni a mente quello che ti ho detto riguardo la balbuzie. Puoi sconfiggerla così come l’ho sconfitta io. Quando lo farai, sarai una persona più forte: avrai vinto. Un’altra cosa: ogni volta che hai la tentazione di prendere in giro qualcuno per via di un suo problema, ricorda come ti senti quando sei tu a essere preso in giro. Tratta tutti con rispetto e sarai rispettato.

Il tuo amico
Joe Biden

Branden seguì il consiglio di Joe Biden: si candidò all’incarico di rappresentante degli studenti, venne eletto e rieletto tutti gli anni, alle scuole superiori e all’università. Approfittò di ogni occasione possibile per parlare in pubblico. Oggi fa il pubblico ministero in Delaware.

3. Biden ha studiato Giurisprudenza a Syracuse ma ha detto che studiare legge gli sembrava «la cosa più noiosa al mondo» e durante il suo primo anno fu accusato di aver copiato un terzo di un saggio che aveva scritto per un esame. Biden disse che aveva citato un brano di un altro testo ma si era dimenticato di indicarlo, e gli fu consentito di ripetere l’esame. Il particolare è significativo per via di quello che leggerete nel punto 9.

4. La sua prima candidatura al Senato è una gran storia. Nel 1972 Caleb Boggs, senatore repubblicano di lunghissimo corso, voleva andare in pensione ma fu convinto dal presidente Nixon a ricandidarsi. Nessun democratico lo sfidò: erano tutti sicuri di perdere. A parte Biden, che si fece avanti a 29 anni avendo alle spalle solo due anni da rappresentante locale nella sua contea. Si candidò praticamente senza soldi. La campagna elettorale fu diretta da sua sorella Valerie e i suoi principali collaboratori furono i suoi familiari. In estate i sondaggi lo davano in svantaggio di 30 punti. Alla fine vinse di 1,3 punti, secondo molti grazie al suo carisma, le sue innumerevoli iniziative organizzate in giro per il Delaware e la sua capacità di attirare i voti dei giovani.

(il resto lo trovate qui)

Berlusconi al ‘The Daily Show’ di Jon Stewart!


La ricandidatura di Silvio sbarca in America. Al The Daily Show, uno dei programmi più noti al pubblico statunitense.

Jon Stewart al The Daily Show, famosissimo programma americano di satira, in onda su Comedy Central. Il nostro ex Premier Silvio Berlusconi è l’assoluto protagonista. Non serve conoscere approfonditamente l’inglese per capire l’opinione che si sono fatto negli Stati Uniti: ridono di noi, e di gusto.

Scandali, corruzione, frode fiscale, Bunga Bunga, sono sono alcuni punti su cui si incentra il servizio satirico che raggiunge il suo apice in questo punto: come può una persona del genere ricandidarsi un’altra volta? Quale credibilità può avere? (Cadoinpiedi)