#Moro #Impastato: il prezzo della libertà


Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere

Aldo Moro

La mafia uccide, il silenzio pure.

Peppino Impastato

Impastato, giornalista, attivista, comunista, coraggioso nemico della mafia, ha pagato con la vita la sua battaglia.
Moro, politico, statista, democristiano, uomo dalla profonda umanità e soprattutto dalla grande visione politica, ucciso dal terrorismo.

Due uomini liberi strappati alla vita per via delle loro idee e delle loro azioni.

Ricordare sempre, dimenticare mai.

Germania, attacco ISIS: 11 feriti


germania

Si chiama Talil Deleel il 27enne siriano il responsabile dell’esplosione avvenuta domenica sera ad Ansbach, vicino Norimberga, che ha provocato la morte dello stesso attentatore e il ferimento di dodici persone, tre delle quali in modo grave ma nessuna in pericolo di vita. Secondo quanto spiegato dal ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann in una conferenza stampa, l’uomo era arrivato in Germania due anni fa.  (LaStampa)

Siria, rifugiato, terrorista. Merkel potrebbe pagare cara la sua scelta di accogliere milioni di siriani. Se la strategia ISIS è questa lo capiremo presto. Con eventuali altri attacchi.

Storia italiana: Fanfani, Moro, Segni e la nascita del Centro-Sinistra (1963-1976)


centrosinistra copia

Nell’articolo iniziale sulla Storia della Prima Repubblica avevamo trattato il periodo tra il 1958 ed il 1963, corrispondente alla III Legislatura parlamentare e che vide passare gradualmente il governo italiano dal Centrismo ‘degasperiano’ al CentroSinistra, allargando la compagine di governo al Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni. Oggi diamo una occhiata all’intera stagione del CentroSinistra in Italia, che va dall’ingresso organico del PSI negli esecutivi (1963) alla fine della stagione politica, conclusa nel 1976.

Antefatto. I Governi Fanfani (1960-1963)

Un primo appoggio esterno dei socialisti fu dato ai Governi di Amintore Fanfani, tra il 1960 ed il 1963. Governi importanti per i numerosi provvedimenti varati. Il terzo governo Fanfani (1960-1962), dopo gli scontri di piazza avvenuti durante l’esecutivo precedente di Fernando Tambroni, ottenne la fiducia grazie alla astensione dei socialisti. Si dibattè a lungo se fosse arrivato o meno il momento di un ingresso a pieno titolo del PSI nel governo. Nel frattempo il Presidente del Consiglio ottenne l’appoggio degli Stati Uniti alla nascita del ‘Centrosinistra’, Kennedy infatti non si dichiarò contrario a patto che il PSI ‘rinunciasse al legame con l’Unione Sovietica’. Il segretario DC Aldo Moro pose le basi per avere il consenso da parte del suo partito. La DC, con l’80% dei voti, diede il via libera alla alleanza. Nel febbraio 1962 Fanfani si dimise e varò un nuovo governo. I Socialisti erano ancora fuori, si astennero durante la fiducia ma in realtà il IV Governo Fanfani, in carica per 485 giorni dal febbraio ’62 al giugno ’63 fu, di fatto, il primo governo di CentroSinistra d’Italia. Lo fu nei provvedimenti più che nella compagine governativa. Nessun ministro Socialista ma leggi ‘di Sinistra’. Durante il mandato di questo esecutivo infatti vennero varate riforme importanti, in senso progressista (fonte wikipedia) :

  • 23 marzo 1962. Aumento delle pensioni: un +30% che porta le pensioni medie a circa centomila lire l’anno.

    13 aprile 1962. Viene eliminata la censura sulle opere liriche e di prosa. Rimane su quelle cinematografiche, sui varietà e su quelle televisive.

    14 luglio 1962. Si avvia un‘imponente opera di urbanizzazione del Paese, tramite l’esproprio generale di terre ai Comuni.

    27 novembre 1962. Viene approvata alla Camera la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

    31 dicembre 1962. Viene istituita la scuola media unica ed elevato l’obbligo scolastico a 14 anni di età.

    1º febbraio 1963. Viene ridotta la leva militare: da 18 mesi a 15 mesi.

Elezione di Segni a Capo dello Stato (maggio 1962)

La politica però è fatta di compromessi e proprio per far ‘accettare’ all’ala destra della Democrazia cristiana una formula di governo che vedesse coinvolti i socialisti, Fanfani e Moro, ovvero Presidente del Consiglio e Segretario democristiano, dovettero ‘concedere’ la Presidenza della Repubblica ad un rappresentante della destra, ovvero l’allora Ministro degli Esteri (ed ex Premier) Antonio Segni.  Non fu una impresa facile. Tra il Capo dello Stato uscente, il democristiano di sinistra Giovanni Gronchi, che provò a ricandidarsi, ed altri nomi ‘di disturbo’ votati da parte della Sinistra DC, si arrivò al nono scrutinio ma alla fine Segni fu eletto, anche grazie al sostegno di missini e monarchici. Una elezione sul filo, con il solo 51,9% dei consensi in aula.

2 maggio 1962. Alle elezioni per il Presidente della Repubblica, viene eletto Antonio Segni, col supporto del correntone democristiano, del Msi e dei monarchici.

Segni, moderato e conservatore, avrebbe dovuto essere un Presidente di garanzia per l’avvio del CentroSinistra organico con la partecipazione al governo del PSI. Ma non fu proprio così.

Elezioni 1963

A febbraio del 1963 si concluse la III legislatura ed il 28 aprile si svolsero le consultazioni. Le elezioni politiche videro un calo di 4 punti della DC, passata dal 42 al 38%, probabilmente raccolti in gran parte dal Partito Liberale, che raddoppiò i voti dal 3,5 al 7%, fortemente contrario ad un accordo con i socialisti. Il PCI guadagnò 2,5 punti attestandosi al 25%, stabile il PSI al 13,8%.

Moro e Nenni provarono ad accordarsi per la nascita del Governo ma la corrente di Sinistra dei socialisti, guidata da Lombardi, si oppose al programma contrattato dai due leader e l’accordo di governo sfumò, posticipando il tutto a dicembre ’63. Nei sei mesi successivi si cercò la formula giusta per varare il CentroSinistra. In questo periodo il Governo venne retto da Giovanni Leone, a guida di un monocolore DC, il cosiddetto governo ‘balneare’ che si reggeva sulle astensioni. “ La fiducia ebbe questa votazione: (255 sì, 225 no, ma ben 119 astensioni da Psi, Psdi, Pri ed altri)”

Al 35° congresso del PSI Lombardi e Nenni ricomposero le loro differenze così che il PSI, di strettissima maggioranza, approvò la mozione di partecipazione ad un governo presieduto da Moro.

moro nenni

Il Primo Governo Moro (dicembre 1963- giugno 1964)

Il 4 dicembre nacque il governo Moro con la partecipazione diretta dei socialisti, che tornano al governo dopo diciassette anni. A Pietro Nenni va la vicepresidenza del Consiglio. Il socialista Antonio Giolitti fu messo al Bilancio mentre Lombardi rifiutò incarichi ministeriali. Inizia così il centro-sinistra: una fase fondamentale della storia d’Italia. Nel programma concordato, vi sono: l’adozione della programmazione economica, l’istituzione delle regioni, le riforme per la scuola e quelle per l’urbanistica e per l’agricoltura.

Il PSI pagò caro l’ingresso nell’esecutivo. Al momento di porre la fiducia, infatti, alcuni parlamentari socialisti manifestano il loro disaccordo (25 deputati e 13 senatori escono dall’aula) e fondarono il nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP).

Il Governo Moro durò solo sette mesi. Le tensioni interne tra i due partiti principali aumentarono, il quadro economico critico si scontrava con le ‘riforme costose’ previste dal programma dell’esecutivo, l’asse ‘conservatrice’ tra Ministro del Tesoro Colombo ed il Governatore di Bankitalia Carli ‘contro’ il Ministro del Bilancio socialista Giolitti, la riforma urbanistica concordata dai Socialisti che prevedeva espropri e regolamentazioni dell’edilizia per far fronte alla crescita incontrollata degli anni del ‘boom’, lo scontro sull’istruzione privata:

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Proprio su quest’ultimo provvedimento Moro fu messo in minoranza e cadde: (da wikipedia)

  • 27 maggio 1964. I provvedimenti governativi suscitano la crisi: il ministro socialista del Bilancio, Antonio Giolitti, dice di non essere d’accordo e di prevedere un aggravamento della situazione; anche il collega democristiano del Tesoro, Emilio Colombo, afferma di prevedere un collasso dell’economia a causa dell’eccessivo aumento dei salari rispetto al reddito. Pochi giorni dopo, ad avallare questa situazione è il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, il quale afferma che a pagarne le conseguenze sarebbe stato l’intero sistema produttivo.

  • 25 giugno 1964. Il governo cade su un provvedimento che riguarda l’istruzione privata. Solo 7 voti di scarto determinano il rifiuto del progetto governativo di assegnare fondi per 149 milioni di lire (una cifra irrisoria, ma gli oppositori la prendono come questione di principio). Nel calderone ci sono anche la tassa sulle automobili, l’aumento della benzina e soprattutto il nuovo piano urbanistico pensato dal ministro socialista Giovanni Pieraccini.

  • 26 giugno 1964. Lo scontro è infuocato: socialisti, socialdemocratici, repubblicani, ma anche una parte della stessa Dc non sostengono i provvedimenti. Il governo non può più stare in piedi e Moro si dimette.

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Cade il Moro I, Segni ed il Piano Solo (giugno-luglio 1964)

Nei mesi precedenti e nei giorni successivi alla crisi di Governo, al Quirinale il Presidente Segni, che mal vedeva le continue richieste socialiste e la possibilità di una linea politica governativa sempre più progressista, cercò delle soluzioni alternative. Anche altri settori dello Stato non vedevano di buon occhio la prosecuzione dell’esperienza di CentroSinistra. Tra questi il Capo dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo. Egli progettò un Piano di intervento armato. Il cosiddetto Piano Solo.

Il progetto si proponeva di assicurare all’Arma dei Carabinieri (il cui comandante generale era al tempo il generale Giovanni De Lorenzo) il controllo militare dello Stato per mezzo dell’occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè il prelevamento e il conseguente rapido allontanamento di 731 persone considerate pericolose del mondo della politica e del sindacato

 

Il Presidente della Repubblica, allarmato dalla possibile prosecuzione della politica di CentroSinistra si consultò più volte con De Lorenzo:

Segni, temendo gravi rischi di destabilizzazione per la democrazia italiana, si consultò ripetutamente con i comandanti delle Forze Armate, in particolare con il capo del SIFAR, il generale Giovanni De Lorenzo (comandante dell’Arma dei Carabinieri)[3]. Contemporaneamente, il 15 luglio – fatto inedito ed irripetuto per un comandante militare[senza fonte] – De Lorenzo fu convocato ufficialmente dal Capo dello Stato Antonio Segni, nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo. Immediatamente dopo, venne consultato anche il Capo di Stato maggiore della Difesa generale Aldo Rossi[1].

Durante la crisi, dalla fine di giugno a fine luglio, vi furono forti scontri tra il Presidente del Consiglio ed il Capo dello Stato. Moro riproponeva un governo di CentroSinistra con dentro i Socialisti, Segni arrivò a minacciare un governo di tecnici sostenuto dai militari! L’uomo cui Segni prevedeva di dover far riferimento per l’affidamento delle funzioni di governo sarebbe stato il presidente del Senato Cesare Merzagora. Personalità che aveva il gradimento anche di De Lorenzo, per un esecutivo di emergenza che limitasse la democrazia.

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Accordo con il PSI, Governo Moro II, dimissioni Segni (giugno-luglio 1964)

A metà luglio Moro e Nenni trovarono un accordo per proseguire l’esperienza di collaborazione. Il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie. Il 22 luglio nasce quindi il secondo Governo Moro, i socialisti perdono l’area lombardiana, maggiormente progressista. Anche Antonio Giolitti, non soddisfatto dagli accordi, rinuncia al Ministero del Bilancio e lascia l’esecutivo.

Il 7 agosto, giorno dopo il pieno insediamento del Governo con la fiducia delle due Camere, Moro si recò al Quirinale con il Ministero degli Esteri Giuseppe Saragat. Dopo una accesa discussione, durante la quale sembrò essere rimproverato al Capo dello Stato una inopportuna ingerenza, Antonio Segni venne colto da malore. “La supplenza del Quirinale fu assunta dal presidente del Senato Cesare MerzagoraQualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente e al suo posto fu eletto Giuseppe Saragat”

Il tentativo di golpe, mai palesato, venne fuori nel 1967 grazie ad alcuni articoli L’Espresso diretto da Eugenio Scalfari. De Lorenzo fu rimosso da rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell’Esercito. Ci furono cause tra De Lorenzo ed il giornale, inchieste parlamentari ed indagini. Alla fine la verità ‘processuale’ fu un tentativo maldestro ma illegittimo di De Lorenzo (perché approntato all’insaputa dei responsabili governativi e delle altre forze dell’ordine e affidato unicamente ai carabinieri)

1964-1968. Il CentroSinistra delude le aspettative.

I governi Moro, tra il 1964 ed il 1968, vedono deludere la aspettative e la spinta innovatrice viene meno. Non si ripetono le riforme chiave del periodo 1962-1964. Il PSI, dopo aver subìto la scissione a sinistra del PSIUP, si riunisce all’ala ‘destra’ uscita nel 1947 ovvero al PSDI dando vita al Partito Socialista Unitario. Le elezioni del ’68 sono un emerito fallimento per la riunificazione socialista. La percentuale del 20% data dalla somma di PSI e PSDI del 1963 lascia spazio ad un misero 14,5%. Boom del PSIUP che ottiene nel il 4,5%. Socialisti e socialdemocratici decidono così di dividersi nuovamente, pur rimanendo al governo.

Con il 1968 arrivano anche le proteste studentesche e successivamente della classe operaia:

Nel 1968 esplode la contestazione studentesca. La società del miracolo economico, infatti, ha promesso benessere e successo per tutti, che in realtà non può offrire. Di qui il rifiuto, anche da parte dei giovani di estrazione sociale piccolo e medio borghese, dei valori e dei modelli figli del miracolo stesso. Alla società consumistica di massa i giovani studenti contrappongono l’alternativa del collettivismo, da realizzare attraverso una rivoluzione culturale e l’instaurazione di una controcultura. In questo quadro, l’autorità e i valori della famiglia diventano i principali bersagli dei contestatori. Mentre da un punto di vista ideologico i miti di riferimento sono l’antifascismo, la dottrina marxista (ma solo dopo un’attenta revisione dei tratti originari) e l’antimperialismo (ma non più con riferimento all’URSS, bensì alle rivoluzioni contadine e culturali sul modello cinese o vietnamita).

proteste

Il ’68 e la fine del CentroSinistra. (1968-1976)

Tra il 1968 ed il 1972, anche sulla spinta delle contestazioni esplose nel Paese, vi fu una nuova spinta riformatrice che si concretizzò nell’approvazione dello statuto dei lavoratori, nell’attuazione delle regioni, nei referendum e negli interventi in tema di divorzio. Governi Leone, Rumor e Colombo. Era comunque il crepuscolo del CentroSinistra.

La crisi del modello di società esistente in quegli anni, la tendenza alla lottizzazione e all’accaparramento di fette di potere da parte dei partiti di governo, la fine del periodo di massima espansione dell’economia e l’inizio dei processi inflazionistici, i nuovi temi ‘progressisti’ portati avanti da alcune frange minoritarie della popolazione, la crescente preoccupazione di parte della destra rispetto ad una deriva di Sinistra, l’incapacità di DC, PSI e PCI di intercettare tale malcontento, i conflitti internazionali come la guerra in Vietnam, misero le basi per l’esplosione del terrorismo dando il via agli “anni di piombo”. Stragi, scontri armati tra frange estreme di destra e di  sinistra, schegge impazzite dei servizi segreti.

Ad inizio ’72 i socialisti uscirono dal governo e si andò, per la prima volta dal 1946, ad elezioni anticipate. I risultati furono penalizzanti per il PSI che scendeva sotto il 10%.

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PSI e DC tornarono a collaborare tra il 1973 ed il 1976, nei Governi Rumor e Moro. La campagna sul referendum per l’abrogazione del divorzio vide però i due partiti contrapporsi in una lunga e logorante battaglia, vinta poi dal fronte progressista con la vittoria del NO alla abrogazione della legge.

“Il terrorismo nero progrediva nell’attuazione della strategia della tensione con violenze e stragi (in particolare nel 1974 quelle dipiazza della Loggia a Brescia e dell’Italicus). Dall’altra parte cominciarono a seminare terrore anche le Brigate Rosse con sequestri e processi proletari. Oltre a ciò la situazione economica era stagnante, particolarmente gravata dalla crisi petrolifera del 1973″

Nel 1972 Enrico Berlinguer era stato eletto alla segretaria PCI ed i comunisti venivano visti come una nuova forza con la quale interloquire anche dal punto di vista del governo.  Il 1976 avrebbe posto fine alla stagione del CentroSinistra e messo le basi per un nuovo periodo storico politico. Le elezioni anticipate riservarono sorprese e solo grazie al voto ‘utile’ di alcuni elettori missioni e liberali la DC non perse il primato sul PCI.

Stava per profilarsi quel ‘Compromesso Storico’ che avrebbe avuto in Moro e nello stesso Berlinguer i due massimi fautori. Ma questa è un’altra storia.

fonti
https://books.google.it/books?id=WbwvPvkbGUYC&pg=PA135&lpg=PA135&dq=notte+di+san+gregorio+1963&source=bl&ots=Ffh_1wcNq2&sig=sNHk0cips0fv69XoO9FG-aW2VBE&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwity_fJjY7NAhVEwBQKHW5hC0QQ6AEIJzAC#v=onepage&q=notte%20di%20san%20gregorio%201963&f=false

https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Solo

https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_del_1976

http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblica6.htm

 

L’ISIS attacca Bruxelles, 34 morti


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Ennesimo attentato. E giù a parlare di chiudere le frontiere. E lo stato di polizia nelle città è dietro l’angolo. Terrorismo = terrore. Ci vogliono chiusi in casa, nel panico, pronti ad usare leggi repressive per limitare le nostre libertà. Io non ci sto! I controlli si devono fare ma la vita deve continuare!

Non sono bastati arresti, perquisizioni ed operazioni delle forze di sicurezza. Sotto le bombe è caduta anche Bruxelles.L’ISIS ha rivendicato l’azione. È un fenomeno inarrestabile. Bisogna prenderne atto e metterlo in conto. Come da anni accade in Israele. Vivere normalmente, con la consapevolezza di poter rischiare, ogni giorno

Il terrorismo, in sintesi, non deriva più da fuori ma è attuato da cittadini dell’Unione Europea. E quindi andrebbe trattato come gli altri terrorismi nazionali, così com’è stato per le BR in Italia, ad esempio. La chiusura delle frontiere c’entra poco. In più spesso i terroristi arrivano da quartieri degradati delle grandi metropoli, zone ghetto covo di risentimento ed ambiente propizio per far crescere l’intolleranza. Integrazione e lotta alla criminalità. I due ingredienti per cercare di combattere, come meglio si può, ciò che sta accadendo in questo inizio millennio in Occidente. Non è utile andare a bombardare la Libia. Eppure la strada più comoda sarà quella. Ahimè.

Terrorismo, cosa fare ed il prezzo da pagare


Su Limes di oggi c’è un interessante articolo a firma di Mario Giro. Per capire meglio il perché degli attentati e cosa sta realmente accadendo nel mondo islamico. Solo un appunto. Se i leader europei attuassero politiche così lungimiranti , rischierebbero di essere spazzati via dai partiti di estrema destra. Perché ciò che tralascia l’articolo, secondo me, è la Paura presente nelle società occidentali, paura da cui trae linfa vitale il populismo di Marine Le Pen, Matteo Salvini , Alba dorata e soci. Sarà difficile conciliare una strategia efficace nel medio-lungo periodo con un bisogno urgente di ‘segnali’ che rassicurino le popolazioni occidentali e non le facciano virare sempre più verso i movimenti nazionalpopulisti. Di seguito degli estratti dall’articolo di Limes.

Una donna davanti al bar Carillon di Parigi, il 14 novembre (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)
Una donna davanti al bar Carillon di Parigi, il 14 novembre (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

C’è una guerra ma non è la nostra.

Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmanistanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.

Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”. In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.

L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente

Una guerra nel mondo islamico per affermarsi politicamente

L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiamafitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.

Cosa fare per combattere il terrorismo senza piegarsi alla logica della guerra?

A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.

La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.

Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie

Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.

In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti

In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: laLibia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…

Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.

Soluzione per la Siria o ritiro totale dal Medio Oriente?

L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.

Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.

Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.

 

 

Stato Islamico, barbarie senza fine


isis

Un operaio francese è stato rapito in Libia da alleati dell’Isis, hanno il nuovo ostaggio da sfruttare mediaticamente. Verrà decapitato, arso vivo oppure gettato da un palazzo? Tanto le cancellerie mondiali si limiteranno a comunicati sdegnati mentre quella gente uccide barbaramente persone, brucia libri, fa saltare in aria monumenti storici o compie attentati qua e là

La politica estera scellerata di Bush e quella inconsistente di Obama e dell’Occidente ha permesso la nascita dello Stato Islamico. Siamo chiamati a porvi rimedio, il prima possibile. Serve una missione di terra, non bombardamenti dal cielo che provocano solo vittime civili. Bisogna liberare quei popoli dall’oppressione estremista. E se serve una guerra, che guerra sia..

9 maggio 1978: Peppino Impastato, Aldo Moro


(tratto dal film ‘I Cento Passi’, musica dei Modena City Ramblers)

(tratto dai film ‘Buongiorno notte’ ed ‘il Caso Moro’)

Peppino Impastato. 9 maggio 1978. Ucciso dalla mafia. Ma i media continuino pure a santificare Andreotti.

35 anni fa veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro, uno statista che ha pagato con la vita le proprie scelte politiche. Quanti ipocriti oggi gli hanno reso omaggio?

La strage in Algeria ed il perchè della guerra francese in Mali


Più di trenta civili morti in Algeria, è la vendetta di AlQaida per il supporto algerino alla guerra francese in Mali. Andiamo per ordine. Le forze militari del governo di Algeri stanno tentando di liberare gli oltre cento ostaggi tenuti prigionieri dai terroristi islamici. Un primo blitz è andato male:

Il Post. A distanza di oltre 12 ore, le notizie sull’operazione militare condotta giovedì in Algeria per liberare decine di persone, tenute in ostaggio nell’impianto per l’estrazione del gas naturale di In Amenas, continuano a essere molto confuse e incomplete. Dopo avere dato numeri molto discordanti tra loro sul numero di persone uccise e sugli ostaggi salvati, i mezzi di comunicazione locali hanno confermato nelle prime ore di oggi che ci sono diversi dispersi tra i militanti islamisti e i prigionieri. Non è però possibile avere una stima precisa e, secondo alcune fonti, l’operazione militare sarebbe tutt’ora in corso nella zona.

I combattenti riconducibili all’organizzazione terroristica di al Qaida avevano occupato l’impianto di In Amenas mercoledì 16 gennaio. Lo stabilimento si trova nel deserto algerino a circa 1300 chilometri a sud di Algeri e a 100 chilometri dal confine con la Libia. È gestito da un consorzio formato dalla multinazionale britannica BP, dalla norvegese Statoil e dalla compagnia nazionale algerina Sonatrach. Vi lavorano quindi persone provenienti da diverse parti del mondo, oltre agli operai e agli altri addetti di origine algerina. Mercoledì i militanti avevano spiegato di avere occupato l’impianto e sequestrato chi vi lavora in seguito all’avvio delle operazioni militari, da parte della Francia, nel Mali.

Dopo un giorno di attesa, giovedì 17 gennaio le autorità algerine hanno avviato un’operazione militare nella zona per riprendere il controllo dello stabilimento e liberare quante più persone possibile. Dalle notizie diffuse fino a ora, l’iniziativa ha però avuto esiti disastrosi e avrebbe causato la morte di decine di persone tra sequestratori e ostaggi.

I terroristi di AlQaida sostengono di aver rapito i civili in Algeria per ‘punire’ il paese arabo per il sostegno alle operazioni militari francesi nel Mali. Perche la Francia ha avviato un conflitto in Africa? Da LINKIESTA un po’ di notizie per capirne di più:

Dopo sei giorni di raid aerei sulle principali città del Nord, gli scopi dell’intervento francese in Mali non sono ancora chiari. Parigi ha parlato di lotta al terrorismo, di ristabilimento dell’integrità territoriale del paese, di ritorno della democrazia, di ragioni umanitarie. Come nel caso della Libia nel marzo 2011

….

Innanzitutto, è necessario capire contro chi sta combattendo la Francia. Già, il nemico, essenziale per costruire nell’opinione pubblica un immaginario di guerra. Come riportato nel precedente post, tre sono i gruppi armati jihadisti che operano nel Nord del Mali dopo il colpo di Stato che il 21 marzo 2012 ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré: le milizie di Ansar ed-Dine, dell’Aqmi (al-Qaida au Maghreb islamique) e del MUJAO (Mouvement pour l’unicité du djihad en Afrique occidentale). Queste sigle raggruppano, secondo gli esperti militari, circa 1.200 combattenti di origine diversa, sia maliani che stranieri, che dispongono di circa duecento veicoli fuoristrada 4×4, equipaggiati con armamenti di provenienza iraniana. Fra di loro si mescolano miliziani tuareg già assoldati da Gheddafi, gruppi armati legati al traffico di droga e al racket dei sequestri internazionali, giovani jihadisti algerini affiliati al “Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento” (GSPC). Il loro raggio d’azione è il cosiddetto “Sahelistan”, entità geopolitica evocata dal ministro degli esteri francese Laurent Fabius per indicare un territorio senza sovranità legale, fatto di dune e di sabbia, dai confini indefiniti modellati dal deserto. In questo territorio, approfittando del vuoto di potere creato dal putsch del marzo 2012, si sono installate le forze jihadiste che la Francia sta combattendo, mescolandosi alla popolazione delle città del Nord del Mali e alle tribù berbere dedite al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere.

E cosi i francesi hanno iniziato un attacco contro questi gruppi:

L’intera operazione è in mani francesi, ma conta su un forte sostegno internazionale, sancito anche dalla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di ieri, e sull’annuncio di un contingente africano atteso nei prossimi giorni.

Sotta la crosta dell’unanimismo, la scelta in solitario di François Hollande sta però cominciando a suscitare sempre più riserve, sia in Francia sia altrove. Innanzitutto in merito alla legittimità dell’intervento, che nella sua ambiguità ricorda il precedente libico

Non solo una ragione umanitaria però, dietro ci sono ‘gli affari‘:

La Francia, unica potenza occidentale ad avere ancora basi militari in Africa (come ad esempio quella di N’Djamena da dove partono i raid di questi giorni), è da sempre in prima linea per assicurare stabilità all’intera regione e per garantire le buone relazioni commerciali con i paesi che ancora gravitano sotto l’antico mantello coloniale. Fra questi, il vicino Niger, che dispone di ingenti giacimenti di uranio. Naturalmente Parigi ribadisce che l’unico scopo dell’operazione è la lotta al terrorismo, ma diversi osservatori parlano ormai apertamente di atteggiamento neocoloniale e di interessi legati allo sfruttamento dell’uranio.