L’Unità chiude i battenti


Mi dispiace, è un giornale storico e avrebbe dovuto avere una gestione finanziaria più accorta. Ahimè se non si vende si chiude, è la legge del mercato. Spero presto vi siano dei finanziatori in grado di riportarla in edicola e magari di sviluppare meglio il settore web. La cosa veramente triste è la perdita di lavoro per decine di persone

Grillo contro un rappresentante del M5S che difende l’Unità


La libertà di espressione per Beppe Grillo non esiste. Un eletto del M5S è stato letteralmente attaccato dal leader grillino e da alcuni sostenitori del movimento. Unica colpa? Voler salvare l’Unità.

Da L’Unità:

Bianco e nero, o con noi o contro di noi. Non si dissente nel Movimento 5 stelle. Beppe Grillo lo ha ribadito solo pochi giorni fa. Puntando il dito on line contro un consigliere del suo movimento in Emilia-Romagna, “colpevole” di avere presentato una risoluzione in difesa dei lavoratori dell’Unità, di cui conosce le attuali difficoltà legate anche alla riduzione dei fondi per l’editoria. Il tema infatti è tabù, chi riceve contributi pubblici per Grillo è «un cane da guardia dei partiti» tout court.

E a «chi la pensa diversamente» l’ex comico detta: «Il Pdmenoelle lo accoglierà a braccia aperte». Così il diretto interessato, Andrea Defranceschi, incassa: la risoluzione viene riformulata citando anche altre situazioni nel panorama editoriale. Ma insieme accusa: «Valuterò nei prossimi giorni, a mente fredda, se mi trovo ancora a mio agio in questo Movimento. Sono stato esposto al pubblico ludibrio, e non penso di meritarmelo». Il 27 dicembre Defranceschi presenta un testo perchè la giunta regionale «si impegni per l’Unità», che evidentemente non giudica così “nemica”.

Il 28 qualcuno segnala il fatto a Grillo, il quale non contatta il suo consigliere ma lo minaccia di fatto di espulsione via blog. Seguono per giorni, lì e sul sito dei grillini dell’Emilia-Romagna, post che grondano insulti come «traditore», che pretendono le dimissioni immediate di Defranceschi perchè ha agito «contro il mandato degli elettori», all’Unità sull’esempio di Grillo si augura la chiusura «se non sa stare sul mercato da sola”

Pur non essendo totalmente favorevole ai contributi stanziati per i giornali di partito o di ‘area’ trovo comunque ‘anomalo’ il nostro sistema. In Italia esiste un tizio, Silvio Berlusconi, che ha una disponibilità economica senza alcun pari e che puo finanziare (come in effetti fa) molti quotidiani e periodici (da Panorama a Chi passando per Sorrisi e Canzoni e, attraverso il fratello, il Giornale).

In un sistema cosi distorto appare a mio avviso necessario tutelare la libertà di informazione anche attraverso dei contribuiti statali. L’unica cosa che non tollero sono i trucchetti che molti giornali fanno pur di accedere ai finanziamenti. Cooperative fittizie, partiti virtuali, movimenti mai nati utili solo per ottenere gli stanziamenti. Andrebbe invece semplificato il tutto. Chiarire le appartenenze politiche. Se , ad esempio, l’Unità non è un organo di partito (come in effetti oggi non è) non dovrebbe avere finanziamenti.

L’Unità ci manda in prima pagina…


Naturalmente sto scherzando. Mi fa solo piacere sottolineare che l’Unità, per presentare i candidati al Congresso, abbia utilizzato una immagine, raffigurante i tre, creata da me per il mio speciale dedicato alla assise democratica.

Tutto qui. Grazie all’Unità per aver ritenuto buona la mia grafica.

candidocongresso

Cambio di direttore per “L’Unità”. Gli Articoli di Travaglio e Colombo.


Qualche giorno fa avevamo parlato del cambio di direzione a “l’Unità”, il giornale fondato da Antonio Gramsci che è stato per anni un quotidiano di partito ed oggi è fortemente simpatizzante della Sinistra. O meglio lo era, perche con il cambio di direzione passata da Padellaro a Concita De Gregorio, l’Unità sembra riallinearsi appiattendosi sulle posizioni del PD. Non ce ne voglia la De Gregorio, ottima giornalista e probabilmente ottima direttrice ma se davvero persone come Luca Telese, che di certo non appartiene al mondo della Sinistra, faranno parte del giornale, la svolta sarà decisamente chiara.

A tal proposito riporto alcuni stralci da due articoli pubblicati sul giornale. QUello di oggi è di Marco Travaglio e tratta appunto del cambio di direzione. Segue quello di Furio Colombo, apparso nel numero di ieri, che critica fortemente la leadership di Veltroni. Intanto alla redazione del giornale sono arrivate molte lettere di cittadini perplessi dal cambio di direzione.

SCUSATE MA NON HO CAPITO

Marco Travaglio per l’Unità

Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore de l’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza «multimediale». Sgombero subito il campo da un paio di equivoci.

Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente.

Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita De Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.

Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui né al suo partito.

Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori.

Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire la benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato ¬ l’intervista di Veltroni – comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro. Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”.

Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.

Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale.

Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro.

Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza). Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui.

E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario.
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Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”.

Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). “Un giorno ¬ mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente”. Ora che quel giorno è arrivato, mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. È stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.

Furio Colombo per L’Unità

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse.

Una è l’arrivo di una nuova solida proprietà e l’arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L’altra è l’uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c’è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C’è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c’è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.
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Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci.

A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L’altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci – come Chiamparino – «ma noi siamo una risorsa?»)?

Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni

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Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c’è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d’onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova?

Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c’erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali?

Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin, è il miglior amico di Berlusconi? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell’Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?

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Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l’orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio – in occasione delle Olimpiadi – della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi.

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Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega – che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l’Unità?».
La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale

L’Unità cambia direttore, arriva Concita De Gregorio


 
Daniela Preziosi per Il Manifesto

Per essere un travaglio, è stato un travaglio bello lungo. Ma siccome è mamma quattro volte e di queste cose la sa lunga, è certo che la fatica dell’inizio non disarmerà Concita De Gregorio, fin qui penna di razza di Repubblica, che lunedì 25 agosto firmerà il suo primo numero da direttrice della nuova Unità, quella il cui padrone (compagno padrone è battuta facile, ce ne scusi l’interessato) è già Renato Soru, presidente della Sardegna e patròn di Tiscali.

Dopo qualche polemica – De Gregorio un mese fa ha rilasciato un’intervista dando per fatta la sua nomina, cosa che ha urtato la redazione, ma era «un trappolone», confidò poi lei – si parte, infine. In tarda estate, barometro non favorevolissimo al lancio o rilancio dei giornali, e tuttavia in pieno avvio della prima festa democratica ex festa dell’Unità, che partirà il 23 agosto a Firenze: cambiare direttore – prima che la notizia sia quella di non farlo più -, rimpicciolire il formato, sbianchettare la fascia rossa dalla prima, forse persino sradicare da lì quell’istituzione-quercia che è la vignetta di Staino. Quale simbolo migliore della nuova stagione democratica per i quasi cinquantamila lettori di sempre e quelli di cui il nuovo editore va a caccia?

Fin qui, però, sono solo boati garibaldini. Peraltro, il cambio di formato non avverrà subito. E comunque, nessuna conferma ufficiale, fatalmente però nessuna smentita. Dopodomani, il 22 agosto, si riunirà il cda che dovrebbe ufficializzare tutto l’ambaradàm. Al momento, non si conosce la sorte del direttore Antonio Padellaro, che avrebbe chiesto per sé la direzione editoriale, ruolo che però il nuovo editore avrebbe considerato troppo impegnativo per una direzione che non può apparire sotto tutela e che vorrebbe avere le mani libere.


Almeno abbastanza libere. Tanto da portare con sé una decina di persone, fra cui l’inchiestista e scrittore Giovanni Maria Bellu, bravissimo e anche sardo come Soru, Daniela Amenta, ‘donna-macchina’ di Epolis sotto la direzione dei fratelli Cipriani, e infine Luca Telese, il giancattivo del Giornale, già transfuga della sinistra. Che proprio ieri sulle colonne del suo (attuale) giornale scriveva un articolo ostentatamente feroce verso l’indecisionismo «flaccido» di Veltroni. Con tanto di foto del leader Pd in costume e addominale lento. In prima.

Un pezzo aspro e sbrodolato. Il suo autore sull’Unità? Non lo vedo bene. Anzi, facciamo che al momento la notizia non c’è e quindi è incommentabile». Il giudizio tranciante è di Furio Colombo. Che però della nuova era del giornale dice di non sapere niente. Né della collocazione di sé medesimo, ex direttore ora editorialista di peso. «Valuteremo le proposte, se ce ne faranno. Certo, il fatto di non sapere ancora niente, non è precisamente un dato esaltante per noi».

‘Noi’ sono i due ex (uno quasi), la coppia di fatto ColomboPadellaro. «Vedremo la continuità che viene proposta a Padellaro, del resto nessuno può immaginare che la mia sorte e la sua possano essere tanto diverse, nel nuovo giornale, visto che all’epoca ho accettato di rimanere all’Unità solo con la direzione Padellaro».

Insomma, i due direttori del passato, quelli che hanno raccolto e rilanciato una testata chiusa e mezza morta – grazie a una redazione brava e tenace, aggiungiamo -, rivendicano un ruolo per il futuro. Colombo la dice così: «Siamo stati quelli che hanno preso le cartacce da terra e rimesso i fogli sulle scrivanie. E’ strano che il nuovo editore non abbia voglia di spiegarci come vuole posizionare la testata. Non lo chiedo a Concita De Gregorio, alla quale dico benvenuta e tanti auguri. Lo chiedo invece all’editore. Per capire. Esempio: cosa scriverà la prossima Unità sul federalismo fiscale? Mi basterebbe sapere questo. Per capire».

 

L’Unità cambia padrone. Arriva Soru


Il governatore della Sardegna e patron di Tiscali acquista la testata
Il contratto sarà perfezionato il 5 giugno con la ricapitalizzazione

Editoria, Soru compra l’Unità
Una fondazione gestirà il giornale


Renato Soru

ROMA – Nuovo proprietario per l’Unità. Il presidente della regione Sardegna nonche’ patron di Tiscali, Renato Soru, ha acquistato, stamattina, la testata de “l’Unità”, storica testata della sinistra fondata da Antonio Gramsci. Il quotidiano sarà intestato ad una fondazione che si occuperà della gestione.

La notizia di oggi confermano le voci che da tempo davanti Soru intenzionato ad entrare nel campo dell’editoria. Contatti confermati anche da Marialina Marcucci, presidente della Nie, la società che edita l’Unità. “Le parti – spiegava pochi giorni fa la Marcucci – si sono incontrate e hanno avviato contatti seri anche se ancora non c’è niente di definito. C’è un reciproco interesse ma serve tempo per chiudere la trattativa”. Auspicio che oggi si è tradotto in realtà.

Il contratto sarà eseguito il 5 giugno. L’Assemblea dei soci che oggi avrebbe dovuto decidere la ricapitalizzazione, si svolgerà probabilmente il 6 giugno.

(20 maggio 2008)

http://www.repubblica.it/2008/05/sez…oru-unita.html