Perché ha vinto Donald Trump?


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Hillary Clinton ha vinto il voto popolare ma Donald Trump ha vinto gli Stati chiave ed ha ottenuto la Presidenza. Delle ragioni di una sconfitta non annunciata si sta discutendo molto in queste ore. Personalmente credo la ragione principale sia aver perso alcuni Stati tradizionalmente Democratici come Wisconsin, Pennsylvanya e Michigan.

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Perchè? Per via della crisi economica che ha messo sotto scacco la middle-class e che ha spinto molti a dare fiducia al ‘nuovo’ piuttosto che votare per una rappresentante del sistema che ha tolto loro lavoro e prospettive per il futuro. Gli Usa si scoprono più europei di quello che pensavano. E pensavamo.

Perché ha perso Hillary Clinton? Leggete qui:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-10/perche-hillary-ha-fallito-082845.shtml?uuid=ADUtvasB

Infine qualche parola per Donald Trump. Non è un mostro. Alcuni osservatori affiancano la sua figura a quella di Richard Nixon. Smantellerà le riforme di Obama, soprattutto quelle a tutela dei più deboli e riguardanti i diritti civili. Se il Congresso permetterà, cercherà anche di dare una spinta protezionista. In ambito internazionale potrebbe fare meglio di quel che si crede. La vera incognita arriverà dalle gravi crisi nazionali e non. Cosa farà in caso di attentati sul suolo americano ad esempio?

Avremo quattro anni per capirlo.

 

Presidenziali 2016: stasera la diretta, chi c’era prima di Obama


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Ci siamo, stanotte sapremo chi guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. In tarda serata inizieranno gli speciali ed arriveranno notizie dalle varie zone degli Usa.

I dati dagli Stati, ora per ora:

LA SEQUENZA ORARIA
La danza dei risultati inizierà alla mezzanotte italiana (le 18 sulla costa est degli Stati Uniti) quando chiuderanno le prime urne in Indiana e Kentucky. Entrambi questi stati sono dati per sicuri per Trump, e non dovrebbero esserci sorprese. Certo, se Clinton conquistasse subito una di queste roccaforti repubblicane, sarebbe indicativo del fatto che probabilmente si va verso un trionfo democratico, ma è molto difficile.

Più ‘divertente’ la scadenza dell’una del mattino, quando sarà il turno di FloridaGeorgia (storicamente repubblicano) e Virginia, tre Stati in bilico, oltre a South Carolina e Vermont che dovrebbero essere sicuri rispettivamente per Trump e Clinton.

Allo scoccare della mezz’ora, e quindi all’una e trenta, North Carolina, Ohio e West Virginia. Dai primi due si potranno avere nuove indicazioni sulla piega che sta prendendo il voto.

Alle due chiuderanno le urne in moltissimi Stati, molti di sicura fedeltà per uno dei due candidati, ma anche MichiganNew HampshirePennsylvania. In caso di vittoria a valanga in tutti gli Stati chiave da parte di uno dei candidati, a quest’ora qualcuno potrebbe iniziare già a sorridere se non a festeggiare.

Naturalmente tra un’ora e l’altra il mondo non si fermerà, visto che uno Stato tossup può diventare leaning o uno leaning può tornare tossup man mano che lo spoglio va avanti. O ancora: se i dati reali convincessero i network, l’assegnazione di uno Stato chiave può avvenire in qualunque momento.

Alle 2.30 chiuderanno le urne in Arkansas, che dal 1980 è sempre stato repubblicano con due significative eccezioni: 1992 e 1996 con Bill Clinton che qui fu Governatore. Ma questa è solo una suggestione, l’Arkansas non sembra essere a rischio per Trump.

Ore 3. Tocca a un’altra manciata di Stati, tra cui i più significativi sono Minnesota, Arizona, Colorado, New Mexico e il Texas, oltre al sicuro ‘blu democratico’ di New York.

Un’ora dopo altri due swing State daranno i primi risultati: Iowa e Nevada. Alle 5 del mattino chiuderanno i seggi sulla West Coast, ma lì non ci si aspettano sorprese e i democratici dovrebbero fare l’en plein. E i giochi a questo punto dovrebbero essere fatti, a meno di testa a testa all’ultimo grande elettore. Se così fosse, nessuno guarderebbe agli scontati risultati di Hawaii (dem) e Alaska (Gop) e tutti ascolterebbero i discorsi di concessione e di trionfo dei due candidati. Ma molte cose possono succedere prima di quel momento. E noi ci saremmo tutta la notte.

In attesa di conoscere chi sarà il prossimo Presidente ecco la lista dei predecessori:

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Presidenziali 2016: sarà Trump o Clinton?


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I sondaggi danno Clinton avanti di qualche punto e con molte chance di conquistare i 270 elettori necessari per diventare Presidente. Trump prosegue negli attacchi diretti concludendo una campagna presidenziale mai vista prima, fatta di colpi bassi, parole grosse e scontri tra i contendenti. Alcuni dicono che una vittoria ‘risicata’ di Hillary potrebbe trascinare il Paese in un muro contro muro capace di avvelenare i prossimi mesi sin oltre l’insediamento di gennaio. Ricorsi, recriminazioni, accuse di brogli, il tycoon potrebbe non risparmiare nulla alla ex first lady. D’altro canto gli elettori americani potrebbero comportarsi come quelli italiani, ovvero non dichiarare sinceramente il proprio voto mandando in tilt i sondaggi e stravolgendo le previsioni della vigilia, facendo vincere proprio Donald Trump.

Hillary l’interventista in grado di trascinare gli Usa in nuovi conflitti in Siria, Libia o chissà dove, dando vita ad una nuova guerra fredda con la Russia oppure Donald l’amico di Putin, isolazionista, protezionista e campione di gaffe?

Uno scenario post vittoria di Trump:

(Da La Stampa
http://www.lastampa.it/2016/11/06/esteri/speciali/presidenziali-usa-2016/presindenziali-usa-i-timori-del-fmi-su-trump-a-rimetterci-di-pi-sar-leuropa-ZUl0sw0bKFJUpwOAMZVSIM/pagina.html)

Nel caso di vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, ad essere più penalizzata sarebbe l’Europa. E’ questo il dato che emerge con forza dalle «stanze silenziose» del Fondo monetario internazionale. L’istituzione di Washington, ben in teso, vigila sull’andamento della campagna con il solo ruolo di spettatore, ma gli ultimi sviluppi sull’«email gate», se non altro, impongono ai delegati internazionali del Fmi riflessioni e qualche calcolo ufficioso. «A rimetterci di più sarà l’Europa, l’effetto Brexit non è nulla a confronto di quello che potrebbe essere l’effetto Trump», ci spiegano fonti di Washington. Il rischio è di essere trascinati in situazioni avventati e accordi sottobanco per evitare le imposizioni doganali che Trump promette di introdurre. «Negli Usa invece il rischio è un aumento dei prezzi sino al 30%, a meno che Trump non si ricreda sulle sue politiche anti-trade», spiegano le fonti sulla base del fatto che in America c’è una quantità enorme di merci e prodotti «made in China».

Pertanto le politiche anti-Pechino di del candidato repubblicano imporrebbero la loro sostituzione con prodotti «made in Usa» per realizzare i quali occorre spendere di più a partire dalla manodopera. E in caso di «dumping» da parte del governo questo andrebbe a pesare in ultima istanza sul debito pubblico a stelle e strisce già piuttosto elevato. A giovarne, ma solo politicamente, sarebbe la Cina: «Pechino sarebbe contenta di vedere l’immagine degli Usa sminuita»

Il sito di Nate Silver, 538, che somma le medie dei sondaggi recenti, riporta questi risultati:

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Clinton e Trump in testa, ma il GOP pensa a Romney


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Sostenitori di Hillary Clinton durante lo spoglio dei risultati elettorali a Miami, Florida 1 marzo 2016 ( RHONA WISE/AFP/Getty Images)

Clinton e Trump vittoriosi, nelle rispettive aree politiche. Sanders non crolla ma ovviamente non potrà competere realmente alla nomination Democratica. Sul fronte GOP invece cresce la paura. Chi sbeffeggiava Trump ha dovuto ricredersi, la sua candidatura appare ora molto forte.

Il post.it

Tra i Democratici, su 11 stati, Clinton ha vinto in 7 e Sanders in 4. Nel dettaglio, Hillary Clinton ha vinto in Virginia (che assegna 95 delegati), in Georgia (102 delegati), in Alabama (53 delegati), in Arkansas (32 delegati), in Texas (222 delegati), in Massachusetts (91 delegati) e in Tennessee (67 delegati), nella gran parte dei casi con un gran distacco; Bernie Sanders ha vinto largamente come previsto in Vermont, lo stato di cui è senatore (16 delegati), e poi in Oklahoma (38 delegati), in Colorado (66 delegati) e in Minnesota (77 delegati). Il numero dei delegati assegnati da ogni stato è deciso dal partito sulla base della rappresentatività e del peso di quello stato per il partito stesso; i delegati sono stati assegnati col metodo proporzionale.

Tra i Repubblicani, su 11 stati, Trump ha vinto in 7, Ted Cruz in 3 e Marco Rubio in uno. Nel dettaglio, Donald Trump ha vinto in Georgia (76 delegati), Alabama (47 delegati), Arkansas (37 delegati), Virginia (46 delegati), Tennessee (58 delegati), Vermont (16 delegati) e Massachusetts (39 delegati). Ted Cruz ha vinto nel suo stato, il Texas (155 delegati), e poi in Alaska (25 delegati) e in Oklahoma (40 delegati). Marco Rubio ha vinto in Minnesota (38 delegati). Anche per i Repubblicani i delegati sono stati assegnati col metodo proporzionale.

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Sono caduti Bush, Christie ed ora Carson. Ritirati. Sembra che il partito, che osteggia il magnate, possa schierare l’ex avversario di Obama nel 2012, Mitt Romney.

Ansa.it
La matematica dice che la partita non è ancora chiusa, né a destra né a sinistra. Ma il Super Tuesday consegna un quadro chiarissimo: la corsa per la Casa Bianca è sempre più una corsa a due. Donald Trump da una parte, Hillary Clinton dall’altra. Se le primarie del 15 marzo in stati-chiave come la Florida e l’Ohio finiranno a loro favore, come promettono i sondaggi, i giochi saranno probabilmente fatti.
Per i loro avversari, nel supermartedì in cui si votava in 12 stati, non c’è stato molto da fare. I due frontrunner hanno conquistato 7 stati ciascuno, e incrementato in maniera consistente il numero di delegati, quelli che poi li voteranno nelle convention repubblicana e democratica di fine luglio. Sui due fronti gli unici che tentano disperatamente di resistere sono Ted Cruz e Bernie Sanders. Il senatore ultraconservatore ed ex beniamino dei Tea Party anti-tasse è riuscito a strappare altri due stati oltre al suo Texas, accreditandosi almeno per una notte come il vero anti-Trump.
Complice la debacle di Marco Rubio, che getta l’establishment repubblicano nello sconforto piu’ totale. Tanto che il partito potrebbe giocare la carta della disperazione: la discesa in campo di Mitt Romney. Sara’ il tempo a dire se si tratti di fantapolitica o meno.
Intanto l’ex candidato che nel 2012 fu sconfitto da Barack Obama scendera’ nelle prossime ore in campagna elettorale con un intervento all’universita’ dello Utah. Intervento che – assicurano i ben informati – avra’ un unico obiettivo: screditare il tycoon newyorchese, metterlo il piu’ possibile in cattiva luce. Una missione che Rubio ha fallito.

#Iowa, partono le primarie americane


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Da stanotte, con i caucus in Iowa, parte la sfida presidenziale. Favoriti Clinton e Trump, possibili sorprese Sanders e Cruz. Ma nel GOP c’è chi scommette ancora su Jeb Bush, Rubio e Kasich. Vi invito a leggere lo speciale del Il Post, riportato qui sotto. Per capire meglio di cosa si sta parlando.

Il Post – 

Iniziano le primarie americane

Il percorso che porterà il 20 gennaio 2017 all’insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti – e prima, l’8 novembre del 2016, alla sua elezione – è cominciato ufficialmente: il primo febbraio, infatti, iniziano le primarie del Partito Democratico e del Partito Repubblicano. Si comincia dall’Iowa, com’è tradizione, e benché l’intero processo di selezione dei candidati si definisca tradizionalmente “primarie”, quelle dell’Iowa non sono vere primarie ma caucus. Le primarie vanno avanti formalmente fino a giugno, ma di norma tra febbraio e marzo diventa evidente quale sia il candidato più forte e destinato a vincere: in entrambi i partiti, però, la situazione è oggi molto incerta. Il voto in Iowa sarà quindi il primo momento in cui mesi di comizi, proposte, polemiche, sondaggi contraddittori e confronti televisivi si tradurranno finalmente in qualcosa di concreto, e capiremo un po’ di più cosa potrà succedere l’8 novembre.

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Perché si comincia dall’Iowa
L’Iowa è uno stato americano del Midwest, piuttosto piccolo e poco popolato: è poco più grande della Grecia, in termini di superficie, ma ha meno di un terzo degli abitanti della Grecia. La sua città più grande, la capitale Des Moines, conta circa 200.000 abitanti e in questo periodo dell’anno è coperta di neve. Anche dal punto di vista politico l’Iowa formalmente non conta granché: alle elezioni presidenziali assegna solo 6 “grandi elettori” su 538. E allora perché si comincia da lì?

La risposta è piuttosto banale: perché negli ultimi cinquant’anni si è sempre fatto così. Ma è una tradizione a cui nel tempo sono state trovate delle motivazioni razionali. Cominciare a votare in uno stato piccolo, infatti, permette a tutti i candidati di avere una chance, anche a quelli con meno risorse: per un candidato con meno soldi e volontari è più facile vincere in Iowa che in Texas o in California; e dall’altra parte una vittoria in Iowa può permettere a un candidato con poche risorse di trovare quella spinta economica, mediatica e di consensi – il cosiddetto “momentum”, nel gergo della politica americana – necessaria per vincere anche altrove.

Inoltre lo stato in cui si vota subito dopo l’Iowa è il New Hampshire, dove le primarie arrivano il 9 febbraio: Iowa e New Hampshire insieme sono abbastanza politicamente variegati da essere un interessante punto di partenza; i partiti – e quindi i loro strateghi, consulenti, funzionari – li conoscono molto bene e sanno ormai come muoversi da quelle parti, mentre cambiare calendario presenterebbe per loro molti rischi e incertezze.

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La situazione tra i Democratici
I principali candidati sono due: Hillary Clinton, ex first lady, ex senatrice ed ex segretario di Stato, e Bernie Sanders, senatore del Vermont. Clinton conserva da mesi un solido vantaggio nei sondaggi nazionali, ma in Iowa la situazione è ben più equilibrata: negli ultimi tre mesi Sanders ha recuperato oltre 20 punti percentuali completando una sorprendente rimonta nei primi giorni di gennaio. Oggi Sanders e Clinton sono separati da pochissimi punti percentuali, praticamente dentro il margine di errore. L’ultimo sondaggio del Des Moines Register, il principale giornale dell’Iowa, considerato molto affidabile, vede Clinton avanti di tre punti percentuali.

Clinton rimane la favorita per la vittoria finale della nomination tra i Democratici, ma l’exploit di Sanders – che ha 74 anni e posizioni molto di sinistra, si definisce “socialista” e raduna grandi folle a ogni suo comizio – ha fatto venir fuori i limiti di una candidata vista ancora troppo come espressione dell’establishment, considerata troppo moderata sull’economia, criticata per i suoi rapporti con Wall Street e che fatica a suscitare l’entusiasmo degli elettori, soprattutto tra i più giovani.

La situazione tra i Repubblicani

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Anche tra i Repubblicani non sono mancate le sorprese. L’ex governatore della Florida Jeb Bush, dato per favorito sei mesi fa, non è mai riuscito a ottenere grandi consensi tra gli elettori a giudicare dai sondaggi; ed è emersa invece in modo sorprendentemente durevole la candidatura di Donald Trump, ricco imprenditore del settore immobiliare e dei casinò, con toni e posizioni particolarmente estremiste sull’immigrazione e sulla sicurezza nazionale: negli scorsi mesi Trump ha proposto, tra le altre cose, di vietare l’ingresso nel paese a tutte le persone di religione musulmana – anche se cittadine americane – e di costruire un muro al confine col Messico per non far più passare immigrati.

A giudicare dai sondaggi, i candidati Repubblicani che possono vincere in Iowa sono due: oltre a Donald Trump, l’altro che sembra messo bene è il senatore del Texas Ted Cruz, figlio di immigrati cubani e noto per la sua retorica abrasiva anti-establishment (è detestato anche da molti Repubblicani) e per avere la posizione più di destra possibile praticamente su qualsiasi tema. Cruz ha rimontato molti punti a Trump nei sondaggi sull’Iowa e oggi Trump conserva un vantaggio significativo ma limitato.

La situazione tra i Repubblicani resterà comunque incerta a prescindere dal risultato dell’Iowa, perché diversi analisti e giornalisti sostengono da mesi che né Trump né Cruz potrebbero davvero vincere le elezioni presidenziali di novembre: storicamente gli elettori a un certo punto rivolgono le loro attenzioni verso candidati più “moderati” ed eleggibili, e quando non lo fanno i candidati estremisti a novembre prendono delle gran scoppole (successe per esempio a Barry Goldwater, candidato Repubblicano alle presidenziali del 1964, sconfitto duramente dal presidente Lyndon Johnson). I candidati considerati più “eleggibili” tra i Repubblicani sono, oltre a Jeb Bush, il senatore della Florida Marco Rubio, il governatore del New Jersey Chris Christie e il governatore dell’Ohio John Kasich: in Iowa lotteranno per arrivare terzi, e poi cercheranno di arrivare il più in alto possibile nelle successive primarie in New Hampshire.

Cosa succede dopo
L’Iowa è appunto soltanto l’inizio. Le primarie proseguono poi il 9 febbraio in New Hampshire, il 20 in Nevada, il 27 in South Carolina. Il primo marzo, poi, c’è il cosiddetto Super-Tuesday: si vota in dieci stati – quattordici per i Repubblicani – nello stesso giorno. A quel punto dovremmo avere le idee più chiare su chi saranno i candidati che l’8 novembre si contenderanno la presidenza degli Stati Uniti d’America.