#Usa2016: #SuperTuesday, Clinton e Trump possono prendersi le nomination!


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13 stati al voto, dopo il successo in South Carolina Clinton è nettamente avanti su Sanders e può definitivamente accreditarsi come candidata alla nomination finale. Sul fronte Repubblicano Trump, anche grazie alla vittoria in Nevada, è in vantaggio sugli altri ma se stanotte non otterrà un buon risultato, tutto potrebbe cambiare. C’è chi sussurra poi che in caso di successo per Hillary e Trump, potrebbe scendere in campo un terzo incomodo. Bloomberg, il magnate ex sindaco di New York. Candidatura indipendente la sua capace di sottrarre voti centristi alla Clinton ed indirizzare i repubblicani moderati, ovvero la maggioranza, verso di lui. Stanotte vedremo cosa accadrà. Qui di seguito alcune dritte scritte da Il Post:

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Clinton avanti:

Nei sondaggi ha un vantaggio superiore o pari al venti per cento in sette stati: Georgia, Texas, Virginia, Colorado, Tennessee, Alabama, Arkansas e Minnesota (in molti casi sono comunque sondaggi approssimativi o poco recenti, e quindi poco affidabili). Sanders è messo meglio in Massachusetts, dove è più o meno dato alla pari con Clinton, e in Vermont, stato di cui è senatore e dove ha un vantaggio enorme.

Cosa succede:

Oggi, in tredici stati degli Stati Uniti si tengono le primarie per le elezioni presidenziali del prossimo novembre, in quello che è chiamato tradizionalmente “Super Tuesday”: il giorno delle primarie in cui si vota in più stati contemporaneamente. Il “Super Tuesday” è uno dei giorni più importanti di tutta la campagna per le presidenziali statunitensi: per i Democratici nelle elezioni di oggi verranno assegnati in tutto 865 su circa 4000 delegati per la convention che deciderà il candidato presidente, mentre per i Repubblicani ne verranno assegnati 640 su 2472. Qualche candidato, dopo il voto di oggi potrebbe di fatto assicurarsi la nomination finale, oppure potrebbe rimanere definitivamente escluso dai giochi. Se questo non succederà, è molto probabile che gli equilibri – soprattutto tra i molti candidati repubblicani – cambieranno parecchio. Tra i democratici sono ancora in corsa Hillary Clinton e Bernie Sanders, mentre tra i repubblicani i candidati principali sono Donald Trump, Marco Rubio e Ted Cruz.

Dove si vota:

I Democratici votano in Alabama (53 delegati, primarie), Arkansas (32 delegati, primarie), Colorado (66 delegati, caucus), Georgia (102 delegati, primarie), Massachusetts (91 delegati, primarie), Minnesota (77 delegati, caucus),Oklahoma(38 delegati, primarie), Tennessee (67 delegati, primarie), Texas (222 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie) e Virginia (95 delegati, primarie). Oltre a questi 11 stati, votano anche nelle Samoa americane, un minuscolo arcipelago nel Pacifico più vicino all’Australia che agli Stati Uniti, dove si tengono dei caucus che assegnano 6 delegati: la cosa strana è che le Samoa americane non parteciperanno a novembre alle elezioni presidenziali. I Repubblicani invece votano in Alabama (47 delegati, primarie), Alaska (25 delegati, caucus), Arkansas (37 delegati, primarie), Colorado (37 delegati, caucus), Georgia(76 delegati, primarie), Massachusetts (39 delegati, primarie), Minnesota (38 delegati, caucus),Oklahoma (40 delegati, primarie),Tennessee (58 delegati, primarie), Texas (155 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (46 delegati, primarie) e Wyoming (26 delegati, caucus).

http://www.ilpost.it/2016/03/01/guida-al-super-tuesday/

Chi è John Kerry, il nuovo segretario di Stato americano


Molti in Italia lo ricordano per essere stato lo sfidante, sconfitto per poco, di George W. Bush alle Presidenziali del 2004 ma John Kerry non è solo questo. Il nuovo segretario di Stato americano, che sostituisce Hillary Clinton in una delle poltrone piu importanti della Amministrazione Obama, è un profondo conoscitore dell’Italia. Di seguito un articolo de La Stampa che spiega i legami tra Kerry ed il belpaese:

Con John F. Kerry si insedia a Foggy Bottom un Segretario di Stato con rapporti insolitamente stretti con l’Italia per la sovrapposizione di impegno politico, legami famigliari e passioni personali. Quando nell’aprile 2011 la Nato lancia l’attacco alla Libia e l’Italia esita a sganciarsi dal colonnello, il presidente Obama manda Kerry a Roma con il compito di convincere Berlusconi a cambiare registro. Se Kerry riesce è perché nella Città Eterna si muove con agilità. L’ambasciatore in Via Veneto è David Thorne, con cui era amico all’ateneo di Yale prima ancora di sposare la sorella Julia. Ha contribuito a farlo designare da Obama nel 2009 e ora ha intenzione di riportarlo a Washington nelle vesti di uno dei più stretti consiglieri strategici. Il legame con Thorne spiega perché Kerry conosce di persona tutti i maggiori leader italiani ma è solo uno dei tasselli del mosaico dei rapporti con il Bel Paese: le figlie Vanessa e Alexandra vi vengono spesso, la seconda moglie Teresa Heinz parla la lingua di Dante, la villa sul lago di Como acquistata da George Clooney in precedenza apparteneva a loro e il fatto di provenire da una famiglia cattolica aggiunge anche l’elemento della fede. Nulla da sorprendersi se a metà aprile 2011, durante una sosta degli incontri romani, Kerry accompagna la moglie al Pantheon, concedendosi un gelato da Giolitti, una delle tappe più ambite. A Maranello invece va per salire su una Ferrari guidata da Dario Benuzzi prima di fermarsi a colloquio con Luca di Montezemolo.

Essere riuscito a sganciare Berlusconi da Gheddafi rafforza agli occhi di Obama la fiducia in Kerry sull’Italia. D’altra parte i legami fra i due Paesi passano per il suo ufficio di capo della commissione Esteri del Senato. Quando nel luglio del 2010 Pierluigi Bersani arriva a Washington è qui che si discute di truppe in Afghanistan, così come quando nel febbraio precedente ad arrivare è il presidente della Camera Gianfranco Fini è ancora Kerry a facilitare l’incontro con il vicepresidente Joe Biden. Anche la delicata mediazione sulla foto Napolitano-Obama del maggio 2010, vissuta con un certo malessere da Berlusconi allora premier, lo vede protagonista. Il legame con il centrosinistra risale a quando, nel luglio 2004, Piero Fassino e Francesco Rutelli partecipano a Boston alla Convention democratica che assegna a Kerry la nomination, passa attraverso gli incontri con Massimo D’Alema e arriva fino alla Convention di Charlotte quando, nella cornice del “National Democratic Institute”, incontra la delegazione guidata da Lapo Pistelli e Luca Bader.

 Durante l’ultimo governo Berlusconi, Kerry fa più volte tappa a Roma – anche in maniera informale – andando in Medio Oriente. Quando il nuovo premier Mario Monti arriva a Washington per vedere Obama, nel febbraio 2012, il desiderio di Kerry di incontrarlo è tale che partecipa al gala nella residenza di Villa Firenze a dispetto di vistosi acciacchi fisici che lo affliggono, frutto di una partita di hockey. D’altra parte, nel febbraio 2010, aveva incontrato Fini, accompagnato da Alessandro Ruben, a dispetto di un incidente al piede, sfoggiando con orgoglio il bastone con il pomo d’argento avuto da Ted Kennedy. E per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità è ancora Kerry che sbarca a Roma, a fianco di Biden. Sono tali e tanti precedenti che spiegano perché il ministro degli Esteri Giulio Terzi saluta la nomina di Kerry con un tweet: «È un vero amico dell’Italia». Quando il 15 febbraio Napolitano entrerà nello Studio Ovale, Kerry sarà a fianco di Obama, tentando di scrutare nell’orizzonte bilaterale. Pochi dubbi possono esserci comunque sul fatto che chiunque sarà l’inquilino di Palazzo Chigi avrà in Kerry un interlocutore ferrato sui fatti di casa nostra.

Gli Stati Uniti evitano il ‘fiscal cliff’, grazie a Joe Biden


Gli Stati Uniti hanno scongiurato il ‘baratro fiscale’ all’ultimo minuto:

La Camera degli Stati Uniti ha approvato l’accordo sul fiscal cliff, il cosiddetto baratro fiscale, dopo il voto favorevole espresso il primo gennaio dal Senato. Il voto è avvenuto quando negli Stati Uniti erano le 23 di martedì e in Italia erano le 5 del mattino di mercoledì. Hanno votato a favore dell’accordo 257 deputati, mentre hanno votato contro in 167. Hanno votato a favore 172 democratici e 85 repubblicani, hanno votato contro 151 repubblicani e 16 democratici.

L’accordo evita innanzitutto l’entrata in vigore simultanea di una serie mostruosa di tagli alla spesa, soprattutto al welfare, alla difesa e all’istruzione, e l’annullamento di esenzioni fiscali dirette a tutti gli americani: questi meccanismi andavano incontro il 31 dicembre alla loro scadenza naturale e almeno in una circostanza erano stati resi dal Congresso così radicali e potenzialmente dannosi proprio per incentivare democratici e repubblicani a trovare un compromesso. La famiglia media americana avrebbe pagato 3.000 dollari di tasse in più all’anno e gli Stati Uniti, secondo l’ufficio per il budget del Congresso, sarebbero finiti nuovamente in recessione.

(Che cos’è il fiscal cliff, spiegato bene)

Uno dei principali artefici dell’accordo è stato il Vicepresidente Joe Biden. Non molto conosciuto qui in Italia, Biden è un vero ‘idolo’ per gli americani. La sua storia politica e personale è davvero singolare. (Vi invito a leggerla qui di seguito, grazie ad un interessante articolo de Il Post) Tra gioie e dolori, vittorie politiche e tragedie private, il senatore democratico del Delaware è arrivato alla seconda carica più importante del Stati Uniti d’America:

12  cose da sapere su Joe Biden

1. Biden non ha mai perso un’elezione. È stato eletto al Senato degli Stati Uniti a trent’anni, nel 1973, l’età minima per fare il senatore, diventando il sesto senatore più giovane nella storia del paese e ottenendo un seggio storicamente in mano ai repubblicani. È stato rieletto per sei volte consecutive. Quando ha lasciato il suo seggio, nel 2009, è diventato il più giovane senatore ad arrivare a sette mandati consecutivi.

2. Biden era balbuziente. Ha balbettato per tutta la sua infanzia e fino ai vent’anni. Ma prendiamo la storia da un altro lato. Il 5 settembre del 1994 uno studente americano di nome Branden Brooks partecipò a un incontro pubblico con Biden in Delaware. Alzò la mano, prese la parola, fece la sua domanda balbettando parecchio. Alla fine dell’incontro Biden lo andò a cercare e lo prese da parte: gli disse che anche lui balbettava, da ragazzo, ma che non aveva mai permesso a questo problema di interferire con i suoi sogni e quindi cercava sempre occasioni per parlare in pubblico, così da forzarsi a superare l’imbarazzo e il suo problema. Una settimana dopo Branden Brooks ricevette una lettera di Biden, scritta il giorno successivo al loro incontro. Nella lettera, pubblicata qualche anno fa da Letters of note, Biden scriveva:

Caro Branden —

è stato un piacere conoscerti ieri. Sei un ragazzo bravo e brillante, se continuerai a lavorare sodo ti aspetta un grande futuro. Tieni a mente quello che ti ho detto riguardo la balbuzie. Puoi sconfiggerla così come l’ho sconfitta io. Quando lo farai, sarai una persona più forte: avrai vinto. Un’altra cosa: ogni volta che hai la tentazione di prendere in giro qualcuno per via di un suo problema, ricorda come ti senti quando sei tu a essere preso in giro. Tratta tutti con rispetto e sarai rispettato.

Il tuo amico
Joe Biden

Branden seguì il consiglio di Joe Biden: si candidò all’incarico di rappresentante degli studenti, venne eletto e rieletto tutti gli anni, alle scuole superiori e all’università. Approfittò di ogni occasione possibile per parlare in pubblico. Oggi fa il pubblico ministero in Delaware.

3. Biden ha studiato Giurisprudenza a Syracuse ma ha detto che studiare legge gli sembrava «la cosa più noiosa al mondo» e durante il suo primo anno fu accusato di aver copiato un terzo di un saggio che aveva scritto per un esame. Biden disse che aveva citato un brano di un altro testo ma si era dimenticato di indicarlo, e gli fu consentito di ripetere l’esame. Il particolare è significativo per via di quello che leggerete nel punto 9.

4. La sua prima candidatura al Senato è una gran storia. Nel 1972 Caleb Boggs, senatore repubblicano di lunghissimo corso, voleva andare in pensione ma fu convinto dal presidente Nixon a ricandidarsi. Nessun democratico lo sfidò: erano tutti sicuri di perdere. A parte Biden, che si fece avanti a 29 anni avendo alle spalle solo due anni da rappresentante locale nella sua contea. Si candidò praticamente senza soldi. La campagna elettorale fu diretta da sua sorella Valerie e i suoi principali collaboratori furono i suoi familiari. In estate i sondaggi lo davano in svantaggio di 30 punti. Alla fine vinse di 1,3 punti, secondo molti grazie al suo carisma, le sue innumerevoli iniziative organizzate in giro per il Delaware e la sua capacità di attirare i voti dei giovani.

(il resto lo trovate qui)

Disordini Libia, Obama rischia di fare la fine di Carter?


Ciò che sta accadendo in Libia e negli altri paesi arabi, l’uccisione dell’ambasciatore americano, la rivolta contro le ambasciate Usa, mi riporta alla memoria l’occupazione della ambasciata americana in Iran nel 1979. Quella faccenda costò a Carter la rielezione. Se Obama non saprà gestire bene la situazione, la cosa potrebbe sfuggire di mano anche a lui.

Da Linkiesta alcuni dettagli della vicenda:

Una certa predisposizione per l’assalto alle ambasciate l’Iran degli ayatollah ce l’ha da tempo: dal 4 novembre 1979, per la precisione. Da quando, cioè, all’indomani della rivoluzione khomeinista fu occupata la rappresentanza diplomatica americana e 52 cittadini statunitensi furono trattenuti in ostaggio per 444 giorni, fino al 20 gennaio 1981.
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Vengono occupati anche i consolati di Tabriz e Shiraz, e la vicenda «segna il punto più basso degli incerti rapporti tra gli Stati Uniti e l’Iran», scrive la Stampa del 6 novembre. Sei dipendenti dell’ambasciata evitano la cattura rifugiandosi nelle rappresentanze diplomatiche di Svizzera a Canada. Ci rimarranno tre mesi. Il parlamento di Ottawa si riunisce in seduta segreta per deliberare la concessione di un passaporto canadese (provvisorio) ai cittadini Usa nella loro ambasciata, perché potessero uscire dal paese (e sarà il Canada a fare da tramite tra Washington e Teheran).

Il presidente Usa Jimmy Carter all’inizio della crisi dichiara che non intende fare uso della forza.Ma poi, di fronte allo stallo della situazione, cambia idea e dà il via libera al blitz. Solo che finisce malissimo: un elicottero Usa si scontra in volo con un aerocisterna C130, uccidendo otto soldati americani e un cittadino iraniano (presumibilmente una guida). L’operazione “Artiglio d’aquila” (questo il nome in codice) fallisce miseramente il 25 aprile 1980
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non sarà Jimmy Carter ad accogliere gli ostaggi di ritorno a casa. La vicenda iraniana influisce profondamente sulla campagna elettorale Usa, Teheran lo sa e contribuisce scientemente a non far rieleggere Carter. La tempistica è molto significativa: la liberazione degli ostaggi, consegnati agli algerini che facevano da mediatori, avviene il 20 gennaio 1981, esattamente alla fine del discorso di insediamento del neoeletto Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti.

Un giorno nella Storia: 8 Agosto 1974, Nixon si dimette


8 agosto 1974. In una uggiosa giornata d’estate l’America si risveglia con la consapevolezza di avere un Capo dello Stato pronto a lasciare a causa di uno scandalo politico.

Qualche ora dopo, Richard Nixon, legge in diretta nazionale la lettera dimissioni dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America:

Piove a Washington, quel giovedì 8 agosto 1974. Richard M.Nixon dà le dimissioni. Il giorno dopo il giornale che in gran parte le aveva causate, il Washington Post, non infierisce. L’articolo viene firmato da Carroll Kilpatrick e non dalla coppia “Bob Woodward and Carl Bernstein”, che condusse l’inchiesta giornalistica più famosa del ventesimo secolo: il Watergate. Kilpatrick ricorda i successi di politica estera di Nixon, dice che il Segretario di Stato Henry Kissinger rimarrà al suo posto, annuncia che il successore di Nixon sarà, per la prima volta, un presidente non eletto, Gerald Ford. Racconta come malgrado la pioggia una folla ordinata di persone “rassegnate e curiose assista sui marciapiedi di fronte alla Casa Bianca al momento più difficile e drammatico nella storia della nazione.”

L’Hotel Watergate, dove iniziò lo scandalo

I protagonisti di questa storia, terminata quell’8 agosto, sono quattro. Il Presidente Nixon; i due giornalisti del The Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein; William Mark Felt, il numero due dell’FBI, la ‘gola profonda’ che fornì informazioni al giornale e che quindi contribuì all’esplodere dello scandalo. Come iniziò tutto:

Alle 2:30 del 17 giugno 1972 cinque uomini vengono arrestati al sesto piano del Watergate, la sede del Democratic National Committee: stanno mettendo delle cimici. Tre di loro sono cubani, arrivati in America dopo la crisi della Baia dei Porci. Tutti indossano guanti medici e sono stati trovati in possesso di sofisticate apparecchiature capaci di trasmettere conversazioni e telefonate, due telecamere da 35 mm, 40 rullini fotografici, un ricevitore a onde corte, sintonizzato sulle frequenze della polizia e quasi 2300 dollari in contante. Avrebbero voluto fotografare materiale tratto dagli archivi del Partito Democratico. Secondo la polizia si è trattato del terzo incidente del genere in venti giorni. La notizia è di scarsa importanza e passa inosservata.
Tuttavia un paio di giorni dopo si viene a sapere che uno dei cinque personaggi arrestati è il coordinatore della sicurezza del Comitato per la rielezione del presidente repubblicano Nixon, è un ex impiegato della CIA, il suo nome è James Mc Cord Jr. Secondo il responsabile del Comitato della rielezione di Nixon, è soltanto incaricato di “installare il sistema di sicurezza del Comitato. Non è entrato nel Watergate per conto dei repubblicani.”
La Casa Bianca non rilascia dichiarazioni

Cosa ci facevano quelle persone nel Watergate? Perche stavano piazzando delle cimici? Era un piano della Casa Bianca per eliminare le notizie negative per il Presidente:

McCord faceva parte di un gruppo segreto, istituito presso la Casa Bianca, i cosiddetti “idraulici” (“plumbers unit”) che avevano il compito di ripulire tutte le notizie considerate nocive per il Presidente. Oltre a lui, erano parte del gruppo Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James e Frank Sturgis. Ma è difficile comprendere come Nixon fu indotto a cacciarsi in un mare di guai se non si conosce il contesto in cui tutto l’affare si inserì. Gli “idraulici”, in quella cruciale estate del 1972 (in novembre si sarebbero svolte le elezioni e Nixon si ricandidava con smaccate probabilità di riconferma) hanno il serio problema di coprire tutte le notizie riservate sulle reazioni della Casa Bianca alla pubblicazione dei famosi “Pentagon papers” sul “Washington Post” e sul “New York Times” (i giornali più autorevoli), nei quali sono riportati giudizi e considerazioni dell’Amministrazione sulla disastrosa guerra in Vietnam, che si considera persa. A passare quelle carte alla stampa era stato, l’anno precedente, Daniel Ellsberg, un ex analista del Pentagono, disilluso dalla conduzione del conflitto orientale e desideroso, dunque, di sconfessare pubblicamente l’ottimistica e del tutto falsa propaganda dell’Amministrazione.

Persone vicine alla Amministrazione Nixon stavano usando soldi pubblici per fare gli interessi del Presidente e danneggiare l’avversario, il democratico McGovern, candidato alle elezioni di fine ’72 proprio contro Nixon.

Bob Woodward e Carl Bernstein, i due giornalisti de ‘The Washington Post’ che contribuirono a far esplodere lo scandalo ‘Watergate’

Fu a questo punto che la Casa Bianca, colta in gran parte di sorpresa, soprattutto per colpa del dilettantismo degli “idraulici”, cominciò ad architettare un piano per minimizzare quello che venne definito “un furtarello” .

A dispetto di ciò, non se ne convinsero affatto Bob Woodward e Carl Bernstein – giovani reporter d’assalto del “Washington Post” – i quali subodorarono che, in realtà, dietro quel “furtarello” poteva nascondersi qualcosa d’altro. Che cosa esattamente? Gli articoli dei due cronisti misero in luce l’esistenza di una struttura segreta e ricca di soldi provenienti dai contribuenti (il già citato “plumbers unit”) con il compito di controllare, tramite microspie, gli uffici del Comitato elettorale democratico che sosteneva Joseph McGovern, che sarebbe poi stato sconfitto nel novembre del 1972 da Nixon con grande divario di voti. Sommamente illegale, il comportamento dell’ufficio fu ben presto collegato ai livelli sempre più alti della Casa Bianca. A poco a poco, i tentativi di immunizzazione che Nixon e i suoi collaboratori cercarono di edificare intorno a sé mostrarono crepe sempre più profonde, fino a crollare del tutto.

Il Presidente agì per tutelarsi dallo scandalo, commettendo un abuso grave:

Nixon aveva temuto che la diffusione presso l’opinione pubblica dei “Pentagon paper” e la carica della campagna elettorale dei democratici contro la guerra in Vietnam avrebbero potuto compromettere la sua rielezione. Per questo motivo aveva brigato – al di là di ogni limite consentito dalla legge e dalla decenza – per insabbiare l’indagine sulle intercettazioni. Durante i lavori della Commissione senatoriale sul Watergate, emerse da una registrazione che Nixon e i suoi collaboratori avevano fatto di tutto per ostacolare le indagini e fu proprio la diffusione di questo particolare a far precipitare la situazione. In altri termini, fu proprio il terrore dell’opinione pubblica a determinare la caduta di Nixon.

L’avvio della procedura di impeachment (dimissioni forzate) non lasciò altra scelta a Nixon. L’8 agosto del 1974, a due anni dall’avvio dello scandalo, il Presidente si dimise:

Dopo che alcuni stretti collaboratori del Presidente ammisero di aver mentito all’Fbi (il reato di “spergiuro” in America è condannato con una pena molto severa), la situazione di Nixon precipitò rovinosamente, fino alla messa in stato di accusa (cosiddetto “Impeachment”) votato dalla Camera dei Rappresentanti il 27 luglio 1974. Per evitare l’onta del giudizio, l’inquilino della Casa Bianca preferì andarsene. Fu perdonato pubblicamente per gli errori commessi dal suo successore, il Vice-Presidente Gerald Ford.

Le dimissioni di Richard Nixon

Fonti:
http://archivio900.globalist.it/it/articoli/art.aspx?id=5962
http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=11585:8-agosto-1974-richard-nixon-annuncia-al-mondo-le-sue-dimissioni-per-evitare-limpeachment&catid=96:memoria&Itemid=296

12 aprile 1945: moriva Franklin Delano Roosevelt, il Presidente del ‘New Deal’


Il 12 aprile 1945 moriva Franklin Delano Roosevelt, il Presidente degli Stati Uniti che aveva risollevato la propria Nazione da una delle piu gravi crisi economiche mai viste. Eletto per ben quattro mandati consecutivi, morì in carica, per una emorragia cerebrale.

Di seguito un articolo pubblicato su Candido per la rubrica ‘I Presidenti del Cambiamento’ e dedicato a Roosevelt:

“Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese” (F.D.Roosevelt, 1933)

Questo era Franklin Delano Roosevelt. Questa frase fu pronunciata durante il discorso di presentazione del National Industrial Recovery Act, una delle leggi facenti parte del cosiddetto “New Deal”. Un progetto di investimento in infrastrutture ed opere pubbliche nato per combattere la Crisi economica seguente al “crollo del 1929″. Con questo importante provvedimento veniva creata anche una struttura per predisporre ferree regole al mercato, tali da tutelare i lavoratori. Molte di queste norme furono però respinte dalla Corte Suprema, di stampo conservatore. Roosevelt e la Corte instaurarono una dura battaglia politica e ben otto leggi del “New Deal” furono bocciate. Alla fine però il Presidente, scaduti i mandanti dei giudici, riuscì a nominarne molti a lui non ostili.

Roosevelt fu l’unico “Comandante in Capo” a presentarsi (e vincere) per quattro volte consecutive le elezioni Presidenziali, nel 1932, 1936, 1940 e 1944. Rimane tutt’oggi una delle figure piu amate dagli americani. Contro di lui, poco dopo l’elezione, alcuni gruppi economici americani tentarono di organizzare un colpo di stato.

Fra le più importanti innovazioni portate dal Presidente Democratico va ricordato il Social Security Act ,con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti l’assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia .

Per capire meglio cosa abbia rappresentato FDR per gli Stati Uniti è bene tornare indietro nel tempo, agli anni della Grande Depressione seguita al crollo di Wall street del 1929 snocciolando brevemente i provvedimenti contenuti nel New Deal.

Grande Depressione e New Deal (tratto da Wikipedia)

Una violenta sproporzione tra crescita reale e speculazione borsistica, il collasso del credito al consumo, la riduzione dei consumi stessi e il conseguente aumento del tasso di disoccupazione crearono le premesse per una rapida e profonda crisi che investì tutti i campi delle attività economiche, constringendo il paese alla recessione. Il crollo del 24 ottobre e del 29 ottobre (giovedì nero) 1929 e delle quotazioni azionarie alla borsa di New York non fu altro che l’evento simbolo di un processo di grandi dimensioni che investiva un paese minato paradossalmente dalla grande fiducia e dalla speranza nel futuro.

Le conseguenze sul piano economico, sociale e politico furono immediatamente tangibili. Il prepotente aumento della disoccupazione costituì alle soglie del nuovo decennio una vasta piaga sociale. Il sistema venutosi a creare consisteva dunque in un circolo vizioso di progressivo aumento del numero di disoccupati e dunque una diminuzione della domanda, alla quale faceva fronte una successiva diminuzione del numero dei lavoratori.

Milioni di lavoratori (esclusa la pubblica amministrazione) tra gli anni anni ’20 e ’40 .

È apprezzabile per la prima volta quell’effetto domino che sarà poi una costante nella storia economica del Novecento. La crisi in America, scatenatasi per una sovrapproduzione agricola (con conseguente deprezzamento delle merci), investì altri paesi legati agli Usa da vincoli di tipo strettamente economico. Ecco dunque la grande crisi in Germania, paese nel quale gli aiuti del piano Dawes vennero a mancare in un momento topico della storia della neonata repubblica.

La situazione apparve dunque disperata agli inizi del 1932, anno di campagna elettorale. Proprio in questo clima di profonda sfiducia però il democratico Roosevelt, facendo leva sui valori tradizionali dell’etica del lavoro e della capacità tutta americana di ripresa nei momenti più duri della propria storia, ottenne una robusta maggioranza. A quel punto il programma del neoeletto presidente focalizzò la propria attenzione sul tema della ripresa, affidandosi ad un brain trust (letteralmente “gruppo di fiducia di cervelli”) che basò la propria strategia sulle teorie dell’economista britannico John Maynard Keynes, già autore delle “Conseguenze economiche della pace” (1919).

Il New Deal

Una serie di lavori pubblici assorbirono tra i 2 e i 3 milioni di lavoratori disoccupati. L’opera di Keynes e del suo gruppo, poi elegantemente sintetizzata in Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della moneta, penetrò sensibilmente nei reticolati della cultura economica liberale americana, dando luogo ad un lungo dibattito protrattosi negli anni. L’opera dell’economista inglese infatti, che pure si trovava in disaccordo con “maestri” quali Smith o Ricardo, sosteneva l’incapacità del mercato di autoregolamentarsi, secondo le regole già enunciate dallo scozzese in An Inquiry into the nature and Causes of the wealth of Nations. In una situazione di inflazione galoppante ed evidente recessione, l’intervento da parte dello stato nell’attività produttiva e nel processo economico diveniva determinante per risollevare le sorti del paese e ridistribuire verso il basso la ricchezza, evitando dunque la sproporzione evidente nel dato periodo.

L’intervento dello Stato nell’economia attraverso la realizzazione di infrastrutture, creazione di un Welfare State (stato assistenziale) in grado di poter sostenere la forza lavoro disoccupata, conseguente aumento della domanda per riavviare il processo produttivo furono i cardini dell’opera del primo mandato roosveltiano. La Tennessee Valley Authority, il NIRA (National Industrial Recovery Act) promossero la creazione di grandi opere pubbliche, linfa per il settore privato e per la forza lavoro. L’Agricultural Adjustement Act, la Civil Work Administration, nonché il Wagner Act (importante riconoscimento dei sindacati) furono alcune delle misure stabilite per tamponare il fenomeno e restituire vitalità ad un settore vessato dalla stagnazione.

Avevamo già riportato la vita dello statista nella sezione “Biografie” di Candido, per consultarla andate pure QUI.

Primarie Usa: Romney vince anche in New Hampshire


Romney ha vinto le elezioni primarie in New Hampshire:

Il Post. Con il totale dei seggi scrutinati, Romney è irraggiungibile in testa con il 39,3 per cento dei voti, seguito da Ron Paul con il 22,9 per cento e Jon Huntsman con il 16,9 per cento. Si giocano il quarto posto Newt Gingrich e Rick Santorum, vicini al 9,4 per cento e separati da pochi voti. Segue Rick Perry molto distante con appena lo 0,7 per cento dei voti, ma il governatore del Texas da settimane aveva lasciato la campagna elettorale in New Hampshire preferendo dedicarsi al South Carolina, dove ha passato tutta l’ultima settimana. Con questi risultati, quattro delegati andrebbero a Romney, due a Paul e uno a Huntsman.

Secondo La Stampa, per l’ex  governatore del Massachusetts la corsa alla nomination repubblicana è gia in discesa:

Mitt Romney ha vinto bene, nettamente, e fra tutti i segmenti di elettori. Ed è un forte candidato repubblicano che Obama affronterà in autunno. Gli ultimi tassi di approvazione del presidente erano al 42% e questi sono numeri molto negativi in verità per un presidente in carica. La campagna elettorale fra Obama e Romney sarà molto costosa e molto “negativa”. Se Romney andrà bene nelle primarie del South Carolina si comincerà a parlare di Nikki Haley, governatrice dello Stato, come sua running mate. E sarebbe un gran bel passo avanti per il Gop rispetto a Sarah Palin.