Violenze in Siria, Cina e Russia ‘proteggono’ Assad: il punto della situazione


In Siria la situazione sta lentamente precipitando. Da marzo scorso, sull’onda della ‘primavera araba’ anche nel paese mediorientale sono iniziate rivolte e proteste. Al contrario di Egitto, Libia e Tunisia, qui il regime non ha ceduto ed ha attuato una serie di sanguinose repressioni. Migliaia di morti si contano dalla partenza delle proteste.

Il 29 gennaio scorso si è verificato una delle stragi piu gravi ad opera del Presidente Assad:

Il Post. è stata una delle più sanguinose dall’inizio della rivolta dello scorso marzo. Secondo gli attivisti che si oppongono al presidente in carica Bashar al Assad, sarebbero morte almeno 60 persone in varie città del paese. Di queste, 26 sarebbero state uccise alla periferia della capitale Damasco, nelle zone di Kfar Batna, Saqba, Jisreen e Arbeen, a circa 5 chilometri dal centro. Qui si sono confrontati l’esercito del paese – con circa 2mila soldati e 50 carri armati, si dice – e quello dei disertori “della Siria libera”. Si tratta di una novità, in quanto Damasco è sempre stata una roccaforte di Assad e la situazione era stata più o meno sempre sotto il controllo del regime. Da parte sua, il governo dice che almeno 16 soldati sarebbero morti in “attacchi terroristici”. Secondo gli attivisti, l’Esercito della Siria Libera avrebbe abbandonato strategicamente le sue posizioni nei sobborghi della capitale, ma sembra chiaro che oramai non si accontenta più di controllare buona parte delle città ribelli di Homs e Hama. La battaglia alla periferia di Damasco è giunta poche ore dopo l’annuncio della Lega Araba di sospendere la missione dei suoi osservatori (che però rimarranno nel Paese). Pochi giorni fa il regime aveva lanciato un’altra dura offensiva a Homs, provocando la morte di decine di persone.

Come avete letto, parti del Paese sono in mano ai ribelli. Il regime però cerca in ogni modo di reprimere le rivolte. Ad Homs c’è stata una strage qualche giorno fa:

Il Post. Secondo l’opposizione in Siria, nelle ultime ore nella città di Homs, una roccaforte dei ribelli, sono state uccise almeno 200 persone «durante una violenta rappresaglia dell’esercito siriano». Il numero dei morti secondo alcune fonti potrebbe essere ancora più alto. Alcuni attivisti hanno spiegato a Sky News che le persone uccise sarebbero circa 350, «tra queste molte donne e bambini». Secondo la loro ricostruzione, ieri l’esercito avrebbe cominciato ad assediare la città con i carri armati, in particolare il quartiere Khalidiya, dopo una manifestazione contro il presidente siriano Bashar al Assad. Su YouTube circolano alcuni video cruenti, che mostrano il massacro di diverse persone, tra cui anche bambini. Assad, attraverso l’agenzia di stampa ufficiale SANA, ha smentito categoricamente l’attacco e ha attribuito la colpa a «uomini armati» che non hanno niente a che fare con l’esercito

Di fronte a tanta atrocità dov’è la Comunità internazionale che con tanta solerzia era intervenuta in Libia? Russia e Cina ‘proteggono’ Assad, per ragioni strategiche e quindi non autorizzano missioni Onu:

Aggiornamento 17.58 – Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia e la Cina hanno posto il loro veto alla risoluzione dell’ONU, pianificata dalla Lega Araba, contro il regime siriano di Bashar al Assad. Sono stati tredici i voti a favore della risoluzione con nessuna astensione, ma Cina e Russia hanno confermato le attese e hanno posto il loro veto. La risoluzione prevedeva la condanna delle Nazioni Unite alla repressione di Assad contro i civili e un piano di pace della Lega Araba secondo cui, per fermare le violenze, Assad avrebbe dovuto dimettersi e cedere i poteri al suo vice. Alla luce del veto di Russia e Cina posto alla risoluzione, Susan Rice, ambasciatore americano all’ONU, ha attaccato duramente i due paesi e ha detto che gli Stati Uniti «sono disgustati» dal loro comportamento.

Perche Russia e Cina difedono Assad? Armi e petrolio, ecco il perche. Il Post  ne spiega le ragioni:

Russia e Cina sono da sempre contrarie a ogni intervento militare che vada a interferire con le dinamiche e le crisi politiche di un determinato Paese anche per ragioni interne, come i casi delle repubbliche separatiste per la Russia o il Tibet per la Cina. Da questo punto di vista la Russia, in particolar modo, è risentita con il resto della comunità internazionale dopo la risoluzione 1973 sulla Libia per la quale, insieme alla Cina, non aveva posto il veto perché quella risoluzione in teoria prevedeva solo la difesa della popolazione civile e non, come poi è oggettivamente avvenuto in pratica, il deciso sostegno agli oppositori di Muammar Gheddafi. Inoltre, la Russia sostiene che la caduta di Assad porterebbe al potere in Siria estremisti e fanatici religiosi.

La Siria compra circa il 10 per cento di armi e altro materiale bellico prodotti dalla Russia. Il valore di tutti questi contratti si aggirerebbe intorno ai 4 miliardi di dollari. Solo lo scorso dicembre, tra l’altro, quindi in piena rivolta popolare nel paese, la Russia ha venduto alla Siria 36 aerei da guerra Yakovlev Yak-130 per una spesa di circa 550 milioni di dollari. Inoltre, la Russia in Siria, precisamente a Tartus, ha la sua unica base navale con sbocco nel Mar Mediterraneo. Qui una intera flotta russa è stata ormeggiata l’8 gennaio scorso. È stata una mossa minacciosa e dal grande valore simbolico per dichiarare al mondo che la Russia non abbandonerà Assad.

Anche la Cina ha importanti interessi commerciali con la Siria. Secondo la Commissione Europea, è il terzo paese importatore della Siria per contratti dal valore di oltre 2 miliardi di dollari. La Siria a sua volta, pur importando poco dalla Cina (solo l’1 per cento del suo export totale) resta uno snodo commerciale fondamentale per la Cina in Medio Oriente. La compagnia petrolifera China National Petroleum Corporation (CNPC), inoltre, è in joint venture con la Compagnia nazionale petrolifera della Siria. Dal punto di vista ideologico, invece, la Cina tiene alla Siria anche perché quest’ultima si è sempre espressa a favore della Repubblica Popolare cinese su questioni come Taiwan, Tibet e i diritti umani.

Cosa accade invece in Tunisia ed Egitto?

In Tunisia, secondo Quirico de La Stampa, la vittoria islamica alle elezioni post-dittatura non promette libertà e progresso, anzi:

Post. Domenico Quirico della Stampa è andato nella cittadina di Sejnane per raccontare quello che sembra il «primo emirato salafita» che si è formato in Tunisia dopo la caduta dell’ex dittatore Zine El-Abidine Ben Ali. Qui sono aumentati miseria, furti, violenze, scontri tra clan. Ci sono imam fanatici e guardie salafite che hanno iniziato a pattugliare le strade e ad ammonire gli ubriachi, a chiedere alle donne di indossare il velo integrale “niqab” e c’è chi parla di «punizioni brutali per i “peccatori”».

In Egitto continuano gli scontri:

Il Post.Stanno proseguendo oggi al Cairo e a Suez le manifestazioni di protesta iniziate ieri contro la gestione delle autorità e delle forze di sicurezza del gravissimo incidente successo il 1 febbraio nello stadio di Port Said, quando al termine della partita tra la squadra del Cairo Al-Ahly e la squadra locale El-Masry sono morte almeno 70 persone negli scontri tra i tifosi. Già ieri sera la situazione al Cairo era tesa, con centinaia di persone che erano rimaste intossicate dal lancio di lacrimogeni da parte delle forze di sicurezza intorno al ministero dell’Interno egiziano.

Negli scontri di oggi sarebbero morte alcune persone nella città di Suez e al Cairo, secondo diverse agenzie di stampa.